Giulia rientrò a casa con la borsa pesante e la stanchezza di una lunga giornata di lavoro. Nella tasca del cappotto teneva una busta sottile: il premio annuale di 20. 000 euro. Se li era guadagnati con notti insonni, straordinari e fine settimana in ufficio, mentre gli altri riposavano con le loro famiglie.

Salendo le scale del vecchio condominio di periferia immaginava come avrebbero finalmente potuto ristrutturare l’appartamento. La carta da parati si staccava da tre anni, il lavello perdeva e le tubature del bagno andavano sostituite. Forse sarebbe avanzato qualcosa per una breve vacanza, visto che non partivano insieme da quattro anni, da quando Andrea aveva perso il lavoro. Appena aprì la porta, sentì la voce del marito provenire dalla cucina.
Stava parlando al telefono con sua madre. Si tolse il cappotto ed entrò. Andrea era seduto al tavolo in pantaloni da casa e una maglietta deformata dall’uso, con una tazza di tè ormai freddo e un piatto pieno di briciole. Vedendola, fece un cenno con la testa e continuò a parlare.
«Sì, mamma, è appena tornata. Adesso glielo chiedo. » Allontanò il telefono dall’orecchio e guardò Giulia. «Allora, ti hanno dato il premio?
»
Lei annuì, tirando fuori la busta dalla tasca. Il cuore le batteva forte. Aveva aspettato a lungo quel momento, desiderosa di condividere la gioia con la persona più vicina. «Sì, ventimila euro», disse piano, senza trattenere il sorriso.
Andrea balzò in piedi con gli occhi illuminati. «Mamma, ti rendi conto? Ventimila euro! No, te l’avevo detto che in quella società pagano bene.
Adesso finalmente potremo… Sì, certo, certo. »
Giulia aspettava che il marito terminasse la telefonata per discutere con calma come usare il denaro. Ma quello che sentì subito dopo le gelò il sangue.
«Domani andiamo subito al centro commerciale», continuò Andrea camminando avanti e indietro. «Finalmente ti compriamo un televisore come si deve, lo desideri da tanto, e a me serve un completo serio per i colloqui. Come faccio a trovare lavoro vestito così? »
Giulia aprì la bocca per intervenire, ma Andrea si voltò verso di lei e le fece un gesto con la mano, come per dirle di aspettare.
Rimase immobile sulla soglia, incapace di credere alle proprie orecchie. «Certo, mamma, lo sai che mi prendo sempre cura di te. Hai fatto così tanto per me. È arrivato il momento che anch’io ti regali qualcosa di bello», sorrideva al telefono come se sua madre potesse vederlo.
«Va bene, ci sentiamo dopo e definiamo i dettagli. Sì, anch’io ti voglio bene. »
Chiuse la chiamata e finalmente rivolse l’attenzione alla moglie. Giulia era ancora ferma, la busta stretta nella mano.
«Perché te ne stai lì impalata? Dammi il premio, lo mettiamo in un posto sicuro. »
«Andrea, dovremmo discutere insieme come spendere questi soldi. In casa ci sono tante cose da sistemare», cominciò Giulia cercando di mantenere la calma.
«L’appartamento può aspettare», la liquidò con un gesto. «Prima bisogna pensare alle persone. Mia madre vive sola da tanti anni e ha bisogno di sostegno. E io come faccio a cercare lavoro senza un completo decente?
»
«Ma questo è il mio premio», disse Giulia a bassa voce. «L’ho guadagnato io. »
Andrea la guardò come se avesse detto qualcosa di assurdo. «Tuo?
Siamo una famiglia. Che significa tuo? Tra noi è tutto in comune? Oppure, siccome sei tu a guadagnare, hai deciso che puoi scegliere tutto da sola?
»
«Non intendevo questo. Pensavo soltanto che ne avremmo parlato insieme. »
«Ed è quello che stiamo facendo», la interruppe. «Domani andiamo a fare acquisti con mia madre.
A lei compriamo il televisore e a me il completo. Tu non hai bisogno di niente, hai già tutto. Ogni giorno vai al lavoro vestita bene e hai un ottimo stipendio. Mentre io e mamma viviamo con le briciole.
»
Giulia sentì qualcosa spezzarsi dentro di sé. Le briciole. Da quattro anni era lei a mantenere da sola la famiglia. Pagava tutte le bollette, comprava cibo e vestiti.
Negli ultimi sei mesi Andrea non aveva nemmeno finto di cercare lavoro. Trascorreva le giornate davanti al computer o al telefono con sua madre Lidia, che viveva nel proprio trilocale con una pensione più che sufficiente e non perdeva occasione per insinuare che il figlio si fosse sposato male. «Va bene», disse Giulia, sorpresa lei stessa dalla calma della propria voce. «Andremo domani.
»
Andrea annuì soddisfatto. «Brava! Sapevo che avresti capito. Siamo una famiglia.
»
Giulia andò in silenzio in camera da letto e chiuse la porta. Si sedette sul letto stringendo la busta, con le mani tremanti e un nodo in gola. Per quattro anni aveva sopportato, sperando che Andrea cambiasse, che tornasse l’uomo di cui si era innamorata. Ma ora capì che nulla sarebbe mai cambiato.
Quella notte dormì pochissimo. Rimase sdraiata nel buio, ascoltando il russare del marito e pensando. All’alba il piano era definitivo. A colazione Andrea era insolitamente vivace.
Si preparò persino le uova da solo. «Mamma sarà qui alle dieci», annunciò. «Andremo al centro commerciale. Ci sono ottimi sconti.
I soldi basteranno per il televisore e per il mio completo. Magari compriamo anche qualcos’altro a mamma, è da tanto che vuole una borsa nuova. »
«Va bene», annuì Giulia sorseggiando il caffè. «Perché sei così silenziosa?
Non avrai cambiato idea? »
«No», rispose scuotendo la testa. «Sono soltanto stanca. »
Alle dieci in punto suonarono alla porta.
Lidia entrò con l’aria di chi stava facendo loro un favore. Era una donna di circa cinquantacinque anni, capelli curati ed espressione perennemente insoddisfatta. «Buongiorno, Giulia», disse freddamente. «Andreino, sei pronto?
»
In macchina, la vecchia utilitaria comprata da Giulia tre anni prima con il proprio stipendio, Lidia si sedette accanto al figlio, lasciando Giulia sul sedile posteriore. Durante il tragitto discussero su quale televisore scegliere, quale diagonale e quali funzioni. Giulia rimase in silenzio, guardando la città scorrere fuori dal finestrino. Nel reparto di elettronica, Lidia puntò subito ai modelli più costosi.
«Voglio questo», dichiarò indicando un enorme televisore da 75 pollici con schermo curvo. «La mia vicina ne ha uno uguale e non fa altro che vantarsene. »
Andrea guardò il cartellino e fischiò. «Duemilacinquecento.
Beh, non importa, adesso li abbiamo. »
Chiamarono un commesso, prepararono l’ordine e si diressero verso il reparto uomo. Andrea scelse il completo con lentezza e pignoleria, provandone uno dopo l’altro. Alla fine optò per un abito firmato da 1.
200 euro. «Questa sì che è qualità», disse ammirandosi allo specchio. «Lidia, come mi sta? » «Bene», annuì lei.
«Servono anche delle camicie e delle cravatte. »
Presero altre tre camicie, cinque cravatte, un paio di scarpe e una cintura. Il totale continuava a salire. Quando arrivarono alla cassa, Andrea si sfregava soddisfatto le mani.
«Allora, mamma, sei contenta? »
«Moltissimo, tesoro. Sei un figlio così premuroso», disse Lidia accarezzandogli la guancia. Poi guardò Giulia.
«Magari tutte le mogli sapessero apprezzare così i propri mariti. »
Giulia non rispose. Si misero in fila. Quando arrivò il loro turno, la cassiera, una ragazza giovane dal volto stanco, iniziò a registrare gli articoli.
La cifra sul display aumentava: 2. 500, 3. 700, 4. 200…
«Il totale è di 4. 580 euro», annunciò. Andrea si voltò verso Giulia. «Forza.
»
Fu allora che Giulia disse con calma: «No. »
Andrea rimase immobile con la mano tesa, incapace di credere alle proprie orecchie. Sua madre, accanto al carrello su cui troneggiava la scatola del televisore, aggrottò la fronte confusa. «Che significa no?
