Il suono del respiratore sembrava il respiro meccanico di un uccello morente. Inspira, espira, inspira, espira. Ero lì, in piedi, davanti alla parete di vetro della terapia intensiva, con la fronte premuta contro la superficie fredda. Dall’altra parte, avvolto da tubi trasparenti, c’era il piccolo Michael.

Aveva solo otto anni. Ieri avevamo ripassato le tabelline e lui rideva perché cinque per cinque fa venticinque, che strofa stupenda. Oggi contavo i lividi sul suo corpicino. Erano troppi.
I medici si affaccendavano, ma capivo i loro movimenti. Troppo bruschi, troppo nervosi. È così che si muovono coloro che non temono la morte del paziente, ma chi attende nel corridoio. Sapevano chi ero.
Il dottor Wolf. Scesi nello scantinato, spostai lo scaffale con i vasetti di marmellata di lamponi e inserii il codice nel pannello nascosto. In un minuto, lo schema apparve sullo schermo. Silenzio.
Sullo schermo c’era il nome del capo della sicurezza. “Mi chiamo maggiore Wolf. Droghe, incidenti, le tangenti di tuo padre, lo sai, tutti i suoi loschi affari. ” “Mi chiamo dottor…
” Il sistema si basa sulla paura, e loro quella paura l’hanno distrutta. La tua fama ti precede. Un uomo silenzioso, con gli occhiali, in cella per frode, guarda il pavimento. Troppo silenzioso, sospetto.
Di’ a Max il codice: Legion. In sala operatoria era tutto fermo, solo il fischio dei monitor rompeva il silenzio. Trasporto, schema classico. Dovevo andare fino in fondo.
Cambia solo la forma. Il mio nome è Elena Schuster.


