Versi il caffè nella spazzatura appena uscito dal vialetto, il sapore metallico che mi era rimasto sulla lingua da solo. La tazza era la mia, comprata con il primo stipendio da freelance, il coperchio che si chiudeva a scatto. Ma il contenuto no. Il liquido era andato giù denso, oleoso, con un fondo di polvere che non si scioglieva.

Non ci ho pensato due volte. L’ho aperto, l’ho rovesciato nel secchio dell’umido e l’ho guardato gocciolare via. Poi sono rimasto lì, con il cuore che martellava, mentre la macchina accanto a me cominciava a fare la fila. Mi chiamo Lorenzo Mariani, ho ventisei anni e vivo ancora a Biella con mia madre e il suo secondo marito.
Non è l’ideale, lo so. Ma da quando mi sono laureato, ho fatto la gavetta: ho riempito una cartella di piccoli lavori, recensioni, pagine social per negozietti, qualsiasi cosa mi capitasse per costruire un portfolio decente. E alla fine era successo. Mi avevano chiamato da Cima Roccicosa S.
p. A. , il marchio di attrezzatura da campeggio che sognavo fin dal primo anno di università. Il colloquio era per coordinatore marketing, oggi pomeriggio.
Il mio biglietto per andarmene via. Mio patrigno, Sergio D’Angelo, stava in cucina quando sono sceso. Muratore, mani dure, sguardo diritto da quelli che non hanno mai studiato e non capiscono perché uno si debba mettere a guardare uno schermo per fare “il pubblicitario”. Diceva sempre così, con disprezzo.
“Quattro anni per fare il social media manager? E chi ti dà i soldi, il like? ” Stavolta però mi ha sorriso, quando mi ha visto con la giacca addosso. Il sorriso non gli arrivava agli occhi.
Non gliel’ho mai vista arrivare. “Giornata importante”, ha detto, appoggiandosi al bancone con le braccia incrociate. “Ti ho preparato un caffè speciale. Ti aiuterà con i nervi.
”
Il caffè era già nella mia tazza termica. Lui non faceva mai colazione per me. Non era mai stato il tipo. Ma in testa s’era incastrato il ricordo di due settimane fa: stavo cercando i cavi per la batteria nel suo furgone e avevo trovato una bottiglietta senza etichetta nascosta sotto il sedile.
L’avevo aperta, annusata. Un odore chimico, dolciastro. Ero rimasto lì per un lungo minuto, poi l’avevo rimessa al suo posto esattamente com’era. Non avevo detto nulla a nessuno.
Calmanti forti. Sembravano quelli. “Grazie”, ho risposto, prendendo la tazza senza guardarlo. “Sei stato gentile.
”
Il suo sorriso si è allargato un istante. Poi ha detto: “Sai, Lorenzo, non contare troppo su questo colloquio. Le cose belle non durano in quella azienda. Vanno e vengono.
” Ha fatto una pausa. “Magari è meglio se resti con noi ancora per un po’. ”
C’era qualcosa in come l’ha detto. Una gelosia.
Una piccola soddisfazione che non aveva nulla di paterno. Mi sono passato il dito sul colletto della camicia stirata da poco e sono uscito di casa. Quella mattina faceva freddo, un’aria di inizio ottobre che tagliava la stanchezza. Ma avevo fatto una tappa prima della stazione: al distributore, ho rovesciato il caffè, come ho detto.
Ho rimesso il tappo. E ho sentito per un attimo una voce sottile dentro di me che mi diceva che stavo perdendo tempo, che ero uno che pensava sempre al peggio. Poi ho guardato l’etichetta della tazza, un po’ sbiadita, e ho capito che la voce era di Sergio. Non era la prima volta che ci provava.
Avevo cominciato a diffidare circa otto mesi fa. Quando mia madre era in ospedale e i lavori andavano a rilento, m’ero accorto che le chiavi di casa sparivano all’improvviso, o che il Wi-Fi cadeva proprio quando stavo facendo una videochiamata con qualche potenziale cliente. La sveglia non suonava prima di un colloquio. Il file principale del portfolio era stato spostato da una cartella all’altra: una coincidenza, un drag del mouse impossibile da provare.
Ma la tazzina che ora avevo lasciata al piano di sotto non era un caso. Era stata una scelta. “Vuole solo proteggerti”, diceva mamma quando le chiedevo se aveva notato qualcosa. “Lui ha avuto una vita difficile, la sua famiglia era dura.
”
“Ha mai visto mio padre? ” le avevo risposto una volta. Si era rabbuiata in silenzio. Poi era arrivato il giorno del colloquio.
