«Scusate, sono nuovo qui. Potreste dirmi dov’è la strada per tornare verso la fabbrica?» Fu così che tutto cominciò, una domenica di primavera, davanti alla chiesa di San Rocco, con i fiori…

«Scusate, sono nuovo qui. Potreste dirmi dov'è la strada per tornare verso la fabbrica?» Fu così che tutto cominciò, una domenica di primavera, davanti alla chiesa di San Rocco, con i fiori...

Mi chiamo Faustina Bellini e ho settantadue anni. Vivo in una casetta semplice alla periferia di una piccola città in Calabria, e quando guardo indietro vedo una vita intera segnata da scelte che mi hanno portato tanto dolore quanto forza. Porto ogni parte di quella storia come si portano le pietre di questa terra antica: con fatica, con rispetto, senza poterle buttare via. Ci sono momenti che ti cambiano per sempre.

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Momenti in cui credi di avere tutto chiaro, di sapere dove stai andando, e poi tutto cambia in un istante. Per me quel momento arrivò quando avevo vent’anni. Era un’epoca diversa, allora. Gli anni Settanta stavano per finire e la nostra piccola città stava cambiando.

La fabbrica di automobili poco fuori dal centro aveva iniziato a espandersi, portando lavoro e persone nuove, persone che venivano da lontano in cerca di un futuro migliore. Ricordo quella domenica come se fosse ieri. Era una mattina di primavera, il sole brillava alto e l’aria profumava di fiori d’arancio. Ero andata alla messa nella chiesa di San Rocco con i miei genitori, come ogni settimana.

La chiesa era piena come sempre: le donne con i loro scialli migliori, gli uomini con il cappello in mano, i bambini che cercavano di stare fermi durante la funzione. Fu lì, tra quelle mura antiche piene di preghiere e incenso, che lo vidi per la prima volta. Era seduto in uno dei banchi più indietro, da solo. Un uomo giovane, forse qualche anno più grande di me, con i capelli scuri leggermente ondulati e un viso che non avevo mai visto prima.

Ma non fu il suo aspetto a colpirmi per prima cosa. Fu il suo sorriso. Quando i nostri occhi si incrociarono, lui sorrise. E quel sorriso, Madonna Santa, illuminava tutto intorno a lui.

Era come se il sole fosse entrato in chiesa e si fosse posato sul suo viso. Cercai di concentrarmi sulla messa, ma durante tutta la funzione non riuscii a smettere di pensare a quell’uomo sconosciuto. Chi era? Da dove veniva?

Perché era solo? Quando la messa finì, tutti uscirono sulla piazzetta davanti alla chiesa, come al solito. Le persone si fermavano a chiacchierare, gli anziani commentavano l’omelia, i giovani ridevano tra loro. Io ero lì con la mia amica Rosetta, che conoscevo dall’infanzia.

Stavamo parlando quando sentii una voce alle mie spalle. «Scusate, sono nuovo qui. Potreste dirmi dov’è la strada per tornare verso la fabbrica? »

Mi girai e mi ritrovai faccia a faccia con lui.

Da vicino era ancora più bello. Aveva degli occhi scuri, profondi, e quel sorriso che mi aveva già fatto battere forte il cuore. «La fabbrica? » chiesi, cercando di mantenere la voce ferma.

«Deve seguire quella strada lì, quella che scende verso valle. Cammini per circa venti minuti e la vedrà sulla destra. »

«Grazie mille» disse lui, ma non si mosse. Restò lì a guardarmi con un’espressione che non riuscivo a decifrare.

Poi aggiunse: «Mi chiamo Adriano. Sono arrivato qui poco più di un mese fa per lavorare in fabbrica. Piacere. »

«Io sono Faustina» risposi, sentendo il calore salirmi alle guance.

«E lei è Rosetta, la mia migliore amica. »

Rosetta fece un piccolo inchino con la testa, sorridendo maliziosa. Conosceva quel mio modo di arrossire, l’aveva visto tante volte quando ero imbarazzata o emozionata. «Da dove viene?