» domandò Andrea con una risatina nervosa. «Giulia, smettila di fare la stupida, c’è gente in fila. »
Lei lo guardò serenamente, senza muovere un dito verso la borsa. «Ho detto di no.
Non pagherò questi acquisti. »
La cassiera si spostò a disagio da un piede all’altro. «Giulia», la voce di Lidia divenne tagliente, «che teatrino è questo? Abbiamo girato per due ore scegliendo ogni cosa.
Tu avevi accettato! »
«Avevo accettato di accompagnarvi al negozio», rispose Giulia con tono uniforme. «Non ho mai accettato di pagare i vostri acquisti. »
Il volto di Andrea iniziò ad arrossarsi.
Dietro di loro si era formata una piccola fila, tutti interessati alla scena. «Senti, delle tue scenate ne parliamo a casa», sibilò tra i denti. «Adesso paga. Non farmi fare una brutta figura.
»
«Andrea, tua madre ha scelto un televisore da 2. 500 euro. Tu hai preso vestiti per quasi duemila. Non mi avete nemmeno chiesto se fossi d’accordo.
»
«I soldi sono comuni», sbottò Andrea. «Siamo una famiglia. »
«Una famiglia», ripeté lentamente Giulia. «Che concetto interessante.
Io lavoro dalla mattina alla sera mentre tu resti a casa. Pago l’appartamento, il cibo, ogni spesa. E quando ricevo un premio per il mio lavoro, non mi chiedi neppure cosa ne penso. Decidi tutto al posto mio.
»
«Ne abbiamo parlato ieri», protestò Lidia. «Non ti sei opposta. »
«Sono rimasta in silenzio», la corresse Giulia. «Non è la stessa cosa.
Sono rimasta in silenzio perché volevo vedere fin dove sareste arrivati. E sapete una cosa? Avete superato ogni mia aspettativa. »
Andrea le afferrò il braccio.
«Giulia, piantala, ne parleremo a casa, ma adesso paga. »
Lei liberò il braccio dalla sua presa. «Tua madre ha già un ottimo televisore comprato tre anni fa. Se ne vuole uno nuovo, può acquistarselo da sola.
Oppure puoi regalarglielo tu, Andrea. Solo che tu non hai soldi, vero? Perché non lavori da quattro anni? »
«Sto cercando un impiego all’altezza», sbottò lui.
«Non posso certo andare a fare il magazziniere. »
«Certo che no. Perché farlo quando tua moglie ti mantiene? È molto più comodo restare a casa, navigare su internet e uscire con gli amici.
E quando quella moglie riceve del denaro, cominci subito a disporne. »
Qualcuno nella fila emise un verso divertito. Una donna di mezza età fece a Giulia un cenno di approvazione. «Scusate», intervenne la cassiera, «pagate oppure no?
»
«No», disse Giulia con fermezza. «Non pagheremo. »
«Giulia! » strillò Lidia.
«Avevi promesso! Andrea, dille qualcosa. »
«Non ho promesso niente a nessuno. » Giulia si voltò verso la suocera.
«In famiglia è tutto in comune», ripeté, con la voce tremante di indignazione. «Sei un’egoista. Ho sempre detto ad Andrea che eri avara. »
«Avara.
» Giulia sorrise amaramente. «Da quattro anni mantengo vostro figlio, che è un uomo adulto, vi faccio regolarmente regali per le feste e non vi ho mai negato un prestito, anche se non mi avete restituito un solo euro. Ma quando ricevo un premio per il mio lavoro e voglio usarlo per ristrutturare la nostra casa, improvvisamente sarei avara. »
«La ristrutturazione può aspettare», tagliò corto Andrea.
«A me serve un completo per i colloqui. » «Da 1. 800 euro? » Giulia lo guardò incredula.
«Con quella cifra si possono comprare cinque completi più che dignitosi. Ma tu vuoi proprio quello firmato. Perché ormai sei abituato a un certo livello. »
«Non posso presentarmi a un colloquio vestito con roba economica.
»
«Tu ai colloqui non ci vai nemmeno», disse Giulia stancamente. «In quattro anni ne hai fatti tre. Tre, Andrea. Perché ogni offerta ha sempre qualcosa che non va: lo stipendio troppo basso, l’ufficio troppo lontano, le mansioni non adatte a te.
»
«Ho il diritto di scegliere. »
«Certo», ammise Giulia, «ma con i miei soldi, non con il premio che mi sono guadagnata facendo straordinari e lavorando nei fine settimana. »
Andrea cercò di cambiare tono, rendendolo conciliante, quasi affettuoso. «Giulietta, perché ti agiti tanto?
Volevamo soltanto fare un regalo a mamma e a me. Non facciamo una scenata, paghiamo, torniamo a casa e ne parliamo con calma. »
«Come ne abbiamo parlato ieri, quando mi hai semplicemente annunciato cosa sarebbe successo? No, Andrea, basta.
»
«Che significa basta? » La voce di Lidia diventò isterica. «Vuoi forse divorziare per un televisore? »
«Non per un televisore», rispose Giulia piano, «per mancanza di rispetto.
Perché non mi considerate nemmeno una persona. Perché per voi due sono soltanto un portafoglio con le gambe. »
Cadde un silenzio pesante. Persino le persone in fila tacquero.
«Sei impazzita? » riuscì infine a dire Andrea. «Sei completamente impazzita! Mamma, andiamocene.
» «E il televisore? » domandò Lidia smarrita. «Quale televisore? Non vedi che sta facendo una crisi isterica?
Muoviti. » Afferrò la madre per il gomito e la trascinò verso l’uscita. Lidia si voltò e lanciò a Giulia uno sguardo pieno d’odio. «Te ne pentirai.
Andreino non ti perdonerà mai. »
«Mi sono già pentita», rispose Giulia con calma. «Ma non di questo. Mi pento di aver sopportato tanto a lungo.
»
Se ne andarono. La cassiera spostò goffamente da una parte il carrello con il televisore. «Scusatemi per il ritardo», disse Giulia rivolgendosi alla fila. «Ma si figuri», rispose la donna di mezza età.
«Ha fatto benissimo, cara. Anch’io sono passata attraverso una cosa simile. Resista. »
Giulia annuì, sentendosi tremare dentro.
Uscì dal negozio e si sedette su una panchina vicino all’ingresso, prendendo il telefono con le mani incerte. Il telefono cominciò a squillare: era Andrea. Rifiutò la chiamata. Lui richiamò ancora e ancora.
Alla quinta volta Giulia disattivò l’audio e aprì la chat. I messaggi arrivavano uno dopo l’altro. «Sei diventata una bestia? Mamma è in lacrime.
Torna immediatamente a casa. Se continui a fare la superiore, te ne pentirai. »
Giulia espirò lentamente e scrisse una risposta: «Verrò a prendere le mie cose. Ho bisogno di riflettere sul nostro matrimonio.
» La risposta arrivò subito: «Riflettere su cosa? Sul fatto che volevo fare un regalo a mia madre? » Giulia non rispose. Chiamò la sua amica Sofia.
«Posso dormire da te? Ho bisogno di tempo per pensare. » «Certo», rispose Sofia immediatamente. «Che cosa è successo?
» «Te lo racconto quando arrivo. »
Giulia prese un taxi e tornò all’appartamento, provando una strana mescolanza di sollievo e paura. Aveva finalmente detto ciò che si era accumulato dentro di lei per anni. Ma adesso che cosa sarebbe successo?
Trascorse una notte insonne sul divano di Sofia, ripercorrendo gli avvenimenti della giornata. Il telefono non smetteva di vibrare. Andrea chiamava ogni mezz’ora, i messaggi diventavano sempre più isterici, passando dalle minacce di divorzio alle accuse di avarizia ed egoismo. L’ultimo arrivò alle tre del mattino: «Te ne pentirai.
Mamma ha ragione. Sei sempre stata fredda e calcolatrice. Tornerai da me in ginocchio. »
«Giulia, non dormi?
» domandò piano Sofia affacciandosi dalla camera da letto. «Non ci riesco», confessò Giulia mettendo da parte il telefono. «Non capisco come sia arrivata a questo punto. Lo mantengo da quattro anni, lavoro come una schiava, e lui non mi ha mai detto grazie nemmeno una volta.
