Mia moglie preparava il caffè con amore ogni mattina, ma il sapore era strano e da settimane crollavo sul divano senza ricordare nulla. Poi ho sentito la sua telefonata: “Gli do sempre la dose…

Mia moglie preparava il caffè con amore ogni mattina, ma il sapore era strano e da settimane crollavo sul divano senza ricordare nulla. Poi ho sentito la sua telefonata: "Gli do sempre la dose...

Il sapore era sbagliato. Ogni mattina quel caffè che Giuliana preparava con tanto amore aveva un retrogusto amaro, metallico, che mi lasciava stordito per ore. All’inizio pensavo fosse la nuova miscela comprata al mercato di piazza Navona. Lei sorrideva, mi baciava sulla fronte mentre posava la tazzina davanti a me.

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“Bevi, amore mio, ti farà bene per la giornata. ”

E io bevevo sempre. Poi iniziarono i vuoti di memoria. Mi svegliavo nel pomeriggio sul divano con ore perse, ore che non ricordavo.

Il telefono mostrava chiamate perse dal lavoro, messaggi non letti. Giuliana era sempre lì, sorridente, con quella voce dolce che mi diceva di riposare di più, che lavoravo troppo. Dodici anni insieme, dodici anni di matrimonio in quella casa a Trastevere, con le finestre che affacciavano sui vicoli acciottolati. Pensavo di conoscerla.

Pensavo che la nostra vita fosse normale. Fino a quella mattina. Ero nella doccia quando sentii un rumore in cucina, un sussurro. Mi avvicinai alla porta, ancora bagnato, e la vidi.

Giuliana era al telefono, con le spalle girate verso il corridoio, e parlava sottovoce. “No, non può saperlo. Gli do sempre la dose giusta. Dorme fino alle tre del pomeriggio.

Sì, stasera posso vederti. Lui non si accorgerà di niente. ”

Il sangue mi si gelò nelle vene. Non dissi nulla.

Non urlai, non la affrontai. Tornai in doccia come se non avessi sentito niente, ma dentro di me qualcosa si era spezzato. Quella sera finsi di bere il caffè. Lo versai nel lavandino quando lei non guardava, e per la prima volta in settimane rimasi completamente sveglio.

Alle due di notte sentii la porta di casa aprirsi. Lei uscì silenziosa come un fantasma. Aspettai cinque minuti, poi la seguii. Quello che scoprii quella notte cambiò tutto.

Non le diedi soddisfazione. No, non subito. Perché la vendetta migliore non è quella urlata, è quella pianificata, fredda, devastante. E io ero solo all’inizio.

Il giorno dopo finsi che tutto fosse normale. Giuliana preparò il caffè, come sempre, con quel sorriso stampato sul viso, quel sorriso che ora mi faceva venire la nausea. Mi sedetti al tavolo della cucina, presi la tazzina tra le mani e la guardai negli occhi. “Grazie, tesoro”, dissi con la voce più calma che riuscii a trovare.

Lei si avvicinò, mi accarezzò i capelli. “Dormi bene stanotte? ”

“Come un sasso”, mentii. In realtà non avevo chiuso occhio.

Avevo passato la notte a guardare il soffitto, ripassando nella mente tutto quello che avevo visto. Giuliana che usciva di casa alle due di notte. Giuliana che prendeva la sua Fiat 500 e guidava attraverso le strade deserte di Roma. Giuliana che parcheggiava davanti a un palazzo vicino a Piazza del Popolo e saliva al terzo piano.

L’avevo seguita fino alla porta. Avevo visto la luce accendersi dietro le persiane, avevo sentito le risate, i sussurri. Poi ero tornato a casa prima di lei. Mi ero rimesso a letto e avevo finto di dormire quando era rientrata alle quattro del mattino, con l’odore di un altro uomo addosso.

“Devi mangiare di più”, disse Giuliana interrompendo i miei pensieri. “Sei dimagrito nelle ultime settimane. ”

“È il lavoro”, risposi portando la tazzina alle labbra. Ma non bevvi.

