Mia madre mi ha guardata dritto negli occhi e ha detto: “Sei un peso, vattene da questa casa”. Era la vigilia di Natale, e io ero appena tornata dall’ospedale militare, con una gamba ferita e…

Mia madre mi ha guardata dritto negli occhi e ha detto: "Sei un peso, vattene da questa casa". Era la vigilia di Natale, e io ero appena tornata dall'ospedale militare, con una gamba ferita e...

Quando mia madre mi disse “Sei un peso, vattene”, pensai fosse solo l’ennesima ferita. Ma poche ore dopo, nella casa di mia nonna, scoprii la verità. Non mi aveva mai davvero voluta. E tutto cambiò per sempre.

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La stanza costava 320 euro al mese. Per quella cifra avevo diritto a una finestra all’altezza del marciapiede, vista sui piedi dei passanti, un termosifone che funzionava a intermittenza e un padrone di casa che ogni due settimane si faceva vivo con l’aria di farmi un favore personale. A mezz’ora a piedi dal centro, anche se ormai facevo fatica a camminare. Per gli standard di Padova, un prezzo normale per un alloggio non proprio normale: cinque metri quadrati in più, carta da parati a fiorellini e un’unica presa di corrente vicino alla porta.

Mi ero trasferita lì all’inizio di novembre, quasi subito dopo la dimissione. Non perché volessi proprio Padova, semplicemente l’autobus per lì partiva prima. In tasca avevo appena quanto bastava per pagare il primo mese e comprare qualcosa da mangiare. Avevo affittato la stanza grazie a un annuncio su un foglietto vicino alla stazione, senza contrattare, e avevo passato i primi tre giorni quasi senza alzarmi dal letto.

Non tanto per via della gamba, quanto perché non c’era motivo di farlo. La gamba mi faceva male a modo suo, non come nei primi mesi dopo la ferita, ma in modo sordo, familiare, come un mal di denti a cui ci si è già abituati. Una scheggia mi aveva attraversato il muscolo della gamba destra e aveva sfiorato l’osso. I chirurghi dell’ospedale da campo fecero quel che poterono, poi mi trasferirono, poi mi operarono di nuovo in condizioni normali, poi ci fu la riabilitazione, o quel che lì si chiamava riabilitazione, in un ospedale militare con il personale dimezzato rispetto al necessario.

Camminavo, zoppicavo, ma camminavo. Questo era l’argomento principale a mio favore quando raccoglievo i miei pensieri e riflettevo su come andare avanti. Su una sedia vicino alla finestra c’era una pila di fogli. Era lì già da due settimane, quasi immutata.

In cima il modulo per la richiesta di pensione, sotto la dimissione dall’ospedale, ancora più in basso due lettere del ministero che avevo ricevuto prima della dimissione e che non avevo quasi letto. La pensione di invalidità: si chiamava proprio così, con quella parola al centro. Ammontava a circa 800 euro, a condizione che compilassi correttamente il modulo, superassi la nuova visita medica e aspettassi la decisione della commissione. La commissione si sarebbe riunita a febbraio.

Fino a febbraio dovevo vivere di qualcosa. Sul conto erano rimasti poco più di mille euro. Non perché guadagnassi poco. In dieci anni di servizio a contratto i soldi c’erano stati.

Ma ogni mese ne mandavo a mia madre, e quello che restava lo spendevo per non impazzire. A volte del cibo decente, a volte un libro. Una volta all’anno qualcosa che semplicemente desideravo. In dieci anni non avevo mai preso l’abitudine di desiderare qualcosa di costoso.

I soldi se ne andavano e basta, perché dove prestavo servizio non si riesce a mettere da parte nulla. I trasferimenti a mia madre erano un discorso a parte che non amavo affrontare nemmeno nella mia testa. I primi due anni li facevo da sola, di mia spontanea volontà, perché mi sembrava giusto. Mia madre era sola, i soldi non bastavano mai, e sentivo una sorta di senso di colpa per essere partita.

Poi mia madre aveva iniziato a chiamarmi. All’inizio raramente, poi più spesso. Le telefonate seguivano sempre lo stesso schema: prima un po’ di chiacchiere sul nulla, poi qualche problema, ora il tetto, ora l’auto, ora semplicemente “non so come farò ad arrivare a fine mese”. E io le inviavo i soldi.

Era più comodo che parlare, più facile che spiegare che nemmeno io ero ricca. Una sorta di compenso per non pensare troppo a casa. Negli ultimi tre anni avevo trasferito 500 euro al mese, a volte di più. Mia madre non mi chiedeva come stavo, non perché fosse indifferente, ma perché non era mai stato parte delle nostre conversazioni.

Sapevamo parlare di soldi, del tempo a Padova, del fatto che Gledis avesse rifatto le piastrelle in cucina. Di tutto il resto, no. C’era Dorset, una collega di lavoro di Bristol che aveva terminato il contratto e se n’era andata due anni fa, ora a Verona. Dopo l’ospedale mi aveva scritto per prima: “Fammi sapere se hai bisogno di qualcosa”.

Avevo risposto che andava tutto bene, ed era una bugia per metà. Fisicamente più o meno, per il resto no. Ma non era il tipo di cosa di cui si parla in poche parole. In ospedale avevo avuto molto tempo per pensare.

Leggevo quando riuscivo a concentrarmi, guardavo il soffitto quando non ci riuscivo. Avevo 37 anni. Sapevo maneggiare le armi, sapevo stare sveglia per due giorni di fila, sapevo non farmi prendere dal panico quando tutti intorno a me andavano nel panico. Non sapevo scrivere un curriculum, non sapevo spiegarmi in un paragrafo per un datore di lavoro.

Padova non era una scelta casuale, anche se mi dicevo che lo fosse. Qui avevo trascorso la mia infanzia, alcuni anni in un quartiere, poi un trasloco, poi un altro. Conoscevo queste strade in modo diverso da come le conoscono i turisti: dove comprare il pane più a buon mercato, che l’autobus numero 3 la domenica passa ogni 40 minuti, l’odore di umidità vicino al canale a novembre. Una sorta di territorio neutrale.

Non casa, ma qualcosa di familiare. Il familiare era più facile del completamente estraneo. Mia madre viveva proprio lì, a 20 minuti di autobus. Non avevo fretta di chiamarla dopo il mio arrivo.

Fu lei a chiamarmi una settimana dopo, senza preamboli: “Sei a Padova? ” Come lo sapeva? Non glielo chiesi. Probabilmente qualcuno l’aveva vista, qualcuno glielo aveva detto.

La conversazione fu breve. Mia madre mi chiese come andava la gamba, non perché fosse preoccupata, ma perché non sapeva cos’altro chiedermi. Risposi: “Bene, sta guarendo”. Disse qualcosa su dicembre, sul freddo, sul fatto che avremmo dovuto vederci.

Risposi: “Sì, certo, prima o poi”. Entrambe sapevamo che non significava nulla di concreto. Dicembre a Padova era grigio e umido. Qui ci si preparava a festeggiare il Natale con quella meticolosità italiana che da bambina mi sembrava la norma, ma che ora mi appariva quasi eccessiva.

Luci ovunque, profumo di castagne dalle bancarelle, folle in centro. Non andavo quasi mai in centro. La gamba reggeva, ma stare in fila non era uno sforzo che mi sembrava giustificato in quel momento. Le giornate erano semplici.

Al mattino, caffè, pillole, se la gamba si faceva sentire, poi qualcosa dalla pila di fogli, un foglio alla volta, perché di più non ce la facevo. Poi o uscivo a mangiare o semplicemente stavo sdraiata. La sera a volte accendevo il portatile e guardavo qualcosa che non richiedesse di seguire la trama. A volte mi sedevo semplicemente alla finestra e osservavo i piedi dei passanti.

