La vendemmia era già alla seconda settimana e quell’odore di Sangiovese pigiato e legno bagnato si mescolava alla benzina del trattore che Enzo non spegne mai tra una corsa e l’altra. Arrivai alla cantina verso le 9:30, lasciai la borsa in ufficio, indossai una vecchia camicia di lino sopra la maglietta e andai verso i tini. Enzo era in piedi davanti al secondo tino con il tablet e un’aria accigliata. Non ama mia madre, amava mio padre.

«Buongiorno» dissi. «Buongiorno» non alzò la testa. «Le vendite sono calate di un punto e mezzo durante la notte. »
Diedi un’occhiata al tablet.
I numeri erano scesi davvero, non una catastrofe, ma spiacevole. «Se continua così, dovremo accelerare la raccolta nel terzo settore. Quanti uomini abbiamo domani? » chiesi.
«Sette. Possiamo prenderne altri tre da Morelli. »
«Chiamo io. »
Finalmente alzò lo sguardo.
Enzo ha gli occhi quasi grigi e quando guarda dritto negli occhi sembra che stia per dire qualcosa di importante. Di solito non dice nulla di importante. «Lucana sa che chiamerai Morelli. »
«Lucana sa che sto facendo il mio lavoro.
»
Lui grugnì e si diresse verso la terza vasca. Tirai fuori il telefono e chiamai Morelli. Tre persone per due giorni, dalle 8:00. Lo annotai sul mio taccuino, non su quello di lavoro comune, ma in quello piccolo con la copertina di pelle che porto sempre con me.
Nell’ultimo anno e mezzo vi si è accumulato un sacco di materiale che non si trova in nessun documento ufficiale di Casa Benedetti. In ufficio mi aspettavano due lettere. Una era di Laurent, un importatore di Lione con cui sono in corrispondenza da quattro anni. Chiedeva quando avremmo potuto spedire la partita di novembre e se fosse possibile aumentare il volume del venti per cento.
Laurent è un mio contatto, l’ho trovato io tramite una conoscente del corso per sommelier. Gli ho scritto per prima, gli ho inviato i campioni e abbiamo concordato il prezzo. Mia madre sa solo che esiste un certo Laurent di Lione, firma i contratti, ma la corrispondenza passa attraverso il mio indirizzo di lavoro e Laurent mi conosce di vista. Non ha mai parlato con mia madre.
La seconda lettera era di una danese di Aarhus interessata ai nostri bianchi. Risposi a entrambi. A Laurent brevemente, che avrei confermato il volume entro venerdì. Alla danese in modo dettagliato, allegando le schede tecniche.
Chiusi la posta e guardai l’orologio: mezzogiorno e mezzo. Dal corridoio si sentirono i passi di mia madre. Cammina come se davanti a lei ci fosse qualcuno a cui deve cedere il passo. Riuscii a chiudere il taccuino di pelle e a riporlo nel cassetto.
«Giulia. »
«Sì, mamma. »
Entrò. Ha quarantanove anni, la schiena molto dritta e i capelli che tinge dello stesso colore da vent’anni.
Indossava un dolcevita grigio e un filo di perle. Li indossa sempre, anche quando va alle vasche. «Hai chiamato Morelli? »
«Sì, tre per due giorni dalle 8:00.
»
«Ti avevo chiesto di concordarlo prima con me. »
«Lo zucchero è sceso di un punto e mezzo durante la notte. Ne ho parlato con Enzo. »
Mi guardò con quello sguardo che uso quando vuole dire qualcosa di spiacevole ma decide che non è il momento.
Conosco quello sguardo meglio del mio viso allo specchio. «Stasera a cena» disse invece. «Alle 8:00 da noi. »
«Me lo ricordo.
Ci saranno i Conti, Matteo con i genitori e zia Franca. »
«Mettiti qualcosa, non venire così. » Annuì indicando la mia camicia di lino e uscì. Rimasi lì un secondo, poi riaprì il cassetto e tirai fuori il taccuino.
Sull’ultima pagina avevo una lista breve di sei punti, scritta con la mia calligrafia che Enzo una volta aveva paragonato a quella di un farmacista. Passai il dito sulle righe. Tutti i punti, tranne l’ultimo, erano spuntati. Chiusi il taccuino e lo riposi.
All’una partii per la città. Siena a fine settembre non è più l’inferno turistico di agosto, ma non è ancora la Siena tranquilla di febbraio. Attraversai Piazza del Campo, salii in via di Città ed entrai nel bar del cortile, quello nascosto in uno stretto passaggio tra due case, di cui conoscono l’esistenza forse duecento persone. Rovere era già seduto a un tavolino d’angolo, davanti a sé un espresso e un bicchiere d’acqua, e leggeva qualcosa sul telefono tenendolo con il braccio teso, come fanno le persone che si rifiutano di ammettere di aver bisogno degli occhiali.
«Sei in ritardo» disse senza alzare lo sguardo. «Di quattro minuti. »
«Di cinque. »
Mi sedetti di fronte a lui.
Rovere ha sessantadue anni, il volto segnato da un leggero scetticismo. Era stato socio di mio padre dagli anni Ottanta fino ai primi anni Duemila, poi si erano allontanati senza litigare, come fanno le persone che si conoscono troppo bene. Quando mio padre morì, Rovere non venne al funerale. Mia madre non glielo perdonò, e nemmeno io, a quattordici anni.
Poi, quando ne avevo ventuno e cercavo qualcuno da cui imparare, andai da lui. Era il miglior enologo nel raggio di cento chilometri e io lo sapevo. Allora mi guardò e disse: «Assomigli a tuo padre solo negli occhi. Tutto il resto viene da Lucana, e questo è un male per te e un bene per gli affari».
Allora non capii cosa intendesse. Ora lo capisco. «I documenti sono dall’avvocato» disse. «Ha ricevuto la tua firma venerdì.
»
«Lo so. Domani do il via libera. »
«Non domani. Giovedì mattina.
»
Inarcò le sopracciglia. «Perché giovedì? »
«Oggi c’è la cena. »
Rovere mi guardò a lungo e rimase in silenzio, con quel suo modo di tacere che spinge l’interlocutore a riempire il vuoto con una spiegazione.
Conosco quel trucco, quindi rimasi in silenzio anch’io. Alla fine bevve un sorso d’acqua. «Vuoi che lo dica davanti a tutti? »
«Voglio che lo dica davanti a tutti.
»
«Pensi che lo dirà? »
«Mettiamola così. Se non lo dirà oggi, lo dirà sabato. Ha già tutto pronto.
Matteo viene con i genitori per la prima volta ufficialmente. Zia Franca è la testimone principale in famiglia. Non avrà un momento migliore. »
Rovere fece ruotare la tazza tra le dita.
«E se ti sbagliassi? »
«Allora giovedì glielo dirò io stessa. Ma non mi sbaglio. »
Annuì lentamente, non con compassione, ma come una persona che accetta un programma di lavoro.
«Enzo lo sa? »
«Enzo lo saprà mercoledì sera. Glielo dirò io stessa. »
«Verrà con te?
»
«Verrà. »
«Ne sei sicura? »
«Ne sono sicura. »
Non mi misi a spiegare perché.
Enzo non mi aveva promesso nulla e io non gli avevo chiesto nulla. Ma nell’ultimo anno e mezzo avevamo trascorso così tante ore insieme in cantina e tra i vigneti che so da che parte sta, e lui sa che io lo so. «Laurent? » chiese Rovere.
