La playlist si chiamava “Per me”. Quando la trovai, quella notte, nascosta tra le altre sul profilo Spotify di Francesca, qualcosa dentro di me si spezzò per sempre. Non era tra le playlist pubbliche. L’aveva resa privata, ma io conoscevo la password del suo account da anni.

Non avevo mai avuto motivo di usarla, fino a quella notte. Erano le tre del mattino. Francesca dormiva accanto a me, il respiro calmo, le labbra socchiuse. Io ero seduto sul divano del nostro appartamento a Firenze, il telefono in mano e il cuore che batteva così forte da farmi male al petto.
Sessantasette canzoni. Tutte aggiunte negli ultimi otto mesi. Tutte troppo romantiche per essere un caso. “Your Song” di Elton John.
“Wonderwall” degli Oasis. “La cura” di Battiato. Canzoni che non ascoltavamo insieme da anni. Canzoni che lei diceva di aver dimenticato.
Ma la data di aggiunta non mentiva. 23 aprile: il giorno dopo il suo corso di aggiornamento a Bologna. 12 maggio: il weekend passato dalla sua amica Giulia a Verona. 3 giugno: la sera in cui era tornata tardi dall’ufficio con gli occhi troppo brillanti e il sorriso troppo largo.
Ogni canzone era un tradimento. Ogni data era una bugia. Ogni titolo era una confessione che non aveva mai avuto il coraggio di farmi. E io ricostruivo la cronologia del suo amore per un altro uomo attraverso una maledetta playlist di Spotify.
Non piansi, quella notte. Continuai solo a scorrere, canzone dopo canzone, data dopo data, finché non capii esattamente quando era iniziato tutto. Febbraio. Otto mesi prima.
Subito dopo San Valentino, quello in cui io le avevo regalato un weekend a Venezia e lei mi aveva detto che ero l’uomo della sua vita. Bugiarda. Ma sapete cosa mi fece più male? Non era il tradimento in sé.
Era il fatto che lei avesse creato un mondo parallelo, fatto di canzoni, emozioni e momenti che non mi appartenevano. E io non ne sapevo niente. Tutto era iniziato per caso. Francesca aveva dimenticato il suo iPad sul tavolo della cucina quella sera.
Doveva andare in palestra, o almeno così aveva detto. Io ero a casa, preparavo la cena per quando sarebbe tornata. Spaghetti alla carbonara, il suo piatto preferito. Volevo farle una sorpresa.
Il tablet emise un suono: una notifica di Spotify. “Nuova canzone aggiunta a Per me. ”
Guardai lo schermo senza pensarci. Solo curiosità innocente.
Francesca e io condividevamo tutto: la casa, i conti, le password. Dopo sette anni di matrimonio, la privacy era un concetto che avevamo superato da tempo. O almeno così credevo. Aprii l’app.
La playlist era lì, in alto, ma con il simbolo del lucchetto. Privata. Strano. Francesca non faceva mai playlist private.
Lei era quella che condivideva tutto, che metteva le sue canzoni in pubblico perché, diceva, “la musica va condivisa”. Quelle erano le sue parole. Quelle stesse parole che mi aveva ripetuto mille volte. Allora perché questa era nascosta?
Inserii la password. La stessa che usavamo per tutto: 9873, la data del nostro primo bacio, novembre 1998. Avevo sempre pensato fosse romantico che l’avessimo scelta insieme. La playlist si aprì.
Sessantasette canzoni. Non poche, non una selezione casuale. Era curata, organizzata, come se ogni brano avesse un significato preciso. Cominciai a scorrere i titoli e qualcosa non quadrava.
“Someone Like You” di Adele. “Make You Feel My Love” di Bob Dylan. “Perfect” di Ed Sheeran. Canzoni d’amore.
Tutte canzoni d’amore. Ma Francesca e io non ascoltavamo più quel genere di musica insieme. Dopo anni eravamo passati ai podcast, alle playlist strumentali per lavorare, a qualche vecchia canzone italiana ogni tanto. Niente di così intenso.
Cliccai sulla prima canzone e vidi la data di aggiunta: 20 settembre. Due settimane prima. Poi la seconda: 15 settembre. La terza: 12 settembre.
Continuai a scorrere e le date tornavano indietro. Agosto. Luglio. Giugno.
Fino a febbraio. Otto mesi di canzoni. Otto mesi di cosa, esattamente? Il mio respiro si fece corto.
