Elena asciugava i piatti davanti al lavello, con le mani che si muovevano da sole mentre la testa le ribolliva. Dietro di lei, Riccardo rideva al telefono raccontando a un amico il regalo fatto a sua madre: due settimee alle Maldive. «Mamma lo sognava da anni, non potevo certo dirle di no». Non si voltò nemmeno.

Per lui ormai era un mobile di casa. Tre anni prima, al loro matrimonio, l’aveva chiamata la sua regina. Poi sua madre, Valentina Moretti, aveva rimesso tutto al suo posto: «Una donna deve sapere qual è il suo posto in casa, altrimenti ti sale sulla testa». E Riccardo aveva ascoltato.
I complimenti erano diventati osservazioni, l’attenzione indifferenza, il rispetto disprezzo. Quella sera era il loro anniversario, ma la suocera era lì, a cena, con un sorriso compiaciuto. Elena sentì freddo quando lui disse: «Mamma merita di riposarsi, ha sacrificato tutta la vita per me». «Riccardo, sono i nostri soldi, dal conto comune», provò a dire.
Lui la interruppe secco: «Tu avevi programmato. Io ho deciso diversamente». Lei non rispose. Continuò a lavare i piatti, sentendo il sangue bollire.
Da troppo tempo subiva, da troppo tempo taceva. Quella notte, mentre lui dormiva accanto a lei, Elena prese il telefono e mandò un messaggio a Massimo, un amico dell’università, uno che non l’aveva mai dimenticata. «Servono documenti», scrisse. «Quelli che ti avevo chiesto tempo fa.
È arrivato il momento». Nei giorni successivi, Riccardo non notò nulla. Era troppo occupato a prenotare ristoranti per la madre. Elena, intanto, raccolse ogni scontrino, ogni estratto conto, ogni bonifico.
Tre anni di umiliazioni, di «sei sempre la solita», di «mia madre ha ragione», di cene di anniversario trasformate in omaggi alla suocera. Mille piccole morti silenziose. Poi ricevette la chiamata. «Signora Moretti?
Qui è lo studio legale Bianchi. Abbiamo esaminato la documentazione che ci ha inviato. C’è una base solida per procedere». Elena rimase in silenzio, il cuore che le martellava.
«Possiamo chiedere il sequestro dei conti e dei beni di suo marito», continuò l’avvocato. «E credo che lei sappia che c’è anche il caso della signora Cristina, quella dei cinquantamila euro che le sono stati sottratti da suo marito». Elena chiuse gli occhi. Aveva scoperto tutto: i prestiti falsi, le firme contraffatte, i soldi di altre persone presi con l’inganno.
Una vittima l’aveva contattata mesi prima, in lacrime, perché Riccardo l’aveva truffata. «Mi aveva promesso che avrebbe investito nella mia attività, mi ha preso cinquantamila euro ed è sparito». Elena aveva ascoltato, e aveva iniziato a scavare. E adesso aveva tutto in mano.
Quando Riccardo tornò a casa, quella sera, la trovò seduta al tavolo con una cartellina davanti. «Che succede? » chiese con noncuranza, sfilandosi la giacca. Elena spinse la cartellina verso di lui.
«Ho parlato con l’avvocato Bianchi. Lunedì mattina la banca congelerà i tuoi conti. La procura ha aperto un fascicolo per truffa e appropriazione indebita». Riccardo impallidì, afferrò la cartellina e cominciò a sfogliare i documenti.
Le sue mani tremavano. «Sei impazzita? » sussurrò. Elena si alzò.
«No, Riccardo. Sto solo imparando qual è il mio posto. Il mio posto è in tribunale, dove ti aspetto». E uscì di casa, chiudendosi la porta alle spalle, mentre dalla strada sentiva il suo urlo disperato.
La città le sembrò diversa, finalmente sua. E mentre camminava, pensò alla madre di lui che probabilmente in quel momento stava già cercando di chiamare suo figlio. «Aspetta, non hai ancora visto tutto», mormorò tra sé.
«C’è ancora un ultima cosa».