«Laurent è mio. Il contratto con Casa Benedetti lo firma mia madre, ma la corrispondenza l’ho sempre gestita io ed è fedele a me, non all’etichetta. Gli scriverò giovedì mattina prima che la lettera arrivi a casa. »
«E la danese?
»
«La danese non ha firmato nulla. La convincerò. »
Rovere finì l’acqua. «Sai, ero contrario al fatto che aspettassi così a lungo.
Avresti potuto andartene già in primavera. »
«Avrei potuto. Ma in primavera non avevo la conferma di Laurent per novembre, non c’era la danese, ed Enzo non era ancora pronto. E soprattutto non avevo le sue parole davanti a tutti.
E a me serve questo. »
«Perché? »
«Perché la conosco. Tra un mese dirà ai parenti che è stato un malinteso, che intendeva tutt’altro, che l’ho fraintesa.
Se venti persone lo sentiranno con le loro orecchie, non ci sarà nessuno a raccontarlo diversamente. »
Rovere sorrise brevemente, solo con le labbra. «Sei più fredda di quanto pensassi quando sei venuta da me. »
«Anche tu allora eri freddo.
Solo che stavi più in silenzio. »
Si alzò, mise cinque euro sul tavolo. «Giovedì mattina alle 8:00 dall’avvocato. Non fare tardi.
»
«Non farò tardi. »
Se ne andò. Rimasi seduta ancora una decina di minuti, finendo il mio caffè ormai freddo. Pagai e uscii.
Chiara mi raggiunse al Palazzo Piccolomini, come se mi stesse aspettando. Forse era proprio così. A volte nostra madre la mandava da me quando non voleva parlare lei stessa. «Ciao» dissi.
«Ci vai oggi a cena? »
«Certo. »
«La mamma è nervosa. »
«Per cosa?
»
Chiara mi guardò come si guarda quando si vuole dire qualcosa ma non si è sicuri che l’interlocutore capisca. Io avevo imparato a riconoscere quell’espressione e a non aiutare a decifrarla. «Beh» disse alla fine. «I genitori di Matteo vengono per la prima volta.
Vuole che tutto vada bene. »
«Andrà tutto bene. »
«Non arrabbiarti, ok? »
«Per cosa?
»
Lei esitò. «Beh, la mamma a volte dice cose. La conosci. »
«La conosco.
»
Guardavo mia sorella e pensavo che forse sapeva più di quanto lasciasse intendere, oppure non sapeva nulla e si era semplicemente abituata a scusarsi per nostra madre in anticipo. Non approfondii. «Tu cosa indosserai? » chiese lei.
«Non una camicia di lino. »
Sorrise sollevata, mi baciò sulla guancia e proseguì verso il Campo. La guardai allontanarsi. Al sole i suoi capelli sembravano quasi rossi, anche se in realtà sono castani, come quelli di nostra madre.
Io andai nella direzione opposta, verso il mio appartamento in via del Capo di Mondo. Feci una doccia, aprì l’armadio e guardai a lungo i vestiti. Poi presi dall’appendiabiti un vestito verde scuro che mia madre una volta aveva definito decente e lo posai sul letto. Dal cassetto del comodino tirai fuori una piccola scatola: gli orecchini di perle che mia madre mi aveva regalato per i diciotto anni.
Li indosso raramente, ma oggi li metterò. Mancavano due ore e mezza alla cena. Pensai a mio padre. Amava quella cantina come si ama un essere vivente, senza sentimentalismi, ma con la pazienza con cui si ama ciò che non ricambia.
Morì in fretta, in otto mesi, di qualcosa che mia madre chiama ancora malattia, come se una parola concreta potesse riportarlo indietro. A quattordici anni, al funerale, non piansi perché non capivo ancora cosa significasse per sempre. Lo capii a diciassette anni, di notte, quando mia madre mi disse per la prima volta che ero tutta mio padre e che questo, purtroppo, non era un complimento. Mi guardai allo specchio.
C’era una giovane donna con un viso su cui non era scritto nulla. Mi andava bene così. Sul comodino c’era il taccuino di pelle. L’aprì all’ultima pagina e misi una spunta accanto all’ultimo punto.
Non perché fosse cambiato qualcosa, ma perché tra due ore e mezza sarebbe cambiato. La casa di mia madre è in via dei Rosari, una stradina a due minuti dal Duomo, con una facciata color ocra e una pesante porta di legno comprata da un antiquario ad Arezzo nel ’95. Arrivai alle 19:10, dieci minuti dopo il previsto, quanto bastava per poterlo attribuire al traffico. Chiara mi aprì.
«Sei in orario» disse. «Sono in ritardo. »
«Per te è in orario. »
In salotto c’era la luce centrale accesa.
Mia madre non accende mai le candele durante le cene di famiglia, lo considera una messa in scena. Il tavolo era apparecchiato per otto: tovaglia bianca, porcellana che ricordo fin dall’infanzia, calici per il rosso e per il bianco. Zia Franca parlava con la madre di Matteo, Donatella. Matteo era in piedi davanti al camino con un calice.
Il signor Conti stava ascoltando mia madre, che versava il prosecco. «Giulia» disse mia madre vedendomi. «Finalmente. » Mi baciò l’aria sulla guancia.
Il suo sguardo scivolò sul vestito, poi sugli orecchini. Si soffermò mezzo secondo, senza reagire. Mi prese per il gomito e mi condusse verso i Conti. «Questa è la mia primogenita, Giulia.
»
«Giulia, signor Conti, piacere. »
Il signor Conti, basso, tarchiato, ha quell’espressione di chi negozia il prezzo anche solo per salutare. Matteo ha ventisei anni, si è laureato in economia a Bologna e ha il volto di una persona a cui non è mai venuto in mente che nella vita qualcosa possa andare storto. Zia Franca si avvicinò e mi abbracciò.
Un abbraccio vero, non di circostanza. Ha cinquantadue anni, è la sorella minore di mio padre, vive a Grosseto, viene a Siena quattro volte all’anno. Ha il viso di mio padre, gli stessi occhi, lo stesso modo di socchiudere leggermente le palpebre quando ascolta. «Stai bene?
» disse a bassa voce. «Sono gli orecchini di mamma. »
«Di mamma. »
Mi guardò più attentamente di quanto fosse necessario per parlare di orecchini.
Sostenni il suo sguardo. Non disse nulla. «A tavola! » annunciò mia madre.
Ci sedemmo. Mia madre a capotavola, alla sua destra il signor Conti, alla sua sinistra Donatella, poi da un lato Matteo, Chiara, zia Franca, dall’altro io e una sedia vuota che nessuno aveva tolto, perché a casa nostra c’è sempre un posto in più del necessario. Portarono gli stuzzichini, un tagliere toscano, finocchiona, pecorino, olive, crostini con i fegatini. Mia madre versò il vino, la nostra Vernaccia del 2023.
Matteo alzò il bicchiere verso la luce. «È vostra? »
«Nostra» disse mia madre. «Buona.
»
«Lo so. »
Il signor Conti sorrise. «Lucana, non sai proprio accettare i complimenti. »
«Non so e non me li aspetto.
»
Tutti risero. Tutti tranne me e zia Franca. Bevvi un sorso. La Vernaccia era davvero buona.
