La porta si aprì e gli agenti mi dissero: «Deve venire con noi». Mia madre restò in silenzio a guardare, ma pochi minuti dopo una chiamata cambiò tutto. C’è un certo tipo di domenica in cui già il venerdì sera sai che sarà una brutta giornata. Non perché succederà qualcosa di particolare, anzi proprio il contrario: andrà tutto esattamente come al solito.

La mamma metterà in tavola il pollo arrosto, Remo arriverà con venti minuti di ritardo e dirà qualcosa sul traffico, anche se abita a quindici minuti a piedi. Poi ci sarà una conversazione sul nulla e, tra la zuppa e il secondo, mia madre dirà qualcosa che formalmente non è un rimprovero, ma in sostanza lo è. Io mangerò il pollo, dirò «grazie, è buono», laverò il piatto e me ne andrò fino alla domenica successiva. È così da quindici anni, con piccole variazioni.
. Mi chiamo Adriana Ferraboschi,ho trentotto anni e vivo a Trento. Lavoro in una compagnia di assicurazioni. L’appartamento non è quello che affitto, ma quella che affitto: la mia, comprata un tempo quando ero sposata, ora mi frutta appena quanto basta per coprire il mutuo.
Gli inquilini pagano me, io pago la banca, e io stessa vivo in un bilocale in affitto in via Costabella, dove i pregi sono un buon isolamento acustico e vicini che non salutano. Quest’ultimo, a ben pensarci, è anch’esso un pregio. . Quella domenica sono arrivata alle due in punto.
Sono salita al terzo piano. L’appartamento era lo stesso di trent’anni fa:la stessa carta da parati con un piccolo motivo floreale,lo stesso odore di cucina e di qualcosa a cui non sono mai riuscita a dare un nome,qualcosa a metà strada tra i mobili vecchi e le finestre chiuse. «Di nuovo in taxi», chiese mia madre al posto del saluto. Nelida era in piedi sulla porta della cucina con il grembiule e un canovaccio in mano.
Settantuno anni,i capelli raccolti in uno chignon stretto,lo sguardo attento,leggermente socchiuso,come quello di una persona che cerca sempre qualcosa a cui aggrapparsi e di solito lo trova. «In macchina, ciao mamma», dissi, «ti ho sentita entrare. Cammini in modo diverso quando torni dal taxi». Mi tolsi la giacca.
Non c’era motivo di discutere,non perché avesse ragione, semplicemente perché non serviva a nulla. Mia madre possedeva il raro talento di trasformare qualsiasi obiezione in una prova della tua stessa colpa. . La porta sbatté alle due e mezza.
Remo entrò con l’aria di chi,con la sola presenza,sta già facendo un favore. «Traffico», disse. «Di domenica». «Lavori in corso».
Non chiesi su quale strada,di preciso,stessero facendo lavori di domenica a mezzogiorno. Remo aveva tre anni meno di me,trentacinque,ma sembrava più giovane perché non si assumeva mai la responsabilità di nulla. Aveva un viso simpatico,la capacità di alleggerire qualsiasi situazione con una sola frase,e una cronica incapacità di portare a termine qualsiasi cosa. Lavorava nel magazzino di una società di logistica,quando lavorava.
Negli ultimi otto mesi non sapevo esattamente a che punto fossero i suoi rapporti con quella società. Mia madre rispondeva a queste domande con un semplice:«Sta attraversando un periodo difficile». Il periodo difficile di Remo durava più o meno dai ventidue anni. .
Mia madre gli mise davanti un piatto con quella particolare attenzione che ricordavo fin dall’infanzia:un po’ più delicata,un po’ più attenta. Il piatto per il figlio era un piatto leggermente diverso,non peggiore,semplicemente diverso. Avevo smesso da tempo di reagire a questo,o quasi. La differenza tra «da tempo» e «del tutto» è più grande di quanto sembri.
Mangiavamo in silenzio. Dietro quel silenzio non c’era nulla di speciale, semplicemente tre persone che si conoscono troppo bene per conversare con piacere e non abbastanza bene per tacere senza tensione. «Manca il sale», disse mia madre,sebbene nessuno se ne fosse lamentato. Non era autocritica,era un avvertimento:guardate,l’ho notato per prima,quindi non potete rimproverarmi di non averlo notato.
Dopo il pollo ci fu il caffè. Mia madre mise sul tavolo delle tazzine prese dalla credenza. Spuntavano solo la domenica. Le cose belle vanno usate di rado,altrimenti smettono di essere belle.
Non lo disse mai ad alta voce,ma le tazzine parlavano da sole. Remo rigirò la tazzina tra le mani,poi la posò. «Probabilmente avrò bisogno di un piccolo anticipo», disse. «Un mese,al massimo un mese e mezzo».
Lo guardai. «Cosa intendi per anticipo? ». «Una piccola somma,un ritardo nel pagamento,in magazzino.
La contabilità sta passando a un nuovo sistema. È fine mese e ho fatto male i conti». «Quanto? ».
«Cinquecento,forse settecento». Lo disse come una comunicazione,non come una richiesta. La differenza è fondamentale:una richiesta si può rifiutare senza sentirsi un mostro. Non l’aveva inventato lui,l’aveva inventata sua madre,e lui l’aveva semplicemente assimilato.
«Al momento non ho soldi da parte», dissi. «Ma tu lavori? Lavoro e pago il mutuo». «Adriana», disse mia madre.
Solo il nome,nient’altro. Ma in quel «Adriana» c’era un’intera costruzione. Sei crudele? È tuo fratello.
È davvero così difficile aiutarlo? ». «Mamma,non sto rifiutando. Sto dicendo che non ho soldi da parte».
«Hai un appartamento in affitto? Quei soldi servono per il mutuo,lo sai? ». «So che tu hai un appartamento,e tuo fratello non ha nulla».
Remo guardava nella tazza. Era bravo a farlo,sparire dal conflitto nel momento in cui il conflitto si accendeva,lasciare che io e mia madre ci sistemassimo le cose,mentre lui se ne stava in disparte con l’aria di chi aveva semplicemente bisogno di un piccolo aiuto. Il massimo della maestria nella partecipazione passiva. «Ci penserò», dissi,che significava «no».
E tutti e tre lo sapevano. Ma «ci penserò» permetteva di finire il pranzo senza lanciare piatti contro il muro. Remo scomparve in fretta,senza sbattere la porta,senza litigare,semplicemente svanendo,come se non fosse mai stato lì. Anche quella era un’abilità,forse l’unica che avesse davvero affinato.
Abbiamo sparecchiato. Mia madre lavava,io asciugavo. La parte silenziosa,quasi pacifica del rituale,dopo la quale di solito me ne andavo con la sensazione che non fosse andata poi così male,e solo in macchina capivo di essere stanca,non per parole concrete,ma dal fatto stesso di trovarmi in quell’appartamento dove ogni silenzio significa qualcosa e ogni parola significa qualcos’altro. Presi la borsa dalla poltrona nell’ingresso,una borsa da lavoro normale.
