In banca mi dissero che il mio conto non esisteva più. Poi il telefono si illuminò. Non preoccuparti, gestiremo noi i tuoi soldi. Sorrisi perché avevo già premuto un solo pulsante.

A novembre Perugia profuma di pietra bagnata e foglie umide che nessuno spazza via dalle scalinate del centro storico, perché è inutile. Durante la notte ne cadranno altre. Conosco queste scale a memoria, ogni gradino scheggiato, ogni punto in cui le pietre del selciato cedono dopo la pioggia. Ne percorro una decina di chilometri a settimana con il carrello, con i sacchi di stracci, con i detersivi che tintinnano a ogni passo.
Mi chiamo Noemi, ho ventiquattro anni e sono già sei che percorro queste scale dal lunedì al sabato. Quella mattina stavo andando alla locanda degli artigiani, un piccolo hotel in via dei Priori, otto camere. Il proprietario è il signor Bruno, che mi chiama figliola, anche se non sono sua figlia e non lo sarò mai. È solo un suo modo di fare.
È seduto al bancone con gli occhiali sulla punta del naso, sta risolvendo il cruciverba del Corriere dell’Umbria e mi accoglie sempre con la stessa frase. Figliola, oggi sei pallida. Vuoi un caffè? Sì, rispondo, perché rifiutare è inutile.
Me lo verserà comunque. Me lo versa in una tazzina bianca dalla sua moka, non da quella per gli ospiti. Aggiunge mezza bustina di zucchero, sa che lo prendo così, e me lo spinge attraverso il bancone. Bevo in piedi senza togliermi la giacca, perché se mi siedo sarà difficile alzarmi.
Dopo Bruno mi aspetta ancora l’appartamento della signora Peruzzi e poi, se ne avrò la forza, l’ufficio del notaio in piazza Matteotti. È una giornata lunga. I clienti della camera numero otto ieri se ne sono andati tardi, mi dice Bruno senza staccare gli occhi dal cruciverba. Tedeschi, puliti, non preoccuparti, solo che in bagno hanno sbriciolato il sapone.
Non capisco perché. Sei lettere, compositore italiano, opera su una cortigiana. Verdi, dico. Verdi cinque.
Allora, Puccini, ma lì ce ne sono sette. E tu pensa, figliola. Finisco il caffè, appoggio la tazza e prendo il carrello. Sulle scale che portano al secondo piano la lampadina si è bruciata di nuovo.
Bruno le cambia una volta ogni sei mesi e non di più, per risparmiare. Conosco la disposizione dei gradini al tatto. La camera otto è in fondo al corridoio. La finestra si affaccia sul cortile interno dove cresce un albero di limoni in un vaso che ogni novembre Bruno avvolge nella tela.
Come un bambino. Il letto è sfatto, le lenzuola accartocciate in un groviglio, sul comodino una bottiglia vuota di acqua minerale e tre euro in spiccioli. Mance. Li infilo nella tasca della vestaglia senza contarli.
Il mio lavoro è meccanico, i pensieri sono miei. Raccolgo la biancheria, la metto in un sacco, pulisco le superfici, lavo la vasca, rifaccio il letto. Lo faccio migliaia di volte, potrei farlo a occhi chiusi. E mentre le mani sono occupate, nella testa mi gira sempre la stessa cosa: la cartella con le stampe che tengo a casa sotto il materasso, l’avvocato di nome Stefano con cui ho un appuntamento giovedì alle cinque di sera, il numero di telefono di Elio che ho imparato a memoria anche se negli ultimi sei mesi mi ha chiamato pochissimo.
E la voce di mia madre che dice: Fratellino, quando vuole che io faccia qualcosa per lui? Finisco la camera otto in quaranta minuti. Scendo da Bruno. Lui ha già indovinato il compositore italiano, si trattava di Bellini, e ora è bloccato su pittore francese, nove lettere.
Sezan, suggerisco. Set. Gogan, cinque. Toulouse-Lautrec, dodici.
Toulouse si scrive con il trattino. Non lo so, signor Bruno. Io vado. Ho Peruzzi alle undici.
Vai, figliola. Venerdì di nuovo l’otto e la tre. Tienilo a mente. Lo farò.
Fuori c’è umidità ma non piove. Mi abbottono la giacca fino al collo e attraverso via Baldechi, poi sotto gli archi, poi per una stradina stretta oltre un negozietto dove vendono lana e bottoni e dove la vecchia proprietaria mi guarda sempre come se stessi per rubare qualcosa. Non compro mai nulla lì, ma lei mi guarda lo stesso. A quanto pare ho quel tipo di faccia, la faccia di una ragazza di cui i bottoni non si fidano.
Il telefono squilla quando sto già arrivando a casa della signora Peruzzi. Riconosco dalla melodia che è la mamma e per un po’ tengo il telefono in mano senza rispondere. Poi, alla fine, rispondo. Noemi, dove sei?
Al lavoro, mamma. Sto andando dalla signora Peruzzi. Ah, pensavo fossi a casa. Senti, c’è una cosa.
Elio sabato verrà a pranzo. Preparerò un risotto alla zucca. Verrai? Farò del mio meglio.
Cosa vuol dire ci proverò? Mio fratello viene una volta al mese e tu mi dici ci proverò. Potrei avere un servizio fotografico, mamma. Non sono una fotografa.
Non ho nessun servizio in programma, ma mi serve una scusa che la mamma non possa confutare, perché nel suo mondo la fotografia è qualcosa di incomprensibile, un’attività svolta da persone che lei non rispetta e quindi non fa domande al riguardo. Ma quale servizio fotografico? Noemi, a volte dici cose del genere. Elio verrà apposta.
È un uomo impegnato, ha da presentare i conti in banca, sta per ottenere una promozione. Lo so, mamma. Cosa sai, che sta per ottenere una promozione? La mamma tace per un secondo.
La sento lì nella sua cucina in via Eremita. Sposta qualcosa sul tavolo. Probabilmente il barattolo delle olive, lo sposta sempre da un posto all’altro per qualche motivo. Noemi, mi stai parlando di nuovo con quel tono.
Cosa ti ho fatto? Niente, mamma. Verrò sabato. Ecco, vedi?
Ci riesci. E vestiti in modo più decente, non con quella tua roba. Altrimenti Elio l’ultima volta ha detto che sembravi uscita da una cantina. Va bene, mamma.
E non fare tardi, il risotto si raffredda in fretta. Riattacca senza salutare, come al solito. Sono davanti all’ingresso della signora Peruzzi e guardo il telefono e nel petto mi brucia silenziosamente qualcosa. Non la rabbia, ma qualcosa di più piatto, più oscuro, come se sul fondo della stufa ci fosse un tizzone che non si spegne per diversi giorni.
Premo il pulsante del citofono. La signora Peruzzi non risponde subito, si fa sempre aspettare. Chi è? Sono io, signora.
Noemi. Ah, Noemi. Sali. La signora Peruzzi è vedova, ha settantotto anni, ha un trilocale in piazza Dante con un balcone dove d’estate fioriscono i gerani e d’inverno ci sono vasi vuoti e un vecchio annaffiatoio.