Finsi di sorseggiare, poi mi alzai di scatto come se avessi dimenticato qualcosa. “Devo prendere dei documenti dallo studio. Torno subito. ”

Andai in bagno e versai tutto nel water.

Tirai lo sciacquone e tornai in cucina con la tazza vuota. “Buonissimo”, dissi posando la tazzina nel lavello. Giuliana sorrise. “Ne vuoi un altro?

“No, grazie. Devo andare in ufficio. ” Presi la giacca e uscii. Ma non andai in ufficio.

Andai da un vecchio amico, Stefano, che lavorava come tecnico di sicurezza. Gli raccontai tutto, o quasi. Non gli dissi del tradimento, gli dissi solo che sospettavo dei furti in casa e volevo installare delle telecamere nascoste. “Quante ne vuoi?

“, chiese Stefano aprendo una valigia piena di dispositivi. “Tre. Una in cucina, una in soggiorno, una in camera da letto. ”

Mi guardò con aria sospettosa.

“Marco, sei sicuro che… ”

“Sono sicurissimo”, lo interruppi. “Puoi installarle oggi pomeriggio? Mia moglie esce sempre verso le due.

Stefano annuì lentamente. “Va bene. Ma se c’è qualcosa che non va… ”

“Non c’è niente che non va”, mentii ancora.

Alle due e mezza Stefano era a casa mia. Installò le telecamere in venti minuti. Erano piccolissime, invisibili, perfette. Mi spiegò come accedere alle registrazioni dal mio telefono, come scaricare i video, come impostare l’attivazione tramite movimento.

“Vedrai tutto in tempo reale”, disse. “E se succede qualcosa di strano, lo saprai subito. ”

“Grazie, Stefano. ”

Quella sera Giuliana tornò a casa alle sei con delle borse della spesa.

“Ho comprato il tuo vino preferito”, disse allegra. “Quello di Montepulciano che ti piace tanto. ”

La guardai mentre metteva via le bottiglie e mi chiesi quante altre bugie mi aveva raccontato in quegli anni. “Sei un tesoro”, dissi abbracciandola.

Mentre la stringevo, sentii il telefono vibrare nella tasca. Era una notifica dell’app delle telecamere. Movimento rilevato in cucina. Tutto era pronto.

Ora dovevo solo aspettare e guardare. La mattina seguente fu rivelazione pura. Mi svegliai alle sei, prima che Giuliana si alzasse. Presi il telefono e aprii l’app delle telecamere.

Impostai la registrazione automatica e aspettai. Alle sette lei entrò in cucina. Indossava la sua vestaglia azzurra, quella che le avevo regalato per il nostro anniversario. Si mosse con movimenti precisi, automatici, come se avesse fatto quella cosa centinaia di volte.

Mise l’acqua nella moka, prese il caffè dalla dispensa, poi si fermò. Guardò verso la porta come per assicurarsi che io non fossi lì. Poi aprì un cassetto, quello dove teneva i tovaglioli di stoffa, e da sotto i tovaglioli tirò fuori una piccola scatola bianca. Il cuore mi batteva così forte che pensavo mi stesse per esplodere il petto.

Giuliana aprì la scatola. Dentro c’erano delle pillole, piccole, bianche, quasi innocenti. Ne prese una, la schiacciò con il dorso di un cucchiaio e versò la polvere nella moka, mescolandola con il caffè. Riprese la scatola, la rimise sotto i tovaglioli e chiuse il cassetto.

Poi continuò a preparare il caffè come se niente fosse. Mise la moka sul fuoco, prese due tazzine, versò lo zucchero. Tutto con quella calma agghiacciante. Spensi il telefono, mi alzai dal letto, entrai in cucina con il sorriso stampato in faccia.

“Buongiorno, amore”, dissi. Lei si girò di scatto, un po’ sorpresa. “Ah, sei già sveglio? Pensavo dormissi ancora un po’.

“No, ho dormito benissimo. Che profumo! È già pronto il caffè? ”

“Quasi”, disse versando il liquido scuro nelle tazzine.

