Mia madre ha annunciato davanti a tutti che si è liberata del mio futuro in cantina. “Lì non hai nulla e non avrai nulla”, ha detto, con la stessa calma con cui si passa il pane. Io ho sorriso, ho…

Mia madre ha annunciato davanti a tutti che si è liberata del mio futuro in cantina. "Lì non hai nulla e non avrai nulla", ha detto, con la stessa calma con cui si passa il pane. Io ho sorriso, ho...

Mia madre era convinta di avermi portato via tutto. Io non dissi una parola, finché una lettera non fece crollare ogni loro certezza. Quel martedì di fine settembre arrivai in cantina alle 9:30. La vendemmia era alla seconda settimana e c’era quell’odore di Sangiovese pigiato, legno bagnato e benzina del trattore che Enzo non spegne mai.

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Enzo, il nostro viticoltore da trent’anni, era davanti al secondo tino con il tablet, l’aria accigliata. «Buongiorno. »
«Buongiorno. » Non alzò la testa.

«Le vendite sono calate di un punto e mezzo durante la notte. »
«Se continua così, dovremo accelerare la raccolta nel terzo settore. Quanti uomini abbiamo domani? »
«Sette.

»
«Possiamo prenderne altri tre da Morelli? »
«Si può fare, se chiami tu. Se chiamo io, lui inizierà a contrattare. »
«Chiamo io.

»

Finalmente alzò lo sguardo. Enzo ha gli occhi quasi grigi, e quando guarda dritto sembra che stia per dire qualcosa di importante. Ma di solito non dice nulla di importante. Si limitò a guardare e poi tornò al lavoro.

Chiamai Morelli e ci mettemmo d’accordo: tre persone per due giorni dalle 8:00. Lo annotai sul mio taccuino di pelle, quello che porto sempre con me e che nell’ultimo anno e mezzo si è riempito di materiale che non si trova in nessun documento di lavoro della Casa Benedetti. In ufficio mi aspettavano due lettere. Una di Laurent, l’importatore di Lione, che chiedeva quando avremmo spedito la partita di novembre e se fosse possibile aumentare il volume del 20%.

Laurent è un mio contatto, l’ho trovato io, gli ho scritto per prima, gli ho inviato i campioni. Mia madre sa solo che c’è un certo Laurent di Lione. La seconda lettera era di una danese di Aarhus interessata ai nostri bianchi. Risposi a entrambi.

Mezzogiorno e mezzo. Sentii i passi di mia madre dal corridoio. Cammina come se davanti a lei ci fosse qualcuno a cui deve cedere il passo. Riuscii a chiudere il taccuino e a riporlo nel cassetto.

«Giulia. »
«Sì, mamma. »
«Hai chiamato Morelli? »
«Sì, tre per due giorni dalle 8:00.

»
«Ti avevo chiesto di concordarlo prima con me. »
«Lo zucchero è sceso di un punto e mezzo durante la notte. Ne ho parlato con Enzo. »

Mi guardò con quello sguardo che usa quando vuole dire qualcosa di spiacevole ma decide che non è il momento.

Conosco quello sguardo meglio del mio viso allo specchio. «Stasera a cena alle 8:00 da noi. Ci saranno i Conti, Matteo con i genitori e zia Franca. »
«Me lo ricordo.

»
«Mettiti qualcosa, non venire così. » Annuì indicando la mia camicia di lino e uscì. Riaprii il cassetto e tirai fuori il taccuino. Sull’ultima pagina c’era una lista di sei punti.

Tutti spuntati, tranne l’ultimo. Chiusi il taccuino. All’una partii per Siena. Entrai nel bar nel cortile, quello che conoscono forse 200 persone in città.

Rovere era già seduto a un tavolino d’angolo, con un espresso e un bicchiere d’acqua. «Sei in ritardo», disse senza alzare lo sguardo. «Di quattro minuti, di cinque. »

Mi sedetti di fronte a Rovere, 62 anni, ex socio di mio padre.

Dopo la morte di papà, Rovere non era venuto al funerale. Mia madre non glielo aveva perdonato. Neanche io, a 14 anni. Poi, quando avevo 21 anni e cercavo qualcuno da cui imparare, andai da lui.

Allora mi disse: «Assomigli a tuo padre solo negli occhi. Tutto il resto viene da Lucana, e questo è un male per te e un bene per gli affari. » Ora capisco cosa intendeva. «I documenti sono dall’avvocato», disse.

«Ha ricevuto la tua firma venerdì. »
«Lo so. Domani do il via libera. »
«Non domani, giovedì mattina.