Suo marito era un avvocato, le ha lasciato dei soldi e questo appartamento. Non ha figli. In casa va in giro con una vestaglia con draghi cinesi che le ha portato il nipote da Hong Kong dieci anni fa, e profuma di lavanda e di qualcos’altro, di quel profumo che hanno le vecchie signore quando nell’armadio giacciono da anni vestiti che non indossano. Noemi, tesoro, ho rovesciato di nuovo qualcosa in cucina.
Cosa ha rovesciato, signora? Non so nemmeno io cosa. Mi sembra del brodo, o forse del tè. È successo stamattina.
Vado in cucina. Sul pavimento, vicino ai fornelli, c’è una pozza di qualcosa di marrone chiaro, già secca ai bordi. Appoggio il carrello, indosso i guanti e mi metto al lavoro. La signora Peruzzi si siede su una sedia nell’angolo della cucina e mi guarda mentre lavoro.
Mi guarda sempre, non per diffidenza, semplicemente si annoia. Non ha nessuno con cui parlare. Noemi, non hai intenzione di sposarti? Per ora no, signora.
Hai fatto bene. Io mi sono sposata a ventidue anni e poi quaranta con un uomo che alla fine non mi riconosceva nemmeno. Non avere fretta. Non ho fretta.
E la tua famiglia? Tua madre, tuo fratello? Tutto bene, signora. Mio fratello sta per ottenere una promozione in banca.
Oh, in banca. Lo dice con una leggera ironia che non colgo subito. In banca si sta bene, in banca si sta sempre bene, soprattutto per chi ci lavora. Mi raddrizzo appoggiando una mano sul mocio.
La signora Peruzzi mi guarda da sopra gli occhiali. Ha occhi intelligenti, l’ho notato da tempo. Intelligenti e un po’ cattivi, come quelli di una gatta anziana che vede tutto e non dice nulla finché non le viene chiesto. Dove vuole arrivare, signora?
Niente, tesoro, è solo un’osservazione. Mio marito ai suoi tempi ha portato avanti molte cause contro le banche. Diceva: ricordati, Elvira, in banca non rubano, in banca si sposta e basta. Spostano cosa?
Quello che non è loro. Torno alla pozza. Strofinò il pavimento finché non cominciò a brillare. La signora Peruzzi taceva.
Da qualche parte nel salotto ticchettava il suo vecchio orologio grande, da pavimento, con il pendolo che lei stessa caricava ogni domenica senza fidarsi di nessuno, nemmeno di me. Finita in cucina, passo in salotto, poi in camera da letto. La signora Peruzzi mi segue di stanza in stanza, come se temesse che io porti via qualcosa, ma so che semplicemente non vuole restare sola. Mentre pulisco il bagno, lei sta sulla porta e mi racconta di quando, nel 1970, andò a Venezia con un’amica e di come lì, in albergo, una cameriera le rubò gli orecchini, e lei se ne accorse solo una volta arrivata a Perugia, e suo marito rise e le disse: ma che sbadata che sei, Elvira!
E perché ha deciso che fosse la cameriera? le chiedo strizzando lo straccio. E chi altro, tesoro? Chi altro?
Non rispondo. Nella tasca della vestaglia ho tre euro lasciati dai tedeschi e non li considero un furto perché sono stati lasciati, non presi. Ma capisco che per la signora Peruzzi questa differenza non è evidente. All’una e mezza finisco.
Ricevo da lei una busta con trentacinque euro, paga sempre in contanti con banconote nuove che preleva appositamente al bancomat, e scendo le scale. Fuori pioviggina. Mi fermo sotto l’arco e scrivo a Tiziana: sei al bar oggi? Lei risponde quasi subito: fino alle otto.
Vieni, ho del vitello per te. La cucina l’ha scartato. Tiziana lavora al bar Morlacchi, nell’omonima piazza, vicino al teatro. Non è un locale turistico, ci vanno i residenti, i pensionati al mattino, gli studenti la sera, gli attori del teatro nelle pause tra una prova e l’altra.
Arrivo verso le tre, nell’ora più morta, e mi siedo al bancone. Tiziana mi mette davanti un piatto, vitello con cipolle stufate, una fetta di pane, e mi versa un bicchiere di bianco che non mi posso permettere, ma per il quale lei non mi farà pagare. Mangia, dice. Hai un aspetto orribile.
Ho sempre questo aspetto. Hai l’aspetto di una persona che non dorme da tre notti. È diverso. Ho dormito.
Tiziana ha sette anni più di me, è di Terni, si è trasferita a Perugia dopo il divorzio e lavora qui già da sei. Ha i capelli tinti di rosso, corti, e un tatuaggio sul polso, una frase in latino di cui lei stessa non ricorda il significato. Ci conosciamo da tre anni, ci siamo conosciute per caso. Stavo pulendo l’appartamento della sua vicina, ci siamo incontrate sulle scale, abbiamo chiacchierato e poi mi ha invitata a bere un bicchiere di vino.
Ha chiamato mia madre, dico punzecchiando il vitello con la forchetta. E allora? Elio viene a pranzo sabato. Risotto alla zucca.
E tu ci vai? Ha detto che verrò. Tiziana appoggia i gomiti sul bancone e mi guarda. Ha uno sguardo che sa aspettare, non per fare pressione, ma proprio per aspettare.
Noemi, ma quanto ancora? Cosa? Quanto ancora? Vai a questi pranzi come se fosse un lavoro, peggio che al lavoro.
Al lavoro almeno te ne vai con i soldi. È la famiglia, Tiziana? Non è la famiglia. Sono persone che ti usano e ti considerano un idiota.
Te l’ho detto cento volte. Taccio. Mastico la carne di vitello. È buona.
La cipolla si è ammorbidita al punto giusto. Fuori dalla finestra la pioggia si è intensificata. Due studenti corrono per la piazza tenendo sopra di sé un unico cappotto per entrambi. So cosa hai detto.
E allora? E niente, non sono un idiota. Tiziana mi guarda con più attenzione. Tiziana ha una particolarità: nota i cambiamenti di tono prima ancora del significato delle parole.
Noemi, sai qualcosa che io non so? Poso la forchetta. Nella mia borsa, sotto il sacchetto con i guanti di ricambio, c’è una stampa piegata in quattro. L’estratto conto degli ultimi quattro mesi che ho richiesto in banca tramite l’app e stampato in un centro fotocopie in via Pinturicchio per cinquanta centesimi.
Lì, in quell’estratto, ci sono delle righe che spiegano tutto, e c’è un cognome accanto a quelle righe. Il cognome di mio fratello, che ha la firma sul mio conto da quando avevo diciotto anni e papà è morto, e mamma ha detto che così è più comodo, che Elio mi aiuterà, che io non ci capisco niente di finanze. Tiziana, se ti mostro una cosa, mi prometti che non cercherai di convincermi? Cosa vuol dire convincere?
Convincere a fare qualcosa o a non fare? Guarda e basta. Mi guarda ancora per un secondo, poi annuisce. Tiro fuori la stampa, la apro sul bancone.
Tiziana prende il foglio, indossa gli occhiali che porta appesi al collo con una catenina e inizia a leggere. Guardo il suo viso. All’inizio è impassibile, poi le sopracciglia si aggrottano, poi alza gli occhi verso di me, poi li abbassa di nuovo sul foglio. Noemi, questo è il tuo conto?
Il mio. E questi bonifici, Elio. Quanto c’è già? Se conto dalla morte di papà, quasi tutto.
