Avevo appena finito di sistemare la posta quando le sentii arrivare lungo il corridoio. I passi di mia madre non si confondevano con nessun altro. Camminava come se qualcuno dovesse sempre cedergli il passo. «Giulia», disse entrando in ufficio.

«Hai chiamato Morelli? »
«Sì, tre persone per due giorni dalle otto. »
«Ti avevo chiesto di concordarlo prima con me. »
«Lo zucchero è sceso di un punto e mezzo stanotte.
Ne ho parlato con Enzo. »
Mi guardò con quell’espressione che conoscevo meglio del mio viso allo specchio. Poi disse soltanto: «Stasera a cena alle otto da noi. Ci saranno i Conti con Matteo e zia Franca.
Mettiti qualcosa, non venire così», e indicò la mia camicia di lino. Annuii. Lei uscì. Riaprii il cassetto e tirai fuori il taccuino di pelle che portavo sempre con me.
Nell’ultimo anno e mezzo ci avevo scritto cose che non comparivano in nessun documento ufficiale della Casa Benedetti. Sull’ultima pagina c’era una lista breve, sei punti scritti con la mia calligrafia. Tutti spuntati, tranne l’ultimo. Chiusi il taccuino e lo rimisi a posto.
All’una partii per Siena. Attraversai Campo, salii in via di Città ed entrai nel bar nascosto nel cortile, quello che conoscono in pochi. Rovere era già seduto a un tavolino d’angolo, con un espresso e un bicchiere d’acqua. «Sei in ritardo», disse senza alzare lo sguardo.
«Di quattro minuti. Di cinque. »
Mi sedetti di fronte a lui. Era stato socio di mio padre dagli anni Ottanta fino ai primi Duemila.
Poi si erano allontanati, senza litigare, come fanno le persone che si conoscono troppo bene. Quando mio padre morì, Rovere non venne al funerale. Mia madre non glielo perdonò mai. Nemmeno io, a quattordici anni.
Poi, a ventuno, cercando qualcuno da cui imparare, andai da lui. Mi aveva detto: «Assomigli a tuo padre solo negli occhi. Tutto il resto viene da Lucana, e questo è un male per te e un bene per gli affari». Allora non capii.
Ora sì. «I documenti sono dall’avvocato», disse Rovere. «Ha ricevuto la tua firma venerdì. Domani do il via libera.
»
«Non domani. Giovedì mattina. »
«Perché giovedì? »
«Oggi c’è la cena.
»
Mi guardò a lungo, in silenzio. Conosceva quel trucco, aspettare che l’altro parli per riempire il vuoto. Ma io restai zitta. Alla fine bevve un sorso d’acqua.
«Vuoi che lo dica davanti a tutti? »
«Voglio che lo dica davanti a tutti. »
«Pensi che lo dirà? »
«Se non lo dirà oggi, lo dirà sabato.
Matteo viene con i genitori per la prima volta. Zia Franca è la testimone principale in famiglia. Non avrà un momento migliore. »
«E se ti sbagliassi?
»
«Allora glielo dirò io stessa giovedì. Ma non mi sbaglio. »
Annuì lentamente, senza compassione, come chi accetta un programma di lavoro. «Enzo lo sa?
»
«Lo saprà mercoledì sera. Glielo dirò io. »
«Verrà con te? »
«Verrà.
»
«Ne sei sicura? »
«Ne sono sicura. »
Non spiegai perché. Enzo non mi aveva promesso nulla, e io non gli avevo chiesto nulla.
Ma in un anno e mezzo di cantina e di vigneti, so da che parte sta, e lui sa che io lo so. «Laurent? » chiese Rovere. «Laurent è mio.
Il contratto con Casa Benedetti lo firma mia madre, ma la corrispondenza l’ho sempre gestita io. È fedele a me, non al nome sull’etichetta. Gli scriverò giovedì mattina. »
«E la danese?
»
«Non ha ancora firmato nulla. È in fase di campioni. La convincerò. »
Rovere finì l’acqua.
«Ero contrario al fatto che aspettassi così a lungo. Avresti potuto andartene già in primavera. »
«In primavera non avevo ancora la conferma di Laurent, non c’era la danese, ed Enzo non era pronto. E soprattutto non avevo le sue parole davanti a tutti.
A me servono quelle. Perché la conosco. Tra un mese dirà ai parenti che è stato un malinteso, che l’ho fraintesa. Se venti persone la sentiranno con le loro orecchie, non potrà raccontarla diversamente.
»
Rovere sorrise appena, solo con le labbra. «Sei più fredda di quanto pensassi. »
«Anche tu allora eri freddo. Solo che stavi più in silenzio.
»
Si alzò, mise cinque euro sul tavolo. «Giovedì alle otto dall’avvocato. Non fare tardi. »
«Non farò tardi.
»
Uscendo incontrai mia sorella Chiara, che mi aspettava davanti al palazzo. Diciotto anni, più alta di me di mezza testa, capelli lunghi e lisci, l’espressione di chi è stato bello per tutta la vita. «Ci vai stasera a cena? » chiese.
«Certo. »
«La mamma è nervosa. »
«Per cosa? »
«I genitori di Matteo vengono per la prima volta.
Vuole che tutto vada bene. »
«Andrà tutto bene. »
«Non arrabbiarti, ok? »
«Per cosa?
»
Esitò. «Beh, la mamma a volte dice cose. La conosci. »
«La conosco.
»
Non approfondii. Non ne avevo voglia. La guardai andare via e pensai che forse sapeva più di quanto lasciasse intendere, oppure non sapeva nulla e si era abituata a scusarsi per nostra madre in anticipo. Tornai a casa, feci una doccia e aprii l’armadio.
Scelsi un vestito verde scuro che mia madre una volta aveva definito decente. Dal cassetto del comodino tirai fuori una piccola scatola: gli orecchini di perle che mi aveva regalato per i diciotto anni. Li indosso raramente. Ma stasera li avrei messi.
Mi sedetti sul bordo del letto. Mancavano due ore e mezza alla cena. Pensai a mio padre. Amava quella cantina come si ama un essere vivente, senza sentimentalismi, con la pazienza che si riserva a ciò che non ricambia.