Quest’anno Enzo aveva azzeccato l’acidità. La conversazione prese la solita piega. Il signor Conti raccontò una storia su una disputa a Montalcino, Donatella parlò della figlia che vive a Milano, Chiara mostrava qualcosa a Matteo sul telefono. «Giulia» disse all’improvviso il signor Conti.
«Lei lavora insieme a sua madre. Ho capito bene? »
«Esatto. Mi occupo delle esportazioni e di una parte delle questioni produttive.
Francia, un po’ di Danimarca, Belgio. »
«Davvero? » Guardò mia madre. «Lucana, tua figlia è un tesoro.
»
«Giulia è capace» disse mia madre. Zia Franca posò la forchetta. Non rumorosamente, ma io lo sentii. Servirono le pappardelle con la lepre.
Chiara disse che la lepre era troppo secca, mia madre rispose che quella era la consistenza giusta, e discussero per cinque minuti finché Donatella non spostò l’argomento sul matrimonio. «Pensiamo a maggio» disse. «A San Galgano, l’abbazia senza tetto. Romantico.
»
Bevvi un sorso di vino. Era la prima volta che discutevano del matrimonio in quella formazione. Notai che nessuno mi chiedeva nulla e che Chiara non si era mai voltata verso di me. Era normale.
Aveva senso. Portarono la bistecca, un unico pezzo tagliato a metà per due persone, con i fagioli. Il signor Conti si versò del Sangiovese del 2021, ne bevve un sorso e annuì soddisfatto. «Lucana» disse.
«Volevo dire una cosa. Io e Donatella, quando Matteo e Chiara si sposeranno, vorremmo proporre una certa formalizzazione per quanto riguarda la distribuzione. »
Mia madre sorrise per la prima volta quella sera in modo sincero. «Speravo che lo dicessi.
»
«Potremmo prendere Casa Benedetti in esclusiva. E forse non solo sui canali. Chiara, a quanto mi risulta, è pronta a inserirsi gradualmente nella gestione. »
«Sono pronta» disse Chiara senza alzare lo sguardo.
«È giusto così. Gli affari di famiglia devono rimanere in famiglia. »
Zia Franca sollevò lentamente il bicchiere. «Giulia?
»
La sua voce era bassa, pacata, ma nella stanza risuonò in modo tale che Chiara alzò lo sguardo dal piatto. Mia madre guardò zia Franca, poi me, poi di nuovo zia Franca. Capì che era arrivato il momento. «Franca» disse con calma.
«Visto che l’hai chiesto, penso che abbia senso dire tutto subito. »
Il tavolo si immobilizzò. Prima Matteo, poi il signor Conti, poi Donatella. Chiara restò seduta con la forchetta in mano.
Io appoggiai la forchetta sul piatto e incrociai le mani sulle ginocchia. «Giulia, io e i Conti abbiamo preso una decisione. Casa Benedetti passerà a Chiara e Matteo dopo il matrimonio. Legalmente, completamente.
Io rimango come socio amministratore. Tu non farai parte di questo schema. Capisco che possa sembrare brusco, ma ci siamo già liberati del tuo futuro nella cantina. Lì non hai nulla e non avrai nulla.
Così sarà più onesto per tutti. »
La frase «ci siamo liberati del tuo futuro» la pronunciò con la stessa espressione con cui di solito dice «passami il pane». Senza rabbia, senza compiacimento, con la calma con cui si fa un bilancio contabile. Feci una pausa.
Mi ci vollero esattamente due secondi per notare che aveva detto proprio quello che mi aspettavo. Parola per parola, quasi. «Si sono liberati» era persino più forte di quanto avessi previsto. La guardai e sorrisi, non col cuore, ma con la calma con cui si sorride quando si è d’accordo sul tempo.
«Capisco» dissi. «Spero che tu lo accetti con comprensione. »
«Lo accetterò. »
«Giulia è capace» disse mia madre rivolgendosi al signor Conti.
«Troverà un posto dove mettere a frutto le sue capacità. Ha una buona istruzione. »
«Certo» disse il signor Conti, guardandomi con un leggero imbarazzo. «Lucana» disse zia Franca.
«Franca, non dire niente. »
«Non sto dicendo nulla. »
«Bene. » Presi il bicchiere e ne bevvi un sorso.
Il Sangiovese era buono, e per un attimo pensai che nel 2021 Enzo avesse prodotto il miglior rosso degli ultimi cinque anni. Quel pensiero mi sembrò così distante da tutto ciò che stava accadendo che lo annotai e lo lasciai andare. Chiara posò la forchetta. «Mamma, forse…
»
«Chiara, mangia. »
Chiara tacque. Donatella iniziò a parlare del tempo a maggio, animatamente, cercando di coprire il silenzio. Il signor Conti annuiva.
Zia Franca si voltò verso di me. «Giulia, stai bene? »
«Sto bene. »
«Davvero?
»
«Davvero, zia. »
Mi guardò più a lungo del necessario. Qualcosa nel suo sguardo era cambiato. Non erano compassione o sospetto: era la percezione che qualcosa qui non quadrava.
Non sapeva cosa, ma sapeva che qualcosa non andava. Distolsi lo sguardo. Il resto della cena proseguì per inerzia. Servirono i cantucci e il Vin Santo.
Alle 22:30 mi alzai. «Grazie per la cena. Domani mi devo alzare presto. »
«Così presto?
» chiese Donatella, per cortesia. «La vendemmia. Domani mattina da noi ci sono quelli di Morelli. »
Feci il giro del tavolo.
Baciai zia Franca, che mi strinse la mano brevemente, con forza. Baciai Chiara, che non alzò lo sguardo. Feci un cenno a Matteo e al signor Conti. Mi avvicinai a mia madre per ultima.
Ci baciammo l’aria sulle guance. «Buonanotte, mamma. »
«Buonanotte, Giulia. »
Mi guardò negli occhi, io guardai lei negli occhi.
Cercava qualcosa: lacrime, risentimento, uno scandalo che non c’era stato. Non trovava nulla. Nel suo sguardo vidi un leggero stupore per il fatto che la scena non fosse andata secondo copione. Nell’ingresso mi misi la giacca.
Chiara mi seguì fuori. «Giulia? »
«Cosa? »
«Non sapevo che fosse così.
»
«Lo sapevi? »
«Non sapevo che fosse oggi. »
«Va bene, Giulia. »
«Chiara, devo davvero andare.
»
Aprii la porta e uscii in strada. L’aria profumava di notte di settembre, di pietra raffreddata e di un po’ di gelsomino da qualche cortile estraneo. Percorsi via dei Rosari in discesa senza voltarmi. All’angolo tirai fuori il telefono e scrissi a Rovere una sola parola: «L’ha detto».
Un minuto dopo arrivò la risposta: «Giovedì alle 8:00». Riposi il telefono. Camminai ancora per una cinquantina di metri e solo allora notai che mi tremavano le mani. Non molto, un tremito leggero, come per il freddo, anche se non faceva freddo.
Mi fermai contro un muro e rimasi lì un minuto, guardandomi le mani. Poi il tremore passò e proseguii. Arrivai da Rovere verso mezzanotte. Il suo vigneto si trova a sedici chilometri da Siena, più vicino a Sovicille, lungo una strada che al buio si riconosce solo dall’odore di alloro in una curva precisa.
