L’avvocato posò le ultime pagine sul tavolo di mogano e il mio nome non venne mai pronunciato. Beatrice si chinò verso di me con un sorriso che non raggiungeva gli occhi e sussurrò: «Ci aveva detto che ti eri allontanata. Disse che questo le aveva spezzato il cuore». Avevo passato l’ultimo anno a correre tra lavoro, bollette e un trasloco improvviso.

Ma due settimane prima di morire, mia zia mi aveva mandato una cartolina: «Il giardino è in fiore, peccato che tu non sia qui». Quella non era la scrittura di una donna abbandonata. Lorenzo taceva, ma la sua mascella tremava appena. Beatrice continuava a sorridere, troppo composta.
Qualcosa non tornava. Poi, nel silenzio dello studio, vidi una busta sulla scrivania dell’avvocato: aveva il mio nome scritto a mano da lei. Quando la toccai, sentii il peso di una verità che loro avevano cercato di seppellire.
E capii che quella battaglia non era mai stata per i soldi.