Dentro c’erano il portafoglio,il telefono,una cartellina con i contratti,e il passaporto che avevo dimenticato di rimettere a posto venerdì dopo essere stata in banca. Mi misi la giacca. Mia madre era in piedi sulla porta della cucina,non mi accompagnava,se ne stava semplicemente lì. Ma ho incrociato il suo sguardo.
Non era rivolto a me,ma un po’ più in basso,sulla borsa,un secondo,non di più. Poi distolse lo sguardo e disse qualcosa sul tempo. Risposi. Ci salutammo.
Sulle scale faceva fresco. Va,scesi,uscii,mi sedetti in macchina. Sono rimasta lì seduta per qualche secondo,poi mi sono ricordata di quello sguardo,breve,quasi impercettibile,e non sono riuscita a capire subito cosa ci fosse di così particolare da farmelo ricordare. Ho acceso il motore e sono tornata a casa.
La telefonata è arrivata mercoledì verso le undici del mattino,mentre ero al lavoro e stavo esaminando l’ennesimo caso di un semiinterrato allagato. Il numero era sconosciuto,ma aveva il prefisso della banca. Ho imparato a riconoscere automaticamente quei numeri. Il lavoro mi obbliga a farlo.
«Buongiorno. Parla Adriana Elena Ferraboschi? ». «Sì».
«La chiamiamo in merito a un pagamento scaduto relativo al contratto di credito. Il debito ammonta a…». Non ho capito subito di cosa si trattasse. Ho chiesto di ripetere.
La ragazza dall’altra parte ha ripetuto con pazienza,un po’ più lentamente,come si fa con le persone che sentono male o capiscono male. «Contratto di credito,numero tale,stipulato otto mesi fa,pagamento scaduto da ventitré giorni,importo del debito». «Aspetti», ho detto,«non ho mai chiesto nessun prestito». Breve pausa.
«Il contratto è a suo nome. I dati del passaporto corrispondono». Ho chiesto il numero del contratto,il nome della filiale,la data di stipula,ho annotato tutto a margine del foglio di lavoro,proprio sopra lo schema dei danni al semiinterrato. La ragazza mi ha dettato tutto con voce calma.
Chiaramente non era la prima volta che spiegava alle persone che avevano debiti di cui non sapevano nulla,o fingevano di non saperlo. «Ci penserò e richiamerò», dissi. «Preferibilmente entro tre giorni lavorativi,altrimenti il caso verrà trasferito all’ufficio recupero crediti. Capito?
». Riattaccai. Ho guardato la pianta del semiinterrato,poi le annotazioni a margine,poi di nuovo la pianta. Ho accantonato la questione del semiinterrato.
Ho trascorso le due ore successive al telefono e al computer. Ho richiesto un estratto del mio rapporto di credito,urgente,a pagamento. Ho chiamato il numero verde della banca,ho spiegato la situazione e ho chiesto una copia del contratto. Mi hanno trasferito tre volte,mi hanno messo in attesa due volte,e una volta mi hanno semplicemente riattaccato il telefono.
Al quarto tentativo sono riuscita a parlare con qualcuno che sapeva ascoltare,e mi hanno promesso di inviarmi i documenti via email entro ventiquattro ore. L’estratto è arrivato prima,l’ho aperto durante il pranzo che non ho mai mangiato. Il credito era stato stipulato otto mesi fa,in una filiale della banca in via Roma. L’importo era di quattordicimila euro,durata tre anni.
I primi sette pagamenti sono andati a buon fine,l’ottavo no. A mio nome,sul mio passaporto,al mio indirizzo di residenza,quello che non ho cambiato dopo il divorzio,l’appartamento di mia madre,dove un tempo ero registrata e dove,a rigordi termini,risultavo ancora perché non riuscivo proprio a trovare il tempo per cambiare la registrazione. Me ne stavo lì a guardare le cifre. Quattordicimila euro.
Otto mesi fa ero a una conferenza di lavoro a Verona. Due giorni,hotel,spese di viaggio pagate dall’azienda. Me lo ricordavo bene,perché proprio in quel momento si era rotto il rubinetto degli inquilini e avevo dovuto chiamare un idraulico da un’altra città. Di sicuro,in quel periodo,non ero entrata nella banca in via Roma.
I documenti della banca arrivarono in serata. Aprì il contratto e trovai la pagina con la firma. La firma era simile alla mia,non identica,ma simile. La stessa inclinazione,la stessa iniziale con quel caratteristico ricciolo che faccio fin da bambina.
Abbastanza simile da non far sorgere dubbi all’impiegato della banca. Non abbastanza da non farmi sorgere dubbi. Ho chiamato Remo. Non ha risposto.
Ho chiamato di nuovo. Poi gli ho scritto un messaggio:«Chiamami,è urgente». Il messaggio è stato consegnato. I segni di spunta blu sono apparsi dopo un minuto.
Non c’è stata risposta. Allora ho capito che stavo andando da mia madre. Nelida ha aperto la porta in vestaglia con una tazza di tè in mano. Mi guardò con quella particolare attenzione che significava che sapeva già perché ero venuta,e aveva già deciso come comportarsi.
«Entra», disse. «Stavo proprio preparando il tè». Entrai. Andammo in cucina.
Mia madre mise su il bollitore. Appoggiai sul tavolo la copia stampata del contratto. «Puoi spiegarmi? ».
Lei diede un’occhiata ai fogli,non li prese in mano,non li lesse. Li guardò semplicemente,come si guarda un oggetto che si conosce bene. «Siediti», disse. «Mamma,spiegami».
Posò la tazza,si sedette di fronte a me,incrociò le mani sul tavolo. Il suo viso era sereno,non colpevole,non spaventato,proprio sereno,con quel tipo di serenità che hanno le persone che hanno preso una decisione da tempo e sono riuscite a rassegnarsi. «Remo si trovava in una situazione molto difficile», disse. «In una situazione difficile.
Aveva bisogno di soldi,urgentemente. Tu non glieli avresti dati». La guardai. «Hai preso il mio passaporto?
». «Ne avevo una copia. L’hai lasciata,ricordi? Quando bisognava fare la procura per l’auto,tremila anni fa.
Ti avevo chiesto di lasciarne una copia per ogni even». Per ogni evenza. Per tre anni ho conservato una copia del mio passaporto nel cassetto della mia madre,per ogni evenza. L’eventualità si è verificata,e io non lo sapevo.
«Mamma,è un caso penale,lo capisci? ». «Non dire sciocchezze,i soldi verranno restituiti,tutto si risolverà». «Chi li restituirà?
Remo? ». Lei non rispose,prese la tazza,bevve un sorso. Il gesto era del tutto banale,come se stessimo discutendo di qualcosa di amministrativo,spiacevole,ma risolvibile.
Una bolletta,una multa per divieto di sosta. «Quanto ha restituito? », chiesi. «Cosa intendi con “restituito” di quattordicimila?
Quanto ha già restituito di quel prestito? ». «Ha pagato. Ha pagato per sette mesi».
«E l’ottavo? ». «Adesso è difficile. Ha problemi con il lavoro».