Guidai lentamente, senza musica, col finestrino leggermente aperto. La casa di Rovere è bassa, in pietra, con una sola lampada accesa sotto il portico. Lui non chiude a chiave la porta d’ingresso, perché ritiene che le serrature siano state inventate da persone che hanno qualcosa da nascondere. Era seduto in cucina, in vestaglia sopra la camicia, e leggeva un libro in francese.
Davanti a lui c’era un bicchierino di grappa. «Siediti» disse senza alzare lo sguardo. Mi sedetti. Prese un secondo bicchierino dall’armadio e me ne versò uno.
Lo bevvi tutto d’un fiato. La grappa era fatta da lui, forte, senza rotondità, come tutto ciò che fa. «Ha detto quello che doveva dire» dissi. «Che si sono già liberati del mio futuro in cantina, che lì non ho nulla e non avrò nulla.
»
«Con chi? »
«Conti, Donatella, Matteo, Chiara, zia Franca. »
«Zia Franca l’ha chiesto. »
«Zia Franca l’ha chiesto.
»
Annuì lentamente, chiuse il libro e lo posò sul tavolo. «Bene. »
«Cosa c’è di bene? »
«È bene che ci sia Conti.
Ora non è più un testimone dalla sua parte. Non vorrà confermare di aver sentito una cosa del genere. Dirà che non se lo ricorda. »
«Lo so.
So che lo sai. »
Si alzò, aprì il frigo, tirò fuori pecorino e pane e me li mise davanti. «Mangia. »
«Ho già cenato.
»
«Non hai cenato. So come mangi quando sei nervosa. »
Non volevo discutere. Spezzai un pezzo di pane, tagliai un pezzo di formaggio.
Rovere si sedette di fronte a me e si versò un altro bicchiere di grappa. Su una parete c’era una fotografia sbiadita dove lui è in piedi accanto a mio padre vicino a un trattore. È appesa lì da quando ho memoria. «Raccontamelo di nuovo» dissi.
«Cosa dovrei raccontarti? »
«Di mio padre. »
Mi guardò da sopra il bicchierino. «Perché proprio adesso?
»
«Perché oggi voglio sentirla. »
«Ti ho già raccontato tutto. »
«Raccontamela ancora una volta. »
Rimase in silenzio per cinque secondi, poi si appoggiò allo schienale.
«Tuo padre era più mite di tua madre, e in questo stava la sua debolezza e la sua forza. Abbiamo comprato questo terreno insieme nell’86, in due, tramite una società. Io mi occupavo della tecnologia, lui delle vendite. Per otto anni è andato tutto bene.
Poi lui sposò Lucana e due anni dopo lei lo convinse che io gli fossi di intralcio. Non subito, gradualmente. Lei sa come fare le cose con calma. Lui non mi diceva nulla, ma io capivo.
Nel 97 gli proposi di separarci. Lui accettò troppo in fretta. Mi diede i soldi e comprò Casa Benedetti dal vecchio Spinelli. Lucana voleva qualcosa di loro, senza di me.
Poi non ci siamo parlati per otto anni. Quando si ammalò, mi chiamò una volta sola. Disse che avrebbe voluto che andassi a trovarlo. Sono andato.
Eravamo seduti nella sua cucina a Casa Benedetti, proprio dove ora siede tua madre, e mi disse due cose. La prima, che era stato uno sciocco. La seconda, che aveva paura per te, non per Chiara. Per te, perché gli assomigli, e Lucana non ama ciò che gli assomiglia.
Lo disse a parole. »
«E tu cosa gli rispondesti? »
«Gli dissi che avrei fatto attenzione. »
Spezzai un altro pezzo di pane, non perché avessi fame, ma perché avevo bisogno di fare qualcosa con le mani.
«Non sei venuto al funerale. »
«No. »
«Perché? »
«Perché Lucana aveva fatto sapere tramite conoscenti comuni che se fossi venuto avrebbe fatto una scenata.
E io avevo quarantotto anni e non volevo uno scandalo al funerale di tuo padre. Ci sono andato più tardi, da solo, a gennaio, quattro mesi dopo. Tu avevi quattordici anni e mezzo e nessuno te lo disse. »
Annuii.
Non lo sapevo prima, o meglio, lo immaginavo, ma lui non me lo aveva mai confermato. «Quando sei venuta da me due anni fa» disse lui «ti ho riconosciuta subito, dagli occhi e dal modo in cui parlavi di Sangiovese. Ti dissi che assomigliavi tutta a tua madre tranne che negli occhi. Ho mentito.
Assomigli tutta a tuo padre. Volevo vedere come avresti reagito. Non reagisti in alcun modo, e capii che con te si poteva lavorare. »
«Grazie.
»
«Non c’è di che. Ti ho usata. Tu hai usato me. È stato un accordo onesto fin dall’inizio.
»
«Lo so. So che lo sai. »
Finii la grappa e ne versai ancora. Non rifiutai.
«Parlami di giovedì» dissi. «Cosa viene spedito esattamente? »
«Tre documenti. Il primo è una comunicazione del tuo avvocato in cui dichiari che ti ritiri ufficialmente da tutti gli accordi informali di lavoro e collaborazione con Casa Benedetti, precisando che non hai alcun obbligo scritto nei loro confronti, il che è confermato dall’assenza di un contratto in tre anni di lavoro.
Il secondo è una comunicazione in cui si precisa che tutta la corrispondenza con Laurent, la danese e Jean-Paul Morel è stata condotta dal tuo indirizzo personale, che i contatti sono stati ottenuti da te personalmente e che questi rapporti se ne vanno con te, con gli screenshot allegati. Terzo, una dichiarazione in cui affermi che da lunedì entrerai come socio nel progetto Sovagio Autentico, con una quota, e che questo progetto opera nella stessa regione e nello stesso segmento di prezzo. »
«Enzo? »
«Enzo presenta la domanda di dimissioni mercoledì sera, da solo.
Io non figuro nei suoi documenti. Ha deciso lui stesso. Così lei non potrà dire che l’hai adescato. »
«Lo dirà.
»
«Che lo dica pure. Non potrà provarlo. Laurent lo sa da luglio. Il suo contratto con Casa Benedetti scade a dicembre.
Non lo rinnoverà. Ne firmerà uno nuovo con noi. »
«La danese non ha ancora firmato. »
«Ce la farai.
»
Annuii. Sapevo già tutto questo. Avevo bisogno di sentirlo dire da lui ancora una volta, quella sera, dopo cena, nella sua cucina. Non per sicurezza, per un altro motivo.
Lui lo capì. «Hai dei dubbi? » disse. «Non sul progetto.
Ho dei dubbi su me stessa. Per due minuti. »
«Passerà. »
Si alzò, aprì l’armadietto sopra il lavandino e ne tirò fuori una busta.
La posò davanti a me. «Che cos’è? »
«È una lettera di tuo padre. Me la diede durante la nostra unica conversazione prima di morire.
Disse: “Dagliela se ne avrà bisogno”. »
«Chi ne avrà bisogno? »
«Ne avrai bisogno tu. Tu stessa.
»
Guardai la busta. La carta era color crema, spessa, come quella che mio padre usava per le lettere alla banca. Sulla busta c’era il mio nome scritto con la sua calligrafia. «Giulia».
E basta. «L’hai tenuta per nove anni» dissi. «Perché non me l’hai data prima? »
«Perché prima non ne avevi bisogno.