» domandò Rosetta, sempre più diretta di me. «Da lontano» rispose Adriano, e per un momento vidi passare un’ombra sul suo viso. «Non ho più famiglia. Sono venuto qui per ricominciare, per costruirmi una nuova vita.

»

Quelle parole mi toccarono il cuore. Un uomo solo, senza radici, senza nessuno. Doveva essere difficile trovarsi in un posto nuovo, senza conoscere anima viva, senza una famiglia su cui contare. «Se ha bisogno di qualcosa» dissi d’impulso, «può sempre chiedere.

La gente qui è un po’ chiusa all’inizio, ma in fondo ha un buon cuore. »

Adriano mi guardò con riconoscenza. «Grazie, Faustina. È molto gentile da parte tua.

»

Poi se ne andò, camminando lungo quella strada polverosa che portava verso la fabbrica. Io e Rosetta lo guardammo allontanarsi. «Madonna mia, Fausti! » sussurrò Rosetta appena lui fu abbastanza lontano da non poterci sentire.

«Hai visto che occhi? E quel sorriso? Mi sa che ti sei innamorata. »

«Non dire sciocchezze» la rimproverai, ma sentivo il cuore battere forte nel petto.

«L’abbiamo appena conosciuto. »

«Eh sì, certo» rise lei. «Ma l’amore mica chiede il permesso prima di arrivare. »

Tornai a casa con i miei genitori, mio padre Antonio e mia madre Francesca.

Papà era un uomo di poche parole, un falegname che passava le giornate a lavorare il legno con le sue mani callose e forti. Mamma era una donna severa, molto attaccata alle tradizioni e alle regole. Per loro la vita era semplice: lavoro, famiglia, chiesa. Nient’altro contava davvero.

Durante il pranzo domenicale non riuscii a togliermi dalla testa quegli occhi scuri e quel sorriso. Continuavo a pensare ad Adriano, a quel senso di solitudine che sembrava portare con sé. «Faustina, stai sognando? » mi richiamò mia madre, vedendomi persa nei miei pensieri.

«Ti ho chiesto di passarmi il pane tre volte. »

«Scusa, mamma» dissi, porgendole il cestino. Papà mi guardò con quello sguardo penetrante che aveva sempre quando sapeva che qualcosa non andava. «Tutto bene, figlia mia?

»

«Sì, papà, sto bene» risposi, ma la mia voce suonò falsa anche alle mie orecchie. Nei giorni successivi non riuscii a smettere di pensare ad Adriano. Ogni domenica andavo alla messa di San Rocco sperando di rivederlo, e lui c’era sempre, seduto in quello stesso banco, da solo. All’inizio non ci facemmo molto caso.

Poi, domenica dopo domenica, cominciammo a scambiarci qualche parola all’uscita. Solo due minuti, giusto per chiedersi come andasse la settimana, ma per me erano tutto. All’inizio erano solo passeggiate dopo la messa. C’era un vecchio muretto di pietra dove ci sedevamo sempre, all’ombra degli alberi secolari.

All’inizio erano sguardi curiosi, qualche sorriso complice delle signore anziane che vedevano due giovani innamorati. Ma erano solo passeggiate, parole semplici, risate timide. Niente di più. Non ci eravamo nemmeno mai presi per mano.

Eppure, per me, quei momenti erano il mondo intero. Mio padre però non la vedeva allo stesso modo. Antonio Bellini era un uomo all’antica, con idee molto precise su come dovessero comportarsi le figlie per bene. Quando una domenica Adriano venne a casa nostra per conoscere i miei genitori, papà lo ricevette a braccia conserte, senza offrirgli nemmeno una sedia.

«Adriano, giovanotto» disse mio padre, con la voce bassa e controllata. «Ti ringrazio che vuoi bene a mia figlia. Ma qui la gente è ancora molto all’antica. Non si vede di buon occhio chi arriva da fuori e mette gli occhi sulle ragazze del paese, se capisci cosa intendo.

»

«Ho le migliori intenzioni, signor Bellini» rispose Adriano, con voce ferma ma rispettosa. «Vi chiedo solo un po’ di tempo, così potete conoscermi. Non sono qui per fare del male a vostra figlia. »

«Il tempo si vede dai fatti, non dalle parole» tagliò corto papà.