Morì in fretta, in otto mesi, di qualcosa che mia madre chiama ancora «la malattia», come se una parola concreta potesse riportarlo indietro. Avevo quattordici anni al suo funerale, e non piansi. Capii cosa significa per sempre solo a diciassette, quando mia madre per la prima volta mi disse che ero tutta mio padre, e che purtroppo non era un complimento. Mi alzai, aprii il taccuino all’ultima pagina e messi una spunta accanto all’ultimo punto.
Non perché fosse cambiato qualcosa. Ma perché tra due ore e mezza sarebbe cambiato. Arrivai in via dei Rosari con dieci minuti di ritardo, quanto bastava per poterlo attribuire al traffico. Chiara mi aprì.
In salotto c’era già tutto: la tovaglia bianca, la porcellana che ricordo fin dall’infanzia, otto posti. Mia madre non accende mai candele, lo considera una messa in scena. Zia Franca parlava con la madre di Matteo, Donatella. Matteo era in piedi davanti al camino con un calice.
Il signor Conti, basso e tarchiato, aveva l’espressione di chi negozia il prezzo anche solo per salutare. «Giulia», disse mia madre vedendomi. «Finalmente. » Mi baciò l’aria sulla guancia, lo sguardo scivolò sul vestito, sugli orecchini.
Si soffermò mezzo secondo, senza reagire. «Questa è la mia primogenita Giulia. »
«Signori Conti, piacere. »
Zia Franca mi abbracciò, un abbraccio vero.
«Stai bene? » chiese a bassa voce. «Sono gli orecchini di mamma. »
«Di mamma.
»
Mi guardò più attentamente di quanto servisse per parlare di orecchini. Non dissi nulla. «A tavola! » annunciò mia madre.
Ci sedemmo. Mia madre a capotavola, i Conti ai suoi lati, poi Matteo, Chiara, zia Franca, e io con una sedia vuota accanto. A casa nostra c’è sempre un posto in più del necessario. Portarono il tagliere toscano, la finocchiona, il pecorino, i crostini.
Mia madre versò la nostra Vernaccia. Matteo alzò il bicchiere contro luce. «È vostra? »
«Nostra», disse mia madre.
«Buona. »
«Lo so. »
Il signor Conti sorrise. «Lucana, non sai proprio accettare i complimenti?
»
«Non so e non me li aspetto. »
Tutti risero. Tutti tranne me e zia Franca. Bevvi un sorso.
Quest’anno Enzo aveva azzeccato l’acidità. La conversazione prese la solita piega. Poi il signor Conti si rivolse a me. «Lei lavora insieme a sua madre, ho capito bene?
»
«Esatto. Mi occupo delle esportazioni e di parte delle questioni produttive. Francia, un po’ di Danimarca, Belgio. »
«Davvero?
Lucana, tua figlia è un tesoro. »
«Giulia è capace», disse mia madre. Zia Franca posò la forchetta. Non ad alta voce.
Ma io lo sentii. Servirono le pappardelle con la lepre. Chiara disse che era troppo secca, mia madre rispose che quella era la consistenza giusta, e discussero finché Donatella non spostò l’argomento sul matrimonio. «Pensiamo a maggio.
Maggio di solito è stabile. »
«Maggio va bene», concordò mia madre. «Chiara, hai deciso dove? »
«Pensiamo a San Galgano.
L’abbazia senza tetto. Romantico. »
Bevvi un sorso. Era la prima volta che ne parlavano in quella formazione, e notai che nessuno mi chiedeva nulla.
Era normale. Aveva senso. Portarono la bistecca. Il signor Conti si versò del Sangiovese, bevve, annuì soddisfatto.
Poi disse: «Lucana, volevo dire una cosa. Io e Donatella, quando Matteo e Chiara si sposeranno, vorremmo proporre una certa formalizzazione per quanto riguarda la distribuzione. Potremmo prendere Casa Benedetti in esclusiva, forse non solo sui canali attuali. »
Mia madre sorrise per la prima volta quella sera in modo sincero.
«Speravo che lo dicessi. »
«Chiara, a quanto mi risulta, è pronta a inserirsi gradualmente nella gestione. »
«Sono pronta», disse Chiara senza alzare lo sguardo. «È giusto così», disse mia madre.
«Gli affari di famiglia devono rimanere in famiglia. »
Zia Franca sollevò lentamente il bicchiere. «E Giulia? » chiese.
La sua voce era bassa e pacata, ma risuonò nella stanza in modo tale che Chiara alzò lo sguardo dal piatto. Mia madre guardò zia Franca, poi me, poi di nuovo zia Franca. E capii che era arrivato il momento. «Franca», disse con calma.
«Visto che l’hai chiesto, penso che abbia senso dire tutto subito. »
Il tavolo si immobilizzò. Posai la forchetta e incrociai le mani sulle ginocchia. «Giulia, io e i Conti abbiamo preso una decisione.
Casa Benedetti passerà a Chiara e Matteo dopo il matrimonio. Legalmente, completamente. Io resto come socio amministratore. Tu non farai parte di questo schema.
Va bene. Capisco che possa sembrare brusco, ma ci siamo già liberati del tuo futuro nella cantina. Lì non hai nulla, e non avrai nulla. Così sarà più onesto per tutti.
»
«Ci siamo già liberati del tuo futuro. » Lo disse con la stessa espressione con cui di solito dice «passami il pane». Senza rabbia. Senza compiacimento.
Con la calma di chi fa un bilancio contabile. Avevo previsto quasi ogni parola. Ma era più forte di quanto mi aspettassi. La guardai e sorrisi.
Non di cuore. Con la calma con cui si sorride quando si è d’accordo sul tempo. «Capisco», dissi. «Spero che tu lo accetti con comprensione.
»
«Lo accetterò. »
«Giulia è capace», disse mia madre rivolgendosi ai Conti. «Troverà un posto dove mettere a frutto le sue capacità. Ha una buona istruzione.
»
«Certo», disse il signor Conti, guardandomi con un leggero imbarazzo. «Lucana», disse zia Franca. «Franca, non dire niente. »
«Non sto dicendo nulla.