Frettolosi, lenti, tacchi, scarpe da ginnastica, stivali da bambino con le velcro. Non pensavo a quello che era successo lì, non perché l’avessi rimosso, ma perché sapevo rimandare. Non pensare a ciò che non puoi cambiare in questo momento era anch’essa un’abilità acquisita nel corso degli anni. La ferita risaliva ad aprile.

A dicembre era diventata semplicemente un fatto della mia biografia, non più pesante degli altri. Non nutrivo illusioni sulla mia resistenza. Capivo che semplicemente non ero ancora arrivata al punto in cui si inizia a soffrire. Forse ci sarei arrivata.

Per ora: una pila di carte, la batteria che va e viene, una finestra all’altezza del marciapiede. Il 22 dicembre il telefono squillò verso le sei di sera. Ero seduta con una tazza di tè, ormai freddo, e guardavo il buio che calava fuori dalla finestra. Il nome sullo schermo: Gledis.

Lo guardai per qualche secondo, poi risposi. “Merritt! ”

“Sì, mamma, come stai? ” Non era una domanda sul mio stato di salute, era un modo per iniziare la conversazione senza passare subito al sodo.

Conoscevo quella frase a memoria. “Bene”, risposi. “La gamba sta guarendo. ”

Pausa.

In linea si sentiva un rumore di sottofondo: la televisione e dei passi di qualcun altro. “Cosa fai a Natale? ”

“Niente di speciale. ”

“Vieni da noi.

La sera del 25 ceniamo da noi. ”

Significava con Carmelo, il suo attuale compagno. L’avevo visto due volte. Una per caso quando ero passata a prendere delle cose qualche anno fa, la seconda in una foto sul telefono di mia madre.

Carmelo si occupava di qualcosa nel settore edile. Aveva dieci anni più di Gledis. Sembrava il tipo di persona che sa riparare i tubi e stare in silenzio a tavola. Non avevo nulla contro di lui personalmente.

Semplicemente faceva parte di una vita in cui non c’era posto per me. “Va bene”, dissi. Mi uscì più in fretta di quanto avessi previsto. Solo un riflesso acquisito negli anni: quando mia madre propone qualcosa di neutro, accetti, perché discutere richiede energia.

Non mi aspettavo nulla di speciale da quella cena. Ci saresti andata, saresti stata lì un paio d’ore, saresti tornata. “Vieni alle 8:00, ma non fare tardi. Carmelo non ama quando si fa tardi.

“Va bene. ”

“E vestiti come si deve, non con quella roba tua. ”

Non chiesi cosa significasse “quella roba tua”. Lo sapevo.

Significava niente jeans con le ginocchia consumate, niente maglione grigio che indossavo quasi ogni giorno. Significava fingere di essere la persona che mia madre avrebbe voluto che fossi. “Va bene”, ripetei. Mia madre salutò brevemente.

“Dai, vai. ” E riattaccò. Rimasi ancora qualche secondo a guardare lo schermo con la chiamata terminata. La tazza di tè si era completamente raffreddata.

Fuori dalla finestra era già buio, e le gambe dei passanti si erano trasformate in ombre, sfocate e veloci. Appoggiai la tazza sul davanzale e mi sdraiai sulla schiena, allungando una gamba. Oggi la gamba mi faceva male verso sera, come al solito, senza dolore acuto. Sul soffitto c’era una crepa che partiva dall’angolo e si interrompeva a un terzo della lunghezza della stanza.

L’avevo studiata abbastanza bene in queste settimane da notare che non si allargava, rimaneva ferma. La cena di Natale. Provai a immaginare come sarebbe stato, ma non ci riuscii, perché la mia immaginazione mi dava solo un’immagine sfocata. Il tavolo, le stoviglie, la luce, uno sconosciuto di fronte a me e mia madre che sa occupare tutto lo spazio della stanza senza fare nulla di particolare.

Fino a febbraio, la commissione. Fino a febbraio dovevo sistemare almeno un modulo della pila. Chiusi gli occhi e rimasi sdraiata, ascoltando la televisione accesa dietro il muro dei vicini, qualcuno che camminava al piano di sopra, la batteria che finalmente cominciava a scaldarsi con un leggero ticchettio metallico che ormai consideravo mio. Il 25 dicembre indossai gli unici pantaloni decenti e un maglione nero che avevo comprato prima di andare in servizio militare.

Mi guardai allo specchio stretto con una crepa in un angolo e decisi che andava bene. Non perché volessi piacere a mia madre, ma perché non volevo ulteriori discussioni sui vestiti oltre a tutto il resto. La gamba era sopportabile. Avevo preso una pastiglia in anticipo.

Mia madre viveva al quarto piano di un condominio prefabbricato in periferia. Conoscevo quella casa. Si era trasferita lì otto anni fa, quando Carmelo era entrato nella sua vita in modo abbastanza serio. Venni a sapere del trasloco da una breve telefonata: “Mi sono trasferita.

Prendi nota dell’indirizzo. ” Lo annotai. La porta la aprì mia madre. Gledis Holloway.

Anche se non era più Holloway da tempo, semplicemente non riuscivo a pensare ad altro. Era piccola, robusta, con i capelli corti e tinti di un colore difficile da definire con precisione, né rosso né castano, una via di mezzo. Aveva un bell’aspetto per i suoi 62 anni. Si portava dritta, si muoveva velocemente, un vestito verde scuro e orecchini con pietre.

La versione festiva di se stessa. “Sei arrivata? ” Disse, non “che bello che sei arrivata”, solo una constatazione. “Sono arrivata”, concordai.

Mia madre si fece da parte facendomi passare nell’ingresso. L’appartamento profumava di cibo, il normale profumo natalizio, carne e qualcos’altro, e un po’ del suo profumo che riconobbi subito, anche se non avrei saputo dirne il nome. L’ingresso era angusto: un armadio, una mensola con le scarpe, giacche appese ai ganci, un cappotto estraneo accanto al suo. Appesi la mia giacca all’unico gancio libero.

“Fammi dare un’occhiata a te”, disse mia madre. Mi voltai. Mi guardò brevemente, con quell’espressione che ricordavo fin dall’infanzia, valutativa, senza particolare calore. “Sei dimagrita.

“Un po’. ”

“Mangi male? ”

“Mangio bene. ”

Mia madre stava già andando in cucina.

La conversazione era finita. La seguii, e sulla porta del salotto vidi Carmelo. Era seduto su una poltrona davanti alla televisione e leggeva qualcosa sul telefono. Quando entrai alzò la testa.

Aveva più di 70 anni. Era corpulento, con folte sopracciglia grigie e mani che tradivano una vita di lavoro fisico. Si alzò e mi porse la mano. “Carmelo.

“Merritt. ” Stringemmo la mano. Lui annuì e si sedette di nuovo. Il tavolo era apparecchiato in salotto: tovaglia bianca, tre coperti, candele.

Mia madre sapeva apparecchiare la tavola. Era sempre una cosa bella, a prescindere da tutto il resto. “Siediti”, disse mia madre dalla cucina. “Carmelo, a tavola.

Mi sedetti di fronte alla finestra. Carmelo si sistemò a capotavola, non in modo ostentato, ma era semplicemente ovvio che quello fosse il suo posto. Mia madre portò il pane e una bottiglia di vino, li mise al centro e se ne andò di nuovo. “Hai prestato servizio militare?

” chiese Carmelo. “Sì. ”

“Dieci anni a contratto? ”

“Sì.

Lui annuì, si versò del vino, avvicinò la bottiglia a me. Ne versai un po’. Quando mia madre finalmente si sedette, la conversazione prese una piega prevedibile. Lei parlava del Natale, del fatto che l’anno scorso erano andati dai parenti di Carmelo al nord ed era stato scomodo, del fatto che quest’anno erano rimasti a casa.