»
«Perché giovedì? »
«Oggi c’è la cena. »

Rovere mi guardò a lungo. Sa tacere in modo tale che l’interlocutore ha voglia di riempire il silenzio.

Ma io conosco questo trucco, quindi rimasi in silenzio anch’io. «Vuoi che lo dica davanti a tutti? »
«Voglio che lo dica davanti a tutti. »
«Pensi che lo dirà?

»
«Mettiamola così. Se non lo dirà oggi, lo dirà sabato. Ha già tutto pronto. Matteo viene con i genitori per la prima volta ufficialmente.

Zia Franca è la testimone principale in famiglia. Non avrà un momento migliore di questo. »

Rovere fece ruotare la tazza tra le dita. «E se ti sbagliassi?

»
«Allora giovedì glielo dirò io stessa. Ma non mi sbaglio. »

Lui annuì lentamente, senza compassione. «Enzo lo sa?

»
«Enzo lo saprà mercoledì sera. Glielo dirò io stessa. »
«Verrà con te? »
«Verrà.

»
«Ne sei sicura? »
«Ne sono sicura. »

Non spiegai perché. Enzo non mi aveva promesso nulla, e io non gli avevo chiesto nulla.

Ma nell’ultimo anno e mezzo abbiamo trascorso così tante ore insieme che so da che parte sta, e lui sa che io lo so. «Laurent? » chiese Rovere. «Laurent è mio.

Il contratto con Casa Benedetti lo firma mia madre, ma la corrispondenza l’ho sempre gestita io. Gli scriverò giovedì mattina prima che la lettera arrivi a casa. Capirà al volo. »
«E la danese?

»
«La danese non ha ancora firmato nulla. La convincerò facilmente. »

Rovere finì l’acqua. «Ero contrario al fatto che aspettassi così a lungo.

»
«Lo so, me l’avevi detto. »
«Avresti potuto andartene già in primavera. »
«Avrei potuto, ma in primavera non avevo ancora la conferma di Laurent per novembre, non c’era la danese, ed Enzo non era ancora pronto. E soprattutto non avevo le sue parole davanti a tutti.

E a me serve questo. »
«Perché? »
«Perché la conosco. Tra un mese dirà ai parenti che è stato un malinteso, che intendeva tutt’altro.

Se venti persone lo sentiranno con le loro orecchie, non ci sarà nessuno a raccontarlo. »

Rovere sorrise brevemente, solo con le labbra. «Sei più fredda di quanto pensassi quando sei venuta da me. »
«Anch’io allora ero fredda, solo che stavo più in silenzio.

»

Si alzò, mise cinque euro sul tavolo. «Giovedì mattina alle 8:00 dall’avvocato. Non fare tardi. »
«Non farò tardi.

»

Se ne andò. Rimasi seduta ancora una decina di minuti, finendo il mio caffè ormai freddo. Pagai e uscii in via della città. Chiara mi raggiunse davanti al palazzo Piccolomini, come se mi stesse aspettando apposta.

Forse era proprio così. A volte nostra madre la mandava da me quando non voleva parlare lei stessa. «Ciao», dissi. «Ci vai oggi a cena?

»
«Certo. »
«La mamma è nervosa. »
«Per cosa? »

Chiara mi guardò come si guarda quando si vuole dire qualcosa e non si è sicuri che l’interlocutore capisca.

Io avevo imparato da tempo a riconoscere quell’espressione e a non aiutare a decifrarla. «Beh», disse alla fine, «i genitori di Matteo per la prima volta. Vuole che tutto vada bene. »
«Andrà tutto bene.

»
«Non arrabbiarti, ok? »
«Per cosa? »

Lei esitò. «Beh, la mamma a volte dice cose…

la conosci. »
«La conosco. »

Guardavo mia sorella e pensavo che forse sapeva più di quanto lasciasse intendere, oppure non sapeva nulla e si era semplicemente abituata a scusarsi per nostra madre in anticipo. Non approfondii.

«Tu cosa indosserai? » chiese Chiara. «Qualcosa. Non una camicia di lino.

»
«No, non una camicia di lino. »

Sorrise sollevata, mi baciò sulla guancia e proseguì verso il Campo. La guardai allontanarsi. Al sole i suoi capelli sembravano quasi rossi, anche se in realtà sono castani, come quelli di nostra madre.

