In banca mi dissero che il mio conto non esisteva più. Poi il telefono si illuminò. *Non preoccuparti, gestiremo noi i tuoi soldi. * Sorrisi perché avevo già premuto un solo pulsante.

A novembre Perugia profuma di pietra bagnata e foglie umide che nessuno spazza via dalle scalinate del centro storico, perché è inutile. Durante la notte ne cadranno altre. Conosco queste scale a memoria, ogni gradino scheggiato, ogni punto in cui il selciato cede dopo la pioggia. Ne percorro una decina di chilometri a settimana con il carrello, con i sacchi di stracci, con i detersivi che tintinnano a ogni passo.
Mi chiamo Noemi, ho 24 anni e sono già sei che percorro queste scale dal lunedì al sabato. Quella mattina stavo andando alla locanda degli artigiani, un piccolo hotel in via dei Priori, otto camere. Il proprietario è il signor Bruno, che mi chiama “figliola” anche se non sono sua figlia. È solo un suo modo di fare.
È seduto al bancone con gli occhiali sulla punta del naso, sta risolvendo il cruciverba del Corriere dell’Umbria e mi accoglie sempre con la stessa frase: “Figliola, oggi sei pallida. Vuoi un caffè? ” Sì, rispondo, perché rifiutare è inutile. Me lo verserà comunque.
Me lo versa in una tazzina bianca dalla sua moka, non da quella per gli ospiti. Aggiunge mezza bustina di zucchero, sa che lo prendo con un solo zucchero, e me lo spinge attraverso il bancone. Bevo in piedi senza togliermi la giacca, perché se mi siedo sarà difficile alzarmi. Dopo Bruno mi aspetta ancora l’appartamento della signora Peruzzi e poi, se ne avrò la forza, l’ufficio del notaio in piazza Matteotti.
È una giornata lunga. “I clienti della camera numero 8 ieri se ne sono andati tardi,” mi dice Bruno senza staccare gli occhi dal cruciverba. “Tedeschi, puliti, non preoccuparti. Solo che in bagno hanno sbriciolato il sapone.
Non capisco perché. Sei lettere, compositore italiano, opera su una cortigiana. ” “Verdi,” dico. “Verdi, cinque.
” “Allora, Puccini, ma lì ce ne sono sette. E tu pensa, figliola. ” Finisco il caffè, appoggio la tazza e prendo il carrello. Sulle scale che portano al secondo piano la lampadina si è bruciata di nuovo.
Bruno le cambia una volta ogni sei mesi e non di più, per risparmiare. Conosco la disposizione dei gradini al tatto. L’ottava porta in fondo al corridoio. La finestra si affaccia sul cortile interno dove cresce un albero di limoni in un vaso che ogni novembre Bruno avvolge nella tela da imballaggio, come un bambino.
Il letto è sfatto, le lenzuola accumulate su una sedia. La signora Peruzzi mi aspetta alle dieci e mezza. Mi chiede sempre se ho mangiato, anche se sa che non le risponderò mai la verità. A volte mi lascia una fetta di torta sulla mensola del bagno, avvolta nella pellicola trasparente.
Quando la trovo, la ringrazio; quando non la trovo, non dico niente, perché ogni rapporto ha le sue regole non scritte. Alle undici e un quarto sono davanti all’ufficio del notaio. La segretaria mi fa accomodare. Il notaio ha davanti a sé la lettera di papà, quella che mi ha scritto poco prima di morire.
C’è scritto: *“A Noemi lascio tutto ciò che ho, perché è lei che ha sempre avuto cura di me. A Elio non lascio nulla, perché Elio sa già come cavarsela. ”* Me l’hanno letta tre volte. La prima volta quando papà era ancora vivo, la seconda volta al funerale, la terza volta oggi.
Mi chiedo se Elio la conosca. Mi chiedo se la mamma gliel’abbia mai mostrata. Il notaio mi spiega che per la casa serve la voltura catastale, che per il conto in banca basta la firma. Mi porge una penna e io firmo.
Tutto qui, dice. Suo padre aveva le idee chiare. Non c’è niente da discutere. Esco dallo studio con la mia copia della lettera e la busta con le chiavi.
Il bus delle 11:40 è già passato, il prossimo arriva tra venti minuti. Accanto alla fermata c’è una panetteria che fa i panini al tartufo. Papà li comprava sempre la domenica mattina. Compro un panino, anche se non ho fame, e me lo mangio camminando verso casa.