“Siediti, te lo porto. ”

Mi sedetti al tavolo. Lei arrivò con la tazzina fumante e me la posò davanti con quel sorriso, quel maledetto sorriso che ora vedevo per quello che era. Falso, calcolato, pericoloso.

“Grazie, tesoro. ”

Presi la tazzina e feci finta di bere. Ma quando lei si girò per prendere il latte dal frigorifero, versai il caffè nella pianta che tenevamo sul davanzale. Quella pianta era morta da settimane.

Ora sapevo perché. “Delizioso”, dissi posando la tazzina vuota. Giuliana si sedette di fronte a me con la sua tazzina. Bevve tranquillamente, guardandomi negli occhi.

“Hai qualche programma per oggi? ”

“Devo andare in ufficio”, risposi. “Tu? ”

“Oh, niente di speciale.

Forse vado a fare un po’ di spesa, magari passo da Francesca per un caffè. ”

Francesca, la sua amica del cuore. O almeno così diceva. “Bene”, dissi alzandomi.

“Ci vediamo stasera. ”

La baciai sulla guancia. Lei chiuse gli occhi, appoggiò la mano sul mio petto. “Ti amo, Marco.

Quelle parole mi attraversarono come lame. “Anch’io”, mentii. Uscii di casa e aspettai in macchina, parcheggiato due strade più in là. Alle nove e mezza Giuliana uscì.

Non andò a fare spesa, non andò da Francesca. Prese la macchina e guidò verso il centro. La seguii mantenendo le distanze. Lei parcheggiò vicino a Fontana di Trevi e incontrò un uomo alto, capelli neri, giacca di pelle.

Si baciarono. Non un bacio amichevole, un bacio lungo, profondo, pieno di desiderio. Presi il telefono e iniziai a filmare. Avevano scelto il posto sbagliato per tradirmi.

Fontana di Trevi era piena di turisti, piena di testimoni, piena di prove. Continuai a filmare mentre camminavano mano nella mano, mentre ridevano, mentre lui le accarezzava il viso. Poi entrarono in un hotel piccolo, discreto, perfetto per quello che stavano facendo. Aspettai fuori per tre ore.

Quando uscirono, li filmai di nuovo. Poi tornai a casa prima di lei, e quella sera finsi ancora che tutto fosse normale. Passarono tre giorni prima che scoprissi chi fosse quell’uomo. Usai le immagini che avevo filmato a Fontana di Trevi.

Ingrandii il suo viso, feci uno screenshot e lo mandai a un vecchio collega che lavorava in banca e aveva accesso a certi database. “Marco, sei sicuro di volerlo sapere? “, mi chiese al telefono. “Dimmelo e basta, Luca.

Sospirò. “Si chiama Alessio Martini, trentotto anni. Lavora come agente immobiliare, ha uno studio in via Veneto. È sposato, con due figli.

Il mondo si fermò per un secondo. “È sposato? “, ripetei, più a me stesso che a lui. “Sì.

Mi dispiace, Marco. ”

Chiusi la chiamata. Mi sedetti sul bordo del letto e guardai la foto di Alessio sul mio telefono. Sorrideva, quel bastardo.

Sorrideva e aveva una famiglia. Aveva due bambini che lo aspettavano a casa e passava i pomeriggi a letto con mia moglie. Quella sera Giuliana tornò a casa alle sette. Era raggiante, i capelli ancora umidi dalla doccia che aveva fatto chissà dove.

Indossava un vestito nuovo, rosso, aderente. “Ti piace? “, chiese facendo una piroetta. “Bellissimo.

Quando l’hai comprato? ”

“Oggi pomeriggio. Ero in centro e l’ho visto in vetrina. Non ho resistito.

Mentiva così facilmente, come se fosse la cosa più naturale del mondo. “Stai benissimo”, dissi avvicinandomi. “Usciamo stasera. Andiamo a cena fuori, come ai vecchi tempi.