Presi il telefono e aprii il calendario. Confrontai le date. 20 settembre: Francesca era andata a una cena di lavoro quella sera. 15 settembre: aveva detto che doveva fare straordinari.
12 settembre: era tornata a casa alle undici di sera dicendo che aveva avuto problemi con la macchina. Ogni data corrispondeva a qualcosa. Ogni canzone era stata aggiunta dopo una serata in cui lei era tornata tardi, era uscita da sola, o aveva detto di dover vedere qualcuno. Le mani mi facevano male.
Stringevo il telefono così forte che le nocche erano diventate bianche. Chi era? Chi era l’uomo per cui mia moglie creava playlist d’amore nascoste? Continuai a scorrere.
Più andavo indietro, più i pezzi del puzzle si univano. E poi la vidi. La prima canzone della playlist. Quella aggiunta per prima, otto mesi prima.
“La cura” di Franco Battiato. Data di aggiunta: 14 febbraio. San Valentino. Il giorno dopo il nostro weekend a Venezia.
Il giorno in cui lei mi aveva baciato sul ponte di Rialto e mi aveva detto: “Ti amerò per sempre”. Quella sera stessa aveva iniziato una playlist per qualcun altro. La porta di casa si aprì. Francesca era tornata.
“Amore, sono a casa. Qualcosa brucia? ”
Sì, pensai. Il nostro matrimonio.
Quella notte non riuscii a dormire. Francesca si era addormentata subito, come sempre. Il braccio sopra il cuscino, i capelli sparsi sulla federa bianca. Sembrava così serena, così innocente.
Come faceva a dormire così bene mentre io sentivo il mondo crollarmi addosso? Mi alzai alle due. Andai in soggiorno, presi il laptop e aprii Spotify. Dovevo capire.
Dovevo sapere esattamente cosa stava succedendo. Feci uno screenshot di ogni singola canzone. Sessantasette immagini. Poi creai un documento Excel.
Sì, lo so, sembra folle. Ma io lavoro con i dati, sono un analista finanziario. I numeri non mentono mai. I pattern non mentono mai.
E io volevo vedere il pattern della sua infedeltà. Prima colonna: titolo della canzone. Seconda: artista. Terza: data di aggiunta.
Quarta: dov’era Francesca quel giorno? Quinta: cosa mi aveva detto? Iniziai a riempire il foglio. 14 febbraio: “La cura”, Battiato.
Francesca era a casa tutto il giorno, ma la canzone era stata aggiunta alle 21:30. Io ero con lei fino alle 19. Dov’era stata quelle due ore e mezza? 18 febbraio: “Caruso”, Lucio Dalla.
Cena con le colleghe. Tornata alle 23. 25 febbraio: “Almeno tu nell’universo”, Mia Martini. Palestra.
Tornata alle 21:45. Ogni canzone raccontava una bugia. Ogni data svelava un inganno. Ma fu il 3 marzo a distruggermi completamente.
Quel giorno erano state aggiunte cinque canzoni. Cinque. Tutte nello stesso giorno, tutte tra le 20 e le 23. E io ricordavo perfettamente quel giorno, perché era il compleanno di mia madre.
Francesca aveva detto di avere un’emicrania terribile. Non era venuta alla cena di famiglia. Era rimasta a casa a riposare. Cinque canzoni in tre ore.
Cosa diavolo avevano fatto insieme? Continuai. Aprile, maggio, giugno. Ogni mese aveva il suo carico di tradimenti musicali.
Ma fu luglio a segnare l’escalation. Quindici canzoni aggiunte in luglio. Quindici. Luglio era il mese in cui Francesca aveva un progetto importante al lavoro.
Tornava sempre tardi. A volte non tornava proprio. Diceva che dormiva da Giulia per non fare avanti e indietro da Firenze a Prato, dove si trovava l’ufficio temporaneo. Giulia.
La sua amica del cuore. Quella che conoscevo da anni, che veniva a cena da noi, che mi abbracciava e mi chiamava “cognato”. Era tutto una farsa. Presi il telefono.
Volevo chiamare Giulia. Volevo chiederle se sapeva, se era complice, se mi aveva mentito guardandomi negli occhi mentre beveva il vino che io stesso avevo stappato. Ma erano le tre del mattino. E poi, cosa avrei detto?