Le foglie bagnate si attaccano alle suole delle scarpe. Mamma mi chiama due giorni dopo. Dice che dobbiamo parlare, che la famiglia è la famiglia, che papà non avrebbe voluto questo. Le dico che papà ha lasciato scritto cosa voleva.
Lei dice che i soldi non sono tutto, che l’importante è l’affetto, che Elio è in difficoltà con il mutuo. Le dico che Elio ha un lavoro e una moglie e una casa. Lei dice che la vita è dura per tutti. Rimango in silenzio.
Poi dice: “Noemi, sei sempre stata la sua preferita. Non è giusto. ” E lì capisco che non si tratta di giustizia. Si tratta di una gerarchia che non ho mai accettato.
Riattacco senza dire altro. Elio mi chiama il giorno dopo. Non mi chiamava da mesi, da quando papà era morto. La sua voce è la stessa di sempre, pacata, ragionevole, la voce di chi non ha mai dovuto lottare per nulla.
“Noemi, pensiamoci bene prima di fare sciocchezze. ” Gli dico che la decisione è già presa. “La mamma sta male,” dice. “Non dorme, non mangia.
” Gli dico che la mamma sta male da sei anni e nessuno l’ha mai aiutata. “Cosa vuoi dire? ” chiede. Non rispondo.
“Senti, Noemi, io non voglio litigare. Ti propongo una cosa: dividiamo tutto, metà e metà. Così la mamma sta tranquilla e la famiglia resta unita. ” Guardo la lettera di papà sul tavolo.
C’è scritto *“A Elio non lascio nulla”*. Gli dico di no. La sua voce cambia: “Non fare la santa, Noemi. Lo sappiamo tutti che eri tu quella che gli riempiva la testa.
Il vecchio era rimbambito, non sapeva quello che faceva. ” Il vecchio. Chiama così papà. “Ti sei dimenticato come lo chiamavi da vivo?
” gli chiedo. “L’ultima volta che l’hai chiamato papà è stato quando ti ha pagato l’anticipo per la macchina. ” Riattacca. Dieci minuti dopo arriva un messaggio dalla mamma: *“Non ti riconosco più.
”* Salvo il messaggio. Non rispondo. La settimana dopo vado in banca per intestare il conto a mio nome. L’impiegato mi dice che c’è un problema: il conto è stato svuotato.
Guardo lo schermo. Il saldo è zero. Chiedo quando è successo. L’impiegato controlla: tre giorni fa, con un bonifico verso un conto intestato a mio fratello.
Il bonifico è stato autorizzato da mia madre, che risultava cointestataria del conto fin dalla sua apertura. Papà aveva messo anche lei, “per sicurezza”, diceva. “Per sicurezza da cosa? ” chiedo, ma non c’è nessuno che mi risponda.
Esco dalla banca con il foglio che certifica il bonifico. Sto in mezzo alla strada, sotto la pioggia, con quel foglio in mano. La pioggia non cade, è una pioggerellina sottile, di quelle che entrano dentro le ossa. Guardo il foglio e penso a papà.
Penso a come mi diceva: “Noemi, sei la mia ancora. ” E penso a mamma, che l’ha tradito due volte: una da viva, facendo finta di non vedere, e una da morta, svuotando il conto la settimana dopo il funerale. Vado dall’avvocato. Si chiama Stefano, è un amico di Tiziana.
Gli racconto tutto. Mi dice che la cosa è chiara, che si tratta di appropriazione indebita, che mia madre non aveva il diritto di disporre da sola dei fondi se mia sorella e mio fratello erano coeredi. “Ma la sua firma c’era,” dice, “quindi è più complicato. Però possiamo provare che è stato fatto con intento fraudolento.
” Chiede se voglio denunciare. Gli dico di sì. Lui mi guarda: “È sua madre. ” Gli dico che lo so.
“E lo vuole fare lo stesso? ” Gli dico di sì. Mi dice che avrò bisogno di essere forte. Gli dico che lo sono già.
La denuncia parte il lunedì successivo. Martedì mio fratello mi manda un messaggio: *“Sei una pazza. ”* Mercoledì mia madre mi lascia un messaggio vocale: “Noemi, tesoro, non fare questo alla famiglia. Ti prego.