«Ha sempre difficoltà. Mamma,ha sempre problemi con il lavoro,e il prestito è a mio nome,e ora il mio nome è in mora,e domani finirà nella mia storia creditizia,e se si arriva al recupero crediti,non ci si arriverà». «Come fai a saperlo? ».
«Perché lo dico io», disse con quell’intonazione che da bambina chiudeva ogni discussione. ‘Perché lo dico io’ era sufficiente quando avevo dieci anni. Ora ne avevo trentotto,e quello era ancora il suo argomento. Presi il contratto dal tavolo e lo rimisi nella borsa.
«Perché non me l’hai chiesto? », dissi. «Me l’avresti semplicemente chiesto». «Non me l’avresti dato?
». «Non lo sai? Lo so», disse senza rabbia,quasi con stanchezza. «Avresti detto che hai un mutuo,che non hai soldi da parte,che non puoi.
Dici sempre così,perché è vero. Remo non poteva aspettare che decidessi se fosse vero o no». Mi alzai. Anche mia madre si alzò,non perché volesse fermarmi,ma semplicemente per riflesso,come ci si alza quando una persona se ne va e non è ancora chiaro se se ne andrà o resterà.
«Dove ha speso i soldi? », chiesi dalla porta. «Ha saldato dei debiti». «Quali debiti,Adriana?
». «Quali debiti,mamma? ». Lei mi guardava.
Qualcosa nel suo sguardo era cambiato. Solo un po’,per una frazione di secondo. Non paura,e non rimpianto. Qualcosa che lei aveva nascosto prima che io riuscissi a dirlo.
«Se la caverà», disse. Uscìi nell’ingresso,presi la giacca. Mia madre stava sulla porta della cucina e taceva. Sapeva tacere in modo tale che il silenzio occupasse tutto lo spazio,da una parete all’altra,dal pavimento al soffitto.
Da bambina pensavo che fosse una caratteristica del nostro appartamento,poi capì che era una sua caratteristica. Chiamai Remo ancora una volta,già in piedi sulle scale. Il telefono era spento,naturalmente. Scesi e usci in strada.
Faceva freddo. Rimasi per un po’ semplicemente in piedi accanto alla macchina,senza sedermi. Quattordicimila euro,otto mesi. Una copia del passaporto che avevo lasciato per ogni evenza,una firma che sembrava simile,ma non identica.
All’assicurazione lavoravo con i documenti ogni giorno. Sapevo com’era un falso. Sapevo com’era una persona che fa finta che non sia successo nulla. Mi sono seduta in macchina e ho chiuso la portiera.
Il telefono taceva. . Hanno suonato alla porta alle sette e cinquantadue del mattino. So l’ora esatta,perché avevo appena messo il caffè e guardavo l’orologio cercando di capire se avrei fatto in tempo a berlo di uscire.
Non ce l’ho fatta. Dallo spioncino si vedevano due persone. Un uomo di circa quarantacinque anni con una giacca con un emblema,una donna un po’ più giovane,in divisa. Ho aperto la porta con un cucchiaio in mano.
Per qualche motivo l’avevo preso mentre andavo dalla cucina,e non l’avevo più posato. «Ferraboschi Adriana Elena? ». «Sì».
«Agente Casale,agente Murru,guardia di Finanza di Trento. Deve venire con noi». Casale era di spalle larghe,con il volto stanco di chi da tempo aveva smesso di aspettarsi qualcosa di buono dalle telefonate mattutine. Murru teneva in mano una cartella e mi guardava con neutralità professionale,non ostile,ma senza la minima voglia di spiegare più del necessario.
«Per quale motivo? ». «Ve lo spiegheranno in commissariato. Deve prendere i documenti».
Stavo per chiedere qualcos’altro,ma in quel momento senti dei passi sulle scale. Mi voltai e vidi mia madre. Nelida era sul pianerottolo tra il secondo e il terzo piano,in cappotto,con una borsa,non ansimante,non spettinata,ordinata come sempre,come se fosse uscita a comprare il pane. Guardava me,poi gli agenti,poi di nuovo me,e taceva.
«Mamma», dissi,«che ci fai qui? ». «Volevo…», iniziò e non finì. Casale si voltò,la squadrò con lo sguardo,poi guardò di nuovo me.
«È tua madre? ». «Sì». «Non serve,partirà da sola».
Nelida fece un passo indietro,si fermò. Il suo volto non esprimeva nulla,proprio nulla,il che di per sé era un’espressione. La guardavo e pensavo:è venuta per avvertirmi,o per assicurarsi che fosse già troppo tardi per avvertirmi? La differenza tra queste due opzioni era sostanziale,ma non avevo una risposta.
Forse nemmeno lei. «Devo mettermi la giacca», dissi agli agenti. «Per favore». Tornai in cucina,spensi la macchina del caffè,posai il cucchiaio sul tavolo,presi la giacca,la borsa,il telefono,il passaporto.
Il passaporto giaceva già da alcune settimane nella tasca della borsa,da quando avevo iniziato a occuparmi del prestito. Una buona precauzione,date le circostanze,anche se,a pensarci bene,era proprio il passaporto ad aver dato inizio a tutti i miei problemi. Mia madre era ancora in piedi sulle scale. Le passai accanto.
Mi toccò la manica con un gesto leggero,quasi impercettibile. «Adriana», disse a bassa voce. Mi fermai un attimo,senza voltarmi. «Dopo,mamma.
Sceso». L’auto era parcheggiata davanti all’ingresso,una normale,senza lampeggianti. Casale aprì la portiera posteriore. Mi sedetti.
Murru si sistemò accanto all’autista. Casale si sedette dietro,accanto a me,ma non troppo vicino. Lasciò uno spazio,come si fa quando si vuole far capire che non si tratta di un arresto. Non è ancora un arresto.
Guardavo fuori dal finestrino. Alle otto del mattino,Trento era immersa nella sua routine. Gente,auto,qualcuno con la bicicletta sul marciapiede. A nessuno importava che stessi andando alla polizia finanziaria,in compagnia di due agenti,senza aver fatto in tempo a bere un caffè.
Il commissariato si trovava in via Verdi. Mi hanno accompagnata al secondo piano,in una stanza con una sola finestra e un tavolo,dietro al quale era già seduto un terzo agente,un uomo non più giovane,con gli occhiali,con una cartella di documenti. Casale è rimasto. Murru è uscita.
«Si sieda», ha detto la gente con gli occhiali. «Sono l’ispettore De Santis. Sa perché l’abbiamo convocata? ».
«Mi hanno detto che me lo avrebbero spiegato qui». «Esatto». Aprì la cartella. «Conosce il contratto di credito con la banca,numero…».
Citò il numero. Proprio quello. «Lo conosco», dissi. «Ne ho scoperto l’esistenza qualche settimana fa.
Non l’ho stipulato io». «Lo sappiamo». Lo guardai. «Allora perché sono qui?
». De Santis si tolse gli occhiali,pulì le lenti e se li rimise. Il gesto era abituale,quasi meccanico. Probabilmente lo faceva ogni volta che doveva formulare qualcosa di spiacevole.
