Trentadue anni. Me ne accorgo solo adesso, seduto su una sedia di legno in soffitta, con un album di fotografie sulle ginocchia che non avrei mai dovuto trovare. Il tubo dell’acqua si è rotto alle sei del mattino, ho dovuto salire a cercare la valvola principale, e lì, incastrato tra due scatole di decorazioni natalizie che non apriamo da anni, c’era. Coperto di polvere, la pelle marrone logorata, le iniziali GM impresse in oro sbiadito.

Le iniziali di Giulia prima che prendesse il mio cognome. Le mani non mi tremavano quando l’ho aperto. Erano ferme, troppo ferme, come se il mio corpo sapesse già quello che la mia mente stava per scoprire. La prima foto era del giorno del nostro matrimonio, dicembre 1992.
Lei era bellissima nel suo abito bianco, ma accanto a lei c’era un uomo che non ricordavo. Alto, capelli scuri, sorriso sicuro. La teneva per la vita, e lei rideva guardandolo, e io ero da qualche parte in quella sala, probabilmente a parlare con gli invitati. Ho girato pagina.
Battesimo di nostra figlia Chiara. Lui c’era, in piedi dietro di lei. Compleanno di nostro figlio Marco. Lui c’era.
Una gita al mare, settembre 2000, quando io lavoravo e Giulia mi aveva detto che era andata con sua sorella Francesca. Nella foto c’era lui. Sempre lui, con lei, con i nostri figli. Le ultime foto risalivano al 2006, poi niente.
L’album finiva, come se qualcuno avesse chiuso un capitolo. Sotto di me sentivo l’acqua della doccia scorrere. Giulia canticchiava, come ogni mattina, come se niente fosse. Sono sceso in cucina con l’album nascosto sotto il braccio.
Lei era già vestita, jeans scuri, maglione color senape, profumo di lavanda. “Buongiorno, amore. Hai riparato il tubo? ”
“Sì, era solo la valvola.
Tutto a posto. ”
Mi baciò sulla guancia. “Oggi ho da fare tutto il giorno. Spesa, parrucchiere, e stasera palestra.
”
Palestra. Ogni martedì e venerdì sera da tre anni. Tornava sempre alle nove e mezza, puntuale, con la borsa rosa che le avevo regalato io. E io non avevo mai dubitato.
Non un solo giorno. Quando uscì, la porta si chiuse con un click leggero. Restai seduto al tavolo della cucina con quell’album davanti. Dovevo sapere.
Ho chiamato Francesca, sua sorella, per chiederle della gita al mare del 2000. Silenzio. Poi: “Quale gita, Matteo? Nel 2000 sono stata in ospedale tutto settembre.
Mi ero rotta la gamba, ricordi? ”
Riattaccai. Le mani ancora ferme. Il cuore no.
Il cuore batteva troppo forte. In una delle foto c’era un’insegna visibile: Trattoria del Sole, Siena. Conoscevo quel posto, era ancora aperto. Ho guidato un’ora in silenzio, senza musica, con quella foto nella mente.
Sul retro, scritto a mano con inchiostro azzurro, c’era: “Maggio 2003, il nostro posto. ” La scrittura di Giulia. La riconoscevo. Sono entrato verso l’una.
Un anziano signore puliva i bicchieri dietro il bancone. Ho posato la foto davanti a lui. Ha avvicinato gli occhi, e per un momento il suo viso si è illuminato. “Madonna Santa.
Giulia e Stefano. Certo che li ricordo. Venivano qui ogni mese, sempre lo stesso tavolo. Lui ordinava bistecca alla Fiorentina, lei i pici al ragù.
”
“Quando hanno smesso di venire? ”
“Lascia pensare… 2006, forse. Un giorno Stefano venne da solo. Disse che Giulia non sarebbe più tornata.
Bevve mezza bottiglia di grappa e pianse come un bambino. Disse che lei aveva scelto, che doveva rispettare la sua decisione, anche se gli spezzava il cuore. ”
L’anziano mi guardò più attentamente. “Lei è il marito, vero?