» «Sai qual è la cosa peggiore? » continuò con la voce tremante. «Ho paura che abbia ragione. Che io sia davvero avara, che avrei dovuto condividere quei soldi e che la colpa sia tutta mia.
»
«Smettila! » la interruppe Sofia con decisione. «È una manipolazione classica. Lui resta a casa da anni e non cerca lavoro, e tu ti senti in colpa.
Giulia, svegliati. Quei soldi li hai guadagnati con il tuo lavoro, i tuoi nervi e la tua salute. E lui non ti ha nemmeno chiesto che cosa volessi tu. »
Giulia si asciugò le lacrime.
L’amica aveva ragione. Ricordò che un anno prima aveva proposto ad Andrea di frequentare un corso di riqualificazione professionale. Lui aveva rifiutato, dicendo di cercare qualcosa di più prestigioso. Sei mesi prima gli aveva chiesto almeno di aiutarla in casa, e lui si era offeso accusandola di umiliarlo.
Tre mesi prima, quando aveva provato a dirgli che era stanca di portare da sola tutto il peso, Andrea aveva scatenato una lite, sostenendo che lei gli rinfacciasse il denaro. Quella mattina Giulia chiamò un avvocato che conosceva. «Avvocato Alessandro Vitale, ho bisogno di una consulenza per la separazione e il divorzio», disse senza preamboli. Fissarono un incontro per l’ora di pranzo.
L’avvocato ascoltò la sua storia annuendo di tanto in tanto. «L’appartamento è in comunione? » domandò. «No, l’ho comprato prima del matrimonio con denaro mio e non l’ho mai cointestato.
Inoltre, al momento delle nozze abbiamo scelto la separazione dei beni. » «Molto bene. E il premio è stato corrisposto direttamente a lei, giusto? In quel regime, se non lo ha già destinato alle esigenze comuni della famiglia, resta nella sua disponibilità personale.
» Giulia sentì un peso sollevarsi dall’anima. «Quindi Andrea non può pretendere la metà? » «Può provarci, ma ha pochissime possibilità», spiegò Alessandro, «soprattutto se dimostriamo che non ha contribuito al bilancio familiare. » «Ha estratti conto, ricevute, documenti.
Tutti i pagamenti partivano dal mio conto. » «Perfetto. C’è ancora un aspetto: potrebbe chiedere un assegno di mantenimento, ma dovrebbe dimostrare di non essere economicamente autosufficiente per ragioni non dipendenti dalla propria volontà. Per esempio, un’incapacità lavorativa.
» Giulia sorrise amaramente. «È perfettamente sano. Semplicemente non vuole lavorare. » «Allora non dovrebbero esserci problemi.
Prepari tutti i documenti e avvieremo la separazione. »
Uscendo dallo studio legale, Giulia provò uno strano sollievo. Per la prima volta in quattro anni sentiva di avere il controllo della propria vita. Entrò in un bar, ordinò un caffè e aprì le note sul telefono.
Il telefono squillò di nuovo. Era Andrea. Questa volta rispose. La voce del marito era tesa ma meno aggressiva.
«Giulia, smettila di fare sciocchezze. Torna a casa e parliamo. » «Non abbiamo più niente di cui parlare. » «Come sarebbe?
Sei mia moglie, non puoi andartene così. » «Posso, e l’ho già fatto. » «Ascolta, va bene, ammetto che ieri abbiamo esagerato. Mamma si è calmata e anch’io.
Parliamone con tranquillità, senza emozioni. » Giulia sorrise amaramente. Il copione classico: prima la pressione, poi il tentativo di riconciliazione. «Andrea, sono stata da un avvocato.
Chiederò la separazione. »
Dall’altra parte cadde il silenzio. Poi lui esplose. «Sei completamente impazzita!
Vuoi distruggere una famiglia per una lite qualsiasi? » «La famiglia non l’ho distrutta io. Ho cercato di salvarla per quattro anni, e tu non te ne sei nemmeno accorto. » «Come ti permetti?
Io ho fatto tutto per te. La casa, il comfort, il sostegno. » «Quale casa? Quale comfort?
» Giulia sentì il sangue ribollirle. «Non lavi nemmeno il piatto in cui mangi. Non lavori da anni. Ieri volevi spendere quasi 5.
000 euro dei miei soldi. » «Nel matrimonio è tutto comune! » «Non nel nostro. E comunque, non più.
» Interruppe la chiamata. Le mani le tremavano e il cuore le batteva forte, ma dentro di lei si diffondeva una calda sensazione di liberazione. Quella stessa sera Giulia tornò nell’appartamento accompagnata da Sofia e da suo marito Luca, per sicurezza. Andrea non era in casa, ma le tracce della sua presenza erano ovunque: vestiti sparsi, stoviglie sporche, bottiglie di birra vuote sul tavolo.
Giulia raccolse metodicamente gli oggetti del marito in grandi borse e li sistemò sul pianerottolo. «Giulia, sei sicura? » domandò Sofia a bassa voce. «Assolutamente», rispose lei, mettendo le scarpe di Andrea in una scatola.
«Ho sprecato quattro anni con un uomo che mi considerava una sua proprietà. Basta. »
Fece sostituire la serratura della porta d’ingresso. Quando il fabbro ebbe finito, Giulia percorse l’appartamento guardandolo come se lo vedesse per la prima volta.
Due stanze luminose, grandi finestre. Il suo appartamento, il suo spazio, la sua vita. Il telefono continuava a squillare. Giulia tolse l’audio e inviò un unico messaggio alla suocera: «Signora Lidia, le cose di Andrea sono sul pianerottolo davanti alla porta.
Venite a prenderle oggi, altrimenti le porterò vicino ai cassonetti. Non provate più a contattarmi. » La risposta arrivò immediatamente: una lunga invettiva rabbiosa sull’ingratitudine, sull’egoismo e su quanto Giulia si sarebbe pentita della propria decisione. Lei cancellò il messaggio senza finirlo.
Quella notte, sdraiata nel proprio letto, che adesso era soltanto suo, Giulia non riuscì a dormire. Ma era un’insonnia diversa, non soffocante, quasi luminosa. Pensava al futuro: ai lavori di ristrutturazione che avrebbe finalmente realizzato, al corso di inglese al quale desiderava iscriversi da tempo e al viaggio rimandato per anni, perché secondo Andrea in famiglia non c’erano mai abbastanza soldi. Al mattino fu svegliata da un insistente suono del campanello.
Guardò dallo spioncino e vide Andrea spettinato e con gli occhi rossi. «Giulia, apri! So che sei in casa! » gridava colpendo la porta con i pugni.
«Questo appartamento è anche mio! Non hai il diritto di cacciarmi. » Giulia prese il telefono e avviò la registrazione. «Andrea, l’appartamento è intestato a me.
L’ho acquistato prima delle nozze con denaro mio e abbiamo scelto la separazione dei beni. Non puoi rivendicarne la proprietà. Prendi le tue cose e vattene, oppure chiamo la polizia. » «Tu!
» urlò lui. «Non te lo perdonerò. Ti porto in tribunale e ti porto via tutto. » «Provaci», rispose Giulia con calma.
«Sto registrando tutte le nostre conversazioni, compresa questa. » Seguì il silenzio, poi dei passi. Andrea se ne andò sbattendo con forza il portone del condominio. Giulia salvò la registrazione e la inviò all’avvocato.
Poi si preparò un caffè, si sedette vicino alla finestra e, per la prima volta dopo molto tempo, sorrise davvero. La mattina seguente fu svegliata ancora una volta dal campanello. Dallo spioncino vide Lidia, chiaramente pronta a combattere. «Giulia, apri immediatamente, so che sei lì dentro.
» Giulia fece un respiro profondo e aprì la porta lasciando la catenella inserita. «Signora Lidia, non voglio parlare con lei. Per qualunque questione si rivolga al mio avvocato. » «Quale avvocato?
» Lidia cercò di infilare una mano nella fessura. «Hai davvero perso ogni pudore. Hai cacciato mio figlio da casa sua. » «Dal mio appartamento», la corresse Giulia con calma, «che ho comprato prima del matrimonio con i miei soldi.
