Avevo appena finito di applicare uno strato di colla sulla crepa del vaso quando Marta mise la testa dentro la porta del laboratorio. a già le sette, disse, e il mio nome suonò come un rimprovero. Guardai l’orologio: sette e un quarto. Da mia madre la cena cominciava in punto alle sette, e io ero già in ritardo.

Posai il pennello nel solvente, mi tolsi i guanti. Domani, dissi al vaso, che rimase lì, metà incollato, metà in attesa, sotto la lampada. L’autobus era in ritardo, come sempre. La cenere dell’ultima eruzione dell’Etna era ancora sui tetti, sulle auto, sui marciapiedi.
Catania è sempre nella polvere, pensai, vulcanica o normale che sia. Tre chiamate perse da mia madre sullo schermo del telefono. Non richiamai. A che serviva?
L’avrei vista tra venti minuti, se il traffico sull’Etnea fosse stato clemente. Non lo era. Arrivai alla trattoria del nonno con quaranta minuti di ritardo, spinta da due isolati a piedi e da un’aria impregnata di pesce fritto e vino. Mia madre era seduta a capotavola.
Mi vide, gli occhi si strinsero, il viso rimase immobile. Venticinque minuti, Benedetta, disse. Traffico, risposi, appendendo la borsa allo schienale. Attorno al tavolo c’erano Saverio, Flavia, la terza ragazza in sei mesi, zia Orsola, zio Nunzio, e tre vicini di cui non ricordavo i nomi.
Buon onomastico, mamma, dissi, porgendole un fular comprato al mercato, blu con un motivo dorato, venticinque euro che avevo messo da parte con fatica. Lo guardò alla luce. Dal mercato, disse. Sì.
Non potevi comprarlo in un negozio? È un regalo normale, mamma. Tu pensi sempre al peggio. Orsola cambiò argomento, parlò del caldo, della polvere, del raccolto di limoni.
Io mangiai in silenzio, pasta con le sardine, pane, insalata. Mia madre bevve vino, un bicchiere dopo l’altro. Perché sei venuta? Saverio all’improvviso.
È il giorno del onomastico di mamma, risposi. Devo essere qui. Devi, ripetè lui sorridendo, e la parola mi parve uno scherno. Lidia posò il bicchiere.
Lei deve sempre, disse, solo che non lo fa mai. È sempre là fuori con i suoi cocci. La famiglia per lei è l’ultima preoccupazione. Posai la forchetta.
Mamma, sono qui, sono in ritardo ma ci sono. Lavoro, e poi c’era traffico. Lei rise, secca. Ti affanni con quei frammenti per pochi spiccioli, e pensi che sia importante?
Pago l’affitto della trattoria ogni mese, dissi, novecentocinquanta euro da tre anni. Chi ha pagato gli studi di Saverio? rispose lei. Li ho pagati io.
Esatto, perché è così che fa una famiglia. Ma tu non capisci cosa sia una famiglia. Hai trentotto anni, vivi chissà dove. Non ti sei sposata.
Non hai figli. Che vergogna. Flavia fissò il piatto. Saverio allungò la mano verso il pane senza guardarmi.
Orsola sospirò, guardò fuori. Mamma, non adesso, dissi a bassa voce. Alzò la voce. Vieni una volta al mese, stai zitta, te ne vai.
Affitti una specie di buco a Cibali, mentre potresti vivere qui. In casa ci vivi tu, perché sei la madre, perché questa è la casa di famiglia. Mi alzai, presi la borsa. Devo andare.
Siediti, gridò. Mi fermai. Al tavolo accanto i turisti si voltarono. Mamma, basta.
Basta, dissi. Lidia si alzò, afferrò un bicchiere. Tu mi dici basta, tu che non riesci ad arrivare in orario. Sei la vergogna della famiglia.
Sparisci. E il bicchiere volò. Non feci in tempo a girarmi. Il vetro mi colpì il sopracciglio.
Qualcosa di caldo mi colò sul viso. Vino o sangue. Alzai la mano: dita rosse. Silenzio.
Nessuno disse una parola. Saverio guardava nel piatto. Flavia si voltò verso la finestra. Orsola chiuse gli occhi.
Nunzio bevve un sorso lentamente, come se nulla fosse. Avrei potuto gridare, piangere, inveire. Invece presi un tovagliolo, lo premetti sulla ferita, e uscii. La porta sbattè dietro di me.