Carmelo mangiava e ogni tanto aggiungeva una parola o due. Io rispondevo quando mi rivolgevano la parola. Era come stare seduti nel salotto di qualcun altro e aspettare il momento di andarsene. Portarono il piatto caldo: carne al forno con rosmarino e patate.

Mia madre cucinava bene. “Stai cercando lavoro? ” mi chiese mia madre. Non per caso, ma proprio come una domanda che aveva in mente e che ora aveva deciso di farmi.

“Per ora no. Aspetto la commissione. ”

“Quale commissione? ”

“Quella medica a febbraio, per la pensione.

Mia madre mi guardò. “La pensione? A 37 anni? ” Disse, non come una domanda.

“Per invalidità. ”

“E quanto pagano? ”

“Circa 800. ”

“Se la approvano.

” 800 euro, ripeté lei, come per assaporare la cifra. “È poco, lo so. ”

“E cosa farai? ”

“Me la caverò.

Carmelo mangiava in silenzio senza intromettersi. Aveva l’aria di una persona che aveva imparato da tempo a non immischiarsi negli affari altrui. Mia madre prese il pane, ne spezzò un pezzo. “Potresti trovare subito qualcosa da fare mentre aspetti.

Non devi per forza stare seduta. ”

“Ho un problema alla gamba. ”

“Ma cammini. ”

“Cammino, ma ho dei limiti.

” Mi guardò con quell’espressione che da bambina odiavo. Non cattiva, semplicemente come se stessi dicendo qualcosa che lei sentiva in modo diverso da come era stato detto. Come se dietro le parole “ho un problema alla gamba” si nascondesse qualcos’altro che lei aveva già capito e non approvava. “Va bene”, disse mia madre, e spostò lo sguardo su Carmelo.

“Versane ancora, per favore. ”

Per un po’ mangiammo in silenzio, il silenzio di persone che non hanno nulla di cui parlare e che lo accettano. Pensavo che dopo un’ora sarebbe stato possibile andarsene. La gamba per il momento reggeva.

“Sei a Padova da molto? ” chiese Carmelo. “Dall’inizio di novembre. Sono in affitto.

“È caro lì”, disse lui. “Va bene. ” Un argomento comodo, dietro al quale non c’è nulla. Avrei preferito trascorrere l’intera cena proprio così.

La madre tolse i piatti e portò il dessert, qualcosa con la panna, non ricordo il nome. Lo posò sul tavolo, versò il caffè. Carmelo disse che avrebbe preso della grappa, si alzò e andò alla credenza. Me ne offrì un po’ con un gesto.

Scossi la testa. Mia madre era seduta e mescolava il caffè. Taceva. Notai quel silenzio.

Era diverso, non era tranquillo, ma teso, come se lei trattenesse qualcosa e non avesse ancora deciso se lasciarlo uscire o meno. “Hai intenzione di restare qui? ” chiese alla fine. “A Padova?

“Beh, sì. ”

“Per ora non lo so. Vedrò dopo febbraio. ”

Mia madre posò la tazza.

“Merritt. Hai qualche progetto in generale? ” Conoscevo quel tono. Non era interesse, era preparazione.

Quando iniziava così, “Merritt” con una pausa, poi la domanda, significava che stava arrivando a quello che voleva dire. “Sì”, risposi. “Aspetto la commissione, poi penserò al lavoro. ”

“Capisco.

” Pausa. “E per quanto riguarda l’alloggio? ”

“Per ora sono in affitto. ”

“E poi?

“Non lo so. Vedremo. ”

Carmelo beveva grappa e guardava altrove. “Hai pensato di trasferirti da me?

” chiese mia madre. “Finché non ti sistemi? ”

Non risposi subito. Non perché stessi riflettendo sulla risposta, ma perché la domanda mi aveva colta di sorpresa.

Me ne aspettavo un’altra. “No”, dissi. “Perché no? ”

“Qui vive Carmelo.

Non c’è spazio. ”

“C’è una stanza. ”

“Mamma, sto solo dicendo che c’è una stanza. ”

“Potresti stare lì finché non ti rimetti in piedi.

“Sono già in piedi. ”

“Merritt. ” Nuova pausa. “Affitti una stanza con soldi che quasi non hai e aspetti una pensione che non si sa ancora se ti approveranno.

È questo che chiami in piedi? ”

Carmelo posò il bicchierino. Non si alzò, non se ne andò, semplicemente posò il bicchiere e si mise a guardare la tovaglia. “Me la caverò”, dissi.

“Lo dici sempre. E me la cavo sempre. Finora te la sei cavata”, disse lei. E in quel “finora” c’era qualcosa che non mi piacque.

“Ma adesso la situazione è diversa. ”

“Non vedo nulla di diverso. ”

“Merritt. Non hai un lavoro, non hai una casa decente, non hai salute.

Cosa pensi di fare nello specifico? ”

“Nello specifico, aspettare febbraio e decidere in base ai risultati. ”

“E se il risultato fosse negativo? ”

“Allora troverò un lavoro.

“Che lavoro? ” Nella voce di mia madre c’era una nota tagliente. “Con la tua gamba pensi che ti assumeranno da qualche parte? ”

“Mi assumeranno dove?

Non lo so ancora. ”

“Appunto. Non lo sai. ” Mia madre incrociò le mani sul tavolo.

“Merritt, ho 62 anni. Non sono obbligata a risolvere i tuoi problemi. Sei una donna adulta che se n’è andata e ha fatto la sua scelta. Ora è una questione tua.

“Non ti sto chiedendo di risolvere i miei problemi. ”

“E cosa mi stai chiedendo? ”

“Non sto chiedendo nulla. Sei stata tu a invitarmi a cena.

“Perché sei mia figlia. ” Lo disse come si pronuncia una clausola di un contratto. “Ma il fatto che tu sia mia figlia non significa che io sia responsabile per te. ”

“Nessuno ha parlato di responsabilità.

“Sei seduta qui e mi dici che non hai soldi e non hai un lavoro. Come posso sentirmi bene a sentirlo? ”

“Te l’ho detto perché me l’hai chiesto. ”

Mia madre prese il cucchiaio e lo posò.

“Ti ho mandato i soldi per gli studi. Quando sei entrata nell’esercito non te li ho più dati. In tutto questo tempo mi hai mandato dei soldi. ”

“Non lo nego.

Ma non te li ho chiesti. ” Non era vero. Sapevamo entrambe che non era vero, ma non ne parlai ad alta voce. “Va bene”, dissi.

“Cosa vuol dire? ”

“Va bene. Non importa. ”

“No, importa.

” La voce di mia madre si fece più calma, il che era peggio che se avesse alzato il tono. “Perché adesso mi guardi come se ti dovessi qualcosa. Non ti devo niente. ”

“Lo so.

“Allora, perché sei qui? ”

“Perché mi hai chiamata e mi hai chiesta di venire. ” Parlavo con tono piatto, anche se sotto le costole c’era qualcosa di sordo e caldo. “Se vuoi che me ne vada, me ne vado.

“Fai sempre così”, disse lei. “Fai finta che non ti importi. ”

“Non me ne frega niente. È solo che sono stanca di spiegare.

“Spiegare cosa? ”

“Che avevo solo bisogno di una cena. ”

Mia madre mi guardò. Poi guardò Carmelo, che continuava a fissare la tovaglia con lo sguardo fisso, come una persona che ha deciso di non esserci.

“Solo una cena”, ripeté lei con stanchezza. “Merritt, sei venuta qui a piedi, senza lavoro, senza soldi? Pensi che non me ne accorga? ”

“Te ne accorgi.

E allora? ”

“E non è possibile ignorarlo. ”

“È un mio problema. ”

“Tu sei mia figlia.

“Hai appena detto tu stessa che non sei responsabile per me. ”

Pausa. Qualcosa nel suo viso era cambiato. Non bruscamente, ma come cambia la luce quando una nuvola passa davanti al sole.