Ho tutti i documenti. » «Ma siete una famiglia, marito e moglie! Hai il dovere di mantenerlo! » «Il mio dovere.
» Giulia sentì montare la rabbia. «L’ho mantenuto per quattro anni. Non cercava lavoro, passava le giornate sul divano e pretendeva denaro da me. E quando ho ricevuto un premio guadagnato con il mio lavoro, non mi ha nemmeno chiesto come volessi spenderlo.
» «Andreino voleva soltanto rendere felice sua madre. È forse un crimine, con i miei soldi? » «Sì, lo è. » Giulia cominciò a chiudere la porta.
«Addio, signora Lidia. » «Aspetta! Ti citeremo in giudizio. Andrea ha diritto alla metà di tutto ciò che avete costruito durante il matrimonio!
» «Fate pure», rispose Giulia con un sorriso amaro. «Il problema è che durante il matrimonio non abbiamo costruito nulla insieme. L’appartamento è mio, l’auto è mia, e anche i mobili e gli elettrodomestici li ho comprati io. Ho conservato persino gli scontrini, mentre Andrea non ha guadagnato un euro.
» Chiuse la porta senza aspettare una risposta. Il campanello suonò ancora, ma Giulia lo ignorò. Dopo un po’, i passi sul pianerottolo si allontanarono. Il lunedì Giulia tornò al lavoro.
Subito dopo pranzo, il responsabile di reparto, Vittorio Palmieri, la chiamò nel suo ufficio. «Volevo ringraziarla personalmente per il lavoro svolto sul progetto. Grazie ai suoi calcoli abbiamo fatto risparmiare all’azienda più di 150. 000 euro.
» Giulia si rilassò un poco. «C’è anche un’altra cosa», continuò Vittorio. «Questa mattina un uomo si è presentato alla reception chiedendo di parlare con il direttore. Gridava qualcosa sulla giustizia e sul denaro.
La sicurezza lo ha accompagnato fuori, ma ha lasciato i propri recapiti e ha dichiarato di essere suo marito. » Giulia chiuse gli occhi. Andrea aveva deciso di colpirla attraverso il lavoro. «Signor Palmieri, mi dispiace per l’accaduto.
Io e mio marito ci stiamo separando e lui non accetta la mia decisione. » «Capisco. Ho dato disposizione di non farlo più entrare. Se dovesse avere altri problemi, avvisi la sicurezza.
Noi proteggiamo i nostri dipendenti. » Gli occhi di Giulia si riempirono di lacrime di gratitudine. Quella sera chiamò l’avvocato e gli raccontò della visita di Andrea in ufficio. «Ottimo, è un altro elemento a nostro favore», disse Alessandro.
«Molestie e tentativo di danneggiare la sua carriera. Documentiamo tutto. A proposito, ho depositato il ricorso per la separazione. La prima udienza sarà tra un mese.
» «Così presto? » «Il caso è relativamente semplice. Non avete figli comuni e con la separazione dei beni non esiste quasi alcun patrimonio coniugale da dividere. » «Si opporrà», disse Giulia con certezza.
«Spera che io ceda e lo riprenda. » «Allora andremo avanti davanti al giudice. La nostra posizione è solida. »
Passò una settimana.
Andrea non tornò più davanti all’appartamento, ma i messaggi continuarono ad arrivare. Giulia non li leggeva, vedeva solo le notifiche. All’inizio aggressivi, poi supplichevole, poi di nuovo minacce. Una sera, rientrando dal lavoro, trovò davanti al portone una donna sconosciuta di circa 45 anni, ben vestita ma con il volto stanco.
«Giulia? » La donna si alzò dalla panchina. «Sì, chi è lei? » «Mi chiamo Elena Conti.
Sono la madre di Andrea. La sua vera madre. » Giulia rimase pietrificata. «Ma Lidia…
» «Capisco la sua sorpresa», sorrise tristemente Elena. «Lidia è la sua matrigna. Lasciai il padre di Andrea quando lui aveva cinque anni. Non riuscivo più a sopportare ciò che lei ha sopportato.
» «Perché è venuta? » «Per avvertirla. Ieri Andrea mi ha telefonato per la prima volta dopo molti anni. Mi ha chiesto denaro dicendo che sua moglie lo aveva cacciato e che era rimasto senza casa.
Ho rifiutato, e lui ha cominciato a minacciarmi. » «Minacciarla in che modo? » «Ha detto che se non gli avessi dato i soldi, sarebbe venuto a prendersi tutto da solo. Ho una piccola attività, un salone di bellezza.
Ho paura che possa fare qualcosa. » Giulia tirò fuori il telefono. «Deve rivolgersi alla polizia. » «L’ho già fatto», annuì Elena.
«Ma volevo avvertire anche lei. Andrea non si fermerà. È uguale a suo padre: quando non ottiene ciò che vuole, diventa pericoloso. »
Parlarono ancora per una ventina di minuti.
Elena raccontò come aveva vissuto con il padre di Andrea, sopportandone l’ozio, le pretese e le pressioni. «Infine ero fuggita lasciando il figlio perché non avevo potuto portarlo con me. Non avevo denaro, lavoro né una casa. Ho cercato di ricostruire un rapporto con Andrea quando è cresciuto, ma Lidia lo ha messo contro di me.
Gli ripeteva che li avevo abbandonati e che ero una pessima madre. Andrea non ha mai voluto ascoltarmi. »
Giulia accompagnò Elena alla macchina e tornò nell’appartamento con il cuore pesante. Dunque era un modello familiare.
Andrea stava semplicemente ripetendo il comportamento di suo padre, e Lidia, anziché insegnare al figliastro qualcosa di diverso, lo aveva incoraggiato. Giulia chiamò l’avvocato e gli raccontò dell’incontro. «Ha fatto bene ad avvertirla», disse Alessandro con serietà. «Le consiglio di installare una videocamera davanti alla porta e possibilmente un sistema d’allarme.
Se Andrea è davvero pericoloso, bisogna essere preparati. »
Il giorno seguente Giulia fece installare una telecamera sul pianerottolo puntata verso la propria porta e una seconda all’interno dell’appartamento. L’impianto d’allarme sarebbe stato montato due giorni dopo. Non sapeva che cosa sarebbe accaduto, ma adesso era pronta a difendersi.
I giorni seguenti trascorsero in un silenzio teso. Ogni mattina Giulia controllava le registrazioni delle telecamere senza trovare nulla di sospetto. Andrea e Lidia sembravano scomparsi nel nulla. Quella quiete la spaventava più delle telefonate e delle minacce.
L’avvocato le aveva assicurato che il caso era lineare, eppure Giulia non riusciva a liberarsi dalla sensazione che tutto stesse procedendo fin troppo facilmente. Il mercoledì sera, mentre rientrava dal lavoro, il telefono squillò. Numero sconosciuto. Giulia esitò, poi rispose.
«Giulia, sono di nuovo Elena», disse la voce ormai familiare. «Devo incontrarla con urgenza. » «Che cosa è successo? » domandò Giulia irrigidendosi.
«Non posso dirlo al telefono. Domani a pranzo al Caffè Verniano in corso Buenos Aires. È importante e riguarda il processo. »
Giulia accettò, anche se dentro di lei tutto si strinse per l’ansia.
Il giorno seguente, quando finalmente arrivò la pausa pranzo, si affrettò verso il luogo stabilito. Elena era già seduta a un tavolino vicino alla finestra e tormentava nervosamente un tovagliolo tra le dita. Aveva un aspetto sfinito e profonde occhiaie. «Grazie per essere venuta.
Si sieda. » Giulia prese posto senza staccarle gli occhi di dosso. «Ieri è venuta da me Lidia», cominciò Elena con la voce tremante. «Mi ha offerto 5.
000 euro perché testimoniassi contro di lei davanti al giudice. » Giulia sentì il sangue abbandonarle il volto. «Che cosa avrebbe dovuto dire? » «Vuole che dichiari che lei ha minacciato Andrea, che lo ha cacciato dall’appartamento usando violenza e che è mentalmente instabile e pericolosa.
Lidia ha detto che se avessi rifiutato, avrebbe trovato il modo di farmi chiudere il salone. Sostiene di avere conoscenze all’ASL e presso i vigili del fuoco. » «E lei che cosa ha risposto? » domandò Giulia sottovoce.