Papà mi ha lasciato ottantasettemila euro. Adesso sul conto ce ne sono duemilatrecento. Tiziana ripiega lentamente il foglio e me lo restituisce. Si toglie gli occhiali, non dice una parola per un paio di minuti, poi si versa lo stesso vino bianco e beve metà del bicchiere d’un fiato.
Quando l’hai saputo? Ad agosto, per caso. Ho chiesto un estratto conto per pagare a rate un aspirapolvere e l’ho visto. Agosto, ora è novembre.
Sì. E sei rimasta in silenzio per tre mesi? Non ho taciuto. Mi stavo preparando.
Mi guarda in modo diverso, non come un’amica con cui si mangia la vitella, ma come se mi vedesse per la prima volta. Reggo lo sguardo. A quanto pare è facile reggere lo sguardo di Tiziana, perché non ho paura di lei. Ho paura solo di mia madre e di Elio, ma questa è un’altra storia.
Noemi, cosa hai intenzione di fare? Giovedì ho un appuntamento con un avvocato. L’ho trovato da sola. Non è di città, è di Foligno.
Così nessuno dei nostri conoscenti lo verrà a sapere. Ho un piano. Non ti dirò tutto oggi perché sono superstiziosa e non voglio portare sfortuna. Vuoi fare causa a tuo fratello?
Voglio riavere i miei soldi. In che modo? È una questione tecnica. Tiziana annuisce lentamente.
Vedo che nella sua testa qualcosa sta cambiando. È abituata a pensare a me come a un’amica che va difesa e leggermente scossa. Ora sta cambiando atteggiamento. Va bene, dice infine.
Non dirò nulla, solo una cosa. Cosa? Sabato vai comunque a pranzo. Comportati come al solito, che lui non sospetti nulla.
Avevo proprio intenzione di farlo. Bene. Mi prende il piatto vuoto e lo mette nel lavandino sotto il bancone. Finisci il vino, è costoso.
Lo finisco. Fuori si sta facendo completamente buio. A Perugia le luci si accendono presto, soprattutto a novembre. Sui vetri del bar scorrono rivoli di pioggia e dietro di essi si diffonde la luce gialla dell’insegna della trattoria di fronte.
Rimango seduta ancora una ventina di minuti. Io e Tiziana parliamo di ogni sorta di sciocchezze, della sua vicina che ha preso un terzo gatto, del tedesco che ieri al bar ha preteso un cappuccino dopo pranzo e non capiva perché tutti ridessero. Poi pago il vitello, lascio a Tiziana un euro di mancia, lei protesta, faccio finta di non sentire ed esco. Per tornare a casa devo camminare venti minuti, attraverso via dei Priori, poi giù per le scale verso Porta San Pietro, poi ancora un po’ lungo via Cavallotti.
Il mio appartamento è al terzo piano senza ascensore. La finestra si affaccia sul muro della casa accanto, ma se mi sporgo a sinistra si vede un pezzo di cielo. Apro la porta, mi tolgo gli stivali bagnati e li metto ad asciugare sul termosifone nel corridoio. Accendo il bollitore, mi siedo sul letto senza spogliarmi e resto lì per una decina di minuti senza fare nulla.
Poi sollevo il bordo del materasso e tiro fuori una cartellina. Dentro ci sono estratti conto, stampe di corrispondenza con la banca. Ho scritto loro delle domande fingendo di essere una cliente qualsiasi per capire come funziona la procura sul conto e come revocarla. Screenshot dall’app, una copia del testamento di papà che ho preso dal notaio con la scusa di aver perso la mia copia, e in cima un foglietto su cui è scritto a mano, con la mia calligrafia, un elenco di sei punti.
Il sesto punto, l’ultimo, è cerchiato a matita. Guardo questo foglietto. Domani è venerdì, giovedì della prossima settimana c’è Stefano, e dopodomani, sabato, risotto alla zucca ed Elio che verrà apposta perché è un tipo impegnato, ha da rendere conto e un aumento. Rimetto la cartella sotto il materasso e vado a preparare il tè.
Il bollitore ha già raggiunto il bollore e ha emesso un click. Nella piccola cucina profuma di camomilla, che bevo la sera perché altrimenti dormo male. Fuori dalla finestra qualcuno ha attraversato il marciapiede, ha parlato con qualcuno di invisibile al telefono, è scivolato, ha imprecato, ha riso e ha proseguito. Porto la tazza in camera e mi siedo vicino alla finestra.
Sulla parete della casa accanto c’è una macchia di vecchio intonaco che nella forma assomiglia a uno stivale. Guardo questo stivale ogni sera da sei anni ormai. Domani è una normale giornata di lavoro. Bruno, poi l’appartamento dell’avvocato Santini, poi se riesco l’ufficio del notaio, e dopodomani mamma, risotto, Elio con le sue storie sulla contabilità.
Bevo un sorso di tè. È caldo, leggermente amaro. Lo stivale sul muro non va da nessuna parte. Sabato ho indossato proprio quella camicetta che mia madre mi ha regalato per il mio ventiduesimo compleanno, grigia con un fiorellino, in cui sembro dieci anni più vecchia.
Lo specchio lo ha confermato, ma non mi sono cambiata. Oggi era importante apparire come al solito. Ho camminato lentamente fino a casa di mia madre in via Eremita e lungo la strada ho comprato una torta di castagne in pasticceria. Mia madre amava le castagne.
Ha aperto la porta con il grembiule addosso. Profumava di burro e zucca. Finalmente. Pensavo che fossi di nuovo in ritardo.
Non sono in ritardo, mamma. Sono le cinque e cinque. Le cinque e cinque è quasi un ritardo. Elio è qui.
Nell’ingresso c’era il profumo del suo dopobarba. Era seduto in salotto, in camicia senza cravatta, con il telefono in mano. Si è alzato, mi ha abbracciata con un braccio solo, mi ha baciata nell’aria vicino alla guancia. Sei dimagrita?
È la camicetta. Magari è la camicetta. Ma sei dimagrita. Ci siamo seduti.
Sul tavolino c’era un vasetto di vetro con dei cioccolatini, lo stesso di quando ero piccola. Elio ne prese uno, lo scartò e gettò la carta su un piattino. Come va il lavoro? Mi chiese.
Bene. E io, indovina un po’? La prossima settimana vado a Milano per un corso di formazione. Tre giorni.
Vorrei andare a vedere Hopper a Palazzo Reale. Elio amava parlare delle mostre a cui aveva intenzione di andare. Non ricordo che sia mai andato a nessuna di esse. La mamma entrò con un vassoio, salame, formaggio, paté su crostini, e si sedette accanto a lui, appoggiandogli una mano sul ginocchio.
Elio, racconta a Noemi di questo corso di formazione. Tu sei un uomo d’affari, spiegale come funziona. Mamma, a lei non interessa. Le interessa.
Ne ha bisogno. Lei non capisce nulla di queste cose. Io capisco qualcosa, dissi. Mamma mi lanciò quella breve occhiata valutativa che si riserva ai pomodori al mercato.
Cosa ne capisci, Noemi? Tu lavi gli stracci negli hotel. Non è un rimprovero, è un dato di fatto. Mamma, smettila.
Ho detto qualcosa di male? Elio sbuffò, prese un altro crostino. Ascolta, mamma, non prenderla in giro. È nervosa.
Non sono nervosa. Beh, lo sei. Lo vedo. Si voltò verso di me con un leggero sorriso.