E quando mi avevano chiamato da Cima Roccicosa mi aveva abbracciata forte. “Sapevo che ce l’avresti fatta. ”
Sergio, da parte sua, non mi aveva abbracciato. Mi aveva guardato da sopra il bordo della tazza di ceramica, con quello sguardo del muratore che giudica una trave, e aveva detto: “Speriamo che la montagna partorisca il topolino giusto.
”
Avevamo litigato oltre il muro quella notte. La voce di mia madre, più acuta del solito: “Perché non puoi essere felice per lui? Non capisci che era questo che sognava? ”
E la risposta bassa di lui: “Non è un lavoro, quello.
È una scusa per non affrontare la realtà. Quattro anni di università per fare quello che fa un ragazzino col telefono? ”
“Perché lo pensi, Sergio? Perché non lo mai pensi bene?
”
“Perché lui non è un uomo. Non è mio figlio. ”
Il rumore del letto che scricchiolava. Poi il silenzio.
Restai sveglio a lungo, il soffitto bianco attraversato dai fari delle macchine, e capii che per lui non sarei mai stato abbastanza. Ma quella era una cosa che già sapevo. Quello che non sapevo, era quanto sarebbe arrivato a spingersi per fare in modo che non arrivassi da nessuna parte. La farmacia Fiore e Stato era all’angolo con via Marconi, una di quelle vecchie con le insegne verde smeraldo e un’insegna luminosa al neon.
La conoscevo bene, ci andava sempre mia madre per i suoi turni. O forse era meglio dire: conoscevo bene la ragazza che ci lavorava, un tipo sveglio di nome Marta. Mi ero fermato tra il distributore e la stazione. “Ciao Lo”, disse appena mi vide entrare.
“Che ci fai qui di mattina? Non dovevi essere… ” Si fermò, un po’ confusa. “Prima del grande trampolino?
”
“Sì”, dissi, mettendo le mani in tasca per non tremare. “Ho bisogno di un favore. Per favore, non fare domande. ”
Lei mi lanciò un’occhiata strana, ma quando vidi l’etichetta sulla bottiglietta che le misi sul banco, quasi la fece cadere.
“Dove l’hai preso? ”
“Lo giuro, non è roba mia. Dimmi solo cosa sono. Guarda, non ti chiedo altro.
”
Marta si guardò attorno, poi prese la bottiglietta e la annusò, chiuse gli occhi per un secondo, e disse a voce bassa: “Qui gli ingredienti sono mescolati Alprazolam, granulare, mica roba da strada. E un terzo elemento: Benzodiazepine, roba da cavalli. ”
“Tipo…? ”
“Tipo un tranquillante per centauri.
Se ti fai un paio di giri con questa roba, non esci di casa da solo. C’è anche dello zucchero per mascherare il sapore visto che è amaro. ”
Il suono del vomito mi bloccò all’istante nella trottola. Marta mi guardò con un mezzo sorriso.
“Non è roba tua, è il tuo patrigno. Scommetto che sta cercando di farti perdere il colloquio. ”
Rimasi lì immobile. Avevo paura.
Paura e una rabbia bianca mischiata. Mi venne da ridere. “Ti ho vista”, dissi, guardandomi le scarpe. “Gioco d’azzardo”.
“Non giocare a fare l’eroe, Lo. Tu sai chi è. Sbrigati che hai un treno da prendere. ”
Corsi per tutto il tragitto fino alla stazione, con il respiro che mi sbatteva contro le costole.
Era quasi mezzogiorno quando arrivai sul marciapiede: avevo fatto il giro lungo per passare davanti alla scuola dove andavo da ragazzo, dove c’erano i raccoglitori e io urlavo al drago. Forse era il nervoso. Tutto il resto era andato liscio. Quando salii sul treno, mio malgrado pensai alle pile al cianuro della mia prima gita, al sorriso di mia madre quando tornavo a casa con un buon voto, e a quello che Sergio avrebbe guadagnato se fossi rimasto lì, a fare il suo bel bracciante con le mani a lavorare il cemento fino alla pensione.
Un pensiero mi attraversò come un fulmine. Non era la prima volta che faceva qualcosa del genere. Due anni fa, mi aveva segnato male la chiave dell’officina dove facevo il tirocinio: ero entrato con una settimana di ritardo e mi avevano tolto. Non ne sono mai stato sicuro, fino ad ora.
