«No, davvero non si sa quando torna Elena, ma stai tranquillo. Ci penso io a tutto, Sofia e io abbiamo già organizzato ogni dettaglio. Tra un mese sarà fuori dalla nostra vita per sempre. »
Quelle parole sussurrate al telefono mi trapassarono il cuore.

Erano la voce di mio marito Marco, l’uomo con cui stavo per festeggiare vent’anni di matrimonio. Mi ero allontanata di qualche metro dalla finestra per prendere una boccata d’aria, e ora capivo perché mia suocera, la signora Sofia, insisteva tanto per invitarmi a cena ogni giovedì. Entrai in casa con il fiato sospeso, fingendo di nulla. All’ingresso, ben allineate, c’erano un paio di scarpe che non conoscevo.
Rosse, col tacco alto, da donna giovane. Guardai Marco, che sorrideva come se nulla fosse. «Tesoro, sei già tornata? Credevo fossi dal parrucchiere.
»
«Ho cambiato idea», risposi. «Ho un po’ di emicrania. »
Lui annuì e si sedette sul divano, davanti alla tv. Ma la porta della camera da letto era socchiusa di qualche centimetro, e da lì vidi chiaramente una figura femminile muoversi nella penombra.
Sentii un sussurro: «Sbrigati, prima che torni quella poveraccia». Con il cuore in gola, entrai senza bussare. E lì, nel letto che dividevo con Marco da due decenni, c’era Chiara, la sua migliore amica, quella che veniva a casa nostra ogni domenica per il pranzo. La donna che mi chiamava “sorella”.
«Elena, non è come pensi! » gridò Marco, alzandosi di scatto. «Ah no? » risposi.
La mia voce era stranamente calma, come se stessi parlando di una lista della spesa. «Allora perché lei è nel nostro letto senza vestiti? »
Chiara iniziò a singhiozzare: «Ti prego, non rovinare la nostra amicizia! È stato un errore, una cosa di una notte…
»
«Vent’anni, Chiara. Ti ho aiutata quando avevi perso il lavoro, ti ho prestato i soldi per l’affitto, ti ho tenuto la mano quando tua madre è morta. E tu mi ripaghi così? »
«Non sai quanto ho sofferto», mormorò lei.
«Marco ed io ci amiamo da così tanto tempo… »
«Vi trascinerò all’inferno», dissi, senza alzare la voce. «Entrambi. »
Marco impallidì: «Non puoi fare niente.
Questa casa è intestata a mia madre! »
Tossii leggermente, poi sorrisi. «Davvero? Allora forse ti interessa sapere che il capitale per l’acquisto di questo appartamento — cinquecentomila euro — è stato pagato interamente in contanti da mio padre defunto, a mio nome, prima del matrimonio.
Il che significa che questa casa è mia. Al cento per cento. »
Il silenzio che seguì fu così denso che quasi potevo toccarlo. Poi presi il telefono e chiamai il mio avvocato, Giulia.
Tre giorni dopo, la convocazione ufficiale arrivò a casa di Marco: gli chiedevo il divorzio, la restituzione della casa e il risarcimento per l’infedeltà. Ma la signora Sofia, suocera, non si arrese: «Sei una povera stupida senza un soldo! Marco non ti darà mai niente! » gridò in tribunale.
Non risposi. Mi limitai a guardarla mentre l’avvocato della difesa presentava le prove: le intercettazioni delle sue telefonate con Chiara, il piano per nascondere i beni, e la frode assicurativa ai danni della mia famiglia. «La signora Sofia deve restituire i diciottomila euro della truffa. Marco dovrà pagare centomila euro a Chiara come risarcimento per il danno morale che le ha causato fingendo un amore che non c’era.
E l’azienda di famiglia? » dissi, alzando il foglio. «Marco ha sottratto duecentomila euro dalle casse per coprire le spese del suo appartamentino segreto. Dovrà restituirli, con gli interessi.
»
Marco balbettò: «Ma io… io non ho più nulla! Mi rovini! »
«No», risposi con voce fredda come ghiaccio.
«Non ti rovino. Ti ho già rovinato. Perché i cinquecentomila euro che hai nascosto in Svizzera? Li ho già trovati.
E li ho già trasferiti. Sono sul mio conto ora. »
Sofia urlò, Chiara pianse, Marco implorò perdono. Ma io avevo già voltato pagina.
Qualche settimana dopo, mi sedetti su una panchina in riva al mare, con un bicchiere di vino bianco in mano. Giulia, la mia avvocata, si sedette accanto a me: «Non ricordavo che fossi così brava a giocare sporco. »
«Non lo ero», risposi. «Ma quando passi vent’anni a essere chiamata “inutile” e “poveraccia”, impari a osservare.
E a ricordare. Ogni parola, ogni gesto, ogni bugia. Li ho conservati tutti, come foto in un album. »
Nel telefono, un messaggio di Marco: “Ti prego, Elena.
Ti ho amata. Dammi una seconda possibilità. ”
Lo cancellai senza leggerlo. Dopotutto, avevo già la mia seconda possibilità: una nuova vita, un nuovo appartamento, e nessuno che mi dicesse cosa fare.
Quando il sole tramontò, alzai il bicchiere verso il cielo. «All’inferno, Marco», sussurrai. «E non scordare di salutarmi Sofia e Chiara.
»