«Ho chiesto tempo per pensarci, ma non ho alcuna intenzione di farlo. Sono venuta ad avvertirla. Deve dirlo al suo avvocato. Se non riusciranno a usare me, cercheranno qualcun altro.
Lidia non si fermerà. » Giulia annuì, mentre dentro di lei cresceva una collera fredda. Ecco il motivo di quel silenzio. Non si erano arresi, stavano preparando un nuovo attacco.
«Quando Lidia è venuta da me, ho registrato la conversazione», disse Elena. «Qui ci sono sia l’offerta di denaro sia le minacce. Lo consegni al suo avvocato. » Giulia prese la busta con le mani tremanti.
Dentro c’era una chiavetta USB. «Grazie», riuscì a dire. «Grazie davvero. » «Stia molto attenta», la avvertì Elena.
«Quando Lidia scoprirà che l’ho avvisata, andrà su tutte le furie, e quando è arrabbiata è capace di qualsiasi cosa. »
Dopo l’incontro, Giulia telefonò immediatamente ad Alessandro. L’avvocato ascoltò il racconto, riprodusse la registrazione e annuì soddisfatto. «Perfetto.
Qui abbiamo un tentativo di corruzione di un testimone e delle minacce. Possiamo usare tutto nel procedimento. Inoltre le consiglio di presentare una denuncia alla polizia. Capisce dove voglio arrivare?
Stanno oltrepassando il confine della legalità. Non è più soltanto una separazione. » «Ma se presento denuncia, capiranno che Elena mi ha avvertita», obiettò Giulia. «Potrebbero farle del male.
» «Nella prima fase possiamo chiedere che la fonte venga tutelata e gestire la trasmissione degli elementi con la massima riservatezza. La decisione è sua, ma le raccomando fermamente di non aspettare. Chi arriva a tentare di comprare un testimone può spingersi molto oltre. »
Giulia ricordò le parole di Elena sul fatto che Andrea potesse diventare pericoloso, lo sguardo gelido dell’uomo nel negozio quando lei aveva rifiutato di pagare e le urla isteriche di Lidia.
«Va bene», decise. «Presentiamo la denuncia. » Quella stessa sera Giulia era seduta in un commissariato a rendere la propria dichiarazione. L’ispettore di turno, un uomo non più giovane dagli occhi stanchi, la ascoltò con attenzione e riprodusse la registrazione.
«Apriremo un fascicolo. Domani convocheremo la signora Lidia Bianchi per sentirla. Nel frattempo le consiglio di essere molto prudente. Ha la possibilità di soggiornare altrove per qualche giorno?
» «Ho installato un allarme e delle telecamere», rispose Giulia. «È una buona cosa, ma rimanga comunque vigile. Se nota qualcosa di sospetto, chiami immediatamente. »
Uscendo dal commissariato, Giulia provò uno strano sollievo.
Finalmente non si limitava più a difendersi, era passata al contrattacco. Ma insieme al sollievo arrivò anche la consapevolezza che ormai non esisteva una via di ritorno. La guerra era stata dichiarata ufficialmente. A casa controllò ogni serratura, guardò le registrazioni delle telecamere e cercò di dormire.
Il sonno non arrivava. Continuava a pensare all’udienza, alla possibile reazione di Andrea e Lidia alla denuncia e al pericolo in cui forse aveva messo Elena. Poco prima di mezzanotte il telefono vibrò: un messaggio da un numero sconosciuto. «Credi di essere furba?
Te ne pentirai. » Giulia sentì un brivido gelido, fece uno screenshot e lo inoltrò all’ispettore. La risposta arrivò rapidamente: «Acquisito, ce ne occuperemo domattina. » Ma Giulia continuò a non dormire.
Verso l’alba riuscì ad assopirsi, ma alle sette fu svegliata dal videocitofono. Sullo schermo vide due agenti in uniforme. Si infilò una vestaglia e aprì, lasciando la catenella inserita. «Polizia.
Signora Giulia Rinaldi, apra per favore. » «Che cosa succede? » «Dobbiamo farle alcune domande. Ieri sera è stata presentata una denuncia per furto.
La signora Lidia Bianchi sostiene che lei le abbia sottratto dei gioielli del valore di 3. 000 euro. » Giulia mancò il respiro. Ecco il contrattacco.
Guardò i due agenti e cercò di rimanere calma. «Entrate, per favore», disse con tono controllato. «Signora Rinaldi, comprende di che cosa viene accusata? » domandò l’agente più anziano, un uomo sulla quarantina.
«Sì, Lidia Bianchi afferma che io le abbia rubato gioielli per 3. 000 euro», disse Giulia chiaramente. «Ma è falso. Non ho mai preso nulla che appartenesse ad altri.
» «Può fornire elementi a sostegno della sua versione? » Giulia fece un respiro profondo. «Sì. Prima di tutto, non entro nell’appartamento di mia suocera da tre settimane, cioè da quando ho avviato la separazione.
Ho testimoni che possono confermarlo. In secondo luogo», prese il telefono e aprì la cartella dei file, «possiedo la registrazione di una conversazione tra Lidia Bianchi ed Elena Conti, la madre biologica di mio marito. In quella registrazione, Lidia offre a Elena 5. 000 euro in contanti perché renda una falsa testimonianza contro di me.
La conversazione risale all’altro ieri. » I due agenti si scambiarono uno sguardo. La donna prese il telefono e avviò l’audio. Nel silenzio dell’appartamento si udì distintamente la voce di Lidia: «5.
000 euro, Elena, in contanti. Devi soltanto dire al giudice che Giulia è instabile e aggressiva e che ha minacciato Andrea. » La registrazione durava quasi dieci minuti. Quando terminò, l’agente più anziano espirò lentamente.
«Questo cambia il quadro. Acquisiremo una copia e avremo bisogno dei recapiti della signora Elena Conti per sentirla come persona informata sui fatti. » «Certamente. »
«Signora Rinaldi, mi dica con sincerità: dopo l’avvio della separazione, non è mai stata nell’appartamento di Lidia Bianchi?
» «Mai. Posso consegnarvi le registrazioni delle telecamere del mio condominio. Dimostreranno che nei giorni in cui sarebbe avvenuto il furto, io ero a casa o al lavoro. Anche i miei colleghi possono confermare la mia presenza in ufficio.
» L’agente annuì. «Bene, verificheremo tutto. Devo però avvertirla che se la denuncia di Lidia Bianchi risulterà inventata, potrà rispondere di falsa denuncia e delle ulteriori condotte intimidatorie. » «È esattamente ciò che mi aspetto», disse Giulia sottovoce.
Quando gli agenti se ne andarono, si lasciò cadere sul divano e si coprì il viso con le mani. I nervi erano arrivati al limite, ma non poteva permettersi di crollare. Non in quel momento. Il telefono squillò: era Elena.
«Giulia, la polizia è appena venuta da me», disse agitata. «Ho raccontato tutto. Ho consegnato l’originale della registrazione e spiegato la situazione. Mi hanno detto che apriranno un procedimento contro Lidia per tentativo di corrompere un testimone.
» «Grazie, Elena. Grazie per tutto. » «Non devi ringraziarmi, cara. Non posso permettere che distruggano un’altra vita.
Non sono riuscita a salvare mio figlio da tutto questo, ma almeno posso aiutare te. »
Dopo la chiamata, Giulia contattò il proprio avvocato. «Hai fatto benissimo a registrare e conservare ogni prova», disse Alessandro con approvazione. «Adesso abbiamo elementi molto seri.
La falsa accusa di furto e il tentativo di comprare un testimone sono fatti penalmente rilevanti. Presenteremo immediatamente le opportune domande in sede civile e chiederemo anche il risarcimento del danno morale. L’udienza è fissata per la prossima settimana. Alla luce dei nuovi fatti, sono certo che la decisione patrimoniale sarà a tuo favore.
Andrea non riceverà un euro dei beni che appartengono a te. » Giulia chiuse la chiamata e sentì di poter respirare liberamente. Il giorno dell’udienza si alzò presto, indossò un elegante completo a tre pezzi e raccolse tutti i documenti necessari in una cartella. Alessandro la incontrò davanti al palazzo di giustizia.