»
Presi il bicchiere e bevvi un sorso. Il Sangiovese era buono. Per un attimo pensai che nel 2021 Enzo avesse prodotto il miglior rosso degli ultimi cinque anni. Il pensiero mi sembrò così distante da tutto ciò che stava accadendo che lo annotai e lo lasciai andare.
Chiara posò finalmente la forchetta. «Mamma, forse… »
«Chiara, mangia. »
Chiara tacque.
Donatella iniziò a parlare del tempo a maggio, animatamente, cercando di coprire il silenzio. Il signor Conti annuiva. Zia Franca si voltò verso di me. «Giulia, stai bene?
»
«Sto bene. »
«Davvero? »
«Davvero, zia. »
Mi guardò più a lungo del necessario.
Non era compassione. Era qualcos’altro. Aveva visto il mio viso, la mia calma, il mio sorriso che non svaniva né tremava. Non sapeva cosa non andasse, ma sapeva che qualcosa non andava.
Lo vidi nei suoi occhi e distolsi lo sguardo. Il resto della cena proseguì per inerzia. Servirono i cantucci e il vinsanto. Mia madre raccontava di un antiquario ad Arezzo.
Chiara taceva. Anche Matteo taceva. Alle dieci e mezza mi alzai. «Grazie per la cena.
Domani mi devo alzare presto. »
«Così presto? » chiese Donatella, per cortesia. «La vendemmia.
Domani mattina da noi ci sono quelli di Morelli. »
«Certo», disse mia madre. «Certo, Giulia. »
Fecci il giro del tavolo.
Baciai zia Franca, che mi strinse la mano con forza. Baciai Chiara, che non alzò lo sguardo. Feci un cenno a Matteo e a Conti. Mi avvicinai a mia madre per ultima.
«Buonanotte, mamma. »
«Buonanotte, Giulia. »
Mi guardava negli occhi, cercando qualcosa. Lacrime.
Risentimento. Uno scandalo che non c’era stato. Non trovava nulla. Vidi nel suo sguardo un leggero stupore: la scena non era andata secondo copione.
Nell’ingresso mi misi la giacca. Chiara mi seguì fuori. «Giulia, non sapevo che fosse così. »
«Non sapevi che fosse oggi.
Va bene. »
«Giulia, aspetta. »
«Chiara, devo davvero andare. »
Aprii la porta e uscii in strada.
L’aria profumava di notte di settembre, di pietra raffreddata e di gelsomino che veniva da qualche cortile estraneo. Percorsi via dei Rosari in discesa senza voltarmi. All’angolo tirai fuori il telefono e scrissi a Rovere una sola parola: «L’ha detto». Un minuto dopo arrivò la risposta: «Giovedì alle otto».
Riposi il telefono e camminai ancora per una cinquantina di metri. Solo allora notai che mi tremavano le mani. Non molto, un tremito leggero, come per il freddo, anche se non faceva freddo. Mi fermai contro un muro e rimasi lì per un minuto, guardandomi le mani.
Poi il tremore passò, e prosegui. Arrivai da Rovere verso mezzanotte. La sua casa è bassa, in pietra, con una sola lampada accesa sotto il portico. Lui non chiude mai a chiave la porta d’ingresso.
Era seduto in cucina in vestaglia sopra la camicia, e leggeva un libro in francese. Davanti a lui c’era un bicchierino di grappa. «Siediti», disse senza alzare lo sguardo. Prese un secondo bicchierino e me ne versò uno.
Lo bevvi tutto d’un fiato. Era forte, senza rotondità, come tutto ciò che fa. «Ha detto quello che doveva dire? »
«Ha detto che si sono già liberati del mio futuro in cantina.
Che lì non ho nulla e non avrò nulla. »
«Con chi? »
«Conti, Donatella, Matteo, Chiara, zia Franca. »
«Zia Franca l’ha chiesto.
»
«Zia Franca l’ha chiesto. »
Annuì lentamente. Chiuse il libro e lo posò sul tavolo. «Bene.
»
«Cosa c’è di bene? »
«È bene che ci sia Conti. Ora non è più un testimone dalla sua parte. Non vorrà poi confermare di aver sentito una cosa del genere.
»
«Dirà che non se lo ricorda. »
«Lo so. So che lo sai. »
Si alzò, aprì il frigo, tirò fuori un pezzo di pecorino e del pane.
«Mangia. So come mangi quando sei nervosa. »
Non discussi. Spezzai un pezzo di pane, tagliai un pezzo di formaggio.
Lui si sedette di fronte a me e si versò un altro bicchiere. «Raccontamelo di nuovo», dissi. «Cosa dovrei raccontarti? »
«Di mio padre.
»
«Perché proprio adesso? »
«Perché oggi voglio sentirla. »
Rimase in silenzio per cinque secondi, poi si appoggiò allo schienale. «Tuo padre era più esile di tua madre.
E in questo stava la sua debolezza, e in questo stava la sua forza. Abbiamo comprato questo terreno insieme nell’86, in due, tramite una società. Io mi occupavo della tecnologia, lui delle vendite. Per otto anni è andato tutto bene.
Poi sposò Lucana, e due anni dopo Lucana lo convinse che io gli fossi di intralcio. Non subito. Gradualmente. Lei sa fare le cose con calma.
Lui non mi diceva nulla, ma io capivo. Nel ’97 gli proposi di separarci. Lui accettò troppo in fretta. Risacattò la sua quota, mi diede i soldi, e comprò Casa Benedetti dal vecchio Spinelli.
Lucana voleva che avessero qualcosa di loro, senza di me. Poi non ci parlammo per otto anni. Quando si ammalò, mi chiamò una volta sola. Disse che avrebbe voluto che andassi a trovarlo.
Sono andato. Eravamo seduti nella sua cucina, proprio dove ora siede tua madre, e mi disse due cose. La prima: che era stato uno sciocco. La seconda: che aveva paura per te.
Non per Chiara. Per te. Perché gli somigli, e Lucana non ama ciò che gli somiglia. »
«L’ha detto a parole?