Lei esitò per un secondo. “Oh, veramente sono un po’ stanca. ”

“Dai, tesoro. È da tanto che non passiamo una serata insieme, solo io e te.

Vidi qualcosa passare nei suoi occhi. Forse senso di colpa, forse fastidio. Poi sorrise. “Va bene.

Dove mi porti? ”

“Da Alfredo, il nostro ristorante preferito. ”

Quella sera la portai in quel piccolo ristorante vicino al Pantheon, dove ci eravamo incontrati la prima volta. Il proprietario, il vecchio Alfredo, ci accolse con un sorriso enorme.

“Marco, Giuliana, quanto tempo! Venite, venite, vi preparo il tavolo migliore. ”

Ci sedemmo in un angolo tranquillo. Ordinai vino rosso, quello buono di Chianti.

Giuliana sembrava nervosa, continuava a controllare il telefono. “Aspetti qualcuno? “, chiesi con tono leggero. “No, no.

È solo che Francesca mi aveva mandato un messaggio… ”

“Francesca può aspettare”, dissi riempiendo il suo bicchiere. “Stasera sei tutta mia. ”

Bevemmo, mangiammo, parlammo di tutto e di niente.

E per un momento, solo per un momento, quasi riuscii a dimenticare. Quasi riuscii a fingere che fosse ancora la donna di cui mi ero innamorato dodici anni prima. Ma poi il suo telefono vibrò. E vidi il nome sul display prima che lei potesse coprirlo.

Alessio. “Devi rispondere? “, chiesi. “No, non è importante.

Ma i suoi occhi dicevano il contrario. I suoi occhi erano già altrove, già con lui. Pagai il conto e la portai a casa. Quella notte facemmo l’amore.

O almeno io finsi. Finsi passione, finsi desiderio, ma dentro di me c’era solo ghiaccio. E mentre lei dormiva accanto a me, con il respiro lento e regolare, presi il telefono e controllai le registrazioni delle telecamere. Ne trovai una di due giorni prima.

Giuliana in cucina, al telefono con qualcuno. “Non posso più continuare così, Alessio. Mi sta diventando difficile. Lui sta iniziando a fare domande.

Pausa. “Lo so che mi ami. Ma se non lasci tua moglie? ”

Pausa più lunga.

“Va bene. Sì, ci vediamo domani alle solite ore. Ti amo anch’io. ”

Spensi il telefono.

Guardai Giuliana dormire e in quel momento capii esattamente cosa dovevo fare. Iniziai a documentare tutto con precisione chirurgica. Ogni mattina fingevo di bere il caffè, ogni volta versavo il contenuto nel water o nella pianta morta, e rimanevo sveglio, completamente sveglio, vigile, pronto. Le telecamere catturavano tutto.

Giuliana che preparava il caffè con la pillola schiacciata. Giuliana che mi guardava crollare sul divano alle dieci del mattino, soddisfatta del suo lavoro. Giuliana che usciva di casa alle undici, truccata e profumata, per andare da lui. Ma ora avevo qualcosa di più.

Avevo le conversazioni al telefono. Avevo i messaggi che lei cancellava, ma che io recuperavo attraverso il backup del cloud. Avevo tutto. “Quando finalmente ti lasci quella moglie noiosa?

“, scriveva Giuliana ad Alessio. “Presto, amore mio. Devo solo trovare il momento giusto. ”

“Hai detto lo stesso tre mesi fa.

“Lo so, ma con i bambini è complicato. Tu lo sai. ”

Bambini. Quella parola continuava a tornare.

Due bambini innocenti che non sapevano che il loro padre stava distruggendo la mia vita. Una mattina, invece di andare in ufficio, andai in via Veneto. Trovai lo studio di Alessio Martini, piccolo, elegante, con una vetrina piena di annunci immobiliari di lusso. Entrai.

Una ragazza alla reception mi accolse con un sorriso professionale. “Buongiorno, come posso aiutarla? ”

“Vorrei parlare con il signor Martini. È possibile?

“Ha un appuntamento? ”

“No, ma sto cercando una casa in zona Parioli. Mi hanno detto che lui è il migliore. ”

Il sorriso si allargò.