Tua madre ti supplica. Elio ha bisogno di quei soldi per la casa. Non è giusto che tu tenga tutto per te. ” Guardo il telefono e non provo niente.
Giovedì mio fratello si presenta davanti al mio portone. Suono il citofono. Non rispondo. Rimane lì mezz’ora, poi se ne va.
Venerdì l’avvocato mi chiama: “Hanno fatto una controproposta. Offrono di restituire il 50%. ” Gli dico che voglio il 100. “Allora sarà una battaglia lunga,” dice.
Rispondo che sono pronta. Il processo dura otto mesi. Durante quel periodo mia madre non mi chiama più. Mio fratello mi manda messaggi ogni tanto, alternando minacce e suppliche.
*“Ti rovinerai. ”* *“La mamma sta male per colpa tua. ”* *“Non ti degnerai mai di capire. ”* Io non rispondo.
Vado a lavoro, pulisco le stanze degli altri, raccolgo le lenzuola sporche, lavo i pavimenti. Ogni giorno passo davanti alla banca e penso a quei soldi che non erano mai stati miei, nemmeno quando erano nel conto. Erano una promessa, e ora sono diventati una battaglia. Il giudice dà ragione a me.
Dice che mia madre ha agito con dolo, che il bonifico è nullo, che mio fratello deve restituire l’intera somma più gli interessi. Mio fratello non si presenta in aula. Il suo avvocato chiede una proroga. Il giudice la concede.
Mio fratello non si presenta nemmeno alla seconda udienza. Il giudice emette sentenza esecutiva. Elio deve vendere la casa per pagarmi. Mia madre, alla notizia, mi lascia un messaggio vocale di tre minuti in cui dice che sono una figlia ingrata, che papà si vergognerebbe, che Dio mi giudicherà.
Salvo il messaggio. Non rispondo. La casa di Elio viene venduta all’asta. Ci perde circa trentamila euro.
Mia madre va a vivere da una sorella a Terni. Mio fratello trova lavoro in un supermercato. Non mi parla. Non mi cerca.
Mia madre non mi cerca. Io continuo a vivere a Perugia, nella mia casa, con le mie scale, i miei clienti, i miei tè con la signora Armellini. La gente del quartiere ha smesso di farmi domande. Alcuni mi hanno preso le distanze, altri non lo hanno mai fatto.
La signora Peruzzi mi lascia ancora la torta sulla mensola del bagno. Bruno mi chiama ancora “figliola”. Tiziana mi ascolta senza giudicare. Un giorno, all’uscita del supermercato, incontro mia madre.
Sta pagando la spesa, con un carrello piccolo, la sua andatura zoppicante. Alza gli occhi, mi vede, e per un momento non dice niente. Poi dice: “Sei dimagrita. ” Le dico: “Sto bene.
” E basta, nient’altro. Prende il suo sacchetto e se ne va. Io la guardo allontanarsi e non provo rabbia, non provo dolore, non provo nulla. Solo la sensazione che quella donna non c’entra più niente con me.
Tornando a casa, attraverso la piazza. C’è il mercato, la gente che grida, i banchi con la roba. Mi fermo davanti al banco delle scarpe. Ho i piedi stanchi.
Guardo un paio di scarpe da ginnastica, nere, con la suola bianca. La venditrice mi dice: “Quanto le porti, belle? ” Le compro. Mi siedo su una panchina, mi cambio le scarpe, butto le vecchie nel cestino.
Le nuove sono comode. Cammino per un po’, giro per le strade di Perugia senza meta. Mi fermo davanti all’ufficio del notaio. La luce è accesa.
Penso a papà. Penso alla sua lettera. Penso a quando mi diceva: “Noemi, sei la mia ancora. ” Mi volto e torno a casa.
La sera, sul balcone, bevo una tisana e guardo le luci della città. Tiziana mi ha lasciato un messaggio vocale: “Se vuoi, domani vengo a cena. Faccio le lasagne. ” Sorrido.
Le rispondo: “Vieni. Ti aspetto. ”
E poi, quasi senza volerlo, penso a mia madre. Penso al suo carrello piccolo, alla sua schiena curva.
Penso che non mi ha mai chiesto scusa. Non me l’ha mai chiesto. Non so se è per orgoglio o perché non capisce cosa ha fatto di sbagliato. Ma so che non aspetterò che lo faccia.
Non aspetterò più niente da lei.