»
«L’ha detto a parole. »
Spezzai un altro pezzo di pane, non perché avessi fame, ma perché avevo bisogno di fare qualcosa con le mani. «Non sei venuto al funerale. »
«No.
Lucana aveva fatto sapere che se fossi venuto, avrebbe fatto una scenata. E io avevo quarantotto anni e non volevo uno scandalo al funerale di tuo padre. »
«Avresti potuto venire più tardi alla tomba. »
«Ci sono andato più tardi.
Da solo. A gennaio, quattro mesi dopo. Avevi quattordici anni e mezzo, e nessuno te l’aveva detto. »
Annuii.
Lo immaginavo, ma non me l’aveva mai confermato. «Quando sei venuta da me due anni fa», disse, «ti ho riconosciuta subito. Dagli occhi, e dal modo in cui parlavi del sangiovese. Ti dissi che somigliavi tutta a tua madre tranne che negli occhi.
Ho mentito. Somigli tutta a tuo padre. Volevo vedere come avresti reagito. Non reagisti in alcun modo, e capii che con te si poteva lavorare.
»
«Grazie. »
«Non c’è di che. Ti ho usata. Tu hai usato me.
È stato un accordo onesto fin dall’inizio. »
«Lo so. »
Finì la mia grappa e ne versai ancora. «Parlami di giovedì.
»
«Tre documenti vengono spediti. Il primo: comunicazione del tuo avvocato che ti ritiri ufficialmente da tutti gli accordi informali con Casa Benedetti, senza alcun obbligo scritto, il che è confermato dall’assenza di un contratto in tre anni di lavoro. Il secondo: comunicazione che tutta la corrispondenza con Laurent Dumont e la danese è stata condotta dal tuo indirizzo personale. I contatti li hai ottenuti tu, e i rapporti se ne vanno con te.
Con allegati. Il terzo: dichiarazione che da lunedì entri come socio nel progetto Sovaggio Autentico, che opera nella stessa regione e nello stesso segmento di prezzo. »
«Enzo. »
«Enzo presenta le dimissioni mercoledì sera.
Da solo. Io non figuro nei suoi documenti. Ha deciso lui stesso. Così lei non potrà dire che l’hai adescato.
»
«Lo dirà lo stesso. »
«Che lo dica pure. Non potrà provarlo. »
«Laurent lo sa da luglio.
»
«Aspetta la tua lettera giovedì mattina. Il contratto con Casa Benedetti scade a dicembre. Non lo rinnoverà. Ne firmerà uno nuovo con noi.
»
«E Metta? »
«Metta non ha ancora firmato. Ce la farai. »
Sapevo già tutto.
Avevo bisogno di sentirlo dire da lui, quella sera, nella sua cucina. Non per sicurezza. Per un altro motivo. Lui lo capì.
«Hai dei dubbi? »
«Non sul progetto. Su me stessa. Per due minuti.
»
«Passerà. »
Si alzò, aprì l’armadietto sopra il lavandino e ne tirò fuori una busta. La posò davanti a me. «Che cos’è?
»
«Una lettera di tuo padre. Me l’ha data durante la nostra unica conversazione prima di morire. Ha detto: “Dagliela se ne avrà bisogno. ”»
«Chi ne avrà bisogno?
»
«Ne avrai bisogno tu. Di te stessa. »
Guardai la busta. Carta crema, spessa, come quella che mio padre usava per le lettere alla banca.
Sulla busta c’era il mio nome scritto con la sua calligrafia. Solo «Giulia». «L’hai tenuta per nove anni. Perché non me l’hai data prima?
»
«Perché prima non ne avevi bisogno. Ne avevi bisogno stanotte, dopo che lei ha detto la sua. Se oggi non fossi venuta da me come sei venuta, non te l’avrei data nemmeno oggi. »
«Come sono venuta?
»
«Pronta. »
La aprii. Dentro c’era un solo foglio, scritto su entrambi i lati. Lo lessi due volte.
Non lo ripeterò qui. Dirò solo che mio padre lo scrisse tre settimane prima di morire, che chiamava le cose con il loro nome, che parlava di mia madre senza indulgenza, e che alla fine aveva scritto: «Se lei ti allontana, non cercare di ricucire i rapporti. Vai e agisci. Ce la farai meglio di lei.
Anche in questo mi somigli. »
Piegai il foglio, lo rimisi nella busta e la appoggiai sul tavolo. «Va bene. Grazie.
»
«Non c’è di che. »
Rimasi seduta ancora un minuto. Lui non metteva fretta a nessuno. Mi alzai.
«Vado a dormire. »
«Vai. La stanza è pronta. »
Arrivai alla porta e mi fermai.
«Aldo», dissi. Non l’avevo mai chiamato per nome. «Se non fosse morto, secondo te lei l’avrebbe stremato? »
Mi guardò a lungo.
«Lo avrebbe stremato. Era buono, ma debole. Lei lo avrebbe stremato. È forse l’unica cosa per cui le sono grato: lo ha liberato da una lunga agonia.
»
«È cinico. »
«È cinico», concordò. «Vai a dormire. »
La stanza è piccola, al secondo piano, con una finestra che dà a est.
Mi sdraiai senza spegnere la lampada, con la busta sul comodino. Rimasi a guardare il soffitto per una decina di minuti, poi spensi la luce. Mi addormentai più in fretta di quanto mi aspettassi. La mattina dopo mi alzai alle sette.
Rovere era già in piedi, aveva preparato il caffè. Lo bevemmo sotto il portico. Faceva freddo. Il vigneto dietro casa era ancora in ombra, e i tralci brillavano di rugiada.
Alle otto eravamo dall’avvocato Basile, in via Banche di Sopra. Mi mostrò i tre documenti nella versione definitiva. Li lessi tutti con attenzione, riga per riga. In un punto corressi la formulazione: sostituii «risoluzione» con «cessazione», perché non c’era nulla da risolvere, non essendoci un contratto.
Basile annuì, corresse, ristampò. Firmai tutti e tre, e scrissi la data: 25 settembre. «Quando li spediamo? » chiese Basile.
«Alle dieci, con corriere. Controfirma, non per via elettronica. Una copia a Lione, una alla danese. Questa la mando io stessa.