“Un momento, prego. ”

Aspettai cinque minuti. Poi lui uscì dal suo ufficio. Alto, come lo ricordavo dalle foto.

Capelli neri perfettamente pettinati, giacca blu scuro, camicia bianca, cravatta. Sorriso falso stampato in faccia. “Buongiorno, Alessio Martini”, disse tendendo la mano. La strinsi forte.

Forse troppo forte. Vidi un lampo di sorpresa nei suoi occhi. “Marco Santini”, risposi guardandolo dritto negli occhi. Non reagì.

Il nome non gli diceva niente. Ovviamente Giuliana non gli aveva mai parlato di me in modo serio. Ero solo l’ostacolo da superare. “Piacere, signor Santini.

Prego, si accomodi nel mio ufficio. ”

Lo seguii. Il suo ufficio era pretenzioso. Quadri moderni alle pareti, scrivania di vetro, vista su via Veneto.

Tutto perfetto, tutto curato. “Allora mi diceva che cerca in zona Parioli… ”

“Sì, o forse no. Veramente sono venuto per un’altra ragione.

Alzò lo sguardo dai documenti. “Cioè? ”

Mi sporsi in avanti sulla sedia. “Conosce una donna di nome Giuliana?

Giuliana Santini? ”

Il suo viso cambiò. Il sorriso svanì, gli occhi si restrinsero. “Io non capisco di cosa sta parlando.

“Credo che capisca benissimo. ”

Si alzò di scatto. “Guardi, signore, non so chi lei sia… ”

“Sono suo marito”, dissi con voce calma.

“E so tutto. ”

Silenzio. Un silenzio così pesante che sembrava soffocare l’aria nella stanza. Alessio si risedette lentamente.

Il suo viso era pallido. “Signor Santini, io… ”

“Risparmi le scuse, non mi interessano. ”

“Lei non capisce…

“Capisco perfettamente. Lei è sposato, ha due figli e passa i pomeriggi con mia moglie mentre io sto a casa, drogato dalle pillole che lei mi mette nel caffè. ”

I suoi occhi si spalancarono. “Pillole?

Io non sapevo niente di… ”

“Oh, ne sono sicuro”, dissi con sarcasmo. “Lei è solo una vittima innocente in tutto questo. ”

“Signor Santini, per favore, possiamo parlare con calma?

Mi alzai. “Non c’è niente di cui parlare. Volevo solo vederla in faccia. Volevo vedere l’uomo che sta distruggendo la mia famiglia.

“Io… noi ci siamo innamorati. ”

Risi. Una risata amara, vuota.

“Innamorati. Bella parola. Sua moglie sa che lei è innamorato? ”

Il suo silenzio fu la risposta.

“È quello che pensavo”, dissi dirigendomi verso la porta. “Buona giornata, signor Martini. Ci rivedremo presto. ”

Uscii dal suo ufficio con il cuore che batteva all’impazzata.

Ma dentro di me c’era solo ghiaccio. Perché ora sapevo esattamente come distruggere entrambi. La settimana successiva fu la più difficile della mia vita. Dovevo continuare a fingere, dovevo continuare a sorridere, a dire “ti amo”, a dormire accanto a quella donna che mi stava avvelenando ogni mattina.

Ma ogni giorno che passava, ogni bugia che ascoltavo, mi rendeva più forte. Più freddo. Più determinato. Contattai un avvocato.

Non uno qualunque, il migliore di Roma. Si chiamava Roberto Ferretti e aveva una reputazione terrificante nei casi di divorzio. “Signor Santini”, disse seduto dietro la sua enorme scrivania di mogano. “Mi dica tutto.

Gli raccontai tutto. Gli mostrai i video delle telecamere, gli mostrai le conversazioni, gli mostrai le prove del tradimento, delle uscite notturne, delle pillole nel caffè. Roberto guardò tutto in silenzio, poi si tolse gli occhiali e mi guardò negli occhi. “Questo è devastante.