A proposito, Noemi, volevo dirtelo. Ti è rimasto ben poco sul conto. Dovresti stare più attenta alle spese. Quanto mi è rimasto?
Duemila, mi pare. O forse meno. E dove sono finiti gli altri? Ma come, dove li hai spesi?
Non ho speso ottantamila euro, Elio. Nella stanza calò il silenzio. Elio sorrise con quel suo solito sorriso leggero, comprensivo, con una punta di pietà. Noemi, sorella, i soldi di papà non erano ottantamila.
Erano molto meno. Mamma, quanti erano? Non me lo ricordo, disse la mamma. Non mi sono mai occupata di quei documenti.
Vedi? Ottantamila te li sei inventata. Rimasi in silenzio. Lavoravano all’unisono senza prove.
Ventiquattro anni di pratica insieme. Annuii, come per dare ragione, e presi un crostino. In tavola c’era il risotto, era davvero buono, e il caffè e la mia torta. Si può mangiare qualcosa di buono e odiare le persone a tavola allo stesso tempo.
A quanto pare è possibile. Elio se n’è andato all’inizio del quinto. Ha detto che aveva un appuntamento alle cinque. Noemi, non tenere il broncio.
Ok, ti chiamo durante la settimana, sistemiamo il conto. Va bene. Lunedì Bruno era di cattivo umore, aveva mal di denti. Ho sistemato due tavoli, ho bevuto un caffè con lui, non mi sono attardata.
Verso le undici ero libera. La banca era in corso Vannucci, a dieci minuti a piedi. Ho preso il numero e mi sono seduta. Davanti a me c’era una coppia di anziani.
Quando è arrivato il mio turno, ho posato il passaporto davanti all’impiegata. Vorrei prelevare centocinquanta euro. Lei ha preso il passaporto, ha digitato qualcosa, ha aspettato, ha digitato ancora. Le sue sopracciglia si sono leggermente aggrottate.
Un attimo, ha detto. Poi ha alzato gli occhi verso di me. Signorina, purtroppo il suo conto non è più attivo. Stamattina alle otto e quarantadue è stata effettuata un’operazione di chiusura tramite procura.
Rimasi lì a guardarla. All’esterno ero calma. Dentro di me qualcosa ha fatto un balzo, non per la sorpresa, ma perché, ecco, era successo. Il telefono nella borsa ha vibrato.
Messaggio da Elio, inviato un minuto fa. Noemi, non preoccuparti, sistemeremo la questione dei tuoi soldi. Li abbiamo trasferiti su un conto sicuro, così non avrai tentazioni. Più tardi ti spiego tutto.
Baci. L’ho riletto due volte. Ho alzato lo sguardo verso l’impiegata. Mi guardava con compassione professionale.
Signorina, si sente male? Vuole dell’acqua? No, grazie. Ho aperto l’app della banca.
Sono entrata nel conto di riserva, aperto un mese fa presso Banca Etruria. Stefano mi aveva aiutato tramite un conoscente a Foligno. C’erano quattromiladuecento euro, duecento che avevo messo da parte dall’estate. Trasferii tutto su un terzo conto collegato a una password monouso di cui Elio non era a conoscenza.
Poi aprii la posta. Lì avevo una bozza già pronta, una denuncia alla polizia per frode tramite procura, una copia per la banca, una copia per il notaio. Ho cliccato su invia. Era proprio quel pulsante, l’ho cliccato d’un solo colpo senza guardare.
Avevo guardato quella denuncia un centinaio di volte durante il fine settimana. Mi serve l’estratto conto degli ultimi tre anni e un certificato che indichi a nome di chi è stata chiusa la procura. Aspetti un attimo, chiamo il direttore. Il direttore si è rivelato essere un uomo calvo in cravatta.
Mi ha invitato nel suo ufficio, mi ha ascoltato, ha digitato per una decina di minuti, mi ha consegnato una pila di fogli. Se ha dei reclami riguardo all’operazione, ha trenta giorni di tempo per la revisione. L’ho già presentata stamattina. Mi guardò da sopra gli occhiali.
Capisco. E voglio revocare la procura. Mi diede un modulo. Nella riga persona autorizzata scrissi con cura Elio.
Abbiamo lo stesso cognome, lo scrissi distinto. Da questo momento la procura è annullata. Per qualsiasi operazione informeremo solo lei. Grazie.
Sono uscita dalla banca alle dodici e sette. Pioveva a dirotto. Sono entrata nel primo bar che ho trovato, mi sono seduta al bancone e ho ordinato un espresso. L’ho bevuto d’un fiato.
Avevo un po’ di nausea, non per la paura, la paura se n’era andata ancora prima che premessi invia, ma per una sorta di sovraccarico fisico. Il telefono ha squillato. Mamma. Ho spento il telefono.
Il barista mi ha guardata, un ragazzo di vent’anni con un orecchino. Ancora caffè, signorina? Grappa. Si è stupito.
A mezzogiorno di lunedì la grappa si ordina raramente, ma me l’ha versata. L’ho bevuta senza storcere il naso. Mi sono sentita più calda. I fogli sotto la giacca frusciavano.
Dall’avvocato Santini mi aspettavano all’una. A casa sua ci volevano quindici minuti a piedi. Ce l’avrei fatta. Da Santini quel lunedì arrivai come al solito.
Vive in piazza Morlacchi, a un isolato dal bar di Tiziana, in un appartamento con finestre alte e pesanti tende di velluto bordeaux che ogni sei mesi tolgo e porto in lavanderia. Santini ha settantadue anni, è in pensione da una decina d’anni, ma la mattina indossa giacca e cravatta e si siede alla scrivania. Scrive le sue memorie che, come dice lui stesso, nessuno leggerà mai. Mi ha aperto la porta in vestaglia sopra la camicia, con gli occhiali spinti sulla fronte.
Ah, Noemi, entri pure. Ho appena preparato il tè, ne vuole un po’? Grazie, signor Santini. Ho appena bevuto un caffè.
Caffè e tè sono due cose diverse. Ma come vuole. Si fece da parte per farmi passare. Oggi sembra un po’ pensierosa.
Va tutto bene? Mi fa un po’ male la testa. Ah beh, allora le serve proprio del tè con il miele. Ho del miele buono.
Me lo porta mio nipote da Assisi, non quello del supermercato. Va bene, signor Santini. Allora un tè. Annuì soddisfatto e si trascinò in cucina.
Ha delle vecchie pantofole che non butta via perché sono comode, mentre quelle nuove mi fanno male ai piedi. Ho iniziato dallo studio. Lì è sempre il posto peggiore, fuma, anche se sua moglie glielo ha proibito cinque anni fa. Svuotavo il posacenere, pulivo i dorsi dei libri, e le mani si muovevano da sole senza che la testa intervenisse.
Nella testa c’era vuoto, e risuonava come in una stanza dopo un trasloco. Santini mi ha portato il tè direttamente nello studio, l’ha appoggiato sul davanzale della finestra per non distrarmi e se n’è andato in salotto a scrivere le sue memorie. Alle due e mezza ho finito, ho ricevuto quaranta euro, ho salutato e sono scesa in cortile. Ho acceso il telefono.
Diciotto chiamate perse, dodici da mia madre, quattro da Elio, due da un numero sconosciuto. Sei messaggi. Ho aperto l’ultimo da Elio: richiamami immediatamente. Quello precedente: Noemi, cosa hai fatto?