»
Uscii alle nove e mezza. Rovere mi aspettava giù in macchina. Andammo a prendere un caffè in un bar all’angolo di via della Sapienza, dove nessuno ci conosceva. Pagò lui.
Non obiettai. Era forse l’ultima volta che mi pagava un caffè, e lo sapevamo entrambi, ma nessuno dei due ne parlò. Lo salutai vicino alla macchina. Non mi abbracciò, non mi diede una pacca sulla spalla.
Annuì soltanto e si mise al volante. Proseguii a piedi verso casa. Lungo la strada entrai in farmacia e comprai un cerotto. Non mi serviva nulla.
Volevo solo entrare in farmacia per constatare che quella mattina potevo ancora comprare un cerotto come una persona normale, e che tra due ore non sarei più stata proprio la stessa persona. Valeva la pena ricordare com’ero prima. Alle dieci e dieci Basile mi scrisse: «Consegnato. Firmato di proprio pugno da Lucana Benedetti».
Guardai lo schermo e misi via il telefono. A casa mi preparai una seconda tazza di caffè e mi sedetti vicino alla finestra. Il cortile era vuoto, solo il bucato della vicina di fronte ad asciugare sul filo. A un certo punto mi resi conto che stavo sorridendo.
Per la prima volta in ventiquattro ore, in modo sincero, non con quel sorriso che avevo sfoggiato a tavola da mia madre. Fu una spiacevole presa di coscienza, ma non discussi con essa. La prima telefonata di mia madre arrivò alle undici e venti. A quell’ora non ero più a casa.
Ero da Rovere, a Sovaggio, perché a mezzogiorno avevamo un colloquio con due lavoratori stagionali da assumere per il nuovo progetto. Il telefono vibrava nella borsa sul sedile del passeggero. Non rispondevo. Alle undici e ventitré vibrò di nuovo, e alle undici e venticinque.
Poi arrivò un messaggio di Chiara: «Giulia, chiama la mamma. Urgentissimo. » Senza punto interrogativo, senza punto. Arrivai a Sovaggio, parcheggiai davanti a casa Rovere, tirai fuori il telefono.
Tre chiamate perse da mia madre, un messaggio di Chiara, una mail di Laurent con la conferma che aveva ricevuto la mia copia. Come previsto. Risposi a Laurent con un breve grazie, e rimisi il telefono in tasca. Rovere uscì di casa.
«Già? »
«Già. »
«Enzo. »
«Enzo ha presentato le dimissioni ieri alle dieci di sera.
Di persona. In mano. »
Ci dirigemmo verso la dependance, dove ci aspettavano già due persone: un uomo sulla quarantina, corpulento, con un berretto, e un ragazzo di una ventina d’anni, suo nipote. Li aveva raccomandati un cugino di Morelli, non quello da cui avevo preso gli operai.
La conversazione fu d’affari, circa quaranta minuti. Tariffe, orari, vitto. Prendevo appunti sul mio taccuino di pelle. Rovere sedeva accanto a me e taceva, intervenendo solo per precisazioni tecniche.
Quando finimmo e ci stringemmo la mano, notai che il telefono vibrava senza sosta. Non lo tirai fuori. Dopo che se ne andarono, lo guardai: sei chiamate perse da mia madre, due messaggi di Chiara, uno di zia Franca, e uno che mi sorprese più di tutti: Matteo. Aprii prima quello di zia Franca: «Giulia, chiamami quando puoi.
Non la mamma. Me. »
Matteo aveva scritto: «Giulia, non sono affari miei, ma mio padre in questo momento è in una situazione molto spiacevole. Richiamami quando puoi.
»
Chiara: «Giulia, cosa hai fatto? » E un minuto dopo: «La mamma è furiosa. Enzo se n’è andato. Che sta succedendo?
»
Misi via il telefono. Io e Rovere entrammo in casa. Lui mise l’acqua per la pasta. Io aprii il portatile e controllai la posta.
Una mail da Metta, la danese: era al corrente, aveva ricevuto il mio messaggio privato, ed era pronta a parlare dei nuovi campioni di Sovaggio Autentico. Risposi che avrei spedito i campioni la settimana prossima. All’una e un quarto mia madre chiamò di nuovo. Stavolta risposi.
«Pronto? Giulia? »
La sua voce non era come al solito. Non più forte.
Al contrario, più bassa, più densa. È così che suona una persona che si trattiene. «Sì, mamma. »
«Che cos’è?
»
«Che cosa? »
«I documenti di Basile. Non fare finta di niente. »
«Ah, quelli.
È la notifica di cessazione degli accordi. Non c’erano accordi tra noi. No, proprio per questo è una notifica di cessazione, non di risoluzione. Basile ha scelto bene le parole.
»
Pausa. Sentivo il suo respiro. Me la immaginai nello studio di Casa Benedetti, alla scrivania di mio padre, con quei tre fogli davanti. Per un attimo mi incuriosì.
Poi smisi di incuriosirmi. «Dov’è Enzo? »
«Non lo so, mamma. Non deve rendere conto a me.
»
«Non mentire. »
«Non sto mentendo. Ti ha consegnato le dimissioni di sua iniziativa. Chiedi a lui dove va, se ti interessa.
Penso che te lo dirà. »
«Va da Rovere. Forse tu stai con Rovere. »
«Sto con Rovere.
»
La pausa fu più lunga. «Quando? » disse lei. «Cosa?
»
«Quando stai con Rovere? »
«Da luglio dell’anno scorso. Un anno e due mesi. »
«Un anno e due mesi.
Hai lavorato lì e qui? »
«Ho lavorato qui. Da lui ho studiato e ho collaborato a due progetti. Da luglio di quest’anno ho firmato un accordo di partnership.
Da lunedì mi trasferisco lì a tempo pieno. »
«Laurent è tuo? »
«Laurent è mio. È con me fin dall’inizio.
Il suo contratto con Casa Benedetti scade a dicembre. Ne firmerà uno nuovo con noi. »
«È un tradimento. »
«È un tradimento, concordai.
Se lo guardi dal tuo punto di vista, sì. »
«Sono tua madre. »
«Sono tua figlia. E ieri hai detto davanti a tutti che hai distrutto il mio futuro.