«Sei pronta? » «Sono pronta», rispose con fermezza. Entrarono in aula. Andrea era già seduto al tavolo con il proprio legale, un giovane dall’espressione arrogante.
Accanto a lui c’era Lidia, vestita con un completo costoso e adornata da grandi orecchini d’oro. Vedendo Giulia, sbuffò con disprezzo. La giudice, una donna di mezza età dallo sguardo penetrante, entrò e tutti si alzarono. «È chiamato il procedimento di separazione tra Giulia Rinaldi e Andrea Bianchi», esordì.
«Sono inoltre esaminate le domande relative alla proprietà dei beni e le contrapposte richieste delle parti. » L’avvocato di Andrea si alzò. «Signora giudice, il mio assistito chiede la divisione del patrimonio che ritiene comune, comprendente un appartamento del valore di circa 260. 000 euro, un’automobile del valore di 45.
000 euro e le disponibilità liquide. » «Mi oppongo», lo interruppe Alessandro. «Tutti i beni indicati sono stati acquistati da Giulia Rinaldi prima del matrimonio o con risorse personali nel regime di separazione dei beni. Ecco i documenti che lo dimostrano.
» Consegnò alla giudice una cartella contenente gli atti di compravendita e gli estratti conto. La giudice esaminò attentamente i documenti. Il volto dell’avvocato di Andrea si rabbuiò. «Inoltre», continuò Alessandro, «abbiamo depositato una domanda risarcitoria per 10.
000 euro a causa della falsa accusa di furto formulata da Lidia Bianchi contro la mia assistita. » «Non è falso! » Lidia balzò in piedi. «Ha rubato i miei gioielli!
» «Mantenga l’ordine in aula», disse severamente la giudice. «Dispone di prove del furto? » «I gioielli sono scomparsi! Lei era stata a casa mia!
» «Giulia Rinaldi non si trovava nell’abitazione della signora Bianchi nel periodo indicato», intervenne con calma l’avvocato. «Qui ci sono i dati delle telecamere di sorveglianza e le dichiarazioni dei colleghi della mia assistita. Inoltre possediamo una registrazione audio nella quale Lidia Bianchi offre 5. 000 euro a Elena Conti perché renda una falsa testimonianza.
La registrazione è stata consegnata alla polizia ed è già stato aperto un fascicolo penale. »
L’aula sprofondò nel silenzio. Andrea impallidì. Lidia aprì la bocca ma non riuscì a pronunciare una parola.
La giudice esaminò attentamente ogni documento e ascoltò la registrazione. Il suo volto diventava sempre più severo. «Il tribunale si ritira per deliberare», annunciò infine. I venti minuti successivi sembrarono interminabili.
Giulia rimase immobile con le mani intrecciate. Alessandro le posò una mano sulla spalla. «Andrà tutto bene. Le prove sono dalla nostra parte.
» La giudice rientrò. «Il tribunale, esaminati gli atti e i documenti prodotti, pronuncia la separazione tra Giulia Rinaldi e Andrea Bianchi», cominciò. «I beni acquistati da Giulia Rinaldi prima del matrimonio e quelli a lei personalmente riconducibili nel regime di separazione dei beni restano di sua esclusiva proprietà. La domanda di Andrea Bianchi, volta alla divisione di tali beni, viene respinta perché infondata.
» Andrea si aggrappò al bordo del tavolo. Lidia rimase immobile con il volto contratto. «Quanto alla domanda risarcitoria», proseguì la giudice, «essa viene accolta nei limiti ritenuti provati. Lidia Bianchi è condannata a versare a Giulia Rinaldi 10.
000 euro a titolo di risarcimento. Gli atti relativi al tentativo di corruzione di un testimone e alla falsa denuncia vengono trasmessi alla Procura della Repubblica per le valutazioni di competenza. » Il colpo del martelletto risuonò come uno sparo. Giulia espirò lentamente.
Era finita. Era libera. Due giorni dopo l’udienza ricevette una telefonata dall’ispettrice Martina Santi. «Signora Rinaldi, sulla base degli atti trasmessi è stato aperto un procedimento penale nei confronti di Lidia Bianchi per il tentativo di corrompere un testimone.
Avremo bisogno di un’ulteriore dichiarazione. Quando potrebbe venire? » Giulia sentì tutto stringersi dentro di lei. Il processo civile era alle spalle e la giustizia sembrava aver prevalso, ma la storia continuava a trascinarsi.
«Posso venire domani dopo il lavoro? », rispose cercando di mantenere la voce stabile. «Perfetto, l’aspetto alle 16:00. »
Terminata la chiamata, Giulia si lasciò cadere sul divano.
L’appartamento sembrava insolitamente silenzioso. Dopo la separazione, per la prima volta avvertì davvero la solitudine. Non quella opprimente che aveva conosciuto durante il matrimonio, quando accanto a lei c’era una persona ma tra loro si apriva un abisso di incomprensione. Era una solitudine reale e vuota.
Ma insieme a quel vuoto era arrivato qualcos’altro: la libertà. Poteva sedere in silenzio, pensare a ciò che desiderava e progettare il futuro senza dover tenere conto delle richieste altrui. Il giorno seguente, nel commissariato, l’ispettrice le indicò la sedia davanti alla scrivania. «Mi racconti in modo dettagliato i suoi rapporti con Lidia Bianchi.
Da quanto tempo vi conoscete? Ci sono stati conflitti in passato? » Giulia sospirò e cominciò a parlare. Raccontò che fin dai primi giorni Lidia l’aveva trattata con un disprezzo malcelato, insinuando continuamente che Andrea avrebbe potuto trovare una moglie migliore, più ricca e proveniente da una famiglia più rispettabile.
Spiegò come la suocera avesse insegnato al figlio a ignorare l’opinione della moglie, ripetendogli che l’uomo era il capo della famiglia e che una donna doveva tacere e obbedire. «Quando Andrea ha perso il lavoro, ha cominciato a convincerlo che mantenerlo fosse un mio obbligo e che la colpa fosse mia, perché non lo sostenevo abbastanza. » Martina prendeva appunti e ogni tanto annuiva. «Mi racconti l’episodio del premio.
Che cosa disse esattamente suo marito quando lei tornò a casa? » Giulia ripeté le parole di Andrea rimaste incise nella memoria come una coltellata. «Domani andiamo con mamma. Compriamo un regalo per lei e un completo costoso per me.
A te non serve niente. » «Non mi ha nemmeno chiesto che cosa ne pensassi», aggiunse con la voce velata. «Avevo lavorato tutto l’anno senza ferie, facendo straordinari e accettando progetti aggiuntivi. Quel premio era il risultato del mio lavoro, ma lui ne dispose come se fosse suo e non pensò nemmeno che anch’io potessi avere un desiderio.
» «Capisco», annuì asciuttamente l’ispettrice. «Ora parliamo del tentativo di corruzione. Come è entrata in possesso della registrazione tra Lidia Bianchi ed Elena Conti? » «Elena è la madre biologica di Andrea.
È venuta personalmente da me per avvertirmi che Lidia stava cercando di comprarla. Ha registrato la conversazione perché non voleva che io subissi le conseguenze di una menzogna. » «Bene, abbiamo già sentito Elena e la sua dichiarazione coincide con la sua. » Martina mise da parte la penna e guardò Giulia dritto negli occhi.
«Mi dica la verità: ha paura? Lidia Bianchi sembra una persona che non si fermerà. » Giulia rifletté. La paura esisteva, viveva in profondità, fredda e appiccicosa, ma più forte della paura era la stanchezza per tutte quelle umiliazioni e il desiderio di mettere finalmente un punto.
«Sì, ho paura», ammise. «Ma non posso più tacere e sopportare. Se mi arrendo adesso, non mi lascerà mai in pace. » L’ispettrice annuì con approvazione.
«È l’atteggiamento giusto. Faremo tutto il possibile per accertare le sue responsabilità. La registrazione è una prova importante, così come la testimonianza di Elena Conti. Credo che abbiamo ottime possibilità.