“Ciao Giulia, scusa se ti sveglio, ma volevo sapere se sei una traditrice bugiarda come mia moglie. ”
No. Dovevo essere più intelligente. Continuai con il foglio Excel.
Agosto, settembre, ottobre. Il pattern era chiaro ormai. Le canzoni venivano aggiunte sempre dopo che Francesca aveva passato tempo fuori casa. Sempre dopo che era tornata con quel sorriso un po’ troppo felice.
Sempre dopo che si era chiusa in bagno per “rilassarsi”, e io sentivo l’acqua della doccia scorrere per quaranta minuti. Si stava lavando via il suo profumo, pensai. Si stava lavando via la colpa. E l’ultima canzone, aggiunta solo tre giorni prima: “Shallow” di Lady Gaga e Bradley Cooper.
La canzone di “A Star Is Born”. La canzone di due persone che si innamorano perdutamente mentre tutto intorno a loro crolla. Ironia del destino. Oppure era un messaggio.
Il suo modo di dirgli che lo amava, che voleva stare con lui nonostante tutto. Chiusi il laptop. Il sole stava sorgendo. Firenze si stava svegliando fuori dalla finestra e io mi sentivo come se fossi già morto.
I giorni successivi furono i più strani della mia vita. Francesca non sapeva che io sapevo. Continuava la sua routine come sempre. Si svegliava, mi baciava sulla guancia, preparava il caffè, si vestiva per andare al lavoro.
“Ciao amore, ci vediamo stasera. ”
Un sorriso, un altro bacio, e via. Io recitavo. Rispondevo.
Sorridevo. “Buona giornata, tesoro. ”
Ma dentro marcivo. Ogni volta che la guardavo vedevo quelle settantasette canzoni.
Ogni volta che mi parlava sentivo le bugie che aveva costruito. Ogni volta che mi toccava pensavo alle mani di lui su di lei. Chi era? Questa domanda mi tormentava giorno e notte.
Dovevo scoprirlo. Ma come? Iniziai a osservarla. Davvero osservarla.
I piccoli dettagli che prima ignoravo diventavano indizi. Il modo in cui controllava il telefono ogni cinque minuti. Il modo in cui sorrideva quando riceveva certi messaggi. Il modo in cui si profumava prima di uscire, anche solo per andare al supermercato.
Giovedì sera tornò alle 21:00. “Traffico terribile”, disse. Ma i suoi capelli erano diversi. Più sistemati.
Come se qualcuno li avesse toccati, accarezzati. “Com’è andata la giornata? ”, chiesi. “Normale.
Tranquilla. Solita routine. Riunioni noiose. Tu?
”
“Anche io. Solita routine. ”
Bugie. Entrambi mentivamo.
Ma solo io sapevo di farlo. Quella sera controllai di nuovo Spotify. Nuova canzone: “Tenerife Sea” di Ed Sheeran. Aggiunta alle 20:45.
Quindici minuti prima che tornasse a casa. Stava pensando a lui mentre guidava verso di me. Il venerdì feci qualcosa che non avevo mai fatto prima. La seguii.
Francesca aveva detto che doveva andare in ufficio anche nel weekend. Lavoro arretrato. Si vestì con più cura del solito: jeans aderenti, camicetta bianca, quel profumo che usava solo nelle occasioni speciali. Chanel N°5.
Il profumo che le avevo regalato per il nostro anniversario. “Non aspettarmi per pranzo”, disse. “Ci vediamo nel pomeriggio. Va bene?
”
“Va bene. Ti amo. ”
“Anche io. ”
Non era vero.
Uscì dieci minuti dopo di lei. Presi la macchina e andai verso il suo ufficio in centro. La vidi parcheggiare. Ma non entrò nel palazzo.
Camminò per due strade, girò l’angolo, entrò in un piccolo caffè vicino a Piazza della Signoria. Il Caffè degli Artisti. Rimasi fuori, nascosto dietro una colonna. E poi lo vidi.
Un uomo sulla trentina. Capelli scuri, giacca elegante, sorriso sicuro. Si alzò quando lei entrò. La abbracciò.
Non come si abbraccia una collega. La abbracciò come si abbraccia qualcuno che ti manca. Le baciò la guancia troppo vicino alla bocca. E lei sorrideva.
Quel sorriso che non vedevo più da mesi quando guardava me. Si sedettero. Lui le prese la mano. Lei non la ritirò.