Il treno partì. Guardai fuori dal finestrino: le colline della Valle d’Aosta si snodavano verdi e belle, ma la mia mano destra schiacciava la tazza fino a deformarla. Dentro di me, però, una voce più chiara di sempre: non tornare più a casa quella sera. Non importava il posto dove sarei andato a finire.
Purché non tornassi lì. La sede di Cima Roccicosa era in una zona industriale nuova di zecca, giardini curati e vetro e acciaio. Il colloquio era alle 14:30. Ero in anticipo di venti minuti, ed entrai.
La segretaria mi fece accomodare in una sala riunioni con due volte le dimensioni del salotto di casa. Quattro occhi mi guardavano da dietro un laptop. Un uomo coi baffi grigi, con una camicia azzurra impeccabilmente stirata, si alzò e mi strinse la mano. “Lei sarà quindi il nostro candidato?
Ho letto il suo portfolio, lo abbiamo trovato molto… interessante. ”
“Grazie”, dissi, cercando di mantenere la voce ferma. Un altro uomo, più giovane, con il vizio della matita da masticare, mi fece cenno di sedermi.
“Allora, signor Mariani. Prima di cominciare, ci dica: perché vuole lavorare con noi? ”
Quella domanda mi aprì il cuore. Con il tempo, mi sono reso conto che la mia era la storia di un giovane che era disposto a fare qualsiasi cosa per non diventare come la persona che aveva in casa.
Con la schiena dritta e quasi senza tremare, gli dissi: “Perché passo molto tempo sulle montagne. E perché credo che il territorio sia il miglior venditore di sé. ”
Per un attimo, un lampo di ironia negli occhi del signor Baffi. Poi si sporse in avanti e mi disse: “Messo così, allora, ho una domanda strana, ma la faccio a tutti i miei candidati.
” Tirò fuori da un cassetto una piccola bottiglietta diversa, trasparente, con un liquido incolore dentro. “Se lei avesse un problema con la macchina del caffè dell’azienda, ma un suo collaboratore che le sta antipatico si offrisse di prepararcene uno, cosa farebbe? ”
Stetti zitto. Provai a rispondere con una freddura, ma mi uscì solo un: “Oddio.
”
L’uomo sorrise. “Vediamo se oltre al portfolio ha anche la testa. La sua risposta è: le direi di no. E se proprio non posso fare altrimenti, guarderei la macchina del caffè.
”
“Perché? ” dissi, confuso. “Perché questo è marketing, signor Mariani”: disse guardandomi dritto in faccia. “Capire chi ha davanti prima ancora che parli.
Capire i gesti, i silenzi, le polveri che uno usa. E soprattutto, capire quando qualcuno ti sta offrendo un caffè che non ha mai preparato per tutta la vita. ”
Qualcosa dentro di me si sciolse. Non era una domanda di prova.
Sapeva. Mi fissò, poi sorseggiò il suo bicchiere d’acqua. Il mio stomaco si chiuse. “Come facciamo noi a saperlo?
” continuò, come se stesse parlando di meccanica. “Perché era così spaventato prima di entrare? Ha un po’ di polvere bianca sul polsino destro. Leggermente velata.
E delle macchie di liquido sotto le unghie. Ha avuto una mattina difficile. ” Fece una pausa. Non riuscii a sopportare oltre.
“Beh, sa, se ha in mente di avvelenare qualcuno… ”
“Vorresti dire, se qualcuno l’ha già provato con lei. Tranquillo, non ci corre dietro la polizia. Ma ci piacciono i ragazzi che osservano i dettagli.
” Il signor Baffi mise in mezzo al tavolo una tazza di ceramica marrone con un fiore blu, identica a quella che avevo lasciato a casa, tranne che con scritto sopra “ciao”. Rimasi di sasso. “Ha trovato la bottiglietta sotto il sedile di un furgone”, disse, fissandomi. “Mia moglie fa la farmacista a Vercelli.
Quando ho saputo che era in zona e che era una furba, le ho chiesto se sapeva di un ragazzo di Biella con un patrigno che si credeva un detective. Lei mi ha mostrato una foto da piccola con te e tua madre. ” E indicò il polsino. “Quella non è polvere, è il suo sorriso.
Benvenuto in azienda. ”
Non capivo più nulla. Avevo la tempesta in testa. Quindi il signor Baffi si alzò e mi tese la mano con una stretta ferma.
“Lei è assunto, Lorenzo. Non per il coordinatore ma come direttore creativo del reparto contenuti. Se accetta, il suo ufficio è al terzo piano e le presento il suo team. ” Rise.
“Ha smesso di tremare. Perfetto. E non si preoccupi, di suo padre ce ne occupiamo noi. ”
Lo guardai sbigottito.