»
Uscendo dal commissariato, Giulia provò un insolito sollievo. Raccontare all’ispettrice tutto ciò che si era accumulato durante gli anni di matrimonio era come liberarsi di un carico pesante. Per la prima volta qualcuno non si era limitato ad ascoltarla: aveva preso sul serio ogni parola e l’aveva messa agli atti. Quella sera, tornando a casa, trovò tre chiamate perse da un numero sconosciuto.
Non richiamò. Mezz’ora dopo suonarono alla porta. Dallo spioncino vide due uomini in uniforme. «Signora Giulia Rinaldi?
Siamo del commissariato di zona e volevamo avvertirla. Oggi pomeriggio Lidia Bianchi ha tentato di entrare nel suo condominio. Una vicina del piano terra l’ha notata mentre cercava di forzare la sua cassetta della posta. L’abbiamo fermata.
Ha sostenuto di essere venuta a recuperare alcuni oggetti di sua proprietà, ma non ha fornito alcun documento che lo dimostrasse. » Il cuore di Giulia precipitò. «Dov’è adesso? » «Abbiamo redatto un verbale e l’abbiamo lasciata andare con un avvertimento.
Lei però deve essere prudente. Se si presenta di nuovo, ci chiami immediatamente. » L’agente le porse un biglietto da visita. «Questo è il mio numero, attivo 24 ore su 24.
»
Quando i poliziotti se ne andarono, Giulia chiuse tutti i lucchetti e si appoggiò con la schiena alla porta, sentendo il cuore martellare. Lidia non si era calmata. Continuava ad attaccare, cercando un modo per ferirla e vendicarsi. Giulia chiamò Elena.
«Lidia è venuta davanti a casa mia e ha cercato di forzare la cassetta della posta. » Dall’altra parte cadde il silenzio, poi Elena sospirò profondamente. «Lo sapevo. Non si fermerà.
Giulia, devi fare molta attenzione. Lidia è pericolosa. Quando viene messa con le spalle al muro, diventa imprevedibile. » «Lo capisco.
La polizia mi ha avvertita. » «Ascoltami», la voce di Elena divenne decisa. «Se vuoi, puoi stare da me per qualche giorno, finché la situazione non si calma. Ho un appartamento con due camere.
C’è spazio. » Giulia sentì un nodo salirle alla gola. Quella donna, quasi un’estranea, le offriva aiuto e protezione, mentre suo marito e la matrigna avevano trasformato la sua vita in un incubo. «Grazie, ci penserò, ma per ora rimarrò a casa.
Non voglio che lei creda che io abbia paura. » «Sei coraggiosa», disse Elena con orgoglio. «Ma il coraggio non deve diventare imprudenza. Promettimi che mi chiamerai se qualcosa ti sembrerà sospetto.
» «Te lo prometto. »
Le due settimane successive trascorsero in un’attesa piena d’ansia. Giulia tornò al lavoro e cercò di recuperare il ritmo abituale, ma continuava a guardarsi alle spalle. Ogni rumore di passi sulle scale la faceva immobilizzare.
Alla fine di una giornata lavorativa, Vittorio la chiamò nel proprio ufficio. «Volevo parlarle della sua situazione», disse. «Potremmo inviarla per un mese in trasferta in un’altra città. Formazione, incontri con i partner, alloggio e indennità pagati dall’azienda.
Forse dovrebbe allontanarsi per un po’, finché tutto non si sarà calmato. » Giulia rifletté. L’offerta era allettante. Partire, dimenticare tutto e smettere di guardarsi continuamente alle spalle.
Ma nel profondo sapeva che fuggire non avrebbe risolto il problema. «La ringrazio per la premura», rispose infine, «ma in questo momento non posso partire. C’è un procedimento penale contro Lidia Bianchi e l’ispettrice potrebbe convocarmi in qualunque momento. Inoltre, non voglio che lei creda che io abbia paura.
» Vittorio annuì. «Va bene. Se cambia idea, l’offerta rimane valida. » Poi aprì un cassetto e tirò fuori un biglietto da visita.
«Questo è un mio amico, un ex poliziotto, adesso lavora nella sicurezza privata. Se si sente minacciata, lo chiami e gli dica che viene da parte mia. »
Quella sera, tornando a casa, Giulia notò una figura familiare vicino al portone. Era Andrea, appoggiato al muro mentre fumava.
Vedendola, si raddrizzò. «Dobbiamo parlare», disse gettando il mozzicone sull’asfalto. «Non abbiamo niente di cui parlare. » Giulia cercò di superarlo, ma Andrea le sbarrò il passo.
«Giulia, per favore, voglio chiederti scusa. » Lei si fermò e lo osservò attentamente. Andrea aveva un aspetto pessimo: il volto scavato, profonde occhiaie e una giacca spiegazzata. Non assomigliava affatto all’uomo sicuro di sé che solo un mese prima disponeva del denaro della moglie.
«Chiedermi scusa? Adesso? » «Sono stato un idiota», disse passandosi una mano sul viso. «Mia madre ha sempre saputo manipolarmi.
Adesso lo capisco. Mi ha usato contro di te. » «E che cosa è cambiato? Perché sei venuto proprio adesso?
» «Perché finalmente ho visto chi è davvero. Dopo il processo, ha cercato di costringermi a vendere l’appartamento che apparteneva a mio padre. Diceva che era l’unico modo per pagarti il risarcimento. Ma quando ho rifiutato…
» si interruppe stringendo i pugni, «mi ha detto che sono un fallito proprio come lui e che ha sprecato inutilmente tanti anni della sua vita per me. » Giulia provò una fitta di compassione, ma la represse subito. «Mi dispiace, Andrea, mi dispiace davvero. Ma questo non cambia quello che hai fatto.
Hai scelto la sua parte proprio quando avevo bisogno del tuo sostegno. Pretendevi i miei soldi senza chiedermi nemmeno che cosa desiderassi io. » «Lo so», abbassò la testa. «E non ti sto chiedendo di tornare.
Volevo solo che conoscessi la verità. Adesso lei sta cercando di nascondere il denaro. Ha venduto alcuni gioielli e trasferito delle somme sui conti di certi conoscenti. L’ispettrice deve saperlo.
» Giulia si fece attenta. «Quali gioielli? Quelli che mi ha accusata di aver rubato? » «Sì.
In realtà li ha sempre avuti. Ha mentito alla polizia per costruire un caso contro di te, e ora li sta vendendo per evitare di pagare il risarcimento. » «Hai delle prove? » Andrea infilò una mano nella tasca interna della giacca e tirò fuori un foglio spiegazzato.
«È una ricevuta del banco dei pegni. L’ho trovata nella sua borsa. Sono elencati tutti gli oggetti che lei aveva denunciato come rubati. » Giulia prese il documento e scorse rapidamente le righe: orecchini d’oro con diamanti, un bracciale, un anello.
Tutto coincideva con la descrizione contenuta nel verbale di denuncia. L’importo della vendita era di 2. 800 euro. «Perché lo stai facendo?
È tua madre. » Andrea sorrise amaramente. «Perché sono stanco di essere la sua marionetta. Ha distrutto la mia vita e il mio matrimonio, e non si fermerà finché non avrà distrutto tutti quelli che le stanno intorno.
La mia vera madre, Elena, aveva ragione su di lei fin dall’inizio. » Si voltò per andarsene, ma Giulia lo richiamò. «Andrea, aspetta. Hai trovato lavoro?
» Lui si girò e, per la prima volta durante quella conversazione, sul suo volto comparve qualcosa di simile a un sorriso. «Sì. Lavoro come… ha detto, al magazzino.
Lo stipendio non è alto, ma è un lavoro onesto. Ho affittato una stanza in una pensione per lavoratori. Per la prima volta in quattro anni mi sento una persona. » Giulia annuì.
«È una buona cosa. Davvero. »
Quando Andrea se ne andò, Giulia salì nell’appartamento e telefonò subito all’ispettrice. Martina ascoltò le informazioni sulla ricevuta e chiese che le venisse inviata una fotografia.
«Ottimo, signora Rinaldi. È proprio ciò di cui avevamo bisogno. Sottrarre beni all’esecuzione di una condanna civile è un fatto serio, al quale si aggiunge la falsa denuncia relativa a quegli stessi gioielli. La posizione di Lidia Bianchi diventa sempre più grave.