Giulia mi mostrava le foto. Matteo, giusto? ”
Annuii lentamente. “Non so cosa stia succedendo,” disse abbassando la voce, “ma quella donna amava due uomini.
E alla fine ha scelto la famiglia. Non è questo che conta? ”
“No,” risposi. “Conta sapere che mia moglie ha avuto un amante per quattordici anni.
Conta sapere che mentre io lavoravo per darle una vita dignitosa, lei si incontrava con un altro uomo. ”
Non rispose. Mi guardò con pietà. E quella pietà mi fece più male della scoperta stessa.
Sono tornato a Firenze nel pomeriggio. Ho chiamato Laura, un’ex collega di Giulia, che ogni tanto veniva ancora a cena da noi. “Ti ricordi di un certo Stefano che lavorava con Giulia? ”
Silenzio.
Troppo lungo. “Matteo, perché me lo chiedi? ”
“Rispondimi e basta. ”
“Stefano Ricci era il rappresentante commerciale.
Lui e Giulia lavoravano insieme su progetti internazionali, viaggi, fiere. Ma è finita anni fa. Si è trasferito, credo a Roma o Napoli, non lo so. ”
“Finita cosa, Laura?
”
“Matteo, io non posso…”
“Finita cosa? ”
“La relazione. Tutti in ufficio lo sapevano. Ma nessuno ti ha mai detto niente.
Perché Giulia ti amava davvero. Lo giuro. Forse non nel modo che pensavi, ma ti amava. ”
Tutti lo sapevano.
Colleghi che venivano a casa nostra per Natale, persone che mi stringevano la mano alle cene aziendali. Tutti complici del suo segreto. E io ero il pagliaccio, il marito idiota che non vedeva niente. Quella sera Giulia tornò alle nove e mezza precise, la borsa rosa in spalla, i capelli legati.
“Che serata. L’istruttrice oggi ci ha ammazzato di squat. ”
La guardai davvero. I capelli che iniziavano a diventare grigi, le rughe agli angoli degli occhi, le mani che avevano cucinato mille cene per me e per i nostri figli.
“Come stai? Sembri strano. ”
“Sto bene. Sono stanco.
”
Mi baciò sulla fronte. “Vai a letto, io faccio la doccia e vengo. ”
Aspettai che si addormentasse. Poi presi l’album da sotto il materasso e lo sfogliai di nuovo, pagina per pagina, cercando risposte che non c’erano.
Fino all’ultima pagina, dove trovai una busta gialla chiusa. Sopra, scritto a mano: “A Matteo. Se un giorno scoprirai. ” Le mani tremarono.
Finalmente tremarono. La lettera era lunga. La calligrafia era quella di Giulia, la stessa che firmava i biglietti d’amore quando eravamo giovani. “Mio caro Matteo, se stai leggendo questa lettera significa che hai trovato l’album.
Significa che il segreto che ho custodito per tutta la nostra vita insieme è finalmente venuto alla luce. Ho conosciuto Stefano Ricci nel 1991, un anno prima di conoscerti. Ci siamo innamorati immediatamente. Era passione pura.
Parlavamo di matrimonio, di futuro. Poi lui ha ricevuto un’offerta di lavoro in Germania, doveva partire per due anni. Mi chiese di aspettarlo. Io dissi di sì, ma due anni sono lunghi quando hai ventiquattro anni e sei sola.
E poi ho incontrato te. Tu eri diverso. Gentile, stabile, sicuro. Mi facevi ridere senza cercare di impressionarmi.
Mi sono innamorata anche di te, in un modo diverso, più tranquillo. Quando Stefano è tornato era troppo tardi. Mi ha chiesto di scegliere, ma io non ho avuto il coraggio. Ho sposato te, ma non ho lasciato lui.
Il giorno del nostro matrimonio era lì, nascosto tra gli invitati. Lo avevo invitato io, come collega di lavoro. Volevo che capisse che avevo scelto, ma in realtà non avevo scelto niente. Ero codarda.
Per quattordici anni ho vissuto due vite. Con te avevo la famiglia, la casa, i figli, la stabilità. Con lui avevo la passione, i sogni. Ma nel 2006 ho dovuto scegliere davvero.