«Il suo nome non compare solo in questo contratto. Il denaro ottenuto con il prestito è passato attraverso diversi conti. Uno di essi è collegato a transazioni che stiamo verificando nell’ambito di un altro caso. Frode immobiliare,diversi immobili in provincia di Trento,documenti falsi,transazioni fitti.
Il suo credito è una delle fonti di finanziamento di questa catena». Me ne stavo seduta ad ascoltare. Dentro di me provavo quella strana sensazione che si prova quando si capisce che tutto è molto peggio di quanto pensassi,ma non ho ancora avuto il tempo di percepirlo. L’ho solo registrato,come nei verbali assicurativi:prima l’elenco dei danni,poi tutto il resto.
«Non c’entro nulla». «Formalmente lei è la titolare del credito. I soldi sono stati prelevati dal suo conto». «Non sono mai stati sul mio conto.
Non ho ricevuto quei soldi». «Questo resta da stabilire». De Santis sfogliò alcune pagine. «Al momento non siete in stato di fermo.
Siete stata invitata a fornire spiegazioni. È una differenza sostanziale». «Capisco la differenza», dissi. Casale,dietro di me,si mosse leggermente.
Non mi voltai. «Mi dica cosa sa sull’origine di questo prestito». Raccontai tutto. Tutto,dalla telefonata della banca,alla conversazione con mia madre,in cucina.
La copia del passaporto,la procura per l’auto di tre anni fa,la firma che sembrava simile,ma non identica. De Santis ascoltava,ogni tanto prendeva appunti,non mi interrompeva. Casale taceva. Fuori dalla finestra si sentiva qualcuno camminare nel corridoio,poi una telefonata,poi il silenzio.
«Ha parlato con suo fratello,dopo aver scoperto del prestito? ». «Ci ho provato. L’ho chiamato diverse volte quella stessa sera,ma non ha risposto.
Gli ho scritto un messaggio,lui l’ha letto e non ha risposto. Poi c’è stata la domenica da mia madre. È venuto,si è seduto,ha mangiato,se n’è andato subito dopo il caffè. Ho cercato di parlargli.
Lui ha detto “Non ora” ed è uscito. Da allora il telefono è irraggiungibile». «Quanto tempo è passato? ».
«Tre settimane». «Le ha parlato di debiti,di difficoltà finanziarie? ». Ho ripensato a quella domenica,prima ancora della storia del prestito:Cinquecento,forse settecento,fine del mese,e io avevo fatto male i conti.
Piccole tazze dalla credenza. Mia madre che metteva via una bottiglia di vino,un po’ più lontano dalla sua parte del tavolo. «Ha chiesto dei soldi», ho detto. «Prima che venisse a sapere del prestito.
Diceva che c’era un ritardo con gli stipendi,al magazzino. Gli ho detto di no». «Le ha spiegato a cosa gli servivano i soldi? ».
«No». De Santis chiuse la cartella,mi guardò da sopra gli occhiali. «Aspetti qui un attimo,per favore». Si alzò e uscì.
Casale rimase,Rimanemmo in silenzio,non ostile,ma nemmeno con la voglia di fingere che fosse una situazione normale. Guardavo il tavolo,la cartella che De Santis aveva lasciato,le mie mani. Pensavo al fatto che il caffè era rimasto lì sul fornello,spento,freddo,un piccolo dettaglio domestico che per qualche motivo mi occupava la mente più di quanto avrebbe dovuto. Forse perché pensare al caffè era più facile che pensare a tutto il resto.
De Santis tornò dopo una quindicina di minuti,entrò,si sedette,aprì la cartella su un’altra pagina. La sua espressione era cambiata in modo impercettibile,quasi impercettibile,ma avevo lavorato abbastanza con documenti e persone da notare queste cose. Qualcosa era cambiato in quei quindici minuti. L’angolo con cui mi guardava era diverso,non più morbido,ma con una diversa intensità.
«Abbiamo ricevuto ulteriori informazioni», disse. Casale,alle mie spalle,si mosse di nuovo. «Nel corso di una verifica su un caso correlato,è emerso un nome direttamente collegato a una serie di transazioni». De Santis fece una pausa.
«Ferraboschi,Remo Antonio». Non dissi nulla,perché non c’era nulla da dire,e tutto ciò che riuscivo a pensare in quel momento non era destinato a finire nel verbale. «Questo cambia la configurazione del caso», proseguì De Santis. «Tuttavia,il suo nome rimane nei documenti.
Ciò significa che lei figura ancora negli atti dell’indagine. Le servirà un avvocato». «Capisco». «Può andare.
Divieto di allontanarsi dalla provincia di Trento. Le verrà inviata una notifica». Mi alzai,presi la borsa. Casale aprì la porta.
Nel corridoio mi fermai un attimo,non perché non sapessi dove andare,semplicemente perché avevo bisogno di prendere fiato. Le pareti erano di un giallo pallido. La luce fluorescente ronzava,appena percettibile. Da qualche parte,in fondo al corridoio,qualcuno rideva.
Una risata breve,da lavoro. Ho trovato l’uscita,sono scesa in strada. Il telefono mostrava tre chiamate perse da mia madre,e un messaggio:«Come stai? ».
Ho messo il telefono in tasca,senza rispondere,e sono andata a cercare un taxi. La direzione della compagnia assicurativa ha chiamato il giorno dopo che avevo ricevuto la notifica del divieto di espatrio. Ha chiamato Bruno Talavini,il direttore della filiale,un uomo dall’espressione perennemente preoccupata,e con l’abitudine di iniziare le conversazioni spiacevoli con le parole:«Lo capisci bene? ».
Lo capivo. Un dipendente sotto indagine è un rischio reputazionale,un rischio per i clienti,un rischio assicurativo. L’ironia della professione. Per tutta la vita ho valutato i danni altrui,e ora qualcuno valutava i miei.
«È una misura temporanea», disse Talavini. «Finché il caso non sarà chiuso». «Quando potrebbe essere? ».
Pausa. «Non possiamo saperlo». Questo significava:a lungo. Ho preso un certificato medico di cui non avevo bisogno,perché non ero malata,ma era semplicemente più comodo per formalizzare la sospensione.
Flessibilità aziendale. Lo stipendio,ovviamente,non veniva mantenuto,solo l’indennità sociale minima,che non bastava praticamente a nulla. L’avvocato è costato caro fin dalla prima consulenza. Si chiamava Maurizio Ronchi.
Aveva quasi sessant’anni,parlava lentamente,e faceva pagare ogni ora a parte. L’ho trovato tramite un conoscente di un conoscente,non il modo migliore per cercare un avvocato,ma non avevo né il tempo né i soldi per una scelta più accurata. Ronchi ha esaminato i documenti,ha posto due o tre domande,metà delle quali ho annotato,e ha detto che il caso non era semplice,ma non era senza speranza. La differenza tra «non semplice» e «senza speranza»,nel suo sistema di coordinate,costava,a quanto pare,a parte.
Le prime settimane ho vissuto in una routine che si potrebbe definire caos controllato,se fosse stato controllato. Facevo liste:cosa fare,chiamare,quali documenti raccogliere. Le liste mi aiutavano a sentire di avere un po’ di controllo. Poi ho iniziato a notare che gli stessi punti passavano da una lista all’altra,perché nessuno di essi veniva portato a termine,mentre il numero di nuovi punti superava costantemente quello di quelli completati.