Andai nella direzione opposta, a casa, nell’appartamento in via del Capo di Mondo. Feci una doccia, aprii l’armadio e guardai a lungo i vestiti. Poi presi un vestito verde scuro che mia madre una volta aveva definito decente, e lo posai sul letto. Dal cassetto del comodino tirai fuori una piccola scatola con gli orecchini di perle che mi aveva regalato per i diciotto anni.

Li indosso raramente, ma oggi li metterò. Mi sedetti sul bordo del letto. Mancavano due ore e mezza a cena. Pensai a mio padre.

Amava quella cantina come si ama un essere vivente, senza sentimentalismi, ma con quella pazienza con cui si ama ciò che non ricambia. È morto in fretta, in otto mesi, di qualcosa che mia madre chiama ancora malattia. Quando avevo quattordici anni, al funerale, non piansi perché non capivo ancora cosa significasse per sempre. Lo capii a diciassette anni, di notte, quando mia madre mi disse per la prima volta che ero tutta mio padre, e questo, purtroppo, non è un complimento.

Mi alzai, andai all’armadio e tirai fuori le scarpe. Vestito verde scuro, orecchini di perle, scarpe nere con il tacco basso. Mi guardai allo specchio. C’era una giovane donna con un viso su cui non era scritto nulla.

Mi andava bene così. Il taccuino di pelle era sul comodino. Lo aprii all’ultima pagina e misi una spunta accanto all’ultimo punto. Non perché fosse cambiato qualcosa, ma perché tra due ore e mezza sarebbe cambiato.

La casa di mia madre è in via dei Rosari, a due minuti dal Duomo. Arrivai alle 9:10, dieci minuti dopo quanto chiesto, proprio quel tanto che bastava per poterlo attribuire al traffico. Chiara mi aprì. «Sei in orario?

»
«Sono in ritardo. »
«Per te è in orario. »

Nell’ingresso c’erano cappotti estranei. In salotto la luce centrale era accesa.

Mia madre non accende mai candele durante le cene di famiglia: lo considera una messa in scena. Il lungo tavolo era apparecchiato per otto, tovaglia bianca, porcellana che ricordo fin dall’infanzia. Zia Franca era seduta vicino alla finestra e parlava con la madre di Matteo, Donatella. Matteo era in piedi davanti al camino con un calice.

Lucana stava versando il prosecco. «Giulia», disse mia madre vedendomi, «finalmente. » Mi baciò l’aria sulla guancia. Il suo sguardo scivolò sul vestito, sugli orecchini.

Si soffermò mezzo secondo, senza reagire. Poi mi prese per il gomito e mi condusse dai Conti. «Questa è la mia primogenita Giulia. »
«Giulia, signori Conti, piacere.

»

Il signor Conti, basso, tarchiato, con quell’espressione che hanno le persone quando negoziano il prezzo anche solo per salutare. Matteo ha ventisei anni, si è laureato in economia a Bologna, lavora con il padre nella distribuzione, e ha il volto di una persona a cui non è mai venuto in mente che nella vita qualcosa possa andare storto. Zia Franca si avvicinò e mi abbracciò. Un abbraccio vero, non di circostanza.

Ha il viso di mio padre, gli stessi occhi, lo stesso modo di socchiudere leggermente le palpebre quando ascolta. «Stai bene? » disse a bassa voce. «Sono gli orecchini di mamma.

»
«Di mamma. »

Mi guardò più attentamente di quanto fosse necessario per parlare di orecchini. Sostenni il suo sguardo. Non disse nulla.

«A tavola! » annunciò mia madre. Ci sedemmo. Mia madre a capotavola, alla sua destra il signor Conti, alla sua sinistra Donatella, poi da un lato Matteo, Chiara, zia Franca, dall’altro io e una sedia vuota.

A casa nostra c’è sempre un posto in più del necessario. Portarono gli stuzzichini, un tagliere toscano, finocchiona, pecorino, olive, crostini con fegatini. Mia madre versò il vino, la nostra Vernaccia del 2023. Matteo alzò il bicchiere e guardò la luce.

«È vostra? »
«Nostra», disse mia madre. «Buona. »
«Lo so.

»

Il signor Conti sorrise. «Lucana, non sai proprio accettare i complimenti? »
«Non so e non me li aspetto. »

Tutti risero.

Tutti tranne me e zia Franca. Bevvi un sorso. La Vernaccia era davvero buona. Quest’anno Enzo ha azzeccato l’acidità.

La conversazione prese la solita piega. Conti raccontava una storia su una disputa a Montalcino. Donatella parlava della figlia che vive a Milano. Chiara mostrava a Matteo qualcosa sul telefono.