Mi guardò, e in quello sguardo vidi qualcosa che prima non avevo visto, o che non mi ero concessa di vedere. Non rabbia. Qualcosa di simile a una decisione che aveva preso in precedenza e che ora stava semplicemente mettendo in atto. “Sei un peso”, disse.

“Vattene da questa casa. ”

Le parole uscirono con calma. Non gridate, non con veemenza, proprio come si dice ciò che si pensava da tempo e che finalmente si è pronunciato ad alta voce. Carmelo alzò la testa, guardò mia madre, poi me, con uno sguardo vuoto, come quando si guarda qualcosa a cui non si sa come reagire.

Non mi mossi. Per qualche secondo, o forse di più, non tenni conto del tempo, rimasi semplicemente seduta a guardare mia madre, il vestito verde scuro, gli orecchini con le pietre, le mani giunte sulla tovaglia. Poi mi alzai. La gamba reagì con un’ondata sorda di dolore che saliva dal basso.

La pillola stava finendo di fare effetto. Presi la giacca dallo schienale della sedia. La appendevo sempre lì, per abitudine. Attraversai il salotto, passai accanto alla poltrona di Carmelo, accanto alla credenza con la grappa, e arrivai nell’ingresso.

Tolsi il cappotto dal gancio, lo indossai senza fretta, trovai le chiavi in tasca. Mia madre non mi seguì. Nemmeno Carmelo. Aprii la porta e la chiusi dietro di me.

Nell’ascensore c’era di nuovo odore di cipolla fritta, o forse era lo stesso odore che semplicemente non aveva fatto in tempo a dissiparsi. Fuori faceva freddo. Quel freddo di dicembre che non è pungente, ma umido, ti penetra sotto i vestiti e rimane. Stavo in piedi davanti all’ingresso con la borsa in mano e guardavo il cortile buio.

Avevo preso la borsa non perché l’avessi pianificato. Le mani l’avevano fatto da sole mentre mi mettevo la giacca. Un’abitudine dell’esercito: cambio di biancheria, ginnastica, documenti, pillole. Nient’altro di speciale.

La gamba già mi faceva più male. Le pillole erano nella borsa. Alla fermata mancavano 200 metri, sopportabili. Mi incamminai.

La fermata era vuota. Era la vigilia di Natale. La città se ne stava a casa e faceva finta che andasse tutto bene. Io probabilmente ero l’unica persona in quella strada che non fingeva nulla.

In tasca avevo il telefono. Lo tirai fuori e guardai lo schermo per qualche secondo. Dorset, fu la prima cosa che mi venne in mente. Ma erano quasi le 10 di sera, era Natale, e non sapevo cosa volessi da quella telefonata.

Non sapevo lamentarmi. I consigli non mi avrebbero aiutato in quel momento. Sentire semplicemente la voce di una persona a cui non devi spiegare chi sei. Forse sì, ma mi sembrava una ragione insufficiente.

Riposi il telefono. L’autobus arrivò dopo 7 minuti. Li avevo contati. Non perché avessi fretta, semplicemente quando stai al freddo con una gamba dolorante e la testa vuota, contare i minuti è più comodo che pensare.

Salii, inserii la moneta, mi spostai verso il centro e mi sedetti vicino al finestrino. Non c’era quasi nessuno: un uomo anziano vicino alla porta anteriore, una donna con delle borse qualche fila più in là. Nessun altro. L’autobus partì.

Dietro il vetro scorsero le luci, le ghirlande natalizie sulle facciate, le vetrine illuminate, i lampioni. Padova a dicembre sembrava come se fosse stata appositamente confezionata per una cartolina. Guardavo tutto questo senza provare nulla di particolare. Mia madre mi aveva appena detto di andarmene da casa sua.

Era un fatto concreto, non una metafora. E lo tenevo in mente come si tiene qualcosa di pesante, con cura, con entrambe le mani, cercando di non pensare al peso. Alla stazione scesi ed entrai, non perché sapessi cosa fare dopo, ma semplicemente perché lì faceva più caldo. La sala d’attesa nella notte di Natale: alcune persone con le valigie, due che dormivano su una panchina, un addetto alle pulizie con una macchina che emetteva un ronzio monotono.

Comprai un caffè al distributore. Era pessimo, troppo amaro e troppo bollente. Mi sedetti con quello davanti all’orario. L’orario lo guardai per qualche minuto senza leggerlo, poi iniziai a leggerlo.

C’era un autobus per Monselice alle 23:20. Monselice si trova in direzione delle colline Euganee, oltre le quali ci sono piccoli villaggi, uno dei quali si chiama Castelnuovo, e nel quale, per quanto ne sapevo, viveva ancora Yula Holloway, la nonna, la madre di mio padre. Una persona che avevo visto in vita forse tre o quattro volte, e l’ultima volta una quindicina di anni fa, a una lontana veglia funebre, dove se ne stava seduta in un angolo e non parlava quasi con nessuno. Non sapevo perché avessi pensato a lei.

O piuttosto lo sapevo, ma non volevo dirlo. Semplicemente c’era un autobus in quella direzione, e l’indirizzo, e non avevo nessun altro posto dove andare. L’appartamento con il termosifone che funzionava a intermittenza: lì avrei potuto ritrovarmi in qualsiasi momento. Non sarebbe andato da nessuna parte.

Ma in quel momento tornare lì mi sembrava impossibile. Non perché fosse pericoloso o brutto, semplicemente non avevo la forza di sdraiarmi in quella stanza e guardare il soffitto con la crepa. Finii il caffè, mi alzai, andai alla biglietteria e presi un biglietto per Monselice. L’autobus sarebbe partito tra 40 minuti.

Rimasi seduta sulla panchina con gli occhi chiusi per 40 minuti. La gamba si era calmata un po’. O forse avevo semplicemente smesso di farci caso. Pensavo a mio padre.

Si chiamava Patrick Holloway. Era morto quando avevo 14 anni. Non eroicamente, non all’improvviso, ma in modo lungo e brutto, per una malattia che aveva un nome complicato e significava una sola cosa: il fegato aveva smesso di funzionare. Beveva.

Non come si beve nelle storie, in modo turbolento, con risse e litigi, ma in silenzio, con costanza, senza pause particolari. Lavorava in fabbrica, tornava a casa, beveva, andava a dormire. Nei fine settimana beveva un po’ di più. Era in generale una persona per bene, taciturna, senza rancore.

Semplicemente questa sua abitudine silenziosa era bastata perché, quando avevo 14 anni, lui non ci fosse più. Mia madre non amava parlare di lui dopo la sua morte, quasi per niente. Non sapevo se fosse dolore o sollievo o qualcosa di terzo per cui lei non aveva parole. Mise via le sue cose in fretta, lasciò solo una foto, piccola, in un cassetto.

L’avevo vista per caso. Non abbiamo mai parlato di com’era, perché beveva, cosa fosse successo tra loro prima e dopo la mia nascita. Era un argomento tabù senza cartello. Yula, sua madre, si faceva vedere raramente.

Viveva lontano, all’inizio da qualche parte al nord, poi si era trasferita in un paesino vicino a Padova quando era diventata più anziana e, a quanto pare, sola. Mia madre non incoraggiava i contatti, non lo proibiva apertamente, semplicemente quando Yula chiamava, mia madre trovava sempre un motivo per cui ero occupata. E quando ogni tanto lei veniva comunque in casa, l’atmosfera diventava tesa in quel senso silenzioso e inspiegabile in cui tutti dicono parole normali, eppure si capisce che qualcosa non va. La ricordavo male.

Bassa, questo è certo, più o meno della stessa statura di mia madre, ma completamente diversa: spigolosa, dai movimenti bruschi, con i capelli corti e bianchi, che mi sembra fossero già così allora. Guardava dritto, senza quell’addolcimento che le persone di solito aggiungono allo sguardo quando guardano i bambini. Questo mi sembrava, o mi è rimasto impresso, che è la stessa cosa. Avevo l’indirizzo perché alcuni anni fa, quando ero in Italia per una breve vacanza, per qualche motivo mi era venuto in mente di cercarlo.