Gli inquilini dell’appartamento in via Oro se ne sono andati alla fine del secondo mese. Mi hanno avvisata con due settimane di anticipo. Avevano trovato qualcosa di più economico. Niente di personale.
Niente di personale. Una formulazione molto comoda,soprattutto quando non hai entrate,e nessuno ha cancellato la rata del mutuo. Ho cercato di trovare nuovi inquilini,in fretta,non ci sono riuscita. L’appartamento è rimasto vuoto per un mese e mezzo,poi si è trasferita una coppia che pagava trecento euro in meno rispetto ai precedenti.
Ho accettato,perché non avevo scelta. All’inizio coprivo il divario tra le entrate e le uscite con i miei risparmi. Poi i risparmi si sono esauriti,poi ho iniziato a saltare le rate del mutuo,prima una,poi due. La banca mandava lettere.
Ronchi diceva che,per il momento,erano tolleranti. Pensavo che io e Ronchi avessimo idee molto diverse su cosa fosse tollerabile. Al quarto mese,la banca ha avviato la procedura di pignoramento. Ciò significava che l’appartamento sarebbe stato messo all’asta,se il debito non fosse stato estinto.
Ho chiamato Ronchi. Ha detto che era una questione a sestante,e un bilancio a sestante. Riattaccai,e rimasi a fissare il muro per un po’. Mia madre chiamò quella stessa sera.
«Ho sentito dell’appartamento», disse. «Da chi? ». «Non importa.
È vero? ». «Sì». Breve pausa.
Sentivo il suo respiro regolare,senza fretta,come quello di una persona che ha già deciso cosa dire,e ora sta solo scegliendo il momento giusto. «Potresti accordarti con la banca,chiedere una proroga? ». «L’ho chiesto,hanno rifiutato».
«Allora non l’hai chiesto bene? ». Non risposi. «Adriana,sei sempre così.
Aspetti che le cose si risolvano da sole,e poi ti stupisci». «Mamma,non sto aspettando. Vado dall’avvocato,raccolgo i documenti. Ogni settimana vado alle consulenze.
Questo non si chiama aspettare». «L’avvocato», pronunciò quella parola con l’intonazione di chi vede i soldi volare fuori dalla finestra. «Quanto gli hai già pagato? ».
«Non sono affari tuoi». «Sei mia figlia,quindi sono affari miei». «Mamma,hai perso il diritto di dire “Sei mia figlia” nel momento in cui hai firmato il contratto di credito per me». Silenzio,lungo,denso.
«L’ho fatto per il bene della famiglia», disse finalmente. «Per il bene della famiglia. Bene,dillo all’investigatore». Premetti «fine chiamata».
Appoggiai il telefono con lo schermo rivolto verso il basso,e non lo toccai fino al mattino. Mia madre venne alla fine del quarto mese,di persona,senza chiamare. Ha suonato il citofono dal piano di sotto. Io ho aperto,non perché volessi vederla,semplicemente non ho trovato la forza di premere il tasto di fine chiamata.
È salita con un contenitore in mano:zuppa,a giudicare dall’odore,proprio quella,con le verdure tagliate finemente. «Sono qui solo per poco», ha detto. Mi allontanai dalla porta. Lei entrò,andò in cucina,posò il contenitore sul tavolo,si guardò intorno,non con disapprovazione,semplicemente si guardò intorno,come si fa in un posto sconosciuto,anche se era già stata qui prima,prima di tutto questo.
«Come stai? ». «Bene». «Sei dimagrita».
«Mamma». «Dico solo così». Mise su il bollitore,come se fosse a casa sua. «Ronchi ha chiamato».
«Mamma,come fai a sapere di Ronchi? ». «Me l’ha detto Remo». Me l’ha detto Remo.
Quindi avevano parlato. Quindi sapeva della sua testimonianza,e era venuta con la zuppa. C’era una certa logica. Non mia,ma coerente.
«Si sistemà tutto», disse mia madre. Lo disse nello stesso modo in cui parlava del sale nel pollo:constatando un fatto di cui non dubitava. «Remo ha detto agli investigatori che ero a conoscenza del piano», dissi. Non rispose subito.
Prese il contenitore,lo mise in frigo,anche se io non l’avevo messo lì. Chiuse il frigo,si voltò. «Si è spaventato», disse. «So che si è spaventato.
Non voleva farti del male». «Mamma,ha testimoniato contro di me,durante le indagini su un caso di frode,in cui sono coinvolta,perché tu e lui avete usato i miei documenti,a mia insaputa. Questo non è “non voleva farmi del male”». Nelida mi guardava.
C’era qualcosa nel suo sguardo che vedevo raramente:non il rimorso,no. Qualcosa di simile,a uno sforzo,come se stesse cercando di trovare una formulazione che spiegasse tutto in una volta,e che allo stesso tempo non le richiedesse di cambiare nulla. «È giovane», disse infine. «Aveva trentacinque anni».
«Mamma,smettila». «Smetti la cosa. Sto dicendo la verità. Sei sempre stata più forte di lui.
Te la cavavi da sola. Avevi un lavoro,un appartamento? ». «Non ho più un appartamento.
Ti ricordi? L’appartamento sta per essere venduto all’asta. Non ho un lavoro. Ho dei debiti,e un avvocato che pago a rate.
Questo è il risultato del fatto che sono forte». «Non dire così». «In che senso,così? ».
«In modo aggressivo». Strinse le labbra. «Sono venuta per aiutarti». «Hai portato la zuppa?
». «Sì,ho portato la zuppa. Perché non mangi bene? ».
«Si vede? ». «Perché sono tua madre,e non me ne frega niente». La guardavo.
Stava in piedi davanti al frigo,con il cappotto addosso. Non se l’era tolto,quindi era davvero venuta per poco. E mi guardava con un’espressione che,probabilmente,lei stessa considerava amore. Forse era davvero amore,solo quella sua variante che non sa distinguere tra aiutare e sfruttare,e che sinceramente non capisce quale sia la differenza.
«A te non è indifferente», ripetei. «Bene,allora dimmi una cosa. Sapevi che Remo avrebbe detto agli investigatori che io ero al corrente? ».
Silenzio. «Mamma,lo sapevi? ». «Ha detto che questo lo avrebbe aiutato».
«Mi interessa cosa succederà a me,non a lui». «L’indagine lo chiarirà. Tu non hai alcuna colpa,quindi si capirà». «Non funziona così».
«Adriana,tu drammatizzi sempre». In quel momento ho provato qualcosa che non era né rabbia,né risentimento,piuttosto una stanchezza così profonda che aveva smesso di essere percepita come stanchezza,e si era trasformata in qualcosa di quasi fisico,come se qualcuno mi avesse tolto alcune vertebre,e le avesse reinserite nell’ordine sbagliato. «Vai a casa,mamma». «Mi stai cacciando via?
». «Ti chiedo di andartene. È la stessa cosa». «No,una delle due è educata».