«Per ora, preferisco che vi vediate solo in chiesa. Domenica, dopo la messa. E che tu la riaccompagni a casa, ma solo fino a qui, sul portone. Chiaro?

»

«Chiaro, signor Bellini» disse Adriano. Ma non andò bene. Perché crescere in una piccola città calabrese degli anni Settanta significava anche vivere sotto gli occhi puntuti del vicinato. Non facevamo in tempo ad appoggiare le labbra sul muretto di pietra, che Rosetta già lo raccontava in giro.

Non ci scambiavamo nemmeno una lettera d’amore, che la signora Carmela, la tabaccaia, già andava dicendo a chiunque volesse sentirla che quella ragazza della famiglia Bellini si era messa con uno sconosciuto senza un soldo. La voce arrivò a mio padre una sera, mentre tornavo a casa con le scarpe bianche sporche di polvere. Papà mi aspettò in cucina, con il viso scuro. «Vieni qui a sederti» ordinò, e io ubbidii subito.

«Ho sentito certe cose sul conto tuo e di quel tipo. Non voglio queste voci in questa casa. Da adesso, tu esci solo per andare a messa o a lavorare in campagna con tua madre. Niente più passeggiate.

Niente più chiacchiere al muretto. Devi finire la scuola, devi pensare al tuo futuro. Chiaro? »

«Ma papà, lui è una brava persona…»

«Basta!

» urlò lui, alzandosi così di scatto che la sedia cadde all’indietro. «Non voglio sentire un’altra parola. Io comando qui. E la risposta definitiva è no.

Capito? No! »

A quel punto mi nascosi in camera mia e piansi finché non mi addormentai. Avevo vent’anni, ma mi sentivo una bambina.

Una bambina arrabbiata, prigioniera in una casa troppo grande e troppo vecchia per i sogni di una ragazza. Per due settimane non uscii quasi di casa. Ogni domenica la mia testa andava al muretto di pietra, ma io non potevo muovermi. Adriano, dal canto suo, non osava avvicinarsi al portone di casa mia.

Ogni tanto lo vedevo passare per strada, con gli occhi bassi, e io pensavo che fossi io la punizione per i suoi peccati. Una domenica, dopo la messa, mentre stavo per chiudere il portone, sentii un leggero fischio al muro laterale. Mi avvicinai guardinga e vidi la mano di Adriano che faceva capolino dietro l’angolo. «Faustina, ti prego, un minuto solo» sussurrò, e il suo sguardo era così disperato che non riuscii a rifiutare.

«Ho saputo cosa ha detto tuo padre. Ho saputo della punizione. »

«Non posso uscire» sussurrai io, sentendo la voce spezzarsi. «Non so quanto durerà.

Papà è irremovibile. Non si può parlare con lui. »

«Non ti sto chiedendo di farlo» disse lui, stringendo la mia mano attraverso lo spiraglio della saracinesca. «Ho una cosa da dirti.

Domani devo partire. Ho trovato un lavoro, fisso, in un cantiere a nord, vicino al confine con le Marche. Mi hanno assunto ieri. È una buona occasione, che non posso perdere.

Ma non voglio lasciarti senza prima sapere se anche tu senti quello che sento io. »

«Adriano, io…» Aprii la porta e uscii nel vialetto, lasciandomi cadere contro il suo petto. «Sì, lo sento. Ma cosa possiamo fare?

Non ho libertà, mio padre è una roccia contro cui si spuntano tutte le onde. »

«Vieni con me» sussurrò contro i miei capelli. «Stanotte. Non c’è nessuno in fabbrica.

Ho organizzato tutto. Prendo la corriera, quella delle cinque. In tre settimane avrò casa, avrò un lavoro, avrò una vita da offrirti. Ti giuro, Faustina, non ti farò mai più piangere.

Ma devi scegliere: obbedire a tuo padre e restare, oppure scegliermi. Vieni con me stanotte. »

Lasciai un respiro rotto. Dentro di me, due voci lottavano.