Cercai tra i vecchi documenti, negli elenchi telefonici, e alla fine lo trovai. Una casa a Castelnuovo, via e numero civico. Lo salvai sul telefono così, senza l’intenzione di usarlo mai. Era una di quelle cose che si fanno non perché bisogna, ma perché all’improvviso sembra che si debba.

Annunciarono l’atterraggio. Mi alzai, mi misi la borsa a tracolla e uscii sul binario. L’autobus era quasi vuoto. Poche persone, tutte in silenzio, ognuna con la propria ragione per andare da qualche parte alle 23:20 della notte di Natale.

Mi sedetti di nuovo vicino al finestrino. Dietro il vetro, all’inizio c’era ancora la città, le luci, le case. Poi finì, e iniziò l’oscurità con rare macchie di luce: una stazione di servizio, una casa solitaria, qualcos’altro. L’autobus procedeva regolare, con un leggero dondolio, ed era quasi piacevole.

Pensavo a quello che stavo facendo. Dal punto di vista del buon senso, stavo andando da una persona che quasi non conoscevo, nella notte di Natale, senza preavviso, con una piccola borsa e pochi soldi. Era difficile definirlo un piano ragionevole, lo capivo. Ma i piani ragionevoli erano finiti più o meno nel momento in cui mia madre aveva detto ciò che aveva detto e io mi ero alzata da tavola.

Non era solo per le sue parole. Dietro c’era qualcosa che portavo con me da tempo: la consapevolezza che per tutto quel tempo non avevo pagato solo con i soldi. Avevo pagato non facendo domande superflue, accettando la neutralità, arrivando quando mi chiamavano e andandomene quando la situazione diventava scomoda. Avevo pagato con il silenzio per il diritto di poter pensare a volte di avere una madre.

Era più economico della verità. Ma oggi la verità era venuta fuori da sola. Papà beveva in silenzio. Mamma parlava in silenzio.

Nella nostra famiglia tutto avveniva in silenzio, eppure qualcosa si rompeva sempre. Non sapevo cosa avrebbe detto Yula quando avesse aperto la porta. Forse non avrebbe aperto affatto. Era tardi, una voce sconosciuta, Natale.

Forse avrebbe aperto e avrebbe detto che non conosceva nessuna Merritt. Tutto è possibile quando vai da una persona che hai visto quattro volte in vita tua perché non hai altro posto dove andare. Ma c’era un momento che ricordavo chiaramente, anche se non ci pensavo da molti anni. Avevo 10 o 11 anni.

Yula era venuta per un giorno. Per quale motivo? Non lo ricordavo più. Mia madre era tesa, come sempre in occasione di quelle visite.

Eravamo seduti a tavola, mangiavamo qualcosa, gli adulti parlavano di qualcosa di adulto, e a un certo punto Yula mi guardò da sopra il tavolo. Mi guardò e basta, senza sorridere, senza fare quell’espressione commossa che fanno tutti quando guardano i bambini. E mi chiese: “Assomigli a tuo padre, lo sai? ” Mia madre rispose qualcosa in fretta, non ricordo cosa.

La conversazione passò ad altro. Ma quella frase, “assomigli a tuo padre, lo sai? “, rimase. Non perché fosse particolarmente importante, semplicemente perché era l’unica volta in cui qualcuno me l’aveva detto chiaramente, senza giri di parole né edulcorazioni.

L’autobus si fermò a Monselice. Scesi. Era quasi mezzanotte, e la cittadina dormiva. Persiane chiuse, pochi lampioni, silenzio.

Da Monselice a Castelnuovo c’erano ancora 8 km. A quell’ora l’autobus non ci arrivava. Lo sapevo quando avevo comprato il biglietto. Nel parcheggio della stazione c’era un solo taxi.

Mi avvicinai. “Castelnuovo”, dissi. “Via Roncale numero 7. ”

L’autista mi guardò con quell’espressione con cui la gente guarda i passeggeri a mezzanotte di Natale, senza particolare sorpresa, perché in questo lavoro hanno smesso da tempo di stupirsi.

“Sali”, disse. Viaggiammo in silenzio. Guardavo fuori dal finestrino: l’oscurità, i campi, le sagome degli alberi, di tanto in tanto le luci di qualche casa. La gamba mi faceva male.

Stavo seduta con la schiena dritta e tenevo la borsa sulle ginocchia. La casa era in fondo a una stradina, in pietra, a un piano, con un piccolo giardino circondato da una bassa recinzione. Non c’era luce alle finestre. Pagai l’autista, scesi e rimasi in piedi davanti al cancello, guardando la facciata buia.

Era tardi, troppo tardi per andare a trovare una persona che quasi non conosci. Era un pensiero ovvio. E lo portai a termine. Eppure spinsi il cancello, percorsi il vialetto fino alla porta e bussai.

Silenzio. Aspettai. Bussai di nuovo. Un po’ più forte, ma non troppo, perché in quel silenzio un colpo forte sarebbe sembrato fuori luogo.

Dietro la porta si mosse qualcosa. Poi dei passi lenti, senza fretta. La serratura scattò. La porta si aprì.

Era più bassa di quanto ricordassi. Una donna anziana di bassa statura, in una vestaglia di cotone, con i capelli bianchi corti arruffati dal sonno. In mano una torcia, me la puntò in faccia. Rimase in silenzio.

“Merritt Holloway. Sono la figlia di Patrick. ”

Yula mi guardò ancora per qualche secondo, poi abbassò la torcia. Si fece da parte.

“Entra. ”

Dentro c’era odore di legno, di qualcosa di bollito, un po’ di umidità. Yula accese la luce in cucina, una lampada sopra il tavolo, gialla. Un tavolo vecchio, quattro sedie, scaffali con barattoli.

Pulito, senza fronzoli. “Siediti”, disse, e mise su il bollitore. Mi sedetti. La gamba mi faceva male, il solito sottofondo.

Yula tirò fuori le tazze in silenzio, senza movimenti superflui. “Sei venuta in taxi? ”

“Sì, da Monselice. ”

Mi mise davanti una tazza.

Il tè era forte, scuro. “Natale. Vieni da Gledis? ”

“Sì.

“È successo qualcosa. ” Non c’era bisogno di chiederlo. “Sì. ”

Yula prese la sua tazza e si sedette di fronte a me.

Mi guardava dritto negli occhi, senza attenuanti. Me lo ricordai, lo riconobbi. Mi guardava esattamente così quando avevo 10 anni. “Raccontami.

Non avevo intenzione di raccontare nulla. Non sapevo perché fossi venuta, non per questo. Ma lei era lì seduta ad aspettare. In cucina c’era silenzio, e all’improvviso dissi: “Mi ha definita un peso.

Mi ha chiesto di andarmene, a cena. ”

“Sì. ”

“Sei a Padova da molto? ”

“Da novembre.

Mi hanno congedata. Una ferita. ”

Lei guardò le mie gambe sotto il tavolo. “Una gamba.

Lo stinco destro. Una scheggia. ” Annuì. Non aggiunse altro.

“Posso passare la notte qui? Me ne andrò domani mattina. ”

“C’è una stanza. Non te ne andrai domani mattina.

L’autobus è alle 8:45, non farai in tempo. Il prossimo alle 12:05. ”

“Allora, fino a mezzogiorno. ”

Yula si alzò, andò in fondo alla casa, tornò.

“La biancheria da letto è nell’armadio a sinistra della porta. La stanza è in fondo al corridoio. ”

“Grazie. ”

“Finisci di bere e vai a dormire.