Rimasi lì, fermo, a guardarli attraverso la vetrina. Parlavano, ridevano. Sembravano così completi. Come due persone che si conoscono da sempre.
Come due persone innamorate. Dopo quarantacinque minuti uscirono. Camminarono insieme fino a un portone vicino. Lui aprì con le chiavi.
Lei entrò con lui. Non rimasi ad aspettare. Non volevo sapere cosa sarebbe successo dopo. Lo sapevo già.
Tornai a casa. Aprii Spotify. Aspettai. Alle 15:30, nuova notifica.
Nuova canzone aggiunta a “Per me”: “All of Me” di John Legend. Non dormii per tre notti. Seduto davanti al computer, guardavo quella playlist crescere. Sessantotto canzoni, sessantanove, settanta.
Ogni aggiunta era un pugno nello stomaco. Ogni titolo era una conferma di ciò che già sapevo, ma non volevo accettare. Mia moglie amava un altro uomo. E io non esistevo più.
Lunedì mattina Francesca si svegliò di buon umore. Cantava sotto la doccia. Cantava “All of Me”. Proprio quella canzone.
Quella che aveva aggiunto dopo essere stata con lui. “Buongiorno amore”, disse entrando in cucina. Capelli ancora bagnati, pelle profumata, occhi brillanti. “Hai dormito bene?
Sembri stanco. ”
Stanco? Sì, ero stanco di essere tradito. Stanco di essere preso per stupido.
Stanco di fingere che tutto andasse bene. “Sto bene”, risposi. “Sicuro? Vuoi che stasera cucini io?
Posso fare quella pasta che ti piace. ”
Quella pasta che mi piaceva. Come se cucinare potesse cancellare tutto. Come se una cena potesse riparare otto mesi di menzogne.
“Non serve. Ho da fare stasera. ”
“Ah, sì? Cosa?
”
“Cose. ”
Il mio tono era diverso. Lo sentivo. E anche lei lo sentì, perché mi guardò con un’espressione strana, quasi preoccupata.
“Va tutto bene, Matteo? ”
“Perfetto. Tutto perfetto. ”
Se ne andò poco dopo.
Io rimasi seduto al tavolo della cucina, con il caffè che si raffreddava davanti a me. Dovevo fare qualcosa. Non potevo continuare così. La rabbia mi stava divorando dall’interno.
Ogni respiro era dolore. Ogni battito era furore. Presi il telefono. Aprii Spotify.
Guardai di nuovo la playlist. Settanta canzoni. Settanta tradimenti. Settanta volte in cui lei aveva scelto lui invece di me.
E poi l’idea. Se lei poteva avere una playlist segreta, io potevo avere una playlist pubblica. Iniziai a creare. Copiai ogni singola canzone dalla sua playlist e la aggiunsi alla mia nuova creazione.
Stessi brani, stesso ordine. Ma con un titolo diverso. “La verità di Francesca. ” No, troppo ovvio.
“Quello che mia moglie non mi ha detto. ” No, troppo lungo. E poi mi venne perfetto. Chiaro.
Devastante. “8 mesi di bugie. ”
Aggiunsi la descrizione: “Ogni canzone è un tradimento. Ogni data è una menzogna.
Questa è la cronologia dell’infedeltà di mia moglie, raccontata attraverso la sua musica. Francesca, se stai leggendo questo, sappi che so tutto. ”
Ma non la pubblicai subito. No.
Doveva essere il momento giusto. Doveva avere l’impatto massimo. Passai il pomeriggio a pianificare. Chi doveva riceverla?
Tutti. La sua famiglia, i suoi amici, i suoi colleghi. Tutti quelli che pensavano di conoscerla. Tutti quelli che credevano che fossimo la coppia perfetta.
Fecai una lista. Quarantotto contatti. Quarantotto persone che avrebbero visto chi era veramente Francesca. Martedì sera tornò tardi di nuovo.
“Riunione fino alle 20”, disse. Ma su Spotify, alle 19:45, era stata aggiunta una nuova canzone: “Thinking Out Loud” di Ed Sheeran. Stava con lui. E poi tornava da me.
“Ciao amore”, disse, baciandomi. Le sue labbra sulle mie. Le stesse labbra che avevano baciato lui poche ore prima. Ricambiai il bacio.