Quello ancora prima: ti rendi conto in cosa ti sei cacciata? Non ho continuato a scorrere. Ho chiamato Tiziana. Posso passare da te?
Vieni. Il bar era vuoto a quell’ora. L’ora di pranzo era passata, l’aperitivo non era ancora iniziato. Tiziana stava fumando nel retro con la porta socchiusa.
Allora, ha detto vedendomi. Racconta. Ho sporto denuncia sia alla polizia che alla banca. Ho revocato la procura.
E mentre ero in banca mi è arrivato un messaggio da Elio in cui mi diceva che avevano trasferito i miei soldi su un conto sicuro per non farmi venire tentazioni. Tiziana tirò lentamente una boccata. È successo tutto oggi? Oggi alle undici e un quarto.
E da quando ti scrive? Da mezzogiorno circa. Ho acceso il telefono solo un attimo fa. Spense la sigaretta sul bordo di una lattina di pomodori.
Noemi, non andare a casa adesso, credi? Ne sono sicura. In questo momento è davanti al tuo portone, o sta andando lì. Pensaci tu stessa: gli hanno bloccato il conto.
È nel panico. Nel panico gli uomini vanno dalle sorelle. Anche Stefano ha detto di non parlare. Stefano è un uomo intelligente.
Ascolta Stefano. Aprì di più la porta, facendomi entrare. Resta qui fino alle otto, poi andiamo da me. Passerai la notte da me.
E se lui si presentasse qui? E lui come fa a sapere che siamo amiche? Gli hai mai parlato di me? Ci pensai su.
No, credo di no. Ecco. Tiziana mi diede un caffè e un bignè alla crema. Lo mangiai senza sentirne il sapore.
Mi sedetti a un tavolino nell’angolo con le spalle alla porta. Rimasi lì per tre ore. Tiravo fuori i fogli dalla banca, li sistemavo, li rimettevo a posto. Il telefono taceva, probabilmente anche loro si stancano, mamma ed Elio.
A un certo punto ho chiamato Stefano e l’ho messo al corrente. Va bene, ha detto dopo avermi ascoltata. Domani mattina venite a Foligno, portate il certificato della banca. Va bene.
E poi, Noemi, oggi non parlate con mio fratello per niente. Non rispondete al telefono, non aprite la porta. Capito? Se dovesse fare pressione tramite vostra madre, state ancora più in silenzio.
Qualsiasi parola che diciate ora potrebbe essere usata contro di voi. Non è un modo di dire. Ho capito. Riattaccai.
Tiziana, dietro al bancone, stava servendo il primo cliente dell’aperitivo, un anziano che ogni sera veniva a prendersi lo stesso Campari e soda. Alle cinque squillò il telefono. Mamma. Ho guardato lo schermo per una decina di secondi, poi ho risposto.
Stefano mi aveva detto di non parlare con mio fratello, ma non aveva detto nulla riguardo a mamma. Pronto? Noemi, sei impazzita? La sua voce non era come al solito, non imperiosa, non irritata.
Una specie di voce fluida, fluttuante. Ciao, mamma. Ciao. Mi dici ciao?
Noemi, che cosa hai combinato? Non ho combinato niente. Ha chiamato Elio. Gli hanno bloccato il conto.
Per colpa tua. Sei andata alla polizia? Ci sono andata. Nel telefono calò il silenzio.
La sentivo lì, nella sua cucina, respirare affannosamente. Sentivo che aveva qualcosa sul fornello. Probabilmente il bollitore. Lei ha sempre qualcosa sul fornello.
Noemi, ti rendi conto di quello che stai facendo? È tuo fratello. Il tuo fratello di sangue. Lo capisco, mamma.
È la famiglia. Papà è morto. Sei rimasta sola. Io di queste cose non capisco nulla.
Ed Elio si è preso la responsabilità. E tu gli rispondi così. Mamma, ha prelevato ottantamila euro dal mio conto. I soldi di papà.
Non ottantamila. Te li stai inventando di nuovo. Mamma, ho gli estratti conto. Li ho raccolti per tre mesi.
Quali estratti conto? Elio ti avrebbe spiegato tutto se glielo avessi chiesto come si deve, e non come hai fatto tu, alle sue spalle, alla polizia. Gliel’ho chiesto sabato a tavola. Ha detto che me lo ero inventata.
Mamma taceva. Sentivo che stava spostando il barattolo delle olive. Le piace sempre andare in giro per il tavolo. Noemi, ritira subito la denuncia.
Mi hai sentito? Domani mattina vai in polizia e la ritiri. Elio restituirà tutto fino all’ultimo centesimo. Ritira la denuncia e lo risolveremo in famiglia.
No, mamma. Che significa no? No, significa no. Noemi.
La sua voce salì di un’ottava. Come ti permetti? Sono tua madre. So che sei mia madre.
E tu vai alla polizia a denunciare tuo fratello? Vado alla polizia per denunciare una persona che mi ha derubata. Il fatto che sia mio fratello non cambia nulla. Non cambia nulla.
Niente, mamma. Si è bloccata al telefono. Poi ha iniziato a dire che papà si sarebbe rivoltato nella tomba, che sto distruggendo la famiglia, che sono sempre stata testarda e ingrata, che lei e papà si sono fatti in quattro per crescermi e che Elio è l’unico che mi ama davvero e io gli sputo in faccia. Ascoltavo distrattamente.
Guardavo Tiziana al bancone che parlava con un vecchietto, e lui rideva mostrando i denti ingialliti dal fumo. Mamma, dissi quando si fermò per riprendere fiato. Devo andare. Dove devi andare?
Devo andare. Ti richiamo. Noemi, non osare riattaccare. Noemi.
Ho riattaccato e ho subito spento completamente il telefono. Ho tenuto premuto il tasto finché lo schermo non si è spento. Tiziana ha guardato dal bancone. Ho annuito, come a dire va tutto bene.
Lei annuì in risposta. Alle otto, quando il turno finì, andammo da lei. Tiziana vive a Monteluce, a venti minuti a piedi, un piccolo appartamento al quarto piano senza ascensore, con la finestra che dà sul cortile. Mi diede il suo vecchio pigiama, preparò del tè e mise tra noi un pacchetto di fette biscottate.
Mangia, ne hai bisogno. Masticavo una fetta di pane accompagnandola con il tè. Tiziana era seduta di fronte a me con le gambe raccolte sotto di sé, in una maglietta da casa con una stampa sbiadita. Racconta, disse.
Dall’inizio, senza fretta. E io le raccontai tutto. Di come era morto papà quando avevo diciotto anni e di come la mamma avesse detto che ora Elio era il capo famiglia, di come mi avessero portato una procura da firmare. Elio lavora in banca, ne sa più di me.
Di come l’avevo firmata senza leggerla, di come nei primi due anni fosse andato tutto bene perché non mi interessava, avevo gli studi, poi il lavoro, spendevo poco e il saldo mi sembrava plausibile. Di come ad agosto avessi richiesto un estratto conto perché volevo comprare un aspirapolvere a rate e avessi visto le cifre. Di come dopo quella settimana mi fossi sentita male fisicamente, non riuscivo a mangiare. Di come avessi iniziato a raccogliere documenti, di come avessi trovato Stefano tramite un annuncio sul giornale di quartiere, avevo scelto apposta da Foligno per non far sapere nulla ai conoscenti comuni.