» «Che cosa succederà adesso? » domandò Giulia. «Domani effettueremo una perquisizione nella sua abitazione e sequestreremo documenti e supporti elettronici. Se ha davvero trasferito denaro sui conti di terzi, lo scopriremo.
Si tenga pronta a rendere ulteriori dichiarazioni tra un paio di giorni. »
La mattina seguente Elena chiamò molto presto. «Giulia, hai saputo? Questa mattina la polizia ha perquisito la casa di Lidia.
Andrea mi ha appena telefonato. Lei è isterica. Grida che l’hanno incastrata e che è tutta colpa tua. » «Lo so.
L’ispettrice mi aveva avvertita ieri. È stato Andrea a consegnare la ricevuta. » «Sì», nella voce di Elena risuonava l’orgoglio. «Me lo ha raccontato.
Sono così felice che mio figlio abbia finalmente aperto gli occhi. » «Elena», Giulia esitò cercando le parole, «secondo te Lidia si arrenderà oppure cercherà di fare ancora qualcosa? » La pausa si prolungò. «Sinceramente non lo so.
Lidia è sempre stata una combattente, ma adesso non le è rimasta nessuna carta. Non ha denaro per un buon avvocato, non ha alleati, e persino Andrea le ha voltato le spalle. Credo che crollerà. Ma stai attenta, Giulia.
Un animale messo all’angolo può mordere un’ultima volta. »
Giulia era seduta in cucina davanti a una tazza di tè ormai freddo quando suonarono alla porta. Dallo spioncino vide due investigatori, quelli che seguivano il caso di Lidia. «Buonasera, signora Rinaldi.
Possiamo entrare? Abbiamo informazioni importanti. » Li fece accomodare chiedendosi che cosa fosse accaduto. «Abbiamo svolto un’indagine completa», cominciò l’investigatore sedendosi sul divano.
«Durante la perquisizione nell’appartamento di Lidia Bianchi abbiamo trovato non soltanto le ricevute relative ai gioielli che sosteneva di aver perso, ma anche altro. Nel suo computer c’erano conversazioni con un investigatore privato. » «Quale investigatore? » Giulia si irrigidì.
«Aveva incaricato quell’uomo di sorvegliarla, nella speranza di trovare materiale compromettente da utilizzare in tribunale. L’investigatore l’ha seguita per tre settimane, ma non ha trovato nulla. Lidia era molto scontenta e si è rifiutata di pagargli l’intero compenso. Per ripicca, lui ci ha consegnato tutta la corrispondenza.
» Giulia sentì un brivido correrle lungo la schiena. Dunque l’avevano seguita, fotografata e avevano annotato ogni suo spostamento. «Ma non è tutto», continuò l’investigatore. «Abbiamo scoperto anche che Lidia Bianchi ha tentato di comprare una sua collega, Claudia, offrendole 2.
000 euro perché dichiarasse falsamente che lei riceveva tangenti sul lavoro. » «Claudia? » Giulia non riusciva a crederci. Era una collega di lunga data, lavoravano insieme da cinque anni.
«Sì. Fortunatamente la signora Claudia si è rivolta subito alla direzione e poi a noi. Possediamo la registrazione della conversazione. Lidia l’ha incontrata in un bar e le ha offerto esplicitamente denaro in cambio di una falsa testimonianza.
» Giulia si lasciò cadere su una sedia. La portata delle manipolazioni della suocera era sconvolgente. Quella donna non voleva soltanto vincere una causa. Aveva tentato con metodo di distruggere la reputazione di Giulia, la sua carriera e tutta la sua vita.
«Che cosa accadrà adesso? » domandò piano. «Sono state formulate ulteriori contestazioni: tentata corruzione, istigazione alla falsa testimonianza e denuncia consapevolmente falsa per il presunto furto. Considerate insieme, le condotte possono comportare una pena effettiva tra i 3 e i 5 anni.
Il pubblico ministero ha chiesto una misura cautelare perché esiste il rischio concreto che Lidia continui a esercitare pressioni sui testimoni. »
Il giorno dopo, al lavoro, Claudia le venne incontro. «Giulia, posso parlarti un momento? » Uscirono nel corridoio.
«Gli investigatori te l’hanno detto? Del tentativo di corrompermi da parte di tua suocera? » «Sì», annuì Giulia. «Grazie per non aver accettato.
» «Ma sei impazzita? » protestò Claudia. «Ho registrato subito tutto con il telefono e sono andata dal direttore. Quella donna non è normale.
Mi ha raccontato cose assurde su di te, che sei una ladra, una truffatrice e che vai a letto con i superiori per ottenere promozioni. Sono quasi caduta dalla sedia davanti a tanta sfacciataggine. » Giulia sorrise amaramente. Lidia davvero non si sarebbe fermata davanti a nulla.
«La cosa importante è che adesso sia tutto finito», disse. Claudia la guardò con attenzione e aggiunse sottovoce: «No, Giulia. La cosa più importante è che tu sia riuscita a sopportare e superare tutto questo. »
Il processo penale contro Lidia Bianchi si svolse tre mesi dopo.
Questa volta Giulia entrò in aula senza che le tremassero le ginocchia. Rimase seduta con calma, ascoltando il pubblico ministero elencare i fatti: tentativo di corrompere testimoni, falsa denuncia, pressioni e minacce. Lidia appariva completamente diversa da prima. Niente abito costoso, niente espressione altezzosa, soltanto stanchezza, rabbia e smarrimento.
Evitava quasi sempre di guardare Giulia. Quando il giudice pronunciò la condanna a 3 anni di reclusione con sospensione condizionale della pena, periodo di prova e divieto di avvicinarsi a Giulia e al suo luogo di lavoro, nell’aula cadde un silenzio pesante. Per la prima volta Lidia alzò lo sguardo e incontrò quello di Giulia. Non c’era più la vecchia superiorità, soltanto stanchezza e una rabbia svuotata.
Sembrò voler dire qualcosa, ma poi si voltò. Giulia capì che era davvero finita. La primavera arrivò all’improvviso. Nell’appartamento si sentiva il profumo della vernice fresca.
La ristrutturazione sognata per tanti anni era finalmente conclusa. Nuove pareti chiare, una cucina ordinata e tubature perfettamente sistemate. Tutto era semplice, senza lusso, ma studiato in ogni dettaglio, proprio come desiderava lei. Una sera, seduta vicino alla finestra con una tazza di tè, Giulia si sorprese pensando che non ricordava da quanto tempo non pensasse ad Andrea.
Lui era uscito dalla sua vita in silenzio. Le aveva inviato qualche breve messaggio senza rimproveri né richieste, soltanto un asciutto «Scusami». Lei non aveva risposto, e con il tempo i messaggi erano cessati. A volte lo ricordava non con dolore, ma con rammarico, come una persona che non era riuscita a diventare ciò che avrebbe potuto essere.
Ma non era più un problema suo. In estate Giulia partì per una vacanza. La prima dopo molti anni. Scelse una piccola località sulla costa ligure, con il vento caldo e il rumore delle onde.
Passeggiava da sola, mangiava il gelato sul lungomare e leggeva i libri che aveva rimandato per anni. Una sera incontrò per caso Elena vicino a un caffè. «Che sorpresa! » sorrise Elena.
«Come stai? » «Bene», rispose Giulia, e per la prima volta sentì di dire la verità senza alcuno sforzo. Rimasero a lungo sedute a un tavolino, parlando con calma e semplicità, senza il peso del passato e senza tensione. Quando si salutarono, Elena disse: «Sai, Giulia, per molti anni ho creduto che la giustizia non esistesse.
Invece esiste. Soltanto, a volte bisogna aiutarla. » Giulia annuì. Forse la giustizia arriva quando smetti di avere paura e cominci a vivere con onestà.
In autunno tornò alla vita quotidiana: il lavoro, la casa e qualche incontro con gli amici. A volte si sentiva sola, ma quella solitudine era onesta, calma e libera. Una mattina, mentre si preparava per andare in ufficio, Giulia si fermò davanti allo specchio e osservò il proprio volto con calma e attenzione. Non era più la donna che restava in silenzio davanti a una cassa stringendo la borsa mentre gli altri decidevano per lei.
Era diventata una persona capace di dire no al momento giusto e senza paura. E in questo c’era una giustizia semplice, logica e pienamente meritata.