Sorrisi. Recitai. “Ciao. Cena pronta tra dieci minuti.
”
“Sei un angelo? ”
No. Lei era il demonio. E io stavo per diventarlo.
Mercoledì presi un giorno di ferie. Francesca non lo sapeva. Le dissi che andavo al lavoro come sempre, ma rimasi a casa. Avevo bisogno di tempo.
Tempo per finalizzare tutto. Tempo per assicurarmi che, quando avessi premuto quel pulsante, non ci fosse modo di tornare indietro. Aprii il laptop. La playlist era lì, pronta.
“8 mesi di bugie”. Settantuno canzoni ora. Lei ne aveva aggiunta un’altra la sera prima, dopo che avevo finto di addormentarmi. “Fix You” dei Coldplay.
Voleva che lui la riparasse. Voleva che lui la salvasse da me, da questo matrimonio che evidentemente la soffocava. Bene. L’avrei liberata.
Iniziai a scrivere il messaggio che avrei inviato insieme al link della playlist. Doveva essere perfetto. Non troppo emotivo: quella sarebbe stata debolezza. Non troppo freddo: quello sarebbe sembrato indifferenza.
Doveva essere giusto. “Cari amici e familiari di Francesca, condivido con voi questa playlist. Non è una playlist qualsiasi: è la cronologia di otto mesi della vita segreta di mia moglie. Ogni canzone è stata aggiunta da lei in una playlist privata chiamata ‘Per me’.
Ma quel ‘me’ non ero io. Ogni data corrisponde a un giorno in cui lei mi ha mentito. Ogni titolo racconta una storia che lei non ha avuto il coraggio di dirmi. Se pensate di conoscere Francesca, ascoltatela.
Questa è la verità. ”
Rileggii il messaggio dieci volte. Venti. Trenta.
Era perfetto. Ma qualcosa mi bloccava. Il dito sul mouse, pronto a cliccare “invia”. Ma non riuscivo.
Perché una parte di me, una piccola, stupida, patetica parte di me, sperava ancora che ci fosse un’altra spiegazione. Forse le canzoni non significavano niente. Forse era solo musica. Forse no.
Basta. Avevo visto l’uomo. Avevo visto come la guardava. Avevo visto come lei sorrideva con lui.
Non c’era altra spiegazione. C’era solo la verità. E la verità faceva male. Chiusi il laptop.
Non ancora. Dovevo aspettare il momento giusto. Giovedì sera Francesca tornò a casa alle 19. Presto, per i suoi standard recenti.
Sembrava diversa. Più nervosa. Continuava a controllare il telefono. A un certo punto la sentii parlare a bassa voce in bagno.
“Non posso ora, te l’ho detto. Sì, lo so. Anche io. Domani, promesso.
”
Domani. Venerdì. Aveva già programmato di vederlo. Perfetto.
Venerdì sarebbe stato il giorno. Quella sera cenammo in silenzio. Lei spingeva il cibo nel piatto senza mangiare davvero. Io facevo lo stesso.
Due estranei seduti allo stesso tavolo, che fingevano di essere marito e moglie. “Matteo? ”
“Sì? ”
“Va tutto bene tra noi?
”
La domanda mi colpì come un treno. Va tutto bene? Mi stava chiedendo se andava tutto bene, mentre tradiva con un altro uomo da otto mesi. “Perché non dovrebbe?
”
“Non lo so. Ti sento distante ultimamente. ”
Distante. Ero distante.
Che assurdità. Lei che passava le giornate a costruire una relazione parallela, e io ero quello distante. “Sono solo stanco. Lavoro.
”
“Vuoi che facciamo qualcosa questo weekend? Un’uscita. Solo noi due. ”
Solo noi due.
Le parole che un tempo mi avrebbero reso felice ora suonavano come una condanna. “Vediamo. Tu non dovevi lavorare sabato? ”
Esitò.
Solo un secondo. Ma lo vidi. “No, ho cancellato. Preferirei passare il tempo con te.
”
Bugiarda. Stava cancellando con lui per stare con me? O mi stava mentendo di nuovo? “Ok.
Vediamo. ”
Quella notte la sentii piangere in bagno. Piano, cercando di non farsi sentire. Ma io ero sveglio.
Io sentivo tutto. Forse si sentiva in colpa. Forse stava realizzando cosa stava perdendo. O forse piangeva per lui.