Camminai per ore, lungo l’Etnea, giù per corso Italia, fino a Cibali. Il sangue si seccò sulla camicetta bianca, comprata ai saldi, trenta euro or rovinata. In farmacia comprai cerotto e acqua ossigenata, un euro e venti. Mi sedetti sul cordolo, medicai la ferita.
Bruciava. Nessuno mi chiamò. Il telefono rimase muto. .
A casa, la mia stanza di trenta metri quadrati, il lavandino non gettava acqua da due giorni. Mi sdraiai sul letto e contai le crepe del soffitto. Arrivai a ventitré, persi il conto, ricominciai. La porta non si aprì, nessuno bussò.
Il giorno dopo, Marta vide il cerotto e non fece domande. Io lavorai al vaso in silenzio. Il telefono vibrò:Saverio, poi Orsola. Ignorai entrambi, posai lo schermo rivolto verso il basso.
A mezzogiorno dissi che sarei andata al mercato, e Marta annuì senza chiedere perché. Seduta sul bordo della fontana, mangiai olive e pane. L’acqua scorreva, i turisti si fotografavano. Diciotto anni prima, il nonno Agostino mi aveva chiamata nel suo studio.
Mi aveva mostrato un testamento. La casa e la trattoria passavano a me. Non a mia madre, non a Saverio. A me, perché lo aiutavo, perché studiavo restauro, perché avrei conservato la sua collezione.
Era tutto scritto, chiaro, autenticato dal notaio. Morì due mesi dopo. Mia madre trovò il testamento, impallidì, gridò che era ingiusto, che il nonno era impazzito. Poi si sedette e pianse.
Se ti prendi la casa, finiremo in strada, aveva detto. Saverio è piccolo. Io avevo vent’anni, e credetti che fosse vero. Va bene, avevo detto, vivete qui, non chiederò nulla.
Mi abbracciò, ma io rimasi immobile. Una settimana dopo nascose l’originale del testamento. Io lo trovai un anno dopo, per caso, in un vecchio comò in soffitta, tra lettere ingiallite. Ne feci una copia.
La misi in un cassetto. Non dissi nulla a nessuno. Per diciotto anni, la copia rimase lì. A volte aprivo il cassetto, guardavo i fogli, lo richiudevo.
Il giorno dopo, lo zio Nunzio mi aprì la porta della sua casa scrostata. C’era odore di vino scadente e umidità. Tirai fuori dalla borsa la cartellina, la posai sul tavolo tra noi. L’aprì, lesse a lungo, le sopracciglia si alzarono.
Il testamento di Agostino, disse. Sì, una copia, dissi. Lo sapevi da sempre? Annuì.
Lidia è a conoscenza, dissi, ha nascosto l’originale. Fischiò piano. E perché me lo mostri? chiese.
Sei un avvocato, dissi. In pensione, disse, ma so come funziona. Cosa vuoi che se ne vadano di casa? chiese.
Sì. Mi guardò a lungo, gli occhi lucidi e penetranti. Sei sicura? Sì.
È tua madre. Lo era. Va bene, disse, dammi tre giorni. Quanto costa?
Niente. Perché? Finì il vino. Perché ti ho visto come ti ha calpestata per tutta la vita, e tu sei rimasta in silenzio.
Ora non stai più in silenzio. Mi alzai. Tre giorni, Benedetta, aspettà. E chiusi la porta dietro di me, lasciandolo lì, con la cartellina sul tavolo e un nuovo inizio davanti.
Tre giorni dopo, due uomini in abiti neri bussarono alla porta di mia madre. Dietro di loro c’era Nunzio, con le mani in tasca, e un uomo anziano con una cartella di pelle. Ufficiali giudiziari, disse uno, e mostrarono il tesserino. Lidia impallidì.
Il notaio Taviani porse i documenti. L’originale del testamento di Agostino Marchesi. Autenticato. La perizia calligrafica ha confermato l’autenticità.
Benedetta Tavoletti si è rivolta a noi chiedendo di ripristinare i suoi diritti. Hai trenta giorni per liberare l’immobile. Lidia vacillò. È impossibile, gridò, è passato troppo tempo.
Non esiste un termine di prescrizione per l’esecuzione di un testamento, disse il notaio. Lidia si voltò verso Nunzio. Tu hai organizzato tutto tu? Lui la guardò calmo.