Ne avevi bisogno stanotte, dopo che lei ha detto la sua. Se oggi non fossi venuta da me così come sei venuta, non te l’avrei data nemmeno oggi. »
«Come sono venuta? »
«Pronta.
»
Presi la busta. Era sottile. Dentro c’era un solo foglio, scritto su entrambi i lati con una grafia familiare che avevo visto venti volte nei vecchi taccuini dello studio. Non ripeterò qui ciò che c’era scritto.
Dirò solo che mio padre lo scrisse tre settimane prima di morire, che chiamava le cose col loro nome, che mia madre in quella lettera è chiamata madre ma descritta senza indulgenza, e che alla fine scrisse: «Se lei ti allontana, non cercare di ricucire i rapporti. Vai e agisci. Ce la farai meglio di lei. Anche in questo mi assomigli».
Piegai il foglio, lo rimisi nella busta e la appoggiai sul tavolo. «Va bene» dissi. «Grazie. »
«Non c’è di che.
»
Rimasi seduta ancora un minuto. Rovere non mi metteva fretta. Non mette mai fretta a nessuno, è forse la sua unica caratteristica gentile. «Vado a dormire» dissi.
«Vai. La stanza è pronta. »
Mi alzai, presi la busta, arrivai alla porta e mi fermai. «Aldo» dissi.
Non l’avevo mai chiamato per nome, solo Rovere o signor Rovere. «Se non fosse morto, secondo te lei l’avrebbe stremato? »
Mi guardò a lungo. «Lo avrebbe stancato.
Era buono, ma debole. Lei lo avrebbe stancato. Questa è forse l’unica cosa per cui le sono grato: lo ha liberato da una lunga agonia. »
«È cinico.
»
«È cinico» concordò lui. «Vai a dormire. »
La stanza dove dormo quando resto lì è piccola, al secondo piano, con una finestra che dà a est. Mi spogliai, mi sdraiai senza spegnere la lampada, misi la busta sul comodino e rimasi a guardare il soffitto per una decina di minuti.
Poi spensi la luce. Mi addormentai più in fretta di quanto mi aspettassi. La mattina mi alzai alle 7:00. Rovere era già in piedi e aveva preparato il caffè.
Lo bevemmo sotto il portico: faceva freddo, le mattine di settembre in collina sono sempre più fredde che in città. Il vigneto dietro casa era ancora in ombra, i tralci brillavano di rugiada. «Alle 8:00» disse lui. «Alle 8:00.
»
L’avvocato di Rovere si chiama Stefano Basile, ha circa quarant’anni, lo studio è in via Banche di Sopra, e io l’avevo già incontrato due volte. Alle 8:00 eravamo da lui. Mi mostrò i tre documenti nella versione definitiva. Lessi tutto con attenzione, riga per riga, anche se conoscevo il contenuto a memoria.
In un punto chiesi una correzione: la parola «risoluzione» fu sostituita con «cessazione», perché non c’era nulla da risolvere, non essendoci alcun contratto. Basile annuì, corresse e ristampò. Firmai tutti e tre i documenti e scrissi la data: 25 settembre. «Quando li spediamo?
» chiese Basile. «Alle 10:00 del mattino, con corriere. Controfirma, non per via elettronica. »
«Va bene.
»
«E una copia a Lione, una copia alla danese. Questa la mando io stessa. »
Uscimmo dall’ufficio alle 9:30. Rovere mi aspettava giù in macchina.
Andammo a prendere un caffè in un piccolo bar all’angolo di via della Sapienza, dove nessuno conosceva nessuno di noi. Bevemmo due caffè in piedi al bancone. Lui pagò. Non obiettai: era forse l’ultima volta che mi pagava il caffè, e lo sapevamo entrambi.
Alle 10:00 uscimmo in strada. La mattina era limpida. A Siena iniziava una normale giornata di settembre. Salutai Rovere vicino alla macchina.
Non mi abbracciò, non mi diede una pacca sulla spalla, semplicemente annuì e si mise al volante. Proseguii a piedi verso il mio appartamento. Lungo la strada entrai in farmacia e comprai un cerotto. Non mi serviva nulla.
Volevo solo entrare in farmacia, per constatare che quella mattina potevo ancora farlo come una persona normale, e che tra due ore non sarei più stata la stessa persona. Valeva la pena ricordare com’ero prima. Alle 10:10 Basile mi mandò un messaggio: «Consegnato. Firmato di proprio pugno da Lucana Benedetti».
Guardai lo schermo, poi misi via il telefono. A casa mi preparai una seconda tazza di caffè e mi sedetti vicino alla finestra. Il cortile era vuoto, solo il bucato del vicino di fronte stendeva ad asciugare. A un certo punto mi resi conto che stavo sorridendo per la prima volta in ventiquattro ore in modo sincero, non con quel sorriso sfoggiato a tavola da mia madre.
Fu una spiacevole presa di coscienza, ma non discussi con essa. La prima telefonata di mia madre arrivò alle 11:20. A quell’ora non ero più a casa: ero da Rovere, al vigneto a Sovicille, perché a mezzogiorno era previsto un colloquio con due lavoratori stagionali per il nuovo progetto. Il telefono era nella borsa sul sedile del passeggero.
Sentivo la vibrazione e non rispondevo. Alle 11:23 vibrò di nuovo, alle 11:25. Alle 11:27 arrivò un messaggio da Chiara: «Giulia chiama la mamma urgentissimo», senza punto interrogativo, senza punto. Arrivai a Sovicille, parcheggiai davanti a casa di Rovere, tirai fuori il telefono: tre chiamate perse da mia madre, un messaggio da Chiara, una mail da Laurent con la conferma di aver ricevuto la mia copia.
Risposi a Laurent con un breve «grazie» e rimisi il telefono in tasca. Rovere uscì di casa. «Già» chiese. «Già.
»
«Enzo? »
«Enzo ha presentato la domanda ieri alle 22:00, di persona, in mano. »
Ci dirigemmo verso la dépendance dietro casa, dove ci aspettavano già due persone: un uomo di circa quarantacinque anni, corpulento, col berretto, e suo nipote, sui vent’anni. Li aveva raccomandati un cugino di Morelli, non quello da cui avevo preso gli operai l’altro ieri.
La conversazione fu d’affari: circa quaranta minuti di tariffe, orari, vitto. Io prendevo appunti sul mio taccuino di pelle. Rovere taceva perlopiù, intervenendo solo per precisazioni tecniche. Quando stringemmo le mani, notai che il mio telefono vibrava senza sosta in tasca.
Non lo tirai fuori. Dopo che se ne andarono, finalmente lo tirai fuori. Sei chiamate perse da mia madre, due messaggi da Chiara, uno da zia Franca e, cosa che mi sorprese di più, uno da Matteo. Aprii prima quello di zia Franca: «Giulia, chiamami quando puoi.
Non la mamma. Me». Pensai di chiamarla la sera. Matteo scriveva: «Giulia, non sono affari miei, ma mio padre è in una situazione molto spiacevole.
Richiamami quando puoi». Lo rilessi due volte. Poi Chiara: «Giulia, cosa hai fatto? » E un minuto dopo: «Mamma è furiosa.
Enzo se n’è andato. Che sta succedendo? »
Misi via il telefono. Io e Rovere entrammo in casa.