Ti sto solo aiutando a formulare il pensiero, così entrambe avremo la stessa visione di ciò che sta succedendo. »
«Non intendevo… »
«Sì che intendevi, mamma. Non le sto travisando.
Le hanno sentite sette persone. Se vuoi, posso chiedere a zia Franca di ripetere. »
Silenzio. Lungo.
«Torni a casa oggi? » chiese. «No. »
«Dobbiamo parlare.
»
«Non dobbiamo parlare oggi. Se vuoi parlare, parliamo domani o dopodomani. Sceglierò io il posto. »
«Giulia, cosa c’è?
»
«Mamma, è un errore, forse. Ma è un mio errore, non tuo. »
Riattaccai. Non lo sbattetti giù.
Lo riattaccai. Appoggiai il telefono sul tavolo con lo schermo rivolto verso il basso. Rovere era ai fornelli. «Come ti è sembrata?
»
«Peggio che a voce alta. »
«Lo so. »
Versò la pasta, spaghetti con aglio, olio e pepe. Mangiammo in silenzio per cinque minuti.
«Stasera andrà da Conti», disse. «Perché? »
«Per salvare l’affare. Oggi Conti verrà a sapere dai suoi che metà dell’infrastruttura di Casa Benedetti se ne va.
Comincerà a rivedere le condizioni. Lucana deve riuscire a parlargli prima che le riveda. »
«Non ce la farà. »
«Non ce la farà», concordò.
Alle tre del pomeriggio squillò un numero sconosciuto. Era il signor Conti in persona. «Giulia, cercherò di essere breve. Vorrei capire cosa è successo.
»
«È successo quello che ha sentito ieri a cena, e quello che ha letto oggi nei miei documenti. Non è successo nient’altro. »
«Non capisco perché misure così drastiche. »
«Sono drastiche nella misura in cui mia madre ieri mi ha definita inutile davanti a lei e ai suoi parenti.
»
«Lucana era emotiva. »
«Lucana non è mai emotiva. È calcolatrice. Quello di ieri era calcolato.
»
Pausa. Conti non era uno stupido, l’avevo capito già a cena. «Quali sono le sue intenzioni? »
«Non ho intenzioni nei suoi confronti e di suo figlio.
Me ne vado da Casa Benedetti, mi porto via ciò che mi appartiene, e comincio a lavorare altrove. Quello che farete del vostro accordo sono affari vostri. »
«Laurent Dumont se ne va con lei. »
«Laurent Dumont se ne va con me.
È una sua scelta, non mia. Se vuole, glielo chieda. »
«L’ho già fatto. Ha confermato.
»
«Allora conosce la risposta. »
Altra pausa. «Giulia, voglio che lei capisca: non sto dalla parte di sua madre in questa faccenda. Sto dalla parte dei miei affari.
»
«Capisco. »
«Se Sovaggio Autentico avesse bisogno di un distributore, potremmo parlarne a parte. »
Mi scappò quasi una risata, non per sfrontatezza, ma per la rapidità con cui stava già cambiando argomento. «Grazie.
Credo che abbiamo già dei piani per la distribuzione, ma lo riferirò ad Aldo Rovere. »
«Riferisca. »
«Lo farò. Arrivederci, signor Conti.
»
«Arrivederci, Giulia. »
Riattaccai e guardai Rovere. Sorrideva. «Che c’è?
»
«Niente. Sapevo che avrebbe chiamato. Pensavo alle cinque. È in anticipo.
»
«Ha proposto la distribuzione. »
«Certo che l’ha proposta. »
«Non parlerò con lui. »
«Lo so.
»
Alle cinque chiamò zia Franca. Risposi subito. «Giulia, dove sei? »
«Da Rovere, a Sovaggio.
Sono ancora a Siena, parto domani. »
«Volevo vederti prima di partire. »
«Domani alle dieci al bar Palio, nel cortile in via di Città. »
«Ci sarò.
»
Rimase in silenzio. «Giulia, voglio che tu lo sappia. Ieri ho visto la tua faccia. Non ho capito tutto, ma l’ho vista.
Non dirò nulla a tua madre. Qualunque cosa tu faccia, non le dirò nulla. »
«Grazie, zia. »
«Non c’è di che.
»
Rimasi ancora un po’ da Rovere, poi andai in città. Lungo la strada chiamai Chiara, ma non rispose. Alle sei e mezza ero a casa mia, in via del Capo di Mondo. Chiara mi aspettava davanti al portone.
«Giulia, posso entrare? »
«Non oggi. »
«Cinque minuti. »
«Chiara, non oggi.
Domani. »
Aveva gli occhi rossi, non per le lacrime, ma per come se li strofina quando è nervosa. Conoscevo quell’abitudine fin dall’infanzia. «L’ha detto davvero?
» chiese. «Cosa? »
«Che se n’era liberata. »
«L’ha detto.
»
«Allora non l’ho sentito. »
«L’hai sentito, Chiara. È solo che non vuoi ammetterlo. È normale.
»
Si morse il labbro. «Matteo è furioso. Con me, con lei, con papà. E un po’ anche con me.
Pensa che sapessimo tutto e che l’abbiamo incastrato. »
«E voi lo sapevate? »
«Non sapevo che sarebbe andata così. Sapevo che la cantina sarebbe passata a noi.
Me l’ha detto in primavera. Ad aprile. »
«Va bene. »
«Giulia, io…
»
«Vai, Chiara. Ti chiamo. Non oggi, ma ti chiamerò. »
Rimase lì un secondo, poi se ne andò.
La guardai fino all’angolo. I capelli castani, alla luce della sera, sembravano più scuri che al mattino in Campo. Normali. Salii in camera e aprii la finestra.
Il cortile odorava di pietra che si raffredda. Presi il telefono: una chiamata persa da mia madre, l’ultima della giornata, alle cinque e quaranta. Nessun messaggio. Chiamai Rovere.
«Domani alle undici da Basile, bisogna firmare un altro documento per Enzo. »
«Lo so. Ci sarò. »
Misi il telefono in carica, aprii il portatile e scrissi a Metta una lunga email sui campioni.