Mi addormentai più in fretta di quanto mi aspettassi. Mi svegliai con l’odore del caffè. Fuori dalla finestra, una grigia mattina di dicembre. Rimasi sdraiata qualche minuto, ascoltando i soliti rumori di una casa estranea.

In cucina Yula stava friggendo le uova, già vestita, pantaloni scuri, maglione. Non si voltò quando entrai. “Il caffè è sul fornello. ”

Mi versai una tazza e mi sedetti.

“Pane, burro. ” Yula mi mise davanti un piatto e mangiò in piedi davanti alla finestra, guardando il giardino. Mangiammo in silenzio, non per imbarazzo, semplicemente così. Non mi chiese come avessi dormito.

Dopo colazione raccolse i piatti e li sciacquò. Mi offrii di aiutare. Scosse la testa. “Lavori?

” le chiesi. “No, sono in pensione. In estate mi dedico all’orto, in inverno leggo. ”

“Vivi qui da molto?

“Da 9 anni. Da sola. ” Si asciugò le mani e si voltò. “Non sei mai stata qui prima.

Gledis non ti ha mai portata. ”

“No. ”

Yula appese di nuovo l’asciugamano, prese la sua tazza dal tavolo, si versò altro caffè, si sedette di nuovo di fronte a me, come ieri sera. “Ti conosco a malapena”, disse.

“Non è solo colpa mia, anche se in parte lo è. ” Era una frase inaspettata, non perché particolarmente sincera, ma perché di solito le persone non dicono cose del genere così, senza preamboli. Yula lo disse con calma, come si parla di un fatto che si è riconosciuto da tempo. “Perché?

” chiesi. “Perché avrei potuto insistere, pretendere di vederci, presentarmi senza invito. Non l’ho fatto. Non volevo un conflitto con Gledis.

Era più comodo. ”

“Più comodo? ”

“Sì. ”

Pensai al fatto che tutti nella mia vita facevano ciò che era più comodo.

Mia madre prendeva i soldi in silenzio. Yula non si intrometteva. Io trasferivo i soldi senza dire una parola. Tutti e tre seguivamo lo stesso schema.

“Parlami di mio padre”, dissi. “Cosa esattamente? ”

“Qualsiasi cosa. Mia madre non ne ha mai parlato.

“Lo so. ” Yula posò la tazza. “Patrick era tranquillo fin da bambino. Non scontroso, proprio tranquillo.

Amava fare qualcosa con le mani, era bravo con il legno. Capiva le persone, capiva quando qualcosa non andava. Semplicemente non sapeva cosa farci. ”

“Beveva”, dissi.

“Sì. ” Yula non cercò di addolcire la pillola. “Ha iniziato presto, ancora prima di Gledis. Aveva un padre, mio marito, che beveva anche lui.

Non è una cosa che si eredita geneticamente, ma che si impara dall’esempio. Pensavo che Patrick ne sarebbe uscito. Non ne è uscito. ”

“Sapevi che beveva quando viveva con noi?

“Lo sapevo. ”

“Hai fatto qualcosa? ”

Yula rimase in silenzio per un po’, guardando il tavolo. “Gli ho parlato una volta, seriamente.

Lui ha detto: ‘Lo so, me ne occuperò’. Non ne ho più parlato. Perché era più comodo. Perché lui non voleva sentire, e io lo sapevo, e la conversazione non avrebbe portato a nulla.

” Mi guardò. “Non è una scusa. È solo una spiegazione. ”

“La differenza è minima.

“Sono d’accordo. ”

Avevo 37 anni. Ero seduta in cucina a casa di una persona che conoscevo a malapena, il giorno dopo che mia madre mi aveva definita un peso, e parlavo di mio padre scomparso 23 anni prima. Tutto questo avrebbe dovuto succedere prima.

“Perché tua madre non ti voleva bene? ” chiesi. Yula sorrise appena, non in modo allegro, ma piuttosto con quell’espressione che si ha quando si ricorda una vecchia storia non particolarmente divertente. “Pensava che la guardassi dall’alto in basso.

Non la guardavo. Semplicemente non mi importava. Ma Gledis ha sempre interpretato l’indifferenza come disprezzo. È una sua peculiarità.

“Conosco questa peculiarità. ”

“So che la conosci. ” Mi guardò. “Da dove?

“Perché sei cresciuta con questo. Quando hai accanto una persona che interpreta l’indifferenza come disprezzo, o inizi a dimostrare costantemente che non la disprezzi, oppure taci. ”

“Tu hai taciuto e te ne sei andata. ”

“Me ne sono andata perché volevo andarmene.

Probabilmente anche per questo, ma non solo. Non ho discusso. ” Probabilmente era vero anche quello. “Sapevi che mi chiedeva di mandarle dei soldi?

” chiesi. “No. Ma non mi sorprende. ”

“Le ho mandato 500 euro al mese negli ultimi 3 anni.

Prima meno, ma regolarmente. Per 10 anni. ”

“Te lo chiedeva. ”

“Chiamava e diceva che non aveva soldi.

Io glieli mandavo. ”

“Non è la stessa cosa che chiederti. È esattamente la stessa cosa, solo senza la parola ‘per favore’. ” Yula fece una pausa.

Qualcosa nel suo volto era cambiato, quasi impercettibilmente. Guardava il tavolo. “E ora che non hai soldi, ti ha definita un peso. ” Disse.

“Sì. ” “Capisco. ”

Quel “capisco” non era compassione né condanna. Aveva fatto due più due e ottenuto un risultato che non l’aveva sorpresa.

Era quasi peggio della compassione. “Te lo aspettavi? ” dissi. “Non conoscevo i dettagli.

” Yula si alzò, si avvicinò alla finestra, rimase lì a guardare il giardino. “Ma conoscevo Gledis abbastanza da capire. Lei sa prendere: soldi, silenzio, comodità. E non sa, o non vuole, dare.

Quando non c’è nulla da prendere, una persona diventa inutile. ”

“E tu hai taciuto su questo. ”

“Eri una bambina. Poi te ne sei andata.

“Chiamare e dire ‘tua madre è una persona così’. Cosa avrebbe cambiato? ”

“Almeno qualcosa. ”

“Non ti conoscevo.

“Tu non hai chiamato. Io non ho chiamato. Abbiamo fatto entrambe ciò che era più comodo. ”

Questo mi colpì più di quanto avrebbe fatto se avesse semplicemente accettato il mio rimprovero.

Perché aveva ragione. Avevo il suo numero in rubrica da 9 anni e non l’avevo mai chiamata. Restammo in silenzio per un po’. “Sei arrabbiata con lei?

Ci pensai onestamente. “Non lo so. Probabilmente sì. Solo che non è un dolore acuto.

È come qualcosa che fa male da tempo e a cui ci si è abituati. ”

“Ero arrabbiata con Patrick per molto tempo. Non è servito a nulla. ” Tornò al tavolo, prese una tazza, la posò, mi guardò.

“Merritt, avrei dovuto dirtelo prima. Molto prima. Ho aspettato. Gledis non ti ha mai voluta.

Non mi mossi. Non perché non avessi capito, proprio perché avevo capito, e subito, dal primo istante in cui le parole mi erano entrate dentro. Non c’era bisogno di chiedere di ripetere, non c’era bisogno di chiedere spiegazioni. Tutto si era composto da sé, rapidamente e definitivamente.

Come si compone qualcosa che era già quasi pronto da tempo, mancava solo l’ultimo dettaglio. Yula non distoglieva lo sguardo. “Patrick voleva un figlio. Lei no.

Lui l’ha convinta. Lei ha accettato perché il matrimonio andava male e pensava che questo avrebbe sistemato le cose. Non è stato così. Patrick beveva.

Lei è rimasta sola con un figlio che non voleva. Ha vissuto con questo peso per tutti questi anni. ”

Guardavo il tavolo, la macchia gialla della lampada, le mie mani, le macchie sulla tovaglia, le crepe sulla superficie di legno del tavolo, vecchie, consumate. Mi ricordai di quando da bambina le chiedevo di sedersi accanto a me quando stavo male.