Lui mise l’acqua per la pasta. Io mi sedetti al tavolo, aprii il portatile e controllai la posta. Una mail dalla danese: aveva ricevuto il mio messaggio privato e stamattina mi scriveva che era pronta a parlare dei nuovi campioni di Sovagio Autentico. Risposi che avrei spedito i campioni la settimana prossima.
All’1:15 mia madre chiamò di nuovo. Questa volta risposi. «Pronto, Giulia? »
«Sì, mamma.
»
La sua voce non era come al solito. Era più bassa, più densa. È così che suona una persona che si trattiene. «Cosa?
»
«I documenti di Basile. Non fare finta di niente. »
«Ah, quelli. È la notifica di cessazione degli accordi.
Non c’erano accordi tra noi. »
«Non fare finta di niente. »
«No, proprio per questo è una notifica di cessazione, non di risoluzione. Basile ha scelto bene le parole.
»
Pausa. Sentivo il suo respiro. Me la immaginai nello studio di Casa Benedetti, alla scrivania di mio padre, con quei tre fogli davanti. Per un attimo mi incuriosì.
Poi smise. «Dov’è Enzo? »
«Non lo so, mamma. Non deve rendere conto a me.
»
«Non mentire. »
«Non sto mentendo. Ti ha consegnato la domanda di sua iniziativa. Chiedi a lui dove va, se ti interessa.
Penso che te lo dirà. »
«Va da Rovere. Forse tu stai con Rovere. »
«Sto con Rovere.
»
La pausa fu più lunga. Sentivo un rumore di sottofondo dalla sua parte, forse la radio, forse voci nel corridoio. «Quando? » disse lei.
«Cosa? »
«Quando stai con Rovere? »
«Da luglio dell’anno scorso. »
«Un anno e due mesi.
»
«Un anno e due mesi. »
«Hai lavorato lì e qui? »
«Ho lavorato qui. Da lui ho studiato e ho collaborato a due progetti.
Da luglio di quest’anno ho firmato un accordo di partnership con lui. Da lunedì mi trasferisco lì a tempo pieno. Laurent è mio. È con me fin dall’inizio, lo sai.
Ha firmato il contratto con Casa Benedetti perché io lavoravo lì. Il suo contratto scade a dicembre. Ne firmerà uno nuovo con noi. »
«È un tradimento.
»
«È un tradimento» concordai. «Se lo guardi dal tuo punto di vista, sì. »
«Sono tua madre. »
«Sono tua figlia, e ieri hai detto davanti a tutti che hai distrutto il mio futuro.
Ti sto solo aiutando a formulare il pensiero, così entrambe avremo la stessa visione di ciò che sta succedendo. »
«Non intendevo… »
«Sì che intendevi, mamma. »
«Stai travisando le mie parole?
»
«Non le sto travisando. Le hanno sentite sette persone. Se vuoi, posso chiedere a zia Franca di ripetere. »
Silenzio.
Lungo. «Torni a casa oggi? » chiese lei. «No.
»
«Dobbiamo parlare. »
«Non dobbiamo parlare oggi. Se vuoi parlare, parliamo domani o dopodomani. Sceglierò io il posto.
»
«Giulia, cosa c’è? »
«Mamma, è un errore, forse, ma è un mio errore, non tuo. »
Riattaccai. Non sbattetti il telefono, lo riattaccai.
Lo appoggiai sul tavolo con lo schermo rivolto verso il basso. Rovere era ai fornelli e mescolava la pasta. «Come l’hai presa? »
«È peggio che a voce alta.
»
«Lo so. »
Versò la pasta nei piatti. Era una cosa semplice: spaghetti con aglio, olio e pepe. Mangiò in silenzio per cinque minuti.
«Stasera andrà dai Conti» disse. «Perché? »
«Per salvare l’affare. Oggi Conti verrà a sapere che metà dell’infrastruttura di Casa Benedetti se ne va.
Comincerà a rivedere le condizioni. Lucana deve riuscire a parlargli prima che le riveda. »
«Non ce la farà. »
«Non ce la farà» concordò lui.
Alle 3:00 del pomeriggio squillò un numero sconosciuto. Risposi. Era il signor Conti in persona. «Giulia, signor Conti.
Cercherò di essere breve. Vorrei capire cosa è successo. »
«È successo quello che ha sentito ieri a cena e quello che ha letto oggi nei miei documenti. Non è successo nient’altro.
»
«Non capisco perché queste misure così drastiche. »
«Sono drastiche nella misura in cui mia madre ieri mi ha definita inutile davanti a lei, a voi e ai suoi parenti. »
«Lucana era emotiva. »
«Lucana non è mai emotiva.
È calcolatrice. Quello di ieri era calcolato. »
Pausa. Conti non era uno stupido, l’avevo visto a cena.
Rimase in silenzio, riflettendo. «Quali sono le sue intenzioni? » disse. «Non ho intenzioni nei confronti suoi e di suo figlio.
Me ne vado da Casa Benedetti, mi porto via ciò che mi appartiene e comincio a lavorare altrove. Non ho più alcun legame con Casa Benedetti, a parte il fatto che mia sorella lavora lì. Quello che farete del vostro accordo sono affari vostri. »
«Laurent Dumont se ne va con lei.
»
«È una sua scelta, non mia. Se vuole, chiedete a lui. »
«L’ho già fatto. »
«E allora?
»
«Ha confermato. »
«Allora conoscete la risposta. »
Conti fece un’altra pausa. «Giulia, voglio che capiate: non sto dalla parte di vostra madre in questa faccenda.
Sto dalla parte dei miei affari. Se Sovagio Autentico avesse bisogno di un distributore, potremmo parlarne a parte. »
Mi sfuggì quasi una risata, non per sfrontatezza, ma per la rapidità con cui stava già cambiando argomento. «Grazie.
Credo che abbiamo già dei piani per la distribuzione, ma lo riferirò ad Aldo Rovere. »
«Riferiscilo. »
«Lo farò. Arrivederci, signor Conti.
»
«Arrivederci, Giulia. »
Riattaccai e guardai Rovere. Lui sorrideva. «Che c’è?
» dissi. «Niente. Sapevo che avrebbe chiamato. Pensavo alle 5:00.
È in anticipo. »
«Ha proposto la distribuzione. »
«Certo che l’ha proposta. »
«Non parlerò con lui.
»
«Lo so. »
Alle 5:00 chiamò zia Franca. Risposi subito. «Zia, Giulia.
Dove sei? »
«Da Rovere, a Sovicille. Sono ancora a Siena. Parto domani.
»
«Volevo vederti prima di partire. »
«Vieni subito. »
«Adesso non posso. Stasera ho una cena di famiglia da mia cugina.
Domani alle 10:00. »
«Alle 10:00 al bar Palio, in via di Città, nel cortile. »
«Lo so, ci sarò. »
Rimase in silenzio.
«Giulia, voglio che tu lo sappia. Ieri ho visto la tua faccia. Non ho capito tutto, ma l’ho vista. Non dirò nulla a tua madre.
Qualunque cosa tu faccia, non le dirò nulla. »
«Grazie, zia. »
«Non c’è di che. »
Riattaccò.
Rimasi ancora un po’ da Rovere, poi andai in città. Lungo la strada chiamai Chiara, ma non rispose. Alle 18:30 ero a casa mia, in via del Capo di Mondo. Chiara mi aspettava davanti al portone.
«Giulia. »
«Chiara, posso entrare? »
«Non oggi. Cinque minuti.