Lei ha documentato tutto perfettamente. Con questo materiale possiamo non solo ottenere il divorzio, ma anche denunciarla per tentato avvelenamento. ”

“Non voglio denunciarla”, dissi. Mi guardò sorpreso.

“Perché no? Quello che ha fatto è un crimine… ”

“Perché la prigione sarebbe troppo facile. Voglio che perda tutto.

La casa, i risparmi, la reputazione. Voglio che capisca cosa significa distruggere una vita. ”

Roberto sorrise. Un sorriso freddo, professionale.

“Capisco. Allora procediamo in questo modo. Preparerò i documenti per il divorzio. Chiederemo la casa, metà dei suoi beni e un risarcimento per danni morali.

Con queste prove lei non avrà scampo. ”

“E c’è un’altra cosa”, aggiunsi. “L’uomo con cui mi tradisce è sposato, ha una famiglia. Voglio che anche sua moglie sappia.

“Vendetta completa”, disse Roberto annuendo. “Mi piace il suo stile, signor Santini. ”

Uscii dallo studio dell’avvocato con una nuova sensazione nel petto. Non era felicità, non era nemmeno soddisfazione.

Era giustizia. Fredda, calcolata giustizia. Quella sera tornai a casa e Giuliana stava cucinando. L’odore di ragù riempiva la cucina.

Mi avvicinai, la abbracciai da dietro. “Profumo delizioso”, dissi. “È la tua ricetta preferita”, rispose girandosi a baciarmi. “Volevo farti una sorpresa.

“Sei perfetta. ”

E mentre la tenevo tra le braccia, mentre lei sorrideva ignara di tutto, guardai verso il cassetto dove nascondeva le pillole. Domani mattina avrei bevuto il caffè per l’ultima volta. Domani mattina avrei finto di crollare sul divano.

E quando lei fosse uscita per andare da lui, le avrei lasciato una sorpresa. Quella notte dormii tranquillo. Forse per la prima volta in settimane. Perché sapevo che tutto stava per finire.

La mattina dopo Giuliana preparò il caffè, come sempre. La guardai attraverso la porta socchiusa della camera da letto. La vidi aprire il cassetto, prendere la pillola, schiacciarla, versarla nella moka. Entrai in cucina.

“Buongiorno. ”

“Buongiorno, amore. Il caffè è pronto. ”

Questa volta bevvi davvero tutto, fino all’ultima goccia.

Sentii il sapore amaro, disgustoso. Sentii la pillola cominciare a fare effetto, la sonnolenza che si diffondeva nelle vene. “Mi sento strano”, dissi portandomi una mano alla fronte. “Vai a sdraiarti”, disse Giuliana con falsa preoccupazione.

“Forse hai preso un virus. ”

Andai in soggiorno, mi sdraiai sul divano, chiusi gli occhi e aspettai. Sentii Giuliana muoversi in casa. Sentii l’acqua della doccia.

Sentii i suoi passi leggeri mentre si vestiva. Sentii la porta chiudersi. Aspettai ancora cinque minuti. Poi aprii gli occhi.

Era ora. Presi il telefono e mandai un messaggio a Roberto. “È uscita. Procedi.

La risposta arrivò immediata. “Ricevuto. I documenti sono pronti. Ci vediamo in tribunale domani mattina.

Mi alzai dal divano. La sonnolenza era ancora lì, ma resistibile. Andai in cucina, aprii il cassetto e presi la scatola delle pillole. Le fotografai.

Poi le rimisi esattamente dove le avevo trovate. Uscii di casa e per la prima volta in mesi mi sentii libero. L’ultimo atto si svolse con la precisione di una sinfonia. Seguii Giuliana fino all’appartamento di Alessio.

Non erano più prudenti, forse pensavano di essere al sicuro. Parcheggiò proprio davanti al palazzo, senza preoccuparsi di nascondersi. Salì le scale come se fosse casa sua. Mi fermai dall’altra parte della strada.

Tirai fuori il telefono e chiamai un numero che avevo trovato due giorni prima. “Pronto? “, rispose una voce femminile. “Signora Martini?