Si sedeva per qualche minuto, poi trovava un pretesto per andarsene. Decisi: semplicemente non è una di quelle che accarezzano la testa. Succede. Ricordai quando partii per l’esercito.

Mia madre era in piedi nell’ingresso e disse: “Beh, buona fortuna. ” Due parole. Pensai: quindi siamo così, senza fronzoli. Per tutta la vita avevo inventato spiegazioni per la sua freddezza.

È impegnata, è fatta così. Semplicemente non siamo vicine. Non tutti sono calorosi. Probabilmente mi aspettavo troppo.

Probabilmente, probabilmente. Probabilmente non c’era nessun “probabilmente”. C’era semplicemente una donna che non voleva un figlio. Lo aveva partorito perché così era andata, e aveva trascorso i successivi 20 anni e più gestendo questo fatto con il minor danno possibile per sé stessa.

Avevo 37 anni, ero seduta nella cucina di qualcun altro in un paese vicino a Padova, e qualcosa dentro di me, qualcosa che ero abituata a considerare semplicemente parte di me, di sottofondo irrilevante, si spezzò silenziosamente e definitivamente. Non con un fragore. Semplicemente smise di reggere. “Non me l’ha detto”, continuò Yula, “ma l’ho visto fin dalla prima volta che sono arrivati con te.

Avevi tre mesi. Ti teneva come si tiene un estraneo. Non con crudeltà, semplicemente come un estraneo. ”

Come un estraneo.

Conoscevo quella sensazione, la conoscevo da tempo. Semplicemente non l’avevo mai chiamata per nome, perché chiamarla era più spaventoso che non chiamarla. Era più facile pensare che fossi io a fare qualcosa di sbagliato, che fosse qualcosa di risolvibile. Era più facile considerarla una sfida personale, piuttosto che ammettere che non c’era alcuna sfida.

In cucina regnava il silenzio. L’orologio ticchettava da qualche parte dietro la parete. “Perché sei rimasta in silenzio? ” dissi.

“Patrick era vivo. Era stata una sua scelta. Poi è morto. Tu eri un’adolescente.

Poi te ne sei andata. ” Yula parlava con tono piatto, senza scusarsi. “Non è giusto. Lo so.

Non è giusto. ” Ripetei. La parola era troppo piccola, ma non ne avevo un’altra. Me ne stavo seduta a pensare che per tutta la vita avevo cercato di meritarmi qualcosa senza sapere che era impossibile per definizione.

Non perché fossi cattiva. Semplicemente non voleva. Fin dall’inizio, prima di me, prima del nome, prima del volto. Ho sempre pensato di fare qualcosa di sbagliato, che se fossi stata più silenziosa, più utile, avessi occupato meno spazio, sarebbe andata meglio.

Poi, se me ne fossi andata. Poi, se avessi mandato dei soldi. Pagavo per il diritto di esistere al suo fianco, e non capivo per cosa. Yula taceva, mi guardava.

“Ma lei semplicemente non voleva”, dissi. “Sì. ”

Mi alzai, mi avvicinai alla finestra, guardai il giardino: rami spogli, cielo grigio, silenzio. Yula non diceva nulla e non si muoveva.

Era semplicemente lì accanto e taceva. Era proprio quello che ci voleva. Non piangevo. Dentro di me c’era qualcosa di più denso delle lacrime, come quando finalmente capisci che la porta a cui hai bussato per anni non è chiusa a chiave né sbarrata.

Semplicemente non c’è. Non c’è mai stata. Hai bussato contro un muro. La gamba mi faceva male.

Dietro il muro ticchettava l’orologio. Non partii alle 12:05. Non perché avessi preso una decisione, semplicemente alle 11:45 ero ancora seduta al tavolo della cucina con i documenti che avevo tirato fuori dalla borsa, e Yula era seduta di fronte a me con un libro, e nessuna di noi due disse che era ora che mi preparassi. Il tempo passò, l’autobus se ne andò.

Fingemmo entrambe di non averlo notato. I documenti erano gli stessi che giacevano sulla sedia vicino alla finestra nella mia stanza a Padova. Il modulo della domanda di pensione in cima, sotto l’estratto, sotto le lettere. Li disposi sul tavolo e li guardai con quella sensazione con cui si guarda un compito che avresti dovuto risolvere da tempo e che hai sempre rimandato.

“Che cos’è? ” chiese Yula senza alzare lo sguardo. “I documenti per la pensione di invalidità. La commissione è a febbraio.

“Li hai compilati? ”

“No. Non ancora. ”

Lei voltò pagina.

“Compilali oggi. ”

Presi la penna. Il modulo era di quattro pagine con caratteri minuscoli. Data dell’infortunio, natura della lesione, ospedale, riabilitazione, stato attuale.

Avevo tutto questo nella dimissione, nei certificati, nella memoria. Cominciai a compilare. Yula leggeva. A volte si alzava, metteva su il bollitore, si sedeva di nuovo.

Fuori dalla finestra era grigio e silenzioso. Il 26 dicembre, in un paesino vicino a Padova, sembrava uguale al 25, solo senza la sensazione che qualcosa dovesse accadere. Qualcosa era già accaduto la notte scorsa. Ora era dopo.

Compilavo il modulo lentamente, non perché fosse difficile, ma perché ogni punto richiedeva di fermarsi e ricordare con precisione: aprile, gamba destra, ferita da scheggia, primo soccorso in campo, evacuazione, ricovero, operazione. Un’altra operazione, riabilitazione, dimissione. Novembre. Era la biografia degli ultimi 8 mesi racchiusa in righe.

Sembrava ordinata ed esaustiva come solo i documenti ufficiali sanno apparire. Completai l’ultima pagina, la rilessi, apposi la firma, la riposti in ordine. Una cosa dalla pila, fatta. Yula chiuse il libro mentre riponevo la penna.

“L’hai presentata? ”

“Compilata. Devo portarla a Padova. Quando riaprono, dopo le feste, credo dal 3 gennaio.

Lei annuì, si versò del tè, avvicinò la teiera a me. Me ne versai anch’io. “Chiamerai Dorset? ” chiese Yula.

“Ne parlavi ieri? ” Non ricordavo di aver parlato ad alta voce, ma a quanto pare l’avevo fatto. “La chiamerò”, dissi. Fuori dalla finestra cominciava a fare buio.

Dicembre. Uscii in corridoio con il telefono. Composi il numero di Dorset. Rispose al terzo squillo.

“Merritt. ”

“Sì. È da tanto che non ti chiamo. ”

“Non fa niente.

” Breve pausa. “Come stai? ”

“Bene. Più o meno.

Dorset non insistette. Sapeva cosa significasse, e sapeva che non era il caso di chiedere. “Dove sei? ”

“In un paese vicino a Padova.

Dalla nonna paterna. ”

“La conosci? ”

“Quasi per niente. È una lunga storia.

“Ti trovi bene lì? ”

Guardai nel corridoio buio. Dalla cucina giungeva un rumore sommesso. Yula stava spostando qualcosa sui fornelli.

“Sì. È strano, ma mi trovo bene. ”

Dorset rimase in silenzio per un secondo. “È successo qualcosa?

Non devi per forza raccontarmi tutto. Solo… è successo qualcosa. ”

“Sì.

A cena di Natale da mia madre. ”

“Capisco”, disse Dorset. Usava il maschile quando pensava in fretta. Un’abitudine italiana ormai da tempo.

“Stai bene? ”

“Funziono. È sufficiente. ”

Restammo in silenzio.

Non era imbarazzante, solo una pausa tra due persone che non avevano bisogno di riempire il silenzio. “Ho compilato i documenti per la pensione”, dissi. “Devo presentarli il 3 gennaio. ”

“Vuoi che ti aiuti a districarti nella burocrazia?

