Mi ero seduta nell’ufficio dell’agente immobiliare, con i documenti della vincita davanti: 540. 000 euro. Non avevo mai visto così tanti soldi prima. L’agente sorrideva, chiedendomi cosa volessi fare.

Comprai subito un monolocale in centro, 138. 000 euro, in contanti. Trasferirmi fu come rinascere: pareti bianche, silenzio, una finestra che dava sul mare. Per la prima volta, nessuno poteva dirmi cosa fare o bussare alla mia porta per pretendere qualcosa.
Il resto del denaro lo investii in un’attività per conto mio: un servizio di riparazione di impianti di refrigerazione. Affittai un piccolo ufficio in periferia, comprai attrezzi e un furgone. I primi mesi fu dura. Distribuivo volantini, chiamavo decine di esercizi, molti rifiutavano.
Poi arrivarono i primi ordini: riparazione di un congelatore in una pizzeria, pulizia di un condizionatore in un bar. Lavoravo sedici ore al giorno, tornavo a casa sfinita, ma ogni mattina sapevo che stavo costruendo qualcosa di mio. Nessuno mi sgridava, nessuno mi diceva che non valevo nulla. Il secondo anno ebbi quindici clienti fissi e un fatturato di 120.
000 euro. Assunsi Marco, un ragazzo volenteroso, e gli insegnai tutto. L’anno dopo le cose crebbero ancora: altri due assistenti, un secondo furgone, un magazzino. Il fatturato salì a 350.
000 euro, l’utile a 80. 000. Una sera, guardando i conti, mi ricordai di mio padre che diceva che non avrei mai combinato nulla. Sorrisi, senza rancore, solo con la consapevolezza che si era sbagliato.
Al terzo anno aprii un secondo ufficio e assunsi altri cinque dipendenti. Comprai un bilocale con vista sul mare e una macchina usata ma affidabile. Non dovevo niente a nessuno, e quella sensazione non mi lasciava mai. Mia madre cercò di tornare sei mesi dopo lo sfratto.
Mi chiamò piangendo, dicendo che avevano perso la casa, che vivevano in un fienile dalla zia, che papà stava male. Mi chiese mille euro per le medicine. Ascoltai in silenzio, poi riattaccai e bloccai il numero. Non provai nulla, né pietà, né rabbia.
Era libertà non sentire quello che mi ero sempre sentita obbligata a provare. Un anno dopo, mia madre mi aspettò fuori dal mio ufficio. Era invecchiata, con una giacca logora. Mio padre aveva un cancro ai polmoni; servivano diecimila euro per le cure.
La guardai dritta negli occhi: “Non posso aiutarti. ” Mi afferrò il braccio, gridando che ero insensibile, che sarei andata all’inferno. Mi liberai e me ne andai in macchina, guardando il mare dal lungomare. Dentro di me c’era solo calma.
Luca, mio fratello, mi scrisse dal carcere un anno e mezzo dopo: due anni per una rissa, e trecento euro per l’avvocato. Strappai la lettera a metà senza nemmeno finirla e la gettai nel cestino. L’uomo che mi aveva torciuto il braccio non meritava un solo pensiero. Ora, dopo tre anni, ero nel mio ufficio con vista sul porto.
Un importante contratto da 150. 000 euro era davanti a me. Stavo per firmare quando il telefono squillò. “Mamma” comparve sullo schermo.
Il cuore non accelerò, non provai nessuna curiosità. Ignorai la chiamata e bloccai il numero per sempre. Poi aprii un cassetto e trovai una foto vecchia: io piccola tra le braccia del nonno, l’unico che mi aveva voluto bene. La guardai un attimo, poi la strappai in due e buttai i pezzi.
Anche i bei ricordi dovevano restare nel passato. Presi la penna e firmai il contratto con mano ferma: Elena Torrini. Guardai le mie mani, lisce, curate, senza più sporcizia di olio o calli. Le mani di una persona che aveva ottenuto tutto da sola.
Grazie per aver guardato la mia storia.