Prese la borsa,rimase lì un secondo,non perché esitasse,semplicemente,mi sembra,aspettava che aggiungessi qualcosa,che mi scusassi,che mi ammorbidissi,che dicessi«Lascia la zuppa,grazie». Non dissi nulla. Se ne andò. Non l’ho accompagnata alla porta.
Sono rimasta semplicemente in piedi,in cucina. Ho sentito scattare la serratura,poi il silenzio. Remo si è fatto vivo al quinto mese,non di persona,tramite gli investigatori. Ronchi mi ha riferito l’essenza della sua testimonianza,in modo conciso,e senza intonazioni superflue,come una persona abituata al fatto che le persone dicano cose spiacevoli l’una dell’altra,negli uffici ufficiali.
«Sostiene che tu fossi a conoscenza del piano? ». Guardai Ronchi. «Cosa sapevo,esattamente?
». «Che il credito sarebbe stato utilizzato,in una catena di transazioni,che avevate concordato,la divisione». «È una bugia». «Lo capisco».
«Ma lui insiste. Dice che sei stata tu,a proporre di usare i tuoi documenti,perché lui aveva una storia creditizia negativa». Rimasi in silenzio per qualche secondo,non perché fossi confusa,ma perché cercavo di dare un senso a tutto ciò. Remo,che non aveva risposto al telefono per tre settimane,che era rimasto seduto al tavolo di sua madre,a fissare la tazza,mentre lei e io discutevamo.
Quel Remo si è presentato all’interrogatorio,e ha detto che ero stata io,a proporlo. Il piano era,in generale,logico. Se lo si guarda dal suo punto di vista. «C’è qualcosa che lo smentisce?
», chiesi. «Ci stiamo lavorando», disse Ronchi. «La firma sul contratto è già un argomento,ma serve una perizia,e questo richiede tempo». Il tempo costava denaro,il denaro stava finendo.
Era un circolo vizioso,con una geometria molto chiara. Ho perso l’appartamento al sesto mese. L’asta è andata veloce. L’hanno comprato a un prezzo inferiore,a quello di mercato,come di solito succede alle aste.
La differenza tra il ricavato della vendita e il saldo del debito ipotecario si rivelò,a mio favore. Piccola,ma c’era. Quei soldi andarono per Ronchi,e per vivere. L’appartamento in affitto,in via Costabella,rimase.
Il locatore non aveva ancora sollevato la questione dei ritardi,ma sentivo che era una cosa temporanea. Mia madre ha chiamato il giorno dopo l’asta. Ho preso il telefono,non so perché,probabilmente per lo stesso stupido riflesso con cui aprivo la porta. «Ho sentito dell’appartamento», ha detto.
«So cosa hai sentito». «Adriana,forse dovresti parlare direttamente con Remo. Potrebbe…». «Mamma,Remo ha testimoniato che sono complice di una truffa.
Non parlerò con lui». «Potrebbe cambiare la sua testimonianza». «Per quale motivo? ».
Pausa. «È tuo fratello». «L’ho già sentito». «Sei diventata così dura».
Nella sua voce apparve qualcosa che avrebbe dovuto suonare come dispiacere,ma suonava come un rimprovero. «Non ti ho cresciuta così». «Mi hai cresciuta per essere forte,l’hai detto tu stessa. Forte,non senza cuore.
Che differenza c’è,mamma? Spiegamelo,perché non capisco. Dove sta il confine tra forte e senza cuore,nel tuo sistema? Quando devo essere forte?
Quando chiudo gli occhi su quello che avete fatto,o quando affronto,in silenzio,le conseguenze,mentre tu e Remo continuate a vivere come prima? ». «Non vivo come prima. Sto soffrendo».
«Stai soffrendo? Bene,questo mi fa sentire meglio». «Non c’è bisogno di essere sarcastica». «Mamma,sto perdendo l’appartamento,il lavoro,e i soldi.
Perché hai deciso che sai meglio di me,cosa fare con i miei documenti? Il sarcasmo è la cosa più gentile che ho,in questo momento». Rimase in silenzio,poi disse,a bassa voce,quasi offesa:«Pensavo che avresti capito,col tempo». «Cosa dovrei capire,esattamente?
». «Che l’ho fatto per la famiglia. Che a volte bisogna fare cose spiacevoli,per tenere insieme le persone». Non risposi,non perché non sapessi cosa dire,al contrario:sapevo troppe cose,tutte insieme,e nessuna di queste valeva la pena di essere pronunciata ad alta voce,perché lei non avrebbe ascoltato.
Non ascoltava mai ciò che non rientrava nella sua versione dei fatti. Anche questa era una caratteristica di famiglia. Semplicemente,in lei,era più sviluppata che in me e Remo. «Ciao,mamma», dissi,e riattaccai.
Vittorina veniva il giovedì,non tutti i giovedì,ma abbastanza regolarmente da farmi contare su questo. Non avvisava mai,in anticipo. Scriveva semplicemente,verso le sei di sera:«Sono davanti al tuo portone,c’è il caffè». Oppure:«Oh,ho comprato il pane,apri».
Io aprivo. Non mi chiedeva come andasse la causa,a meno che non fossi io,a parlarne per prima. Non dava consigli,non diceva frasi del tipo che tutto sarebbe andato bene,o che la giustizia avrebbe trionfato. A quanto pare,capiva che avevo lavorato abbastanza nel settore assicurativo,da non credere nel trionfo automatico della giustizia.
Se ne stava semplicemente seduta,beveva caffè,o vino,a seconda di cosa c’era. A volte raccontava qualcosa del lavoro,senza pretendere,in cambio,né compassione,né incoraggiamento. Una volta le chiesi perché continuasse a venire. Ci pensò un attimo.
«Tu non verresti? ». Non risposi. Finì il caffè.
Non c’era lavoro. Si rivelò più difficile di quanto mi aspettassi. Non in termini di soldi,anche se in parte anche per quello,ma in termini di struttura. Ero abituata a che la giornata fosse suddivisa,in parti,dal lavoro,che ci fosse un prima e un dopo.
Senza questa suddivisione,la giornata diventava informe. Mi svegliavo,preparavo il caffè,aprivo il portatile,leggevo del mio caso,poi chiudevo il portatile,perché leggere del mio lavoro era insopportabile. A volte uscivo,camminavo per la città,senza una meta,non perché mi aiutasse,semplicemente stare a casa era peggio. All’ottavo mese,chiamò Talavini,per sapere come andavano le cose.
Non risposi subito,era un numero di lavoro,e mi ero già disabituata ai numeri di lavoro. Mi disse:«Stiamo aspettando che la situazione si risolva. Il posto,per ora,è tuo». Era stato generoso,da parte sua.
Generoso,e del tutto inutile,perché non si intravedeva alcuna soluzione,all’orizzonte. I debiti crescevano metodicamente,come cresce la muffa:non velocemente,ma inarrestabilmente. Il credito che mi pesava addosso,più gli arretrati sul mutuo,fino alla vendita dell’appartamento,più l’onorario di Ronchi,che pagavo a rate,con ritardi,più la vita di tutti i giorni,che costava soldi,a prescindere dalle circostanze. Tenevo un foglio di calcolo,una vecchia abitudine che mi era rimasta dall’assicurazione.