Ci sono passata anch’io quando sono andata in pensione. Ci sono delle sottigliezze. ”

“Lo terrò a mente. ”

“Merritt.

“Sì. ”

“Chiamami quando torni a Padova. Chiamami subito, non tra un mese. ”

“Ti chiamerò”, dissi.

Questa volta non era una promessa di cortesia. Tornai in cucina. Yula stava già apparecchiando la tavola. Zuppa, pane.

Mi mise davanti una ciotola senza dire una parola. Mangiammo in silenzio. Yula mangiava velocemente e senza fretta, come una persona con un certo rapporto con il cibo. Non come un piacere e non come un dovere, semplicemente come qualcosa che va fatto.

Dopo cena sparecchiò, e io mi sedetti di nuovo a tavola. I documenti erano nella borsa, ma non li tirai fuori. Tirai fuori il taccuino che portavo sempre con me e una penna. “Stai scrivendo?

” chiese Yula senza voltarsi dal lavello. “Voglio scrivere una lettera. ”

“A chi? ”

“A mia madre.

Yula non disse nulla. Finì di lavare i piatti, si asciugò le mani e andò in camera. Mi lasciò semplicemente spazio. Rimasi sola in cucina sotto la lampada gialla.

Guardai la pagina bianca per qualche minuto. Scrissi: “Gledis, non mamma”. Solo il nome era più onesto. Poi scrissi a lungo, non perché non sapessi cosa dire, ma perché scrivevo, cancellavo, riscrivevo.

Non una lettera nel senso in cui si scrivono le lettere, un testo coerente con saluti e firma, piuttosto una lista. Tutto quello che volevo dirle e non le avevo mai detto. Scrissi dei soldi, non come un rimprovero, ma semplicemente come un dato di fatto. 10 anni, ogni mese, e non mi aveva mai chiesto se mi bastassero.

Scrissi che quando da bambina stavo male, lei si sedeva accanto a me per qualche minuto, poi se ne andava, e col tempo avevo smesso di chiedere. Avevo deciso che stavo chiedendo troppo. Scrissi che quando partii per l’esercito lei era in piedi nell’ingresso e disse: “Beh, buona fortuna”, e io partii, e per molto tempo non riuscii a capire perché mi avesse colpito così tanto. Due parole, niente di speciale.

Ma c’era qualcosa in esse che ricordavo chiaramente. Scrissi: “Non sapevo che non mi volessi. Ora lo so. Questo spiega molte cose.

Non tutto, ma molto. Questo non ti rende un mostro. Questo rende semplicemente tutto comprensibile. ” Scrissi: “Non sono arrabbiata con te come dovrei esserlo.

Sono solo stanca. Stanca di sforzarmi, stanca di essere abbastanza brava per una persona che non voleva vedermi brava, ma voleva semplicemente che non fossi di intralcio. ”

Guardai ciò che avevo scritto. Una pagina e mezza di testo conciso.

Non avevo intenzione di inviarlo, era chiaro fin dall’inizio mentre scrivevo. Non era una lettera per lei. Era una lettera per me, affinché tutto questo esistesse finalmente non solo nella mia testa, ma anche all’esterno, sulla carta, in parole che si possono toccare. Quando qualcosa è scritto, è reale.

Quando è solo nella testa, può essere qualsiasi cosa, capovolgersi, cambiare forma, diventare più piccolo o più grande di quanto sia. Sulla carta rimane al suo posto. Piegai il foglio a metà e lo riposti nel taccuino. Yula tornò silenziosamente, senza preavviso, si versò del tè e si sedette di nuovo di fronte a me.

Guardò il taccuino, poi me. “L’hai scritto? ”

“Sì. ”

“Lo manderai?

“No. ”

Lei annuì senza fare domande. “Yula. ”

“Sì.

“Ti sei mai pentita di non essere intervenuta allora? Di non aver parlato con tua madre, di non aver cercato di cambiare qualcosa? ”

Yula teneva la tazza con entrambe le mani. Fissò il tavolo per poco tempo, ma in modo evidente.

“Sì”, disse. “Me ne sono pentita. ”

“Anche adesso? ”

“Anche adesso.

“Questo non cambia ciò che è stato. ”

“No. ” Una risposta onesta. “Non ho fatto quello che potevo.

Semplicemente me ne pento. ”

Non sapevo cosa farne. Probabilmente non bisognava fare nulla. “Ci ho pensato ieri”, dissi, “prima di addormentarmi.

Al fatto che non ho una famiglia, nel senso in cui quella parola di solito significa qualcosa. Mia madre è una persona che mi ha dato il cognome e non mi voleva. Mio padre è morto quando avevo 14 anni. E poi ci sei tu.

Una persona che ho visto quattro volte in vita mia. ”

Yula rimase in silenzio. “Non è una lamentela”, dissi. “Solo una constatazione.

“Ti capisco”, disse Yula. Posò la tazza, mi guardò con quello sguardo diretto, senza cercare di renderlo meno penetrante di quanto fosse. “Il sangue non è acqua”, disse. “La gente lo dice quando vuole spiegare perché bisogna restare uniti alla famiglia a tutti i costi, come se il legame di sangue di per sé imponesse degli obblighi, garantisse qualcosa.

” Fece una pausa. “Non è vero. Il sangue è solo sangue. Non impone nulla.

Gledis è tua parente e non ha bisogno di te. Io ti sono quasi estranea, e sei venuta da me la notte di Natale perché non avevi altro posto dove andare. Questa è la vera situazione. ”

La guardai.

“E cosa ci si può fare? ”

“Niente”, disse Yula. “Accettarla così com’è. ” Pausa.

“Hai compilato i documenti. Hai chiamato un’amica. Hai scritto una lettera che non spedirai. Domani tornerai a Padova.

Questo è il prossimo passo. È poco. Per oggi basta. ”

Fuori dalla finestra c’era il buio totale, invernale, denso.

In cucina faceva caldo, la lampada era gialla e fissa. Dietro la parete ticchettava l’orologio. Restammo ancora in silenzio. Yula non aveva fretta, e nemmeno io.

Da qualche parte, ai margini della mia coscienza, c’era tutto quello che dovevo fare. Padova, i documenti, il 3 gennaio, febbraio, la commissione, il lavoro, i soldi, l’alloggio. Tutto questo non era sparito. Solo che ora era semplicemente una lista, non un muro.

“Devo tornare domani”, dissi. “Devo proprio. ”

“Lì ci sono le mie cose. La stanza è pagata fino alla fine del mese.

“L’autobus è alle 8:45”, disse Yula. “Mi alzerò alle 7:00, ti sveglierò. ”

Si alzò, sparecchiò le tazze, chiuse l’acqua, si fermò sulla porta. “Merritt.

“Sì. ”

“Se hai bisogno di venire, vieni. Non c’è bisogno di chiamare prima. ” Non sorrideva e non faceva una faccia significativa.

Lo disse con la stessa calma con cui diceva tutto il resto. “Vieni e basta. ”

“Va bene”, dissi. Se ne andò.

Rimasi sola in cucina. Rimasi seduta ancora un po’ sotto la lampada gialla. Sul tavolo una tazza vuota. Nella borsa un modulo compilato.

Nel taccuino una lettera che non avrei spedito. Domani l’autobus alle 8:45. Poi Padova, poi il 3 gennaio, poi febbraio, poi quel che sarà sarà. Non era un piano nel senso in cui si pianifica la vita.

Era semplicemente il passo successivo. Poi un altro ancora. Probabilmente è proprio così che si va avanti quando qualcosa si è interrotto e non c’è un nuovo inizio. Si fa semplicemente il passo successivo, perché c’è, perché non resta altro.

Riposi il taccuino nella borsa, spensi la lampada e iniziai a vivere senza aspettative.