Tiziana ascoltava senza interrompermi. Ha chiesto conferma solo una volta sull’importo. Ho detto ottantasettemila. Lei ha annuito.
Quando ho finito, è rimasta in silenzio per un po’. Poi ha detto:
Noemi, ora ti dirò una cosa e tu ascoltami bene. Ti ascolto. Per qualche altro mese starai male.
Ti opprimeranno, ti metteranno sotto pressione, piangeranno, ti minacceranno. Mamma ti chiamerà, Elio verrà a trovarti. Forse si uniranno anche le zie di Terni, i vicini e chiunque altro ci sia da voi. Ti diranno che sei una distruttrice, che sei impazzita, che stai mandando tua madre alla tomba.
E tu vorrai mollare tutto. Lo so. Non mollare. Mi guardò negli occhi.
Tiziana ha occhi grigi, chiari, con una cornice scura. Non mollare, Noemi. Ti considerano uno zerbino da ventiquattro anni. Se tiri indietro adesso, continueranno a considerarti così per il resto della tua vita.
E anche tu lo farai. Finì il tè. Non mi tirerò indietro. Bene.
Si alzò, raccolse le tazze e le portò in cucina. La sentivo lavare i piatti lentamente, con cura, senza fretta. Ero seduta sul suo divano con indosso il suo pigiama e guardavo fuori dalla finestra, dove nel cortile ardeva una lampada gialla e volteggiavano i moscerini. Nella mia testa mi girava una sola frase, quella che la mamma aveva detto alla fine, quando stavo già riattaccando: papà si rivolterà nella bara.
Papà nella bara si sta proprio rivoltando, pensai. Sono sei anni che si rivolta per quello che avete fatto con i suoi soldi, e io finalmente faccio qualcosa che forse lo farà calmare, almeno per un minuto. Era un’autoconsolazione. Lo capivo, ma non avevo altro in quel momento e l’ho accettata.
Martedì mattina mi sono svegliata prima di Tiziana, sul suo divano, sotto una coperta che non era mia, in un pigiama che non era mio, che profumava di un detersivo che non era il mio. Fuori dalla finestra era ancora buio. Novembre a Perugia, l’alba verso le otto. Sono rimasta sdraiata per una ventina di minuti senza alzarmi, e ascoltavo un uomo che camminava dai vicini di sopra.
Avanti e indietro, avanti e indietro. Poi si è aperto un rubinetto, poi hanno tirato lo sciacquone. Tiziana è uscita in cucina alle sette in accappatoio, senza trucco, con una guancia assonnata più rosa dell’altra. Hai dormito?
Tre ore? Va già bene. A me capita di non dormire affatto la prima notte quando sono in un posto nuovo. Ha messo la caffettiera sul fornello, poi si è voltata.
A che ora vai a Foligno? Stefano ha detto verso le dieci. Il treno delle otto e quarantadue dalla stazione centrale. Ti accompagno fino alla piazza.
Non serve, ci vado da sola. Tanto devo andare anch’io da quelle parti. Alle otto ho il cambio al bar. Non ho discusso.
Abbiamo camminato in silenzio fino alla stazione, soprattutto perché Tiziana al mattino non ama parlare. Questo lo sapevo. Camminava semplicemente al mio fianco, nel suo piumino nero, con una tazza termica in mano e di tanto in tanto beveva un sorso. Si fermò davanti alla stazione.
Mi chiami per dirmi com’è andata da Stefano? Ti chiamo. E mangia qualcosa di decente lì, non quella schifezza della stazione. Lo farò.
Lei annuì e se ne andò. La guardai mentre si allontanava, finché non svoltò l’angolo. Poi andai alla biglietteria. Il treno per Foligno impiega circa cinquanta minuti.
Mi sedetti vicino al finestrino, posai la borsa con i fogli sulle ginocchia, accesi il telefono. Ventiquattro chiamate perse, otto messaggi, un messaggio vocale di mia madre, lungo, un minuto e quaranta secondi. Non l’ho ascoltato. Ho aperto l’ultimo messaggio di Elio, inviato a mezzanotte.
Sorella, parliamone da persone normali. Arriverò a Perugia domani sera. Dimmi dove ci vediamo. Ci ho pensato su e ho scritto: non sono a Perugia, non venire.
Un minuto dopo ha risposto: e dove sei? Non ho risposto. Ho spento il telefono. Fuori dalla finestra scorreva l’Umbria.
Vigneti spogli, campi vuoti, uliveti dal fogliame argenteo bagnati dalla pioggia notturna. Guardavo fuori dal finestrino e pensavo a quando, sabato a tavola, mentre Elio mangiava una fetta di pane con il paté, avevo in testa un solo pensiero: non tradirmi, non farmi scoprire, non cedere. E non ho ceduto. Questo ora sul treno mi dava un po’ di conforto, come una piccola prova che so fare qualcosa.
Stefano mi ha accolta nel suo ufficio in via Garibaldi. Il suo ufficio è piccolo, due stanze al secondo piano, sopra la farmacia, senza segretaria. Si versa il caffè da solo da una grande caffettiera nell’angolo. Stefano ha circa quarantacinque anni, è robusto, con la barba corta, indossa un maglione sopra la camicia.
Non assomiglia a un avvocato da film, piuttosto a un allenatore della squadra di calcio della scuola. Buongiorno, Noemi. Si sieda. Ha portato il certificato?
Ho tirato fuori la cartellina dalla borsa. Ha disposto i fogli sul tavolo: il certificato di chiusura del conto su procura, la copia della denuncia alla polizia con il timbro di ricezione, il mio estratto conto degli ultimi tre anni. Li ha esaminati per una decina di minuti senza fretta, a volte sottolineando qualcosa con la matita. Io ero seduta di fronte a lui e bevevo il suo caffè, che era sorprendentemente buono.
Beh, disse infine, è tutto a posto. Oggi stesso invio una richiesta alla banca per il rimborso dei fondi. Per legge ha i presupposti per richiedere la restituzione di tutte le somme trasferite tramite procura a sua insaputa. Parallelamente stiamo preparando una causa civile.
E la polizia? La polizia lavorerà ai propri ritmi. Ci vorranno due o tre mesi prima che chiamino suo fratello per un interrogatorio. Ma per noi non è questo il punto.
Il punto è l’azione civile attraverso la quale recupereremo i soldi. Il procedimento penale è solo un bonus, una leva di pressione. Capisco. Posò la matita.
Noemi, devo dirle una cosa. Suo fratello ha una sola strada, la più ragionevole per lui: restituire volontariamente i soldi e firmare un accordo con cui lei ritira la denuncia. È quello che gli consiglierei come avvocato, se fossi il suo avvocato e non il suo. Probabilmente cercherà di seguire questa strada, cioè farà pressione perché io ritiri la denuncia.
Sì, tramite sua madre, i parenti, i conoscenti. Forse tramite il parroco, se nella vostra famiglia si va dal parroco. No, non ci andiamo. Allora tramite qualcun altro.
Troverà qualcuno. Il suo compito è non parlare direttamente con lui. Tutte le trattative passano attraverso di me. Se è davvero disposto a restituire i soldi e a firmare, la questione si risolverà tra me e il suo avvocato, senza di voi.
Voi state alla larga. Va bene. Stefano mi guardò attentamente. Noemi, voglio che tu capisca.