Lì si inseriva tutto,in tabelle. Il foglio di calcolo non prometteva nulla di buono. Continuavo,a tenerlo,perché non farlo era ancora peggio. In quel caso,le cifre sarebbero rimaste nella mia testa,e lì occupano più spazio,che nelle celle.
Sono uscita dalla cerchia generale dei conoscenti,in modo impercettibile,non perché qualcuno avesse smesso di chiamarmi,in modo plateale,semplicemente le telefonate sono diventate via via più rare. Poi diventavano del tutto sporadiche. La gente non ama stare vicino ai guai altrui. Non per crudeltà,semplicemente perché i guai sono contagiosi,nel senso che stare vicino a loro mette a disagio,e non si sa cosa dire.
Probabilmente anch’io avrei fatto lo stesso. Forse l’ho fatto una volta,non ricordo. Vittorina rimase. Il giovedì,a volte il martedì,con o senza caffè.
Allafine del nono mese,Ronchi disse che una perizia grafologica della firma,avrebbe potuto cambiare le carte in tavola. Lo disse con la sua solita voce lenta,senza intonazioni,come diceva sempre tutto. Lo annotai,chiusi il tacuino,guardai fuori dalla finestra. Sul davanzale c’era un contenitore di zuppa.
Avevo dimenticato di restituirlo,a mia madre. Era stato lavato per bene,e capovolto,come si fa quando si asciugano i piatti. Ronchi ha chiamato mercoledì mattina. Non ha scritto,ha chiamato,il che di per sé era insolito.
In dieci mesi di lavoro,aveva chiamato con voce viva,solo quando la notizia era o molto brutta,o richiedeva una risposta immediata. Ho alzato la cornetta,e mi aspettavo,quasi,il peggio. A quel punto,il peggio era più facile da sopportare,dell’incertezza. «Ho bisogno che tu venga», ha detto.
«Oggi,se possibile». «Che cosa è successo? ». «Venga.
C’è qualcosa che è meglio discutere di persona». Il suo ufficio si trovava in via Belenzani,piccolo,ingombro di cartelle,con una finestra che si affacciava su un muro cieco dell’edificio adiacente. Ci ero stata,probabilmente,una o due volte,in questi mesi,e ogni volta pensavo che una persona che trascorre qui gran parte della propria vita,debba possedere,o un carattere particolare,o una totale mancanza di pretese,riguardo alla luce naturale. Ronchi,a quanto pare,aveva entrambe le cose.
Mi venne incontro,alla porta. Cosa che era anch’essa insolita. Di solito entravo,semplicemente,e mi sedevo. Indicò una poltrona.
Si sedette di fronte a me,e aprì una cartellina. Sul tavolo c’erano due fogli. Li riconobbi subito:il contratto di credito,e un campione della mia firma,tratto da un altro documento,che Ronchi aveva richiesto alcuni mesi prima. «Guardi qui», disse lui,mettendo i due fogli,uno accanto all’altro.
Io guardai. Le firme erano simili. Lo sapevo fin dall’inizio. Stessa inclinazione,stessa prima lettera.
Ronchi prese una matita,e segnò tre punti su ciascuna:L’inizio del tratto,l’angolo,a metà,il tratto finale. «Vede? ». «Io vedo».
All’inizio del tratto,sul contratto,c’era una micropausa,un minuscolo ispessimento,che nella mia firma abituale non c’era mai stato. Al centro,l’angolo era leggermente più acuto. Il tratto finale,andava a sinistra,mentre il mio andava sempre,a destra. Presi singolarmente,niente.
Insieme,era un’altra mano,che si sforzava molto di essere la mia mano,e ci era quasi riuscita. «L’ho inviata a un’analisi grafologica,tre settimane fa», disse Ronchi. «Oggi è arrivato il rapporto». Mi ha passato un altro foglio.
Ho letto lentamente,non perché non capissi,ma perché volevo capire,esattamente,senza omissioni. L’esperto ha rilevato sette discrepanze. Sette. Non tre,come pensava Ronchi,inizialmente.
Sette. L’esperto ha valutato come estremamente bassa,la probabilità che la firma fosse stata apposta da me. La formulazione era cauta,accademica,ma il significato era inequivocabile. Appoggiai il foglio sul tavolo.
«E adesso? ». «Questo rapporto va agli atti. La polizia lo riceverà,ufficialmente.
Questo cambia,sostanzialmente,la sua posizione. Da indagata,passa allo status di parte lesa. L’accusa di complicità,molto probabilmente,verrà ritirata. Molto probabilmente.
Non posso dare garanzie assolute,ma sette discrepanze,non sono una o due. È una cosa seria». Guardavo i due fogli,con le firme:la mia,e quella che non era mia. Separate da sette punti,che mia madre non aveva considerato,quando aveva copiato la mia firma da un documento di tre anni fa.
Oppure l’aveva considerata,ma aveva deciso che fosse abbastanza simile. Difficile dire cosa sia peggio:la negligenza,o la presunzione. «Quando sarà ufficiale? ».
«Tra qualche settimana. È la procedura». Ronchi si tolse gli occhiali,li pulì,se li rimise. Il suo immutabile rituale.
«Deve essere pronta,al fatto che suo fratello e sua madre riceveranno accuse formali. Il caso di frode immobiliare,più la falsificazione di documenti. Non è un’infrazione amministrativa». «Capisco».
«Capisce cosa significa,concretamente? ». «Sì». Mi guardò da sopra gli occhiali.
Attentamente,come si guarda una persona,a cui è stato appena comunicato qualcosa che dovrebbe suscitare una reazione,ma non c’è alcuna reazione. «Va bene», disse,e chiuse la cartella. Uscìi in strada. Faceva freddo.
Era metà giornata. C’era poca gente. Raggiunsi l’auto,mi sedetti,chiusi la portiera. Pensai che dovevo chiamare Vittorina.
Poi pensai che,prima,dovevo semplicemente stare lì seduta. Sette punti. Mia madre aveva copiato la mia firma,e aveva sbagliato,in sette punti. Per tutta la vita,l’avevo considerata una persona che fa tutto con cura.
La zuppa,senza sale in eccesso. Le tazze della credenza,la domenica. Il nodo stretto,sulla nuca. A quanto pare,nella falsificazione dei documenti,non era stata così precisa.
O forse,non si aspettava che qualcuno guardasse,con tanta attenzione. Anche questa era una certa logica. Era abituata,a non essere controllata. La notifica ufficiale è arrivata,dopo ventitré giorni.
Ronchi aveva chiamato,prima. Aveva avvertito che il processo procedeva più velocemente del solito,perché il caso di frode immobiliare era già,di per sé,grave,e i nuovi elementi avevano aggiunto volume,e concretezza. Remo era in custodia cautelare,dall’ottavo mese. Questo lo sapevo.