“Sì, chi parla? ”

“Mi chiamo Marco Santini. Non mi conosce, ma devo dirle qualcosa di molto importante. Riguarda suo marito.

Silenzio. “Cosa vuole? ”

“Suo marito sta tradendo lei con mia moglie. Proprio ora sono insieme nel suo appartamento in via del Corso al numero 87, terzo piano.

“Lei sta scherzando. ”

“Vorrei. Ma sono qui fuori. Se viene adesso, può vedere con i suoi occhi.

La chiamata si interruppe. Non sapevo se sarebbe venuta o meno. Ma quindici minuti dopo, una Mercedes nera parcheggiò accanto alla mia macchina. Ne scese una donna bellissima, sui trentacinque anni, vestita elegante, con il viso pallido e gli occhi pieni di lacrime trattenute.

Mi avvicinai. “Signora Martini? ”

“Dove sono? “, chiese con voce rotta.

Indicai il palazzo. “Terzo piano, appartamento C. ”

Lei non disse nulla. Entrò nell’edificio come una furia.

Io la seguii a distanza, con il telefono pronto a filmare. Salimmo le scale. La signora Martini si fermò davanti alla porta dell’appartamento C. Esitò per un secondo.

Poi bussò forte, insistente. “Alessio, apri questa porta subito. ”

Silenzio dall’interno. Poi movimenti confusi, passi veloci.

La porta si aprì. Alessio era lì in accappatoio, i capelli arruffati, il viso sconvolto. “Carla, io… cosa ci fai qui?

Ma lei non lo lasciò finire. Lo spinse da parte ed entrò nell’appartamento. Io rimasi sulla soglia, filmando tutto. “Dov’è?

“, gridò Carla. “Dove è quella… ”

E poi la vide. Giuliana uscì dalla camera da letto, avvolta in un lenzuolo.

Il trucco sbavato. Gli occhi spalancati dal terrore. “Tu”, disse Carla con una voce che gelava il sangue. “Tu sei quella che mi ha rubato il marito.

Quella che ha distrutto la mia famiglia. ”

“Io… io non sapevo che… “, balbettò Giuliana.

“Bugiarda! “, urlò Carla. Poi si girò verso Alessio. “E tu.

Tu mi hai fatto credere che lavoravi fino a tardi, che avevi clienti importanti. E invece eri qui con questa… ”

“Carla, per favore, possiamo parlare? ”

“Non c’è niente di cui parlare”, disse lei con voce improvvisamente calma.

“Il mio avvocato ti contatterà domani. E ti assicuro che non vedrai i nostri figli per molto, molto tempo. ”

Si girò per andarsene. Poi vide me sulla soglia.

“Lei è il marito? “, chiese. Annuii. “Marco Santini.

“Mi dispiace che abbia dovuto scoprire tutto così. ”

“Mi dispiace anche per lei”, dissi, con occhi pieni di comprensione. Poi guardò Giuliana. “Spero che ne sia valsa la pena.

E se ne andò, lasciando dietro di sé solo silenzio. Giuliana mi guardò. Il terrore nei suoi occhi era palpabile. “Marco, io…

non è quello che pensi. ”

“Smettila”, dissi con voce gelida. “Smettila di mentire. ”

“Marco, ti prego.

Possiamo parlare, possiamo risolvere… ”

“L’unica cosa che risolveremo è il divorzio. Il mio avvocato ti contatterà domani mattina. Ho tutto.

Le telecamere, i video, le pillole che mi metti nel caffè ogni mattina. Tutto. ”

Il suo viso divenne bianco come la morte. “Tu…

sapevi? ”

“Sapevo da settimane. E ho documentato tutto. ”

Le gambe le cedettero.

Si sedette sul pavimento, ancora avvolta nel lenzuolo, e scoppiò a piangere. Ma io non provai nulla. Nessuna pietà, nessun rimorso. Mi girai e me ne andai.