«Giulia», disse all’improvviso il signor Conti. «Lei lavora insieme a sua madre, ho capito bene? »
«Esatto. »
«E come vi dividete i compiti?

»
«Io mi occupo delle esportazioni e di una parte delle questioni produttive. Francia, un po’ di Danimarca, Belgio. »
«Davvero? » Disse lui e guardò mia madre.

«Lucana, tua figlia è un tesoro. »
«Giulia è capace», disse mia madre. Zia Franca posò la forchetta. Non ad alta voce, ma io la sentii.

Servirono le pappardelle con la lepre. Chiara disse che la lepre era troppo secca. Mia madre rispose che quella era la consistenza giusta. Discussero per cinque minuti finché Donatella non spostò l’argomento sul matrimonio.

«Pensiamo a maggio», disse. «Il tempo a maggio di solito è stabile. »
«Maggio va bene», concordò mia madre. «Chiara, hai deciso dove?

»
«Pensiamo a San Galgano, l’abbazia senza tetto. Romantico. »

Bevvi un sorso di vino. Era la prima volta che discutevano del matrimonio in mia presenza in quella formazione, e notai che nessuno mi chiedeva nulla, e che Chiara non si era mai voltata verso di me.

Era normale, aveva senso. Portarono la bistecca, un unico pezzo tagliato a metà per due persone, con i fagioli. Il signor Conti si versò del Sangiovese del 2021, ne bevve un sorso, annuì soddisfatto. «Lucana», disse, «volevo dire una cosa.

»
«Dimmi. »
«Io e Donatella, quando Matteo e Chiara si sposeranno, vorrei proporre una certa formalizzazione per quanto riguarda la distribuzione e in generale. »

Mia madre sorrise per la prima volta quella sera in modo sincero. «Speravo che lo dicessi.

»
«Potremmo prendere Casa Benedetti in esclusiva, e forse non solo sui canali. Chiara, a quanto mi risulta, è pronta a inserirsi gradualmente nella gestione. »
«Sono pronta», disse Chiara senza alzare lo sguardo. «È giusto così.

Gli affari di famiglia devono rimanere in famiglia. »

Zia Franca sollevò lentamente il bicchiere. «E Giulia? » chiese.

La sua voce era bassa, pacata, ma nella stanza risuonò in modo tale che Chiara alzò lo sguardo dal piatto. Mia madre guardò zia Franca, poi me, poi di nuovo zia Franca. E capì che era arrivato il momento, che stava aspettando un pretesto, e zia Franca glielo aveva fornito. «Franca», disse mia madre con calma, «visto che l’hai chiesto, penso che abbia senso dire tutto subito.

»

Il tavolo si immobilizzò. Prima Matteo, poi il signor Conti, poi un secondo dopo Donatella. Chiara era seduta con la forchetta in mano. Appoggiai la forchetta sul piatto e incrociai le mani sulle ginocchia.

«Giulia, io e i Conti abbiamo preso una decisione. Casa Benedetti passerà a Chiara e Matteo dopo il matrimonio. Legalmente, completamente. Io rimango come socio amministratore.

Tu non farai parte di questo schema. Va bene. Capisco che possa sembrare brusco, ma ci siamo già liberati del tuo futuro nella cantina. Lì non hai nulla e non avrai nulla.

Così sarà più onesto per tutti. »

Le parole «ci siamo liberati del tuo futuro» le pronunciò con la stessa espressione con cui di solito dice «passami il pane». Senza rabbia, senza compiacimento, con quella calma con cui si fa il bilancio contabile. Feci una pausa.

Mi ci vollero esattamente due secondi per notare che aveva detto proprio quello che mi aspettavo, parola per parola, quasi. «Si sono liberati». Era persino più forte di quanto mi aspettassi. La guardai e sorrisi, non di cuore, con la calma con cui si sorride quando si è d’accordo sul tempo.

«Capisco», dissi. «Spero che tu lo accetti con comprensione. »
«Lo accetterò. »

«Giulia è capace», disse mia madre rivolgendosi a Conti.

«Troverà un posto dove mettere a frutto le sue capacità. Ha una buona istruzione. »
«Certo», disse il signor Conti, guardandomi con un leggero imbarazzo. «Lucana», disse zia Franca.

«Franca, non dire niente. »
«Non sto dicendo nulla. »

«Bene», presi il bicchiere, «ne bevi un sorso. » Il Sangiovese era buono, e per un attimo pensai che nel 2021 Enzo avesse prodotto il miglior rosso degli ultimi cinque anni.