Me l’ha chiesto Benedetta. Io l’ho aiutata. Lidia rise, isterica. Mia figlia, che ho cresciuta, allattata, che mi ha colpita in faccia con un bicchiere tre giorni fa?
disse Nunzio a bassa voce. Lidia tacque. Saverio scese le scale, in maglietta, confuso. Mamma, chi c’è?
Chiama tua sorella, subito, gridò lei. Lui chiamò. Non rispose. Chiama ancora.
Non rispose. Stronza, sibilò Lidia. Stronza ingrata. Il notaio tossì, lasciò le copie dei documenti,e gli uomini uscirono.
Nunzio li seguì. Lidia lo afferrò per la manica. L’hai fatto apposta, mi hai sempre odiato. Lui guardò la sua mano, poi il suo viso.
Non ti odio, Lidia, disse, semplicemente non mi importa. E uscì. La casa fu venduta a un’asta. La trattoria cambiò nome.
La Bella Sicilia, ora si chiama, e i nuovi proprietari sono una coppia di Palermo che sogna di mettersi in proprio. I piatti tradizionali sono stati sostituiti con quelli fusion, e l’odore di aglioe pesce fritto è stato rimpiazzato da qualcosa di dolce e speziato. Mia madre passò di lì una volta, si fermò a guardare la nuova insegna, cinque minuti, forse di più. Poi proseguì, senza voltarsi indietro.
Saverio fu condannato per frode. Due anni con la condizionale. Aveva falsificato i documenti per un mutuo sulla casa che non era più sua. Gli strozzini erano venuti alla trattoria, avevano minacciato, avevano preteso.
Lui aveva cercato di recuperare al casinò, e aveva perso tutto. La banca aveva scoperto la verità, e la polizia era venuta a prenderlo. Lo seppi da Marta, che l’aveva sentito alla radio. Annuii e tornai al lavoro.
Io mi ero trasferita nella casa di via Vittorio Emanuele. Le serrature erano vecchie, le ho cambiate. Le pareti erano scrostate, le ho fatte dipingere. Ho lasciato i mobili com’erano, grandi, vecchi, pesanti.
Le loro cose le ho messe in scatole, sigillate, e spedite a Orsola. Una mattina, alla fine di luglio, mia madre era in piedi dall’altra parte della strada. Era invecchiata, la schiena curva, un fular nero in testa. Mi fermai sulla soglia.
Ci guardammo. Fece un passo avanti. Scossi la testa, lentamente. Una volta sola.
Lei si bloccò. Rimase lì un minuto, poi si voltò e si incamminò. La guardai finché non scomparve dietro l’angolo. Chiusi a chiave la porta e andai alla fermata.
Al museo lavoravo su un’anfora, ora. Un altro vaso, un altro restauro. La crepa andava dal collo alla base, sottile ma profonda. Il lavoro richiedeva pazienza.
Le mani si muovevano con sicurezza, senza tremare. A pranzo il telefono squillò. Orsola. Non rispondevo da tre mesi.
Oggi risposi. Benedetta. La voce di mia zia era cauta. Tua madre è qui da me.
Sta male. Magari tu. No, Benedetta, ti prego. Lei, dissi, è comunque mia madre.
Lo era. E riattaccai. Il telefono squillò subito. Disattivai l’audio e lo posai con lo schermo rivolto verso il basso.
Tornai all’anfora. La sera stessa c’era l’udienza di Saverio. Non ci andai. All’inizio di agosto finii l’anfora.
Tre mesi di lavoro meticoloso. Ogni frammento al suo posto. L’ultima giuntura: stesi uno strato sottile di colla, uni le parti, le premetti. La giuntura era perfetta.
Marta si avvicinò. Bello, disse. Si può incollare in modo che la giuntura non si veda? Scossi la testa.
La crepa rimarrà, dissi, ma terrà. Alle sette di sera spensi la luce e chiusi il laboratorio. Fuori faceva caldo. Agosto a Catania.
Afa, polvere, turisti. L’autobus era in ritardo. Il vulcano taceva. In casa, misi su il bollitore, preparai il tè, mi sedetti al tavolo.
Il manuale di restauro era aperto alla pagina segnata. Lessi finché il tè si raffreddò. Poi salii in camera da letto. Il soffitto era stato dipinto di fresco, bianco, senza crepe.
L’ho guardato finché non si fece buio. Poi mi spogliai e mi infilai sotto le coperte. Il telefono era sul comodino, lo schermo spento. Nessuno aveva chiamato.
Chiusi gli occhi. Silenzio. .