Ho visto molti casi simili. Non proprio con i fratelli, con i padri, con i mariti, con i cugini. Lo schema è sempre lo stesso. E nella maggior parte dei casi la donna a un certo punto si tira indietro.
Non per i soldi, ma perché si stanca della pressione. Io non mi tirerò indietro. È quello che dice adesso. Tra un mese vedremo.
Annuì. Non mi sono offesa. Non stava cercando di ferirmi, mi stava avvertendo. Abbiamo lavorato ancora un’ora.
Ho firmato alcuni fogli. Abbiamo discusso quali documenti avrebbe richiesto alla banca e quali alla sua assistente. Verso mezzogiorno sono tornata in via Garibaldi. Fuori era spuntato il sole, un breve sole di novembre che presto sarebbe scomparso di nuovo, ma che per il momento splendeva.
Ho comprato una rivista in edicola, una rivista stupida con delle attrici in copertina, e sono andata in un piccolo bar di fronte. Ho ordinato un toast e un cappuccino. Sono rimasta seduta un’ora, sfogliando la rivista senza capire cosa stessi leggendo. Era stranamente piacevole stare seduta in una città sconosciuta, in un bar sconosciuto, tra persone che non mi conoscono.
Sono tornata a Perugia alle quattro, ho acceso il telefono all’uscita della stazione. C’erano più messaggi, non li ho aperti. Sono andata subito da Tiziana. La mattina mi aveva detto che la chiave era sotto lo zerbino, se fosse stata al bar.
Ho aperto la porta, mi sono tolta le scarpe nell’ingresso e sono andata in cucina. Solo lì ho visto che sul tavolo c’era un biglietto di Tiziana. Non proprio un biglietto, un foglietto su cui con la sua calligrafia a grandi lettere c’era scritto:
Noemi, è venuto a casa tua tuo fratello. Me l’ha detto la tua vicina del primo piano, la signora Armelini.
Voleva chiamarti, ma non sapeva il numero. Ha detto che è rimasto davanti all’ingresso per un’ora e mezza. Ti ha chiamato, poi se n’è andato. Oggi a pranzo è tornato di nuovo.
Conosco la signora Armelini tramite mia sorella. Non tornare a casa tua per un altro paio di giorni. Mangia, nel mio frigo c’è della lasagna. Ceniamo alle otto.
Rilessi il biglietto due volte, poi mi sedetti a tavola. Rimasi lì per cinque minuti a fissare semplicemente la saliera vuota che mi stava davanti. Elio ha trovato il mio indirizzo. In realtà lo sapeva già.
Era stato da me una volta, un anno fa. Era passato per mezz’ora mentre era di passaggio da Roma. Allora mi ero rallegrata, pensavo che finalmente mio fratello si interessasse a me. Aveva bevuto un caffè, dato un’occhiata all’appartamento con lo sguardo valutativo con cui si valutano le case altrui, e se n’era andato.
Ora aveva usato quell’indirizzo. Ho aperto il frigorifero. La lasagna c’era davvero. A quanto pare Tiziana l’aveva comprata in anticipo nella trattoria di fronte.
Ne ho riscaldato un pezzo nel microonde. Ho mangiato lentamente, senza particolare appetito, ma sapevo che dovevo mangiare perché altrimenti verso sera le mani avrebbero cominciato a tremare, come era successo in agosto. Alle sei e mezza ha chiamato Tiziana. Sei a casa?
A casa tua? Sì. Hai letto il biglietto? L’ho letto.
Non farti prendere dal panico. Armelini è una donna intelligente, non gli ha detto nulla. Ha detto che non ti vedeva da cent’anni, che ti eri trasferita da qualche parte. E lui cosa ha detto?
Ha detto: se si fa viva, le dica di chiamarmi subito. E la Armelini ha detto: certo, glielo dirò. E non gliel’ha detto, ovviamente. Grazie.
Non a me. A lei. Stasera le porterò una bottiglia di vino decente. La porterò io.
La portiamo insieme. Rimase in silenzio. Come sta Stefano? Bene, lavora.
Bene. Sarò lì per le otto. Ho riattaccato, ho finito le lasagne, ho lavato il piatto, mi sono seduta di nuovo a tavola. Ho acceso il telefono, che non era spento, ma era semplicemente rimasto nella borsa.
Ho aperto il messaggio vocale di mia madre e l’ho ascoltato fino alla fine. Un minuto e quaranta. Mamma piangeva. Non forte, non in modo teatrale, in silenzio, tra una frase e l’altra, e questo era ancora peggio.
Diceva che non aveva dormito tutta la notte, che le era salita la pressione, che aveva chiamato l’ambulanza alle tre di notte ma poi aveva annullato la chiamata perché non voleva disturbarmi. Che pensava di essersi sbagliata su di me, che pensava fossi una brava persona, che papà ne sarebbe stato sconvolto, che mi chiedeva, mi supplicava di chiamare Elio e ritirare la denuncia, perché altrimenti non ce l’avrebbe fatta. Ascoltavo e guardavo il muro, la vecchia carta da parati di Tiziana con l’Etna che aveva incollato una decina di anni fa e che si stava staccando agli angoli. A un certo punto della registrazione, proprio alla fine, la mamma ha detto una frase su cui ho messo in pausa e sono tornata indietro per assicurarmi di aver sentito bene.
La mamma ha detto: se non ritiri la denuncia adesso, verrò da te e resterò davanti al tuo portone finché non uscirai. Che tutti i vicini vedano che razza di figlia hai. Ho riavvolto di nuovo. Ho ascoltato di nuovo.
Esatto, parola per parola. Ho appoggiato il telefono con lo schermo rivolto verso il basso. Ho pensato: ecco, ecco la mamma. Ecco a te.
Il non mi intendo di queste cose, non so nulla. Sa benissimo come fare pressione. Ha tutta questa pressione in un pugno: il salto, le minacce ai vicini, le ossa di papà, tutto insieme, senza soluzione di continuità. Ho chiamato Stefano.
Ha risposto subito. Stefano, sono Noemi. Ho una domanda. Sì.
La mamma ha registrato un messaggio vocale in cui promette di venire davanti al mio portone e di fare una scenata. Si considera una forma di pressione? Conserva il messaggio. Scaricalo, se possibile.
Non cancellarlo. Se dovesse ripetersi qualcosa di simile, mandamelo. Va bene. E poi, Noemi: se davvero viene, non uscire.
Non parlare con lei. Chiama la polizia, o direttamente me. La mamma. La polizia.
Alla mamma? Alla persona che è venuta a fare una scenata davanti al vostro portone. La polizia non fa distinzioni di parentela. Valuta il comportamento.
Ho riattaccato. Sono rimasta seduta ancora una decina di minuti. Fuori, nel cortile di Tiziana, è arrivata una macchina senza spegnere i fari, si è fermata, ha fatto inversione e se n’è andata. Guardavo la macchia di luce che scivolava sulla carta da parati con l’Etna.
Alle otto è arrivata Tiziana con un sacchetto della trattoria in cui c’erano altre due porzioni di lasagne e una bottiglia di rosso. Ha posato tutto sul tavolo, si è tolta le scarpe, mi ha guardata e ha detto:
Hai un’espressione particolare. Che tipo? Lo stesso che avevo io dopo il divorzio, più o meno il terzo giorno.