“Aspetti… come sapeva? ”
“Perché l’ordine di tutto l’ambiente che l’ha circondato le ha lasciato un po’ di polvere addosso”, disse, indicando la mia giacca. “E per le macchie di caffè, ma quello è normale.
”
Non mi aveva mai chiamato figlio. Eppure, in quel momento, desiderai che mio padre fosse come lui. “Non è mio padre”, dissi con voce roca. “Non lo è mai stato.
”
Mi squadrò per un lungo istante, poi disse: “Perfetto. ” E tirò fuori da un cassetto una custodia di cartone. Dentro c’era un badge di plastica verde con la mia foto, la scritta “Coordinatore Marketing” e un paio di scarponi nuovi. “Lei è perfetto.
E oggi, a partire da ora, il suo capo sono io. E il signor D’Angelo non metterà più piede nella sua vita. ”
Il pomeriggio era cominciato da poco. Fuori, la montagna si stagliava netta contro il cielo azzurro.
Guardai il badge tra le dita. Il cuore mi batteva così forte che pensavo si sentisse. “Una cosa, signore”, dissi mentre mi avviavo alla porta. “Mi chiami pure Paolo.
E… per il caffè, rifiuterò educatamente. Anche da lei. ”
Il signor Baffi sorrise.
“La prima regola del buon marketing è saper imparare dai propri errori. E lei ha appena passato un test, Lorenzo. Non deludermi. ”
Uscii dall’ufficio con gli occhi lucidi e le mani che tremavano, ma il passo deciso.
Presi il telefono in tasca: un messaggio da mia madre, “Sorridi, leggi la mano”, e uno da Sergio, di quando avrei fatto ritorno con calma. Non risposi. Finché non entrai in casa quel pomeriggio, con la camicia sudata e un sorriso che non ci vedevano da mesi. Sergio era in giardino con il trapano.
Quando mi vide, spense la macchina e mi guardò. “Eccolo là”, disse con una smorfia. “Tutto sistemato? O ti hanno fatto largo a suon di…
” Non finì la frase. Per un momento vidi un lampo di paura nei suoi occhi, poi tornò al suo solito atteggiamento da maschio alfa di periferia. “Vado a fare le valigie”, dissi, senza alzare la voce. “Un mio amico mi presta un divano al momento.
”
“Vuoi che ti aiuti? ” chiese con sarcasmo. “Tranquillo, l’ho già fatto l’anno scorso”, risposi, e andai su. Da quel giorno non ho mai più mangiato a casa sua.
Per un po’, mamma venne a trovarmi al bar in piazza. Aveva un’aria stanca, ma diversa. Si sedeva e ordinava un succo di frutta al banco. La settimana dopo il trasloco, mi portò la mia vecchia racchetta da tennis per parapendio e un album fotografico.
“Perché” le chiesi confuso. “Perché il mio reparto è andato a controllare i registri delle ferie”, disse, con un sorriso triste. “A quanto pare gli ordini di cambio per il nuovo ospedale centrale erano già pronti. Li hai firmati tu?
”
“Santo cielo, lo giuro, mamma, non lo sapevo”, dissi. “Per favore. ”
“Lo so”, sussurrò, e mi abbracciò. “Ma mi sono incattivita.
Quindi, da adesso, la prima cosa che impari è: in questa famiglia si usano le parole, non i piattini. ”
Due anni dopo, ero al mio banco da lavoro, con un progetto tra le mani. Non l’ho mai raccontato a nessuno. Ogni tanto vedo ancora un furgone parcheggiato di fronte alla palazzina di Biella: fermo, col motore acceso, e la figura di un uomo che guarda verso le finestre tre piani più su.
Non mi fanno più paura, quei fantasmi. La colazione me la preparo da solo. E odio il profumo del caffè con un retrogusto metallico. Da quel giorno non ho più toccato quello di un altro per molto tempo.
Ma, sorridendo, ti dico soltanto: il nuovo lavoro consisteva nell’inseguire qualcosa di più grande. E stavo imparando a farmi rispettare. Non tornai mai più a casa da Sergio. Ma quella sera, prima di chiudere la porta della mia nuova vita, mi girai verso la strada.
Il lampione tremolava insieme al freddo. Sentii una voce dentro di me, un po’ come un sussurro sulle onde: “Bene, giovanotto. I tuoi nervi sono salvi. ”
E rimasi lì, sul posto, al buio.
Con la tazza nuova in mano, bellissima, lucida, che non si scolorisce, e guardai la montagna.