»
«Non oggi. Domani. »
Lei restò lì, immobile. Aveva gli occhi rossi, ma non per le lacrime: per come se li strofina quando è nervosa.
Conosco quell’abitudine fin dall’infanzia. «L’ha detto davvero» disse. «Cosa? »
«Sì, che se n’era liberata.
L’ha detto. »
«Allora l’hai sentito. »
«L’hai sentito? »
«Chiara, è solo che non vuoi ammettere di averlo sentito.
È normale. » Si morse il labbro. «Matteo è furioso. Con me, con lei, con papà.
E un po’ anche con me. Pensa che sapessimo tutto e che l’abbiamo incastrato. »
«E voi lo sapevate? »
«Non sapevo che sarebbe andata così.
Sapevo che la cantina sarebbe passata a noi. Me l’ha detto in primavera. Ad aprile. »
«Va bene, Giulia.
»
«Io… »
«Vai. Ti chiamo. Non oggi, ma ti chiamerò.
»
Rimase lì un altro secondo, poi se ne andò. Le guardai la schiena finché non svoltò l’angolo. I suoi capelli castani, alla luce della sera, sembravano più scuri che al mattino al Campo. Normali.
Salii nel mio appartamento, aprii la finestra. Il cortile odorava di pietra che si raffredda. Presi il telefono: una chiamata persa da mia madre, l’ultima della giornata, alle 17:40. Non c’erano altri messaggi.
Chiamai Rovere. «Domani alle 11:00 da Basile. Bisogna firmare un altro documento per Enzo. »
Lui rispose: «Lo so.
Ci sarò». Misi il telefono in carica, aprii il portatile e scrissi alla danese una lunga email sui campioni, sui due tipi, sulle scadenze. Finii alle 22:00, chiusi il portatile e rimasi in piedi davanti alla finestra. Nel cortile era buio.
Solo nella finestra della vicina di fronte c’era luce accesa, e lei camminava avanti e indietro con un piatto in mano, parlando con qualcuno invisibile. Pensai che anche mia madre, in quel momento, fosse probabilmente in piedi davanti alla finestra a Casa Benedetti, e che avesse di questa serata una percezione completamente diversa dalla mia. Forse è proprio questo il motivo per cui ho fatto tutto: non il risultato, ma questa differenza tra la sua serata e la mia. Mi allontanai dalla finestra e misi su il bollitore.
Domani alle 10:00 zia Franca, alle 11:00 Basile, dopodomani mia madre. Non avevo ancora deciso dove, forse glielo avrei detto la mattina stessa. Scelsi un posto semplice, il Caffè Nannini in via Banche di Sopra, a due passi dall’ufficio di Basile. Non perché mi piaccia, ma perché è aperto e affollato.
Mia madre non potrà né urlare né piangere: non ama la pubblicità quando non la controlla. Mercoledì mattina le scrissi un messaggio: «Domani, Caffè Nannini, alle 3:00 del pomeriggio». Rispose dopo due minuti: «Va bene». Senza domande, senza precisazioni.
È sempre stata disciplinata, e quella disciplina in lei la rispettavo anche negli anni in cui non rispettavo più nulla. Con zia Franca martedì mattina ci incontrammo come concordato, nel cortile del bar Palio. Prima della sua partenza per Grosseto restammo lì circa un’ora. Non le raccontai tutto, solo quello che ritenevo necessario, e lei non fece domande superflue.
Al momento di salutarci mi disse: «Sapevo già da Natale che stavi facendo qualcosa. Il tuo sguardo era cambiato». Le chiesi perché non mi avesse scritto allora. Rispose che aspettava che fossi io a scriverle.
Ci abbracciammo vicino al taxi e lei partì. Giovedì alle 15:00 arrivai con dieci minuti di anticipo. Mi sedetti vicino alla finestra e ordinai un espresso. Mia madre arrivò puntuale.
Arriva sempre puntuale. Indossava un cappotto grigio e le stesse perle. Si sedette di fronte a me, non mi baciò sulla guancia, non si tolse il cappotto, appoggiò solo la borsa sulla sedia accanto. «Cosa prendi?
» dissi. «Niente. »
«Prendi un caffè. È più comodo.
»
Mi guardò e ordinò un espresso. Quando la cameriera se ne andò, la osservai. Non era spettinata, non sa essere spettinata, ma era smunta, con occhiaie più scure del solito. Aveva dormito male per due notti di fila.
Per la prima volta dopo tanto tempo non aveva il controllo della situazione, e questo la logorava più di qualsiasi altra cosa. «Ti ascolto» dissi. «Sei stata tu a invitarmi. »
«Sì, e voglio che tu dica tutto quello che sei venuta a dire.
Poi parlerò io. Così è più veloce. »
Rimase in silenzio. Le portarono l’espresso, ma lei non lo toccò.
«Mercoledì Basile ha inviato un aggiornamento sulla lista dei contraenti» disse. «Non sono d’accordo con questa lista. »
«Con cosa precisamente non sei d’accordo? »
«Con Morel.
Jean-Paul Morel lavorava con Casa Benedetti già ai tempi di tuo padre. »
«Jean-Paul Morel ha lavorato con mio padre fino al 2010. Poi se n’è andato perché voi due litigaste sul prezzo della bottiglia. L’ho richiamato io nel 2023, scrivendogli per prima.
Ho la corrispondenza a partire dalla prima lettera. »
«Avrebbe potuto restare con noi. »
«Avrebbe potuto, ma non vuole. Chiediglielo.
»
Strinse le labbra. «Va bene. Avanti. Enzo: cosa c’è?
»
«Non ha il diritto di andarsene nel bel mezzo della vendemmia. »
«Ce l’ha. Non ha un contratto a tempo determinato. Lavora per voi con un accordo verbale dal ’76, come già con mio padre.
Basile ti ha già risposto a questo proposito. »
«È sleale nei confronti dell’azienda. »
«Lucana. » Per la prima volta in vita mia la chiamai per nome.
L’angolo della sua bocca ebbe un sussulto. «Non parliamo di slealtà. Sappiamo entrambe a che livello si trova questa conversazione. »
Mi guardò a lungo.
Poi, cosa che mi sorprese, si tolse il cappotto e lo appese allo schienale della sedia. Sotto c’era un maglione di cashmere grigio scuro e le stesse perle. Si stava preparando alla conversazione. «Va bene» disse.
«Ti ho ferita lunedì. Sono d’accordo che la formulazione fosse brusca. »
«Non era brusca. Era precisa.
Non c’è bisogno che la addolcisca adesso. »
«Giulia, sono tua madre. »
«Questo non è un argomento in una conversazione tra adulti. Era un argomento quando avevo quattordici anni.
Ora ne ho ventitré ed è semplicemente un dato di fatto. »
«Parli come Rovere. »
«Parlo come me. Rovere parla più o meno così perché ha passato abbastanza tempo con me da farmi smettere di parlare come te.
»
Bevve un sorso di espresso e posò la tazza. «Cosa vuoi? Adesso da me. Dillo chiaramente.
»
«Niente. Non funziona così. »
«Funziona. »
«Non voglio soldi, quote, scuse, spiegazioni, nuove conversazioni.
Non voglio che tu venga da Rovere e non voglio che mi scriva lettere. Ti ho invitata qui perché Basile ha detto che dobbiamo verificare un punto dal notaio, e volevo farlo di persona. Verifichiamo e basta. »
«Quale punto?