Finii alle dieci, chiusi il portatile e rimasi davanti alla finestra. Il cortile era buio. Solo nella finestra della vicina di fronte c’era luce accesa, e lei camminava avanti e indietro con un piatto in mano, parlando con qualcuno invisibile. Pensai che anche mia madre, in quel momento, era probabilmente in piedi davanti a una finestra, e che la sua percezione di questa serata era completamente diversa dalla mia.
E forse era proprio questo il motivo per cui avevo fatto tutto: non il risultato, ma la differenza tra la sua serata e la mia. Mercoledì mattina le scrissi un messaggio: «Domani, Caffè Nannini, via Banche di Sopra, alle tre del pomeriggio». Rispose dopo due minuti: «Va bene». Senza domande.
Senza precisazioni. È sempre stata disciplinata. Con zia Franca ci incontrammo martedì mattina nel cortile del bar Palio. Rimanemmo circa un’ora.
Non le raccontai tutto, solo quello che ritenevo necessario, e lei non fece domande superflue. Al momento di salutarci, disse: «Sapevo già da Natale che stavi facendo qualcosa. Il tuo sguardo era cambiato. Ho aspettato che fossi tu a scrivermi.
»
Ci abbracciammo vicino al taxi, e se ne andò. Giovedì arrivai al Caffè Nannini con dieci minuti di anticipo. Mi sedetti vicino alla finestra e ordinai un espresso. Lucana arrivò puntuale alle tre.
Come sempre. Indossava un cappotto grigio e le stesse perle. Non mi baciò l’aria sulla guancia, non si tolse il cappotto. Si sedette di fronte a me e appoggiò la borsa sulla sedia accanto.
«Cosa prendi? »
«Niente. »
«Prendi un caffè. È più comodo.
»
Ordinò un espresso. La cameriera se ne andò. Lucana aveva un aspetto peggiore rispetto a lunedì. Non era spettinata, non sa essere spettinata, ma in qualche modo era più smunta, con le occhiaie più scure.
Aveva dormito male due notti di fila, e per la prima volta dopo tanto tempo non aveva il controllo della situazione. E questo la logorava più di qualsiasi cosa. «Ti ascolto», dissi. «Sei stata tu a invitarmi.
»
«Sì. E voglio che tu dica tutto quello che sei venuta a dire. Poi parlerò io. Così è più veloce.
»
Rimase in silenzio. Le portarono l’espresso, ma non lo toccò. «Mercoledì Basile ha inviato un aggiornamento sulla lista dei contraenti», disse. «Con cosa precisamente non sei d’accordo?
»
«Con Morel. Jean-Paul Morel lavorava con Casa Benedetti già ai tempi di tuo padre. »
«Jean-Paul Morel ha lavorato con mio padre fino al 2010, poi se n’è andato perché litigaste sul prezzo della bottiglia. L’ho richiamato io nel 2023, scrivendogli per prima.
Ho la corrispondenza dalla prima lettera. Avrebbe potuto restare con noi? »
«Avrebbe potuto. Ma non vuole.
Chiediglielo. »
«Va bene. Avanti. »
«Enzo.
Cosa c’è? »
«Non ha il diritto di andarsene nel bel mezzo della vendemmia. »
«Ce l’ha. Non ha un contratto a tempo determinato.
Lavora per voi con un accordo verbale dal 1976, come già con mio padre. Basile ti ha già risposto. »
«È sleale nei confronti dell’azienda. »
«Lucana», dissi.
Per la prima volta in vita mia la chiamai per nome. L’angolo della sua bocca ebbe un sussulto. «Non parliamo di onestà. Sappiamo entrambe a che livello si trova questa conversazione.
»
Mi guardò a lungo. Poi, con mia sorpresa, si tolse il cappotto e lo appese alla sedia. Sotto c’era un maglione di cashmere grigio scuro e le stesse perle. Si stava preparando alla conversazione.
«Va bene», disse. «Ti ho ferita lunedì. Sono d’accordo che la formulazione fosse brusca. »
«Non lo era.
Era precisa. Non c’è bisogno che la addolcisca adesso. »
«Giulia, sono tua madre. »
«Questo non è un argomento in una conversazione tra adulti.
Era un argomento quando avevo quattordici anni. Ora ne ho ventitré, ed è semplicemente un dato di fatto. »
«Parli come Rovere. »
«Parlo come me.
Rovere parla più o meno così perché ha passato abbastanza tempo con me da farmi smettere di parlare come te. »
Bevve un sorso di espresso e posò la tazza. «Cosa vuoi da me? Dillo chiaramente.
»
«Niente. Non funziona così. »
«Funziona. »
«Non voglio soldi, quote, scuse, spiegazioni, nuove conversazioni.
Non voglio che tu venga da Rovere, e non voglio che mi scriva lettere. Ti ho invitata qui perché Basile ha detto che dobbiamo verificare un punto dal notaio. Verifichiamo e basta. »
«Quale punto?
»
«L’accesso al vecchio archivio di mio padre. Lettere, contabilità degli anni Novanta. Voglio una copia di tutto ciò che riguarda l’acquisto di Casa Benedetti da Spinelli, e una copia del contratto con Rovere sul terreno comune del 1997. »
«A cosa ti serve?
»
«È mio. Sono sua figlia. Per legge ne ho diritto. »
«Hai intenzione di andare in tribunale?
»
«No. Ho intenzione di avere una copia dell’archivio di mio padre. Sono due cose diverse. »
«È un ricatto.
»
«Non è un ricatto, Lucana. Se avessi voluto fare causa, l’avrei fatta. Basile ha calcolato la tua quota in Casa Benedetti, tenendo conto della provenienza dei fondi. C’è di che parlare, ma io non lo farò.
L’archivio, però, me lo prendo. »
Mi guardò. Sul suo volto apparve un’espressione molto fugace. Non paura.
Riconoscimento. È così che guardano le persone quando capiscono all’improvviso di aver sottovalutato l’interlocutore. «Va bene», disse. «Ti darò una copia tramite Basile entro due settimane.