La prima, quella di mia madre, che mi ripeteva sempre che una figlia per bene non abbandona la famiglia per un uomo conosciuto da poco. La seconda, quella di Rosetta, che mi diceva che l’amore non chiede il permesso. E poi c’era la mia voce, quella che soffocava. Quella che non voleva finire come mia madre, a custodire un segreto che ti spezza le ossa in silenzio.

«Portami via» dissi, con una voce che non riconoscevo. «Stanotte. Sarò pronta. »

Andai in camera, preparai una piccola borsa con un vestito e le foto dei miei genitori, e aspettai.

A mezzanotte, con il cuore in gola, aprii la finestra della stanza che dava sul retro, scavalcai il davanzale e corsi via nella notte. Adriano mi aspettava al cancello, con la sua giacca sulle spalle e un sorriso che illuminava l’oscurità. «Sei sicura? » chiese, stringendomi la mano.

«Mai stata più sicura di così in tutta la mia vita» risposi. Non ci fermammo fino all’alba. Salimmo sulla corriera delle cinque, attraversammo villaggi che conoscevo solo di nome, e dopo molte ore arrivammo in una città al nord, vicino al confine con le Marche. Il dolore nel cuore per aver ferito i miei genitori era enorme, ma l’amore per Adriano era più forte.

Non potevo voltare indietro. La nostra nuova vita cominciò in una stanza piccola, al terzo piano di un palazzo popolare. Adriano trovò subito lavoro come operaio in un cantiere edile, mentre io, nei primi mesi, mi presi cura della casa e cercai di abituarmi a una città nuova, lontana dalla mia terra, dalla mia famiglia, da tutto ciò che conoscevo. All’inizio fummo felici, in un modo semplice e amaro.

Adriano era gentile, attento. Quando tornava dal lavoro, anche se stanco, mi aiutava a preparare da mangiare, mi raccontava le sue storie, mi prendeva per mano mentre passeggiavamo la sera lungo i canali del fiume. Ero finalmente libera, ero con lui. Mi sembrava un sogno.

Ma con il passare delle settimane, cominciai a notare alcuni campanelli d’allarme. Piccoli segnali, che ignorai con la leggerezza di chi è innamorato e crede che l’amore possa sistemare tutto. Adriano non dormiva bene la notte. A volte si svegliava con gli occhi fissi nel buio, sudato, ma se gli chiedevo cosa avesse, rispondeva secco: «Niente, non è niente.

Torna a dormire. »

A volte diventava silenzioso. Non silenzioso per stanchezza, ma un silenzio freddo, che sembrava non venire mai da lui ma da qualche parte più profonda, dove non mi faceva entrare. Poi un giorno arrivò la prima crepa, la prima incrinatura che mi fece capire che non conoscevo davvero l’uomo che avevo sposato.

Avevo trovato un piccolo lavoro part-time alla merceria del signor Silvio, un uomo anziano con i capelli bianchi come la neve. Non lavoravo lì da più di una settimana quando una mattina, arrivando, trovai la saracinesca alzata e il signor Silvio seduto sul marciapiede, con la testa china tra le mani. «Signor Silvio? Sta bene?

» gli chiesi, avvicinandomi. «Ah, ragazza mia» rispose lui, alzando lo sguardo su di me. «Arrivi presto. Quella che era la mia trepidazione adesso è semplice stanchezza.

Ma non metterti in pensiero. Entra, ti offro un caffè. »

Mentre preparavo il caffè nel piccolo stanzino sul retro, lo sentii parlare da solo, o forse parlava con me, non so. «Sai, per tutti questi anni ho sempre pensato che la solitudine fosse una maledizione, una cosa brutta che ti tocca nella vita quando non hai avuto abbastanza fortuna.

Ma ultimamente mi rendo conto che la solitudine può essere anche un rifugio. Sei l’unica che mi sta vicino con un sorriso sincero, sai. Non so quanto ti paghi chi ti ha mandata, ragazza mia, ma dovresti chiedere di più. »

Mi gelai.

«Che vuol dire, chi mi ha mandata? Sono venuta qui per un annuncio, signor Silvio. Ho letto l’annuncio alla finestra. »

«Ma io non ho mai messo nessun annuncio, ragazza bella» disse lui, voltandosi verso di me con un sorriso strano, quasi triste.