»
«L’accesso al vecchio archivio di mio padre. Lettere, contabilità degli anni Novanta. Voglio una copia di tutto ciò che riguarda l’acquisto di Casa Benedetti da Spinelli, e una copia del contratto con Rovere sul terreno in comune, del 1997. »
«A cosa ti serve?
»
«È mio. Sono sua figlia e per legge ne ho diritto. »
«Hai intenzione di andare in tribunale? »
«No.
Ho intenzione di avere una copia dell’archivio di mio padre. Sono due cose diverse. »
«È un ricatto. »
«Non è un ricatto, Lucana.
Se avessi voluto fare causa, l’avrei fatta. Basile ha calcolato la tua quota in Casa Benedetti tenendo conto della provenienza dei fondi. C’è di che parlare, io non lo farò, ma l’archivio me lo prendo. »
Mi guardò e sul suo volto apparve un’espressione molto fugace.
Non era paura, era riconoscimento. È così che guardano le persone quando capiscono all’improvviso di aver sottovalutato l’interlocutore. Avevo già visto quell’espressione una volta, ad aprile, quando le avevo calcolato correttamente il margine su una partita che voleva vendere a prezzo inferiore. «Va bene» disse.
«Ti darò una copia tramite Basile entro due settimane. »
«Grazie. »
Silenzio. Al tavolo accanto una coppia di turisti discuteva ad alta voce in inglese se andare al Duomo adesso o dopo pranzo.
Lucana non girò nemmeno la testa. «Giulia» disse. «Voglio che tu sappia una cosa. Non l’ho fatto perché non ti amavo.
»
Bevvi un sorso del mio espresso ormai freddo. Decisi che rispondere non era per lei, ma per me. «Lucana, non so se mi amavi o no, e ormai non mi riguarda più. Forse mi amavi a modo tuo.
Hai la tua versione dell’amore, la conosco fin dall’infanzia. Forse no, anche questo è possibile. Non mi metterò a capirlo. Sarebbe una perdita di tempo.
E ora ho altro da fare. »
«Anche in questo assomigli a mio padre. »
«Lo so. Anche lui sapeva andarsene così da una conversazione.
»
«Lo so. Solo che lui se ne andava in modo più delicato. »
«Lo so. »
Lei finì l’espresso e tirò fuori il portafoglio dalla borsa.
«Pago io» dissi. «Ti ho invitata io? »
«Pago il mio caffè. »
«Va bene.
»
Mise sul tavolo due monete da un euro, si alzò e indossò il cappotto. «Quando vai ufficialmente da Rovere? » chiese. «Lunedì.
Sovagio Autentico. »
«Sovagio Autentico. Bel nome. »
«Grazie.
»
«Non è un complimento, è solo una constatazione. »
«Lo so. »
Rimase in piedi vicino al tavolo. Pensavo che avrebbe detto ancora qualcosa, una mossa finale.
Non disse nulla. Annuì brevemente, come si fa con un partner d’affari alla fine di un incontro, e si diresse verso l’uscita. Sulla porta si voltò. «Chiara non ha colpa di nulla.
»
«Lo so. »
«Ti scriverà. Forse non respingerla. »
Era la cosa più strana che avesse detto in tutta la conversazione, e forse la più sincera.
La guardai. «Non la taglierò fuori. Ma non mi trascinerò dietro. Chiara è grande, deciderà da sola da che parte stare e che tipo di sorella vuole.
Non l’aiuterò a scegliere. »
Lucana ci pensò su, annuì e uscì. Rimasi al tavolino a finire il suo espresso. Era rimasto quasi pieno, sarebbe stato un peccato buttarlo.
Pagai il mio e il suo e uscii in via Banche di Sopra. Era una giornata limpida, dorata, come quelle che si hanno a Siena alla fine di settembre. Mi incamminai verso via del Capo di Mondo, poi ci ripensai e svoltai verso il Campo. Mi sedetti sui mattoni caldi appoggiando la schiena al muro, come fanno i turisti e la gente del posto, con uguale piacere.
Tirai fuori il telefono e scrissi a Rovere: «Ho finito». Lui rispose: «Alle 5:00 da me. Enzo porterà il contratto per la seconda partita. Non fare tardi».
Misi via il telefono. Rimasi seduta al Campo per una ventina di minuti. Non pensavo a mia madre, né a ieri, né a Chiara, né a Rovere. Pensavo al fatto che Laurent a Lione probabilmente stava già pranzando, e che ad Aarhus ci sono quattro ore in meno, e che lunedì mattina avrei avuto il primo incontro già come socia, e che Enzo ha l’abitudine di bere un caffè con tre cucchiai di zucchero prima di un lavoro serio.
Avrei dovuto comprargliene uno buono, non da bar. Pensavo alle piccole cose. Le piccole cose reggono meglio. Verso le 16:30 mi alzai e andai alla macchina.
Raggiunsi Sovicille in venticinque minuti. Rovere era già lì, Enzo arrivò poco dopo. Ci sedemmo in cucina, stendemmo i fogli. Era il solito lavoro: calcoli, grafici, firme.
Lavoravo con calma. Non ricordavo nulla, non tornavo con la mente alla conversazione. Lucana non mi passò per la testa per le tre ore successive, e lo notai senza stupirmi. Alle 20:00 finimmo.
Enzo se ne andò. Rimasi a cena da Rovere. Arrostiva agnello al rosmarino e mangiammo in veranda perché la serata era mite. Mi versò un po’ del suo rosso, non grappa, ma vino, il suo esperimento con un vecchio vitigno.
Il vino era irregolare ma interessante. «E Chiara? » chiese. «Scriverà, forse.
Forse ci vedremo tra un mese, forse tra un anno. Non lo so. »
«Ti dispiace per lei? »
«Mi dispiace, ma non molto.
È una donna di diciotto anni, non una bambola. Se la caverà. »
«Magari non se la caverà. »
«Magari non se la caverà» concordai.
«Allora è la sua vita. »
Sorrise e mi versò altro vino. Alle 21:30 mi preparai per tornare a casa. In auto, Rovere mi fermò con un gesto che non gli avevo mai visto: incerto, come una persona non abituata a quel gesto.
«Giulia. »
«Sì? »
«La lettera di tuo padre. L’hai letta?
»
«L’ho letta due volte. Non lo farò più. »
«Perché? »
«Perché una volta basta.
So cosa c’è scritto. E tornarci sopra significa aspettarmi ancora qualcosa da lui. E io non mi aspetto più nulla da lui. »
Mi guardò, non disse nulla, annuì.
Arrivai a Siena in venti minuti. Lasciai l’auto nel parcheggio di San Domenico e raggiunsi a piedi via del Capo di Mondo. Il cortile era silenzioso, dalla vicina di fronte la luce era accesa. Nell’ingresso, sul pavimento, c’era una busta.
Qualcuno l’aveva infilata sotto la porta. La raccolsi. La carta era economica, bianca, con una scritta in grafia semplice, senza appellativo: «Giù, non sono arrabbiata con te. È solo che per ora non so cosa farmene.
Chiara». Posai la busta sul tavolo in cucina. Rimasi un po’ alla finestra. Il cortile profumava di pietra raffreddata e di un po’ di gelsomino, come due sere prima in via dei Rosari, quando tornavo da casa di mia madre e mi tremavano le mani.
Adesso le mani non mi tremavano.


