Sabato mattina, alle 8:20, stavo per entrare in chiesa per il matrimonio di Ottavia. Il ragazzino sulla panca si agitava, la bambina sussurrava qualcosa alla madre, e la musica suonava piano….

Sabato mattina, alle 8:20, stavo per entrare in chiesa per il matrimonio di Ottavia. Il ragazzino sulla panca si agitava, la bambina sussurrava qualcosa alla madre, e la musica suonava piano....

Lavoro all’ufficio documentazione della fabbrica, mi occupo di controllare i documenti per le transazioni commerciali. Non è un lavoro che ti cambia la vita, ma paga le bollette e mi tiene occupata. La mia collega Ottavia è arrivata venti minuti dopo, con una camicetta bianca e una borsa nuova. All’inizio ha solo dato un’occhiata veloce, poi si è fermata davanti alla mia scrivania.

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«Hai ricevuto l’invito? » mi ha chiesto. «Sì, arriverò» ho risposto, senza guardarla. «Non puoi mancare, è un giorno importante» ha insistito, sistemandosi i capelli.

«Ottavia, ti ho detto che ci sarò. »
Erano le 8:20 di sabato. La chiesa era in centro, venti minuti di viaggio. Giù all’ingresso c’era la signora Marta del secondo piano, che mi ha guardata uscire con un cenno del capo.

La chiesa era piena. Davanti all’ingresso c’erano già delle persone, ospiti, invitati, donne in abiti sgargianti, uomini in giacca e cravatta. Qualcuno saliva i gradini, qualcuno si fermava all’ingresso a chiacchierare. Ma nel momento in cui mi trovai all’altezza della porta, qualcuno dentro la spinse con più forza, facendola rimbalzare contro lo stipite.

Il suo viso cambiò all’istante, una smorfia di disappunto, poi si ricompose. Il ragazzino si agitava sulla panca, la bambina sussurrava qualcosa all’orecchio della madre. Ottavia sorrideva, guardava lo sposo all’altare. Passarono davanti alla prima fila, poi la seconda, poi la terza, dove sedeva Liviana con la sua famiglia, poi davanti a me.

Mi sentii tagliare il fiato quando i suoi occhi incrociarono i miei per un attimo, poi si voltò. Fecero l’ingresso in chiesa, gli invitati si alzarono, qualcuno applaudì. Io rimasi ferma, le mani strette sulla borsetta. La cerimonia iniziò.

Ottavia e Gennaro si fermarono davanti al sacerdote, di fronte all’altare. Il prete parlava, la musica suonava piano, e loro sorridevano. Ma a un certo punto Gennaro si chinò verso Ottavia e le sussurrò qualcosa all’orecchio, veloce, sottovoce. Lei annuì impercettibilmente, con la testa all’indietro verso di me, veloce.

In quel momento Liviana si voltò. Era seduta in terza fila, ma girò la testa all’indietro bruscamente, come se avesse sentito qualcosa. Gli invitati si bloccarono, il prete rimase con la mano a mezz’aria, smarrito. Io mi fermai proprio all’uscita, con la mano sulla maniglia.

Ottavia era in piedi davanti all’altare, mi guardava. Non sorrideva più. Dentro la cerimonia è proseguita, ma io non riuscivo a fare un passo. Feci qualche passo in avanti, mi allontanai dalla porta, mi fermai all’ombra di una colonna.

Respiravo profondamente, lentamente. Strinsi la borsetta e sentii gli angoli della busta all’interno, i documenti. Di fronte alla chiesa c’era un piccolo caffè, alcuni tavolini all’aperto sotto una tettoia. Il cameriere era da qualche parte all’interno, non mi aveva vista, non l’ho chiamato.

Mi sedetti a un tavolino, ordinai un caffè con calma. Dentro c’erano delle voci, all’inizio sommesse, poi più forti. Sentii il mio nome, sussurrato, poi più deciso. Due donne parlavano vicino al bancone, una mi indicò con lo sguardo.

«È lei, quella che ha rovinato tutto. »
«Non doveva venire. »
«Povera Ottavia, guarda come sta. »
Mi alzai, lasciai una banconota sul tavolo e uscii.

Camminai per strada senza una meta, con la busta stretta al petto. Il telefono vibrava nella tasca, messaggi, chiamate, ma non rispondevo. Arrivai al parco, mi sedetti su una panchina. Il sole stava tramontando, il cielo si tingeva di rosa.

Era successo tutto così in fretta. La mattina, Ottavia che mi ignorava, il mio incubo che si avverava. Ma ora non piangevo, non tremavo. Guardavo la busta, pensavo al ristorante pagato in anticipo, ventimila euro, fiori, musicisti, fotografo, altri cinquemila.

Alla fine, solo i documenti potevano sistemare le cose. Avevo aspettato così a lungo per quel momento, e ora che era lì, non sapevo se avrei avuto il coraggio di usarli. Mi alzai, il telefono continuava a vibrare. Guardai lo schermo, era mio padre.

Risposi. «Dove sei? » chiese, la voce tesa. «Sono fuori, a fare una passeggiata.

»
«Torna a casa. Subito. »
«Non posso. Non ancora.

»
«Che cosa hai fatto, Ottavia? »
«Ho fatto quello che dovevo. Li aspetterò qui. »
Riattaccai.

Mi sedetti di nuovo sulla panchina, aspettando. Sapevo che prima o poi sarebbero arrivati. E questa volta ero pronta.