Lasciandola lì, distrutta, in mezzo ai resti della sua vita perfetta. Il divorzio fu rapido e devastante. Con le prove che avevo raccolto, Giuliana non ebbe alcuna possibilità di difendersi. Il giudice la guardò con disgusto quando vide i video delle pillole nel caffè.

L’avvocato di Giuliana tentò di minimizzare. Parlò di problemi coniugali, di stress, di incomprensioni. Ma Roberto fu spietato. Mostrò tutto: le telecamere, le conversazioni, i tradimenti ripetuti, le uscite notturne mentre io dormivo drogato sul divano.

“Vostro onore”, disse Roberto con voce ferma. “Questa donna ha sistematicamente avvelenato il mio cliente per mesi. Lo ha tradito, lo ha manipolato, lo ha ridotto a un’ombra di sé stesso. Non chiediamo pietà, chiediamo giustizia.

Il giudice annuì. “Signora Santini, quello che ha fatto è gravissimo. Non solo ha tradito la fiducia di suo marito, ma lo ha anche messo in pericolo fisicamente. Questo tribunale le toglie qualsiasi diritto sulla casa coniugale e dispone un risarcimento di centomila euro per danni morali.

Giuliana si alzò di scatto. “Centomila euro? Io non li ho. ”

“Venderà quello che ha”, disse il giudice con freddezza.

“O il tribunale provvederà a sequestrare i suoi beni. Sentenza emessa. ”

Uscii dall’aula con Roberto al mio fianco. “Ha vinto”, disse sorridendo.

“Completamente. ”

“Non ho vinto niente”, risposi. “Ho solo recuperato quello che era mio. ”

Giuliana uscì pochi minuti dopo.

Era distrutta. Il suo avvocato la sosteneva per un braccio. Mi guardò da lontano e nei suoi occhi vidi qualcosa che non avevo mai visto prima. Rimorso vero.

Dolore vero. Ma era troppo tardi. Due settimane dopo vendetti la casa di Trastevere. Non potevo più vivere lì.

Ogni angolo mi ricordava lei, mi ricordava le bugie, mi ricordava il sapore amaro di quel caffè avvelenato. Comprai un piccolo appartamento vicino al Colosseo. Nuovo inizio, nuova vita. Giuliana dovette tornare a vivere con sua madre in un paesino fuori Roma.

Perse il lavoro quando la storia si diffuse. Perché sì, la storia si diffuse. In una città come Roma, certi scandali viaggiano veloci. Alessio Martini perse ancora di più.

Sua moglie lo lasciò, prendendo i bambini e metà dei suoi beni. Il suo studio chiuse dopo che diversi clienti lo abbandonarono. Nessuno vuole fare affari con un uomo senza morale. L’ultima volta che vidi Giuliana fu per caso, tre mesi dopo il divorzio.

Ero in un caffè vicino a piazza Navona. Lo stesso caffè dove lei diceva di comprare quel maledetto miscuglio che poi avvelenava. Era seduta a un tavolino fuori, da sola, con una tazza di caffè davanti. Sembrava invecchiata di dieci anni.

I capelli non più curati, il viso segnato, gli occhi vuoti. Mi vide. Si alzò come se volesse avvicinarsi. Ma io la guardai.

Un’unica occhiata fredda, distante. E lei si risedette, abbassando lo sguardo. Non provai soddisfazione. Non provai nemmeno rabbia.

Provai solo vuoto. Perché la vendetta, quella vera, quella fredda e calcolata, non ti fa sentire meglio. Ti fa solo sentire diverso. Ti cambia, ti indurisce.

Ma mentre camminavo via da quel caffè, sotto il sole caldo di Roma, con il rumore dei turisti intorno a me e l’odore del gelsomino nell’aria, capii una cosa. Ero libero. Libero dalle bugie, libero dal veleno, libero da lei. E forse, solo forse, era abbastanza.

Quella sera tornai nel mio nuovo appartamento. Preparai il caffè da solo. Lo bevvi lentamente, assaporando ogni sorso. Non aveva nessun sapore strano.

Solo il sapore amaro e perfetto della verità.