«Io ho messo un cartello alla finestra perché cerco un aiuto. Ma l’annuncio, quello disperato, con tanto di fiori e cuori, quello l’ho visto solo dopo che sei entrata. E mi sono chiesto: ma chi li conosce i gusti tanto raffinati per scegliermi lei, proprio adesso che sto a un passo dalla fine? »

Un brivido mi corse lungo la schiena.

«Non capisco, signor Silvio. Chi l’avrebbe mandato, questo annuncio? »

Lui si mise a ridere, ma era una risata stanca, malinconica. «Ah, non importa, ragazza mia.

Forse è il caso di andare a lavorare. Si sente già il profumo del caffè. Forza, tira fuori i biscotti, che oggi ho voglia di qualcosa di dolce. »

Non ci feci più caso, ma da quel giorno cominciai a osservare Adriano con occhi diversi.

E una mattina, mentre ero in bagno a lavarmi i denti, lui lasciò aperto il cassetto del comodino. Dentro, ben ripiegate, c’erano delle lettere, cinque o sei, legate con un elastico. Lo so che non avrei dovuto, ma il cuore mi batteva forte. Allungai la mano e presi la prima busta.

Senza badare alla firma, scorsi la calligrafia. Era una scrittura femminile, decisa, che iniziava con «Mio amato, ti scrivo queste poche righe perché so che questa lettera non ti troverà mai a casa, ma io continuo a vivere sperando in un tuo segno. Sei la mia forza, il mio unico vero amore, per sempre…»

Non feci in tempo a leggere oltre. Adriano comparve sulla porta, in mutande e maglietta, con il volto contratto.

«Cosa diavolo stai facendo? » urlò, e la sua voce era così estranea che feci un salto indietro. «Chi ti ha detto di toccare la mia roba? »

«A-adriano, io chiedo scusa, non volevo, è solo che…»

«Non è affar tuo!

» ruggì lui, strappandomi la lettera di mano. «Queste sono le mie robe private! Roba che non riguarda te, hai capito? Mai e poi mai!

Se ti capita di nuovo qualcosa del genere, te ne torni da dove sei venuta! »

Si girò di scatto e chiuse la porta del bagno sbattendola. Rimasi lì, bloccata, a guardare la porta chiusa, sentendo i battiti del mio cuore. Era la prima volta che alzava la voce con me.

Mi chiusi in bagno e rimasi a piangere in silenzio, sentendomi più sola di quanto non fossi mai stata in vita mia. Il giorno dopo, lui si scusò, piangendo. Disse che era stressato, che il lavoro lo stava logorando, che non aveva mai avuto intenzione di fare del male. Mi abbracciò stretto e io gli credetti, perché volevo crederci.

Perché era l’uomo che avevo scelto, per lui avevo lasciato tutto. Per un po’ andò meglio. Adriano mi portò a fare una passeggiata domenicale, mi comprò un vestito nuovo, mi parlò del futuro che avremmo avuto insieme. E mi disse che le lettere appartenevano al passato, a una donna sbagliata che non aveva mai dimenticato ma che ormai era acqua passata.

Io lo ascoltai, convinta di fare la cosa giusta credendogli. Ma la verità è che le crepe continuavano ad allargarsi. Adriano diventava sempre più possessivo e geloso. Se parlavo con un vicino di casa dei suoi affari per più di qualche minuto, lui non lo diceva subito, ma lo vedevo arrabbiarsi in silenzio.

Se un collega di lavoro mi lasciava un pezzo di torta sulla scrivania, lui faceva la domanda con la voce distorta: «E lui chi mandava a te questo regalo? »

Poi arrivò il giorno in cui picchiò un mio collega. Antonio, un bravo ragazzo del Sud che non aveva mai fatto niente di male, mi regalò un mazzetto di lillà per Natale, come si fa tra colleghi. Adriano lo vide per strada e gli sferrò un pugno al volto, senza una parola, in pieno centro.

Arrivai di corsa, spaventata, cercando di separarli. «Basta, Adriano! Basta! Cosa stai facendo?