»
«Grazie. »
Silenzio. Al tavolo accanto, una coppia di turisti discuteva ad alta voce in inglese se andare al Duomo adesso o dopo pranzo. Lucana non girò nemmeno la testa.
Non nota i turisti da quarant’anni. «Giulia», disse. «Voglio che tu sappia una cosa. Non l’ho fatto perché non ti amavo.
»
Bevvi un sorso del mio espresso ormai freddo e pensai se rispondere. Decisi che rispondere non era per lei, ma per me stessa. «Lucana, non so se mi amavi o no. E ormai non mi riguarda più.
Forse mi amavi a modo tuo. Hai la tua versione dell’amore, la conosco fin dall’infanzia. Forse no. Anche questo è possibile.
Non mi metterò a capirlo. Sarebbe una perdita di tempo. E ora ho altro da fare. »
«Non è questo.
»
«Lo so. Anche in questo somiglio a mio padre. »
«Lo so. Anche lui sapeva andarsene così da una conversazione.
Solo che lui se ne andava in modo più delicato. »
«Lo so. »
Lei finì l’espresso e tirò fuori il portafoglio. «Pago io», dissi.
«Ti ho invitata io. Pago il mio caffè. »
«Va bene. »
Mise due monete da un euro sul tavolo, si mise il cappotto.
«Quando vai ufficialmente da Rovere? »
«Lunedì. Sovaggio Autentico. »
«Sovaggio Autentico.
Bel nome. »
«Grazie. »
«Non è un complimento. È solo una constatazione.
»
«Lo so. »
Rimase in piedi vicino al tavolo. Pensai che avrebbe detto ancora qualcosa, una mossa finale. Invece annuì brevemente, come si fa con un partner d’affari alla fine di un incontro, e si diresse verso l’uscita.
Sulla porta si voltò. «Chiara non ha colpa di nulla. »
«Lo so. »
«Ti scriverà.
»
«Forse non respingerla. »
Era la cosa più strana che avesse detto in tutta la conversazione. E forse la più sincera. La guardai.
«Non la taglierò fuori. Ma non mi trascinerò dietro. Chiara è grande, deciderà da sola da che parte stare, e che tipo di sorella vuole. Non l’aiuterò a scegliere.
»
Lucana ci pensò su, annuì, e uscì. Rimasi al tavolino a finire il caffè. Eran quasi pieno. Era un peccato buttarlo via.
Pagai il mio e il suo, e uscii in via Banche di Sopra. Era una giornata limpida, dorata, come quelle che si hanno a Siena a fine settembrre. Mi incamminai verso via del Capo di Mondo, poi ci ripensai e svoltai verso Campo. Mi sedetti sui mattoni caldi, appoggiando la schiena al muro, come fanno turisti e gente del posto con uguale piacere.
Tirai fuori il telefono e scrissi a Rovere: «Ho finito». Rispose: «Alle cinque da me. Enzo porta il contratto per la seconda partita. Non fare tardi».
Misi via il telefono. Rimasi seduta in Campo per una ventina di minuti. Non pensavo a mia madre, né a ieri, né a Chiara, né a Rovere. Pensavo al fatto che Laurent a Lione probabilmente stava già pranzando, che ad Aarhus da Metta c’erano quattro ore in meno, che lunedì mattina avrei avuto il primo incontro da socia, che Enzo ha l’abitudine di bere un caffè con tre cuccchiai di zucchero prima di un lavoro serio, e che avrei dovuto comprargliene uno buono, non da bar.
Pensavo alle piccole cose. Le piccole cose reggono meglio. Verso le quattro e mezza mi alzai e andai alla macchina. Raggiunsi Sovaggio in vencticinque minuti.
Rovere era già lì. Enzo arrivò poco dopo. Ci sedemmo in cucina, stendemmo i fogli. Era il solito lavoro: calcoli, grafici, firme.
Lavoravo con calma. Non riccordavo nulla. Non tornavo con la mente alla conversazione. Lucana non mi passò per la testa per le tre ore successive, e lo notai senza stupirmi.
Alle otto finimmo. Enzo se ne andò. Rimasi a cena da Rovere. Stava arrostendo agnello al rosmarino.
Mangiamo in veranda, perchè la serata era mite. Mi versò un pò del suo rosso, non grappa, ma vino. Il suo esperimento con un vecchio vitigno. Era irregolare, ma interessante.
«E Chiara? » chiese. «Forse ci vedremo tra un mese. Forse tra un anno.
Non lo so. »
«Ti dispiace per lei? »
«Mi dispiace. Ma non molto.
È una donna di diciotto anni, non una bambola. Se la caverà. »
«Magari non se la caverà. »
«Maari non se la caverà», concrodai.
«Allora è la sua vita. »
Sorise e mi versò altro vino. Alle nove e mezza mi preparai per tornare a casa. All’auto, Rovere mi fermò per la prima volta con un gesto insicuro, come una persona che non è abituata a quel gesto.
«Giulia. »
«Sì? »
«La lettera di tuo padre. L’hai letta?
»
«L’ho letta due volte. Una vvolta bastava. »
«Perchè? »
«Perchè una volta basta.
So cosa c’è scritto. E tornarci soprra significa aspettarmi ancora qualcosa da lui. E io non mi aspetto più nulla da lui. »
Mi guardò, non dissse nulla, annuì.
Arivai a Siena in venti minuti. Lasciài l’auto nel parcheggio di San Domenico e raggiunsi a piedi via del Capo di Mondo. Il cortile di casa mia era silenzioso. Dalla vicina di fronte, la luce erà di nuovo accesa.
Nell’ingresso, sul pavimento, c’era una busta. Qualcuno l’aveva infilata sotto la porta. La raccolsi. La carta erà economicca, bianca, con una scritta in grafia semplice, senza appellatvo:
«Giulia, non sono arrabbiata con te.
È solo che per ora non so cosa farmene. Chiara. »
Posai la busta sul tavolo in cucina. Rimasi un pò alla finestra.
Il cortile profumava di pietra raffreddata e un pò di gelsomino, come due sere fa in via dei Rosari, quando tornavo da casa di mia madre e mi trevavano le mani. Adesso le mani non mi tremano.