Ronchi me l’aveva detto,già allora. Ora,al caso,era stata ufficialmente aggiunta la falsificazione di documenti,e questo cambiava la gravità dell’accusa. La madre era coinvolta,separatamente,come complice,non come organizzatrice. Il suo avvocato,secondo Ronchi,stava costruendo la difesa,sulla base di azioni compiute,in stato d’affetto,dettate dall’istinto materno.
La formulazione era bella,dal punto di vista giuridico. Quasi inutile,ma bella. Ho letto la notifica,due volte. C’era anche il mio nome,ma in un’altra riga,in un’altra veste.
Parte lesa. Dopo dieci mesi,quella frase sembrava quasi assurda,come se qualcuno avesse finalmente deciso di chiamare le cose con il loro nome,ma lo avesse fatto con un ritardo,che ormai non sistemava più nulla. Mia madre ha chiamato,quella stessa sera. Guardavo lo schermo,il suo nome.
Sette lettere. E pensavo se rispondere,o no. Ho risposto,non perché volessi parlare. Volevo solo sapere cosa avrebbe detto.
«Hai letto la notifica? », mi ha chiesto. «Sì». «Adriana,vogliono che risarcisca il danno.
È una somma ingente. Non ce l’ho». «Mamma,non è un mio problema». «Potresti dire loro che ho agito con le migliori intenzioni,che non volevo farti del male?
Questo influenzerebbe la decisione del tribunale». Rimasi in silenzio,per un secondo. «Mi stai chiedendo di testimoniare,in tua difesa? ».
«Ti sto chiedendo di dire la verità. Non volevo farti del male. È la verità». «Hai falsificato la mia firma.
Hai contratto un prestito,a mio nome. I soldi sono finiti,in una truffa. Tuo figlio ha testimoniato contro di me. Ho perso il lavoro,l’appartamento,e dieci mesi della mia vita.
Le intenzioni,qui,sono secondarie». «Quindi,ti rifiuterai». «Sì». Pausa lunga,densa,come tutte le sue pause.
«Non mi aspettavo questo da te», disse infine. «Lo so». «Sei mia figlia». «Lo so,mamma».
«Il sangue non è acqua». «Pensavo lo capissi». «Lo capivo. L’ho capito,per tutta la vita».
Questa frase. Questo principio. Questo sistema,in cui il legame di sangue è un’indulgenza,per qualsiasi cosa,ovunque,e in qualsiasi momento. ‘Il sangue non è acqua’ significa che si possono usare i documenti,senza chiedere.
‘Il sangue non è acqua’ significa che si può testimoniare contro una sorella,e rimanere fratello. ‘Il sangue non è acqua’ significa che si può andare a portare una zuppa,dopo che una persona ha perso l’appartamento,per colpa tua,e considerarlo amore materno. «I legami di sangue non sono una licenza per la crudeltà», dissi. «Anche questo è vero.
È solo che tu non lo consideri». Lei non rispose. «Premetti il tasto di fine chiamata». L’udienza sul caso di frode immobiliare,richiese tre sedute.
Io presenti,alla prima,d’obbligo,in quanto parte lesa. L’aula era piccola,luminosa,con panche di legno,e l’odore della carta,e di un edificio antico. Remo era seduto,con l’avvocato,in prima fila. Lo vidi di spalle.
La stessa giacca di sempre. Le stesse spalle. Non si è voltato. Mia madre era seduta,a parte,con il suo avvocato,un po’ più a destra.
Si è voltata,una volta,brevemente,Mi ha guardata. Non ho distolto lo sguardo. Ma non ho nemmeno caricato,quel sguardo,di alcun significato. La guardavo,e basta.
Lei distolse lo sguardo,per prima. Ronchi era seduto accanto,a me,e ogni tanto scriveva qualcosa,sul suo taccuino. Allaterza udienza,alla quale non ho partecipato,è stata emessa la sentenza. Ronchi ha chiamato,subito dopo.
Remo:Due anni,e quattro mesi di reclusione effettiva. La madre:Tre anni,con la condizionale,con l’obbligo di risarcire i danni,alle parti lese. Lei è nella lista delle parti lese. Il che significa che una parte del risarcimento,è formalmente,a suo nome.
«Quanto? ». «Questo verrà stabilito,a parte. Non subito,e non tutto in una volta.
Lei non ha beni,che possano coprire l’importo,immediatamente,ma la procedura è avviata». «Va bene». «Può tornare al lavoro. Contatterò Talavini,se vuole».
«Lo farò io». Ho chiamato Talavini,lo stesso giorno. Ha risposto,dopo il secondo squillo. O stava aspettando,o si è trovato,per caso,vicino al telefono.
La conversazione è stata breve. Gli ho comunicato che le accuse erano state,ufficialmente,ritirate. Lui ha detto che erano pronti,ad accogliermi. Ha chiesto quando avrei potuto uscire.
Ho indicato la data. Ha detto:«Ottimo»,con quel tono che usano le persone che sono contente,ma non vogliono mostrare quanto. I debiti sono rimasti. Era semplice aritmetica,che ho annotato nella stessa tabella,in cui avevo tenuto traccia delle spese,degli ultimi dieci mesi.
Il prestito,che mi pesava da tutto quel tempo,e che ora dovevo estinguere,in tribunale,con una causa separata. L’onorario di Ronchi. I debiti per l’affitto,in via Costabella. Il locatore si è rivelato una persona che preferiva non sollevare argomenti scomodi,fino all’ultimo.
Allafine,si era accumulato un bel po’. Ma ha accettato una rateizzazione,senza interessi,semplicemente perché non voleva cercare nuovi inquilini. Un piccolo colpo di fortuna,in una lunga serie di sfortune. Vittorina è arrivata giovedì,come al solito,senza preavviso,con del caffè,in bicchieri di carta.
Ho aperto la porta. Lei è entrata,ha posato i bicchieri,sul tavolo. «Ho saputo della sentenza», ha detto. «Sì».
«E com’è andata? ». Ci pensai su. Una risposta onesta,a quella domanda,era complicata,non perché non sapessi cosa provassi,ma perché ciò che provavo non si poteva riassumere,in una sola parola,e non assomigliava,a ciò che la gente di solito si aspetta di sentire,dopo che la giustizia ha trionfato.
Non c’era sollievo. C’era stanchezza,e una sorta di lucidità,non fredda,semplicemente molto concreta. «Va bene», dissi. Vittorina annuì,e non insistette.
Bevemmo un caffè. Mi raccontò qualcosa del lavoro. Di un nuovo collaboratore,nel reparto contratti,che confonde i formati,e infastidisce tutti,senza eccezioni. Io ascoltavo.
Fuori dalla finestra,era buio. Nella stanza,c’era una sola lampada accesa. Poi se ne andò. Misi via i bicchieri,mi lavai le mani,andai in camera.
Sul tavolo,c’era un taccuino,con la tabella dei debiti,accanto,il telefono. Sullo schermo,c’era un messaggio non letto,di mia madre,arrivato un’ora prima. Presi il telefono,lo lessi,lo cancellai. Ho aperto la tabella,ho trovato la riga dell’affitto,e ho inserito la data del primo pagamento rateale.
Ho chiuso il taccuino.