»

Ma lui mi spinse via, con una spinta secca che mi fece sbattere contro il marciapiede. «Non mischiarti con questi morti di fame, capito? Io so stare bene, va bene? Non voglio vederti parlare con altri uomini!

Mai! »

Antonio, col sangue al labbro, si rialzò, si pulì la bocca con il dorso della mano e guardò me, poi lui. «Adesso è chiaro cosa c’è da fare» disse, la voce rotta. «Io la chiamo la polizia, ragazzo.

Hai fatto tanto a te stesso per questa faccenda, ma adesso basta. »

«No, Antonio, ti prego» lo implorai, strozzando le lacrime. «No, non chiamare la polizia. Ti prego.

È un malinteso. Adriano, digli che è stato un malinteso, anche tu, sì? Sì, diglielo ora! »

Buttai uno sguardo dietro di me.

Adriano sembrava un animale braccato. Non c’era più nulla di dolce o di solare nel suo viso. Solo un’oscurità profonda, che non avevo mai visto prima. Senza aggiungere una parola, si girò e se ne andò a passo svelto, sparendo tra la gente.

Antonio mi prese le mani, per un istante, lasciando cadere i lillà bianchi nella neve fangosa. «Faustina, io non so chi tu sia davvero e cosa tu stia facendo qui, ma credimi, ho visto abbastanza roba per riconoscere un animale quando lo vedo davanti a me. Quell’uomo non ti ama, ti possiede. E se resti, prima o poi ti uccide.

Non importa quanto tempo ci mette, ma lo farà. »

«Io non ce l’ho più un posto dove andare» riuscii a mormorare. «Il posto della tua amica, quello che ti sta cercando di aiutare» disse lui, accennando a un sorriso storto. «Non so come tu sia arrivata fino a me, ma so per certo che non hai bisogno di gente che ti sta vicino per vederti soffrire.

Corri, Faustina. Prima che sia troppo tardi. »

Quella notte non riuscii a chiudere occhio. Adriano non rientrò che alle due del mattino, apparentemente di buon umore, con una bottiglia di vino e gli occhi lucidi.

Ma io non riuscivo a togliermi dalla testa le parole di Antonio. E se avesse ragione? E se non fosse l’uomo che pensavo? Nei giorni successivi cercai di farlo parlare, di capire cosa gli stesse succedendo davvero.

Ma lui o si chiudeva in un silenzio di ghiaccio, oppure rispondeva con una calma sovrumana che mi faceva paura, perché sembrava aspettare qualcosa, come se stesse calcolando la mia prossima mossa. Fino al giorno in cui, tornando a casa prima del solito perché avevo finito il turno, vidi la porta socchiusa. Sulla soglia, voltato di spalle, c’era Adriano con un’altra donna. Lei rideva, con i capelli rossi come una fiamma, e con la mano gli accarezzava la guancia.

Ma non era la risata di una moglie che incontra il marito a sorpresa. Era la risata finta di chi sta architettando qualcosa. Trattenni il fiato. Sentii solo un lembo della frase, sussurrata da lei, con un accento straniero che non conoscevo: «Hai saputo risolvere tutto in modo così perfetto.

Un vero affare, tesoro. La prossima settimana la porterai a comprare tutta la sua roba, con i lei suoni diversi. Non voglio più vedere quella stupida in mezzo ai piedi. »

«Non chiamarla stupida» disse Adriano, con voce piatta.

«Lei non c’entra. Il problema è il padre. Quell’ignorante mi ha dato del marocchino davanti a tutta la bottega. Io, a casa mia, in questa città cadona, mi devono rispettare.

E comunque non deve sapere niente, va bene? Se osa venire a cercarmi a casa, i vicini hanno le chiavi di tutta la storia. »

Senza rendermene conto, feci un passo indietro. Ma loro si voltarono di scatto, e mi videro.

La donna rossa sorrise, con un’espressione di sfida. Adriano, invece, non ebbe il coraggio di guardarmi negli occhi. «Faustina… noi stavamo parlando di lavoro» disse, ma ormai ogni parola era inutile. Mi girai e corsi giù per le scale, senza voltarmi indietro.

