Erano le sette di mattina di un gennaio freddo, quando scesi le scale di casa mia a Bologna. I gradini di marmo erano gelidi sotto le pantofole, e l’odore di candeggina dal piano di sotto mi accompagnava come sempre. Aprii la buca delle lettere e trovai una busta indirizzata a mio figlio Giulio, finita per errore nella mia cassetta. La presi in mano, pensando di lasciarla davanti alla sua porta.

Poi vidi il mittente: uno studio di psichiatria privato. La busta era già aperta, male incollata, e il foglio scivolò fuori da solo. Non volevo leggere, ma i miei occhi caddero sulle prime righe. C’era il mio nome, Ernesto Fabbri, 80 anni.
E poi le parole che mio figlio aveva commissionato su di me, senza dirmi nulla: “Deficit cognitivo lieve, capacità decisionale compromessa. ”
Mi appoggiai al muro, le gambe non mi reggevano. In quel momento capii tutto. Giulio non voleva proteggermi.
Voleva liberarsi di me. Mi chiamo Ernesto Fabbri, ho 81 anni. Per 37 anni ho guidato treni sulla linea Bologna-Milano, con qualsiasi tempo, con la nebbia fitta o il caldo che saliva dai binari. Ho fatto quel lavoro con onestà e sono andato in pensione con la schiena dritta.
Nel 2019 ho perso mia moglie Rosaria, dopo 36 anni insieme. Quando se n’è andata, una parte di me è morta con lei, ma sono rimasto in piedi per quello che avevamo costruito. vivo ancora nell’appartamento di via Saragozza, dove abbiamo cresciuto Giulio, dove abbiamo festeggiato ogni Natale, ogni compleanno, ogni Pasqua. Ogni angolo di quella casa racconta la nostra storia.
Con i risparmi di una vita, nel 1974 comprammo quell’appartamento. 330 metri quadri, messi da parte anno dopo anno, stipendio dopo stipendio. Giulio si è laureato in economia a Bologna, e all’inizio sembrava un figlio affettuoso. Chiedeva spesso della casa, ma con discrezione.
Poi, a settembre 2022, il suo tono è cambiato. Le domande sono diventate più insistenti: “Papà, perché non vendi? È troppo grande per te. Potresti stare più tranquillo in una casa di riposo.
”
All’inizio pensavo che fosse premura. Ma qualcosa non mi convinceva. Ho iniziato a registrare ogni conversazione, ogni richiesta, ogni pressione. Ho comprato un piccolo registratore e l’ho tenuto sempre in tasca.
Quando Giulio è venuto a trovarmi per parlare di “questioni pratiche”, ho registrato tutto. Le sue parole erano educate, ma il tono era freddo. Mi chiedeva di firmare una procura, diceva che era per gestire le mie cose “visto che non stai più bene”. Poi ho sentito parlare di una legge che protegge gli anziani, quella che permette di nominare un amministratore di sostegno.
Io l’ho fatto. Ho contattato l’avvocata Valenti, una professionista che conosceva bene queste situazioni. Le ho consegnato le registrazioni, le prove, le date, i nomi. Lei mi ha guardato e mi ha detto: “Signor Fabbri, lei è lucidissimo.
E suo figlio sta preparando il terreno per una richiesta di interdizione. ”
L’interdizione. Così mio figlio avrebbe potuto decidere tutto al posto mio. Vendere la casa, prendere i soldi, mettermi in una struttura.
E nessuno mi avrebbe creduto, perché un “anziano” non sa cosa è meglio per sé. Ma io lo sapevo. E avevo le prove. Quando Giulio è venuto per la seconda volta, con un tono ancora più deciso, gli ho mostrato il foglio dello psichiatra.
Gli ho detto: “So cosa hai fatto. ” Lui è diventato bianco. Ha cercato di negare, ha detto che era solo un controllo, che voleva il mio bene. Ma io avevo la registrazione di una telefonata in cui spiegava a un suo amico che “il vecchio deve firmare tutto prima che sia troppo tardi”.
Non gli ho gridato contro. Ho solo detto: “Da oggi, ogni tua mossa sarà monitorata. E se proverai a toccare la mia casa, ti farò causa. ” Giulio è uscito di casa senza dire una parola.
Ho chiuso la porta a chiave e ho pianto, non per la paura, ma per la delusione. Questo è il mio errore, se così si può chiamare: aver creduto che il sangue bastasse a proteggermi. Ora vi dico cosa ho imparato. La legge italiana ti dà strumenti, ma devi conoscerli.
L’amministratore di sostegno è uno di questi. Puoi nominare una persona di fiducia che gestisca i tuoi interessi, senza toglierti la libertà di decidere. Se qualcuno cerca di convincerti che “non sei più capace”, non firmare nulla. Chiedi una valutazione indipendente.
E soprattutto: registra tutto. Ogni conversazione, ogni pressione, ogni minaccia velata. Ho passato mesi con l’ansia, guardandomi alle spalle. Ma oggi sono ancora nella mia casa, con la mia testa, con i miei ricordi.
Giulio non ha più osato farsi vivo. Forse ha capito che non sono un vecchio rimbambito. Forse ha capito che la sua avidità non avrà mai la meglio su di me. Se state vivendo qualcosa di simile, non restate in silenzio.
Non pensate che sia normale. Un figlio che vi vuole bene non vi toglie la libertà. Un figlio che vi rispetta non parla di voi come di un peso. Io ho fatto la mia scelta.
E se mio figlio non mi parla più, beh, è un prezzo che ho pagato volentieri. La mia dignità vale più del suo amore, se quello era amore. Forse un giorno capirà. Forse no.
Io intanto vivo, e nessuno mi toglierà più nulla.