E quel pensiero mi sembrò così distante da tutto ciò che stava accadendo che lo annotai e lo lasciai andare. Chiara posò finalmente la forchetta. «Mamma, forse… »
«Chiara, mangia.

»
«È solo che… »
«Mangia. »

Chiara tacque. Donatella iniziò a parlare del tempo a maggio, animatamente, cercando di coprire il silenzio.

Il signor Conti annuiva. Zia Franca si voltò verso di me. «Giulia, stai bene? »
«Sto bene.

»
«Davvero? »
«Davvero, zia. »

Mi guardò più a lungo del necessario, e qualcosa nel suo sguardo era cambiato. Non era compassione, era qualcos’altro.

Aveva visto il mio viso, la mia calma, il mio sorriso che non svaniva né tremava, e aveva capito che qualcosa qui non era come pensava, non come se lo aspettava mia madre. Zia Franca non sapeva cosa esattamente non andasse, ma sapeva che qualcosa non andava. Lo vidi nei suoi occhi e distolsi lo sguardo. Il resto della cena proseguì per inerzia.

Servirono i cantucci e il Vin Santo. Mia madre raccontava a Donatella di un antiquario ad Arezzo. Chiara taceva, anche Matteo taceva. Alle 10:30 mi alzai.

«Grazie per la cena. Domani mi devo alzare presto. »
«Così presto? » chiese Donatella, per cortesia.

«La vendemmia. Domani mattina da noi ci sono quelli di Morelli. »
«Certo», disse mia madre. «Certo, Giulia.

»

Feci il giro del tavolo. Baciai zia Franca, che mi strinse la mano brevemente, con forza. Baciai Chiara, che non alzò lo sguardo. Feci un cenno a Matteo e Conti.

Mi avvicinai a mia madre per ultima. Ci baciammo l’aria sulle guance. «Buonanotte, mamma. »
«Buonanotte, Giulia.

»

Mi guardava negli occhi, io guardavo lei negli occhi. Cercava qualcosa: lacrime, risentimento, uno scandalo che non c’era stato. E non trovava nulla. Vidi nel suo sguardo un leggero stupore per il fatto che la scena non fosse andata proprio secondo copione.

Si aspettava che dicessi qualcosa, o che piangessi, o almeno che il mio volto cambiasse espressione. Non cambiai. Nell’ingresso mi misi la giacca. Chiara mi seguì fuori.

«Giulia… »
«Cosa? »
«Non sapevo che fosse così. »
«Lo sapevi?

»
«Non sapevo che fosse oggi. »
«Va bene, Giulia. »
«Aspetta. »
«Chiara, devo davvero andare.

»

Lei era in piedi sulla porta e mi guardava. Aprii la porta e uscii in strada. L’aria profumava di notte di settembre, di pietra raffreddata durante il giorno e un po’ di gelsomino proveniente da qualche cortile estraneo. Percorsi via dei Rosari in discesa senza voltarmi.

Giunta all’angolo, tirai fuori il telefono e scrissi a Rovere una sola parola: «Gliel’ho detto. » Un minuto dopo arrivò la risposta: «Giovedì alle 8:00. »

Riposi il telefono, camminai ancora per una cinquantina di metri, e solo allora notai che mi tremavano le mani. Non molto, un tremito leggero, come per il freddo, anche se non faceva freddo.

Mi fermai contro un muro e rimasi lì per un minuto, guardandomi le mani. Poi il tremore passò e proseguii. Arrivai da Rovere verso mezzanotte. Il suo vigneto si trova a 16 km da Siena, a sud-ovest, più vicino a Sovicille, lungo una strada che al buio si riconosce solo dall’odore di alloro in una curva ben precisa.

Guidai lentamente, senza musica, con il finestrino leggermente aperto. La casa di Rovere è bassa, in pietra, con una sola lampada accesa sotto il portico. Lui non chiude a chiave la porta d’ingresso perché ritiene che le serrature siano state inventate da persone che hanno qualcosa da nascondere. Era seduto in cucina in vestaglia sopra la camicia e leggeva un libro in francese.

Davanti a lui c’era un bicchierino di grappa. «Siediti», disse senza alzare lo sguardo. Mi sedetti. In silenzio prese un secondo bicchierino dall’armadio e me ne versò uno.

Lo bevvi tutto d’un fiato, senza guardarlo. La grappa era fatta da lui, forte, senza rotondità, come tutto ciò che fa. «Allora? » disse.

«Ha detto quello che ha detto.