Venerdì mattina mi svegliai con una calma che non provavo da giorni. Era il giorno. Lo sapevo. Lo sentivo.
Francesca era già alzata. La trovai in cucina, vestita con un tailleur nero che non le vedevo da mesi. Elegante. Troppo elegante per una normale giornata in ufficio.
“Bella”, dissi. Si girò, sorpresa. “Grazie. Presentazione importante oggi.
”
“Ah, sì? A che ora? ”
“Tutto il giorno. Probabilmente tornerò tardi.
”
Naturalmente. “Va bene. Ti auguro buona fortuna. ”
La baciai sulle labbra.
Lungo. L’ultimo bacio prima che tutto finisse. Lei ricambiò. Ma c’era qualcosa di strano nei suoi occhi.
Tristezza? Paura? Non lo so. “Ti amo, Matteo.
”
“Anche io. ”
Uscì alle 8:30. Io aspettai dieci minuti. Poi presi il laptop.
La playlist era pronta. Il messaggio era pronto. La lista dei contatti era pronta. Aprii Spotify.
Resi la playlist pubblica. Poi premetti “Condividi”. WhatsApp. Email.
Facebook Messenger. Ogni piattaforma che avevo. Quarantotto messaggi inviati. Quarantotto bombe sganciate nella vita di Francesca.
Sua madre, suo padre, sua sorella, le sue amiche, i suoi colleghi. Tutti. Il link era accompagnato dal messaggio che avevo scritto. Chiaro, diretto, devastante.
Spensi il telefono. Non volevo vedere le risposte. Non ancora. Uscii di casa.
Camminai per Firenze senza meta. Lungo l’Arno, attraverso Ponte Vecchio, fino a Piazzale Michelangelo. La città era bellissima quel giorno. Il sole brillava.
Le persone ridevano. La vita continuava. E la mia stava implodendo. Ma era una scelta.
Era la mia scelta. Alle 14:00 accesi il telefono. Centosettantasei notifiche. Messaggi, chiamate perse, email.
Tutti chiedevano spiegazioni. Tutti volevano sapere se era vero. E poi il messaggio di Francesca. “Cosa hai fatto?
Cosa cazzo hai fatto, Matteo? Chiamami adesso. ”
Ventisette chiamate perse da lei. Non risposi.
Poi un altro messaggio. “Per favore, possiamo parlarne? Non è come pensi. ”
Non è come penso.
La frase preferita di chi viene scoperto. E poi, un’ora dopo: “Arrivo a casa. Dobbiamo parlare. ”
Tornai a casa alle 17:00.
Lei era già lì. Seduta sul divano, il telefono in mano, il viso rigato di lacrime. “Perché? ”, fu la prima cosa che disse.
“Perché hai fatto questo? Perché hai distrutto tutto? ”
Io ho distrutto tutto. Risi.
Un riso amaro, senza gioia. “Io? Potevamo parlarne. Potevamo parlare quando?
Tra una bugia e l’altra? Tra una canzone e l’altra aggiunta alla tua playlist segreta? ”
Si coprì il viso con le mani. “Non capisci.
”
“No. Sei tu che non capisci. Otto mesi, Francesca. Otto mesi in cui mi hai guardato negli occhi e hai finto.
Otto mesi in cui hai costruito una vita parallela. Otto mesi in cui io non esistevo. ”
“Non è così. Io ti amo ancora.
”
“Amavi anche lui. Le canzoni non mentono. ”
“Era solo… era solo qualcosa di diverso. Qualcosa che mi faceva sentire viva.
”
Sentire viva. “Io ti facevo sentire viva. E io cosa ero? Un fantasma.
”
Silenzio. “Vattene”, dissi. “Cosa? ”
“Vattene da questa casa.
Adesso. ”
“Matteo, per favore, possiamo provare a…”
“Non c’è niente da provare. È finita. Tu l’hai finita otto mesi fa.
Io sto solo rendendo ufficiale quello che tu hai già deciso. ”
Uscì quella sera con una valigia, tra le lacrime. Io rimasi lì, solo, in una casa che improvvisamente sembrava troppo grande, troppo vuota, troppo silenziosa. Aprii Spotify.
La playlist “8 mesi di bugie” aveva milleduecento visualizzazioni. La sua playlist “Per me” era stata cancellata. Ma il danno era fatto.
E io, finalmente, potevo respirare.