Le mie scarpe risuonavano sul cemento, mescolandosi ai singhiozzi nella mia gola. Era finita. Ogni cosa era finita. Il mio ritorno in Calabria fu il viaggio più lungo della mia vita.

Presi un treno di notte, con la mia borsa e il cuore a pezzi. Quando il treno attraversò le stazioni del Sud, ripensai al volto di mia madre, al suo rimprovero silenzioso quando ero fuggita, alle parole di mio padre, che mi aveva aspettata invano al cancello per tutti quei mesi. Li avevo pagati cari, con gli interessi, tutti i miei debiti di libertà. Arrivai al paese al mattino presto.

E lì, davanti alla chiesa di San Rocco, c’era un uomo solo, col cappello in mano. Non c’era voluto molto a riconoscerlo, nonostante i capelli bianchi e le spalle curve. Era mio padre. «Papà?

» mormorai, temendo di vederlo infuriarsi. Ma lui non disse nulla. Si limitò a lasciar cadere il cappello e mi venne incontro. Per la prima volta in vita sua, corse da me.

E mi strinse così forte che sentii le sue lacrime bagnarmi i capelli. «Perdonami, papà» riuscii a dire. «Avevi ragione tu. Mi dispiace, mi dispiace tanto.

»

«Taci, taci, figlia mia» singhiozzò lui. «Sei a casa adesso. Sei a casa. »

Fu solo molto tempo dopo, quando le ferite cominciarono a rimarginarsi, che riuscii a raccontare tutto.

Rosetta si era trasferita vicino ai miei genitori, ed ebbi il coraggio di confessarle ogni dettaglio: le lettere, la gelosia, le bugie. «E le lettere? » chiese lei, con cautela. «Hai poi scoperto chi erano di mano di chi?

»

«Alla fine sì» ammisi. «Era la moglie del suo migliore amico, un tale Gennaro. Scappammo insieme, ma a un certo punto lui si era inventato la storia del cantiere al nord per potersi allontanare e vedere noi due. A quanto pare, da quando lui l’aveva conosciuta, non aveva fatto altro che ripetere compiaciuto che gliela avrebbe fatta pagare.

Quando suo marito lo scoprì, lo cacciò via con un dito rotto e le minacce di morte. E noi due siamo finite insieme per sbaglio. Ma lui non amava nessuna, se non se stesso. »

«Dio, che mostro» disse Rosetta.

«Eh, sì» sospirai. «Ma ormai è acqua passata. Mi ha insegnato una cosa, però. Che l’amore non deve mai costare la tua dignità.

Che nessuno ha il diritto di usare la paura per tenerti legato. E che io, Faustina Bellini, posso solo scegliere me stessa. Perché solo chi ama se stesso davvero può riconoscere l’amore vero quando lo vede. »

Avevo settantadue anni quando decisi di smettere di vivere nel passato.

Adriano era morto qualche anno prima, in un incidente d’auto, su una strada di montagna. Non piansi, non sentii nulla. Ma seppi che non era più una parte di me, della mia storia, delle mie paure. La sua morte non mi restituì la giovinezza, ma mi restituì il peso delle mie ore, la scelta di vivere diversamente.

Ora vivo nella mia piccola casa in cima alla collina, con le mie piante di pomodori e il mio gatto bianco che mi dorme in grembo. Ogni domenica torno alla messa di San Rocco, mi siedo nello stesso banco di quando avevo vent’anni e, guardando l’altare, ringrazio per le brave persone che ho incontrato dopo il buio: Rosetta, mia madre, mio padre. Anche se tardi, sono riuscita a bere il caffè con lui sulla panchina lì fuori, tutte le sere, senza litigare, senza recriminare. Qualche volta, guardo fuori dalla finestra e mi sembra di vedere un giovane Adriano che mi guarda da lontano, prima che tutto si rovinasse.

Ma è solo un’ombra. E io so che nell’ombra non bisogna più camminare. Ho fatto del mio meglio con la mia storia. Questo è tutto ciò che posso fare.

Il resto lo lasciamo al vento caldo, che sa dove portarci.