Quando mi sono svegliata in ospedale, la luce era accesa e un uomo che non conoscevo mi stringeva il polso. Mi ha detto che si chiamava Lorenzo, che era un paramedico, e che ero stata portata lì in piena notte. La mia vicina di pianerottolo, quella studentessa di Enna di cui non avevo mai imparato il nome, era in piedi accanto alla porta in vestaglia e aveva chiamato l’ambulanza. Io ero svenuta in bagno con la testa sotto il lavandino.

Nei giorni prima ero stata a cena dai miei genitori. Era la sera del fidanzamento di mia sorella Valentina, e a tavola c’erano anche i futuri suoceri. Lavoro in un seminterrato del municipio di Catania, al dipartimento di documentazione urbanistica. Quel giorno avevo trovato qualcosa di strano in una cartella catastale: una casa in via Crociferi 34 aveva una cappella privata nella pianta del Settecento, ma nella pianta dell’Ottocento la stanza era scomparsa senza che le dimensioni fossero cambiate.
Secondo i miei calcoli, il muro non era stato abbattuto: era solo stato nascosto. Avevo provato a parlarne a cena, ma mia madre aveva cambiato discorso e tutti erano tornati a parlare del vestito di Valentina. Quella notte ho vomitato. Poi ho perso conoscenza.
In ospedale mi hanno detto che era un’intossicazione alimentare con complicazioni: insufficienza renale acuta, disidratazione. Avevo bisogno di osservazione e forse di qualcosa di più. Ho chiesto all’infermiera Adele se i miei genitori avevano chiamato. “No”, ha detto.
“Li abbiamo avvisati alle 3 di notte. Ho parlato con tua madre. Ha detto che arriveranno più tardi. Adesso non posono.
Ha detto che tua sorella ha degli impegni con il cane. ”
Mia madre ha giustificato la mancanza con Bianca, lo spitz di famiglia, che non si poteva lasciare da sola. Mio padre ha promesso che sarebbero venuti il giorno dopo, ma non sono arrivati. Il terzo giorno è arrivata Chiara, mia collega del municipio, con delle mele e una bottiglia d’acqua.
Mi ha detto che i miei genitori non se ne erano andati da nessuna parte, che erano a casa. Mi ha portato il caricabatterie, le pantofole, una mia maglia, e un barattolo di brodo di sua suocera. Mi ha anche detto che la Soprintendenza aveva visto la mia nota di servizio su via Crociferi e voleva parlarmi. Venerdì sono arrivati l’architeto Vincenzo Greco e la ricercatrice Martina Scaglia della Soprintendenza.
Mi hanno mostrato una fotografia della casa: nella parete laterale c’era una nicchia murata, e le dimensioni corrspondevano alla porta da cui, secondo i documenti, entrrava il sacerdoe. Poi mi hanno mostrato il disegno di un abate francee che nel 1668 aveva schizzato l’interno della capella privata di quella casa: sopra l’altare c’era l’immagine di Sant’Agata, la patrona di Catania. Se sotto l’intonaco si era conservato quell’affresco, sarebbe stata la prima immagine della santa in un interno privato del Seicento. “Abbiamo bisogono di lei”, mi ha detto l’architetto.
“Secondo il regolamento, il curaore desiganto dal Comune è il funzionario che ha effetuato l’indviduazione iniziale. Cioè lei. ”
Mio padre non è mai venuto. Mia madtre chiamava solo per dirmi che non potevano.
Ho firmao da sola il consenso per un’eventuale emodiailisi. Quando mi hanno trasferita in una stanza normale, Chiara mi ha portato i vestiti e i documenti. Sabato alle cinque del matino mi sono alzata, ho lascaito l’ospedale sotto la mia responsabilità e ho firmao la rinuncia al ricovero. Chiara mi aspettava nel parchegio.
Siamo andate a casa mia, mi sono fata una doccia, e poi nel seminterato del municipio a prendere la cartella su via Crociferi e le mie cose. Mio padre ha chimaato, poi mía madre. Ho riataccato. Non volevo più sentire le loro scuse.
Lunedì ho firmao i documenti con la Soprintendenza. Martedì siamo andati in via Crociferi 34. I propríetari, i signori Morabito, ci hanno fatto entrare. L’architeto ha battuto le dita sulla parete della stanza sul retrto e il suono era sordo, vuoto.