Chiara stava per sposarsi, Marco iniziava l’università, e tu mi guardasti una sera e mi dicesti: ‘Giulia, sei la donna più fortunata del mondo, hai tutto, una famiglia che ti ama’. In quel momento ho capito che stavo distruggendo tutto. Ho lasciato Stefano. Gli ho spezzato il cuore e ho deciso di essere solo tua moglie.
Questi ultimi sedici anni con te sono stati i più onesti della mia vita. Ti ho amato davvero, senza ombre, senza segreti, tranne questo album che non ho mai avuto il coraggio di distruggere. Se ora mi odi, ti capisco. Se vuoi lasciarmi, ti capisco.
Ma sappi che ogni cena, ogni sorriso, ogni notte con te erano veri. Ti amo, Matteo. Per sempre tua, Giulia. ”
Ho letto quella lettera tre volte.
Poi l’ho ripiegata e rimessa nella busta. Accanto a me Giulia dormiva, respirava lentamente, pacifica. E io non provavo rabbia. Non provavo dolore.
Provavo vuoto. Vuoto assoluto. I giorni successivi sono stati strani. Lei continuava la sua routine: spesa, parrucchiere, palestra.
Io leggevo il giornale, guardavo la televisione, rispondevo sì e no. Ma dentro stavo progettando. Non volevo urla, non volevo drammi. Volevo qualcosa che lei ricordasse per sempre.
Sabato prossimo festeggiamo trentadue anni di matrimonio. Giulia ha organizzato una cena con i figli, i generi, i nipoti. Venti persone, ristorante elegante. “Dobbiamo celebrare,” disse sorridendo.
“Trentadue anni non sono pochi. ”
“No, non sono pochi. ”
Ho chiamato Chiara. “Tesoro, per l’anniversario vorrei fare una sorpresa a mamma.
Prepariamo una proiezione fotografica, tutte le foto più belle del nostro matrimonio. ”
“Oh, papà, che idea meravigliosa. La farò piangere. ”
“Sì.
La farò piangere. ”
Ho passato giorni a selezionare le foto ufficiali: il matrimonio, i battesimi, le vacanze, i compleanni. Una vita intera in immagini. E poi ho scansionato tutte le foto dell’album segreto.
Una per una. Ho creato due presentazioni. Una per la famiglia. Una per dopo.
Giovedì sera Giulia è andata in palestra. “Torno alle solite,” ha detto baciandomi. Ma questa volta l’ho seguita. Ha guidato fino alla palestra, è entrata.
Dopo dieci minuti è uscita dalla porta laterale, camminava veloce, ed è salita su un’Alfa Romeo grigia. L’ho seguita. Sono arrivati a un piccolo hotel fuori città. Albergo Primavera.
È scesa ed è entrata. Sono rimasto lì in macchina per due ore. Poi è uscita sola, è tornata alla palestra, ha ripreso la sua macchina ed è tornata a casa alle nove e mezza in punto. “Che serata!
Sono distrutta. ”
Palestra. Il sabato sera è arrivato. Il ristorante era pieno.
I nostri figli, i nipoti, tutti eleganti, felici. Giulia mi teneva la mano, sorrideva, era bellissima. Chiara mi sussurrò: “Quando arriva il dolce la facciamo partire. ” Io annuii.
Il dolce arrivò. Le luci si abbassarono. Lo schermo si accese. La musica iniziò.
Foto del matrimonio, sorrisi, applausi. Poi cambiarono le immagini. Giulia con Stefano al matrimonio. Al battesimo.
Alle feste. All’hotel. Il silenzio cadde come una pietra. Chiara impallidì.
Marco si alzò in piedi. Giulia mi guardò, gli occhi pieni di terrore. “Matteo,” disse. “Trentadue anni,” risposi.
La voce calma, troppo calma. “Trentadue anni di menzogne. Grazie per la compagnia. ”
Mi alzai, presi il cappotto, uscii dal ristorante.
E non mi girai mai indietro.