E cosa è successo il terzo giorno? Il terzo giorno ho capito che non c’era più ritorno. E mi sono sentita più leggera. Ha aperto la bottiglia, ha versato due bicchieri.
Bevi. Abbiamo brindato. Ne ho bevuto metà senza staccarmi dal bicchiere. Tiziana mi ha guardata da sopra il suo bicchiere e non ha detto nulla.
Ed era la cosa migliore che potesse fare in quel momento. A dicembre a Perugia cominciò a fare davvero freddo. Tornai a casa mia una settimana dopo quella cena a base di lasagne. Elio venne altre due volte.
La signora Armelini fu testimone in entrambe le occasioni, e in entrambe gli disse la stessa cosa: non ne so nulla, non si è fatta viva, glielo dirò se la vedo. La terza volta non è venuto. Penso non perché si fosse arreso, ma perché a quel punto Stefano aveva già inviato la prima lettera al suo avvocato. Ho saputo che Elio aveva un avvocato tramite Stefano, un conoscente di Elio in banca che si occupava dei suoi affari relativi al mutuo e ora si era preso cura di questo.
Secondo Stefano, l’avvocato di Elio non era male, ma non eccezionale. Non era un mago, ma nemmeno uno stupido. Capì subito in che situazione si trovasse il suo cliente e iniziò a negoziare la somma. Offrono di restituire quarantamila, mi disse Stefano al telefono all’inizio di dicembre.
Dicono che il resto fosse spese comuni della famiglia. Che spese comuni? Non sanno spiegarlo. È solo una formula.
Risponderò che ci interessa l’intera somma. Ottantasette. Più gli interessi per sei anni. Più i miei onorari.
Va bene. Adesso faranno ancora più pressione. Preparati. E fecero pressione.
Mamma è arrivata davanti al mio palazzo il primo sabato di dicembre. L’ho vista dalla finestra. Stava lì sotto con il suo cappotto beige, il berretto che le avevo regalato lo scorso Natale, di lana grigia con un ponpon. Rimase lì per una ventina di minuti senza suonare al citofono.
Stava semplicemente lì a guardare le mie finestre. Non sono uscita, non ho aperto. Mi sono versata del tè e mi sono seduta al tavolo in modo da non essere visibile dalla finestra. A un certo punto ha tirato fuori il telefono.
Dieci secondi dopo ha squillato il mio. Non ho risposto. Venti secondi dopo, di nuovo. Non ho risposto.
Poi è rimasta lì a lungo con il telefono in mano, come se stesse decidendo qualcosa. Poi ha rimesso il telefono in tasca e se n’è andata. Le guardavo la schiena. A sessantadue anni la mamma ha iniziato ad avere un’andatura un po’ zoppicante.
Prima non l’avevo mai notato. Forse è sempre stata così, ma io non ci facevo caso. Tiziana ha chiamato la sera. Come stai?
Ho visto la mamma. È venuta. Non sei uscita? No.
Brava. Non so se sono brava o no, Tiziana. Lo so. Brava.
Rimasi in silenzio. Anche Tiziana taceva. Poi disse:
Noemi, stai piangendo? No.
Sembra di sì. Non sono lacrime. È solo una cosa agli occhi. Va bene.
Gli occhi sono gli occhi. Elio ha restituito i soldi a metà gennaio. Non tutti gli ottantasette. Dopo le trattative tramite gli avvocati ne sono usciti settantaduemila.
Stefano mi ha consigliato di non insistere per il resto, perché mi sarebbe costato più nervi di quanto valessero i soldi stessi. Ho accettato. Elio ha firmato una dichiarazione in cui ammetteva di aver trasferito i fondi a mia insaputa. In cambio ho ritirato la denuncia alla polizia.
Il procedimento penale è stato archiviato. Stefano ha ricevuto la sua percentuale. Ho ricevuto il bonifico sul mio conto, un conto vero e proprio di cui solo io avevo la firma. Un venerdì pomeriggio, mentre stavo andando da Bruno a pulire la camera dodici, mi sono fermata in mezzo alla strada, ho guardato l’importo sullo schermo e non ho provato nulla di particolare.
Nessuna esultanza, nessun sollievo. Solo una cifra che ora si trovava al posto giusto. Ho messo il telefono in tasca e ho proseguito verso Bruno. Elio è stato licenziato dalla banca a febbraio.
Stefano, nel nostro accordo, ha insistito affinché Elio presentasse lui stesso le dimissioni volontarie, senza specificarne formalmente il motivo. Era la sua assicurazione contro il fatto che Elio potesse poi intentare una controquerela per diffamazione. Elio le ha presentate. Alla banca è bastato questo.
Avevano già avviato una revisione interna dopo la mia denuncia ed erano contenti di chiudere la questione senza scandali. Dove sia andato a lavorare Elio dopo, non lo so. A quanto pare in una compagnia di assicurazioni a Terni, con uno stipendio inferiore a quello che prendeva in banca. Mamma è venuta davanti al portone altre tre volte durante l’inverno.
Non sono uscita nemmeno una volta. Una volta è salita dalla signora Armelini al primo piano e ha cercato di farmi recapitare un biglietto tramite lei. Armelini ha preso il biglietto, ha annuito, ha assicurato che l’avrebbe consegnato e l’ha gettato nel cestino della spazzatura non appena mamma se n’è andata. Me lo raccontò la stessa signora Armelini quando le portai l’ennesima bottiglia di vino.
E cosa c’era nel biglietto, signora Armelini? Non lo so, Noemi. Non l’ho aperto. Che mi importa?
Grazie. Non c’è di che. Anch’io ho un figlio a Bergamo. Non mi chiama da un anno.
So come vanno queste cose. Ormai andavo da lei una volta ogni due settimane, il sabato. Bevevamo il tè. Mi raccontava di suo figlio, di suo marito morto nel duemilacinque, di come un tempo Perugia fosse diversa, meno turistica.
Io ascoltavo. A volte le pulivo la cucina gratis. Lei cercava di pagarmi, io rifiutavo, lei si offendeva, ma la volta dopo mi apriva comunque la porta. A marzo mi ha chiamato una zia da Terni, la sorella di mia madre, zia Angela, che avevo visto l’ultima volta al funerale di papà.
Ha iniziato con le solite domande. Come va? Come va il lavoro? Com’è il tempo a Perugia?
Poi è passata al sodo. Noemi, tesoro, te lo dico come una madre. Fai pace con tua madre. Zia Angela, grazie per la preoccupazione.
Non lo farò. Noemi, è tua madre. Non ne avrai altre. Lo so, zia.
Ma non sta bene. Ha la pressione alta, piange tutti i giorni. Anche Elio è in difficoltà, ha perso il lavoro. Lo so, zia.
Allora chiamala. Chiamala e basta. Le dici: mamma, ti voglio bene. Basta questo.
Ci pensai un attimo prima di rispondere. Zia Angela, non le voglio bene. Nel ricevitore calò il silenzio. Che cosa hai detto?
Non le voglio bene, zia. Forse le volevo bene da bambina. Adesso no. Non le telefonerò per dirle cose che non sono vere.
Noemi, come puoi? È molto semplice, zia. Per sei anni ha guardato mio fratello che mi rubava i soldi. E non si è limitata a guardare.
Mi ha aiutato. Sabato a tavola, prima che andassi in banca, mi ha