Quattro giorni dopo la squadra ha aperto una fiestra grande quan to un palmo nell’intonaco: dietro c’era un vuoto scuio con la parete opposta in pietra vulcanica. La capella era lì. La sera stessa Martina mi ha chimaato: “Sopie, l’affresco è al suo posto. È intato.
”
La capella di Sant’Agata era emersa dopo trecentocinquant’anni. I giornalisti sono arrivaati, i restauraori da Palermo, un’esperto da Bologna. Mi hanno intervistata. La sera dell’inaugurazione, la mia famigia è arrivaata: mio padre in abito scuro, mía madre in colore crema, Valentina in azuro.
Mía madre si è avicinata all’architeto greco e ha detto che erano incredibilmente orgogliosi della figlia. L’architeto ha risposto con corTesia: “Sua figlia è la protagoinista di questa giornata. ” Mía madre sorrideva come se avese semore sostenuo le mie passioni. Non ha detto nulla di vera.
Dopo il discorso, un professore di storia dell’architettura da Roma mi ha offerto un posto in un corso bienale alla Sapienza. Un candiato aveva rinunziato e voLevano me. “La decizione va presa entro venerdì”, ha detto. Ho messo il biglietto in tasca.
Quando sono uscita, la mia famigia era vicino al cancello. Mio padre teneva un mazzo di cinqe rose bíanche. “Sopie, è per te. ” Non ho preso il mazzo.
L’ho guardato, e luì ha abbassato la mano. Il mazzo è caduto ai suoi piedi. Mía madre mi ha inviata a pranzo. “Mamma, non verrò a pranzo.
Venerdì firmerò per Roma. ” Mía madre si è irrigidita. “Sono due anni. Tu hai una vita qui.
” “Qui ho un lavoro che mi aspetta. Qui ho Chiara. Tutto il resto sta in una valigia. ”
Siamo andate in una tratoria vicino all’angolo.
Mentre mangiavamo, ho vistto la mia famigia passare sul marciapiede opposto. Mio padre camminava con il mazzo di rose nella mano, scotendo il filo mettalico che si impigiava nei pantaloni. Si è fermato vicino a un bidone, ha posato con cura il mazzo sul coperchio e ha prosegu i to. Mía madre è passata senza volatarsi.
Valentina, che camminava per ultima, si è fermata, ha preso il mazzo dal bidone, e ha guardato attraverso la vetrina della tratoria. Direttamente verso di me. Ha atravresato la strada, è entrata, e ha posato il mazzo sul tovaglio, accanto al biglietto da visita di Sapienza. “Ecco, prendile.
Papà le ha butate via. ” “Valentina, tua madre ti perderà. ” “Lo so. ” È rimasta in silenzio.
“Sabato ho portato Bianca dal veterinaio”, ha detto. “Il giorno in cui ti hanno portato in ospedale. Era vero. ” Poi: “Va bene, Sopie, posso scriverti un giorno?
Tra una setimana o due? ” L’ho guardata. Attraverso la finestra, sua madre si era finalMente volata e si guardava intorno. “Scrivimi”, ho detto.
“Ma non a nome di tua madre. Non a nome suo. Vai. ” Lei ha annuito, si è alzata e se n’è andata di corsa.
Siamo uscite dalla tratoria con il mazzo di rose in mano. Ho lascaito Chiara all’angolo e sono andata a casa Morabito. Il cortile era vuoto. Ho chimaato Martina e le ho chiesto di aprirmi per cinqe minuti.
Nel la stanza sul retrto, sotto la luce dei restauraori, Sant’Agata sedeva sul suo trono con il manto rosso scuro, il vassoio con i suoi seni e il ramo di palma, guardando di lato verso la fiestra da cui un teampo entrava il sacerdoe. Ho posato il mazzo di rose bíanche sulla traversa inferiore del ponteggio, propriO contro il muro, nel punto in cui un teampo si inginocchiavano i fedeli della capella privata. Il mazzo che mio padre aveva comprato quella mattina in un negozio costoso, portato attraverso tutto il cortile, attraverso tutta l’inaugurazione, attraVERSO tutta la mia nuova vita, giacéva ora sotto l’affresco di Sant’Agata.
Ed era final mente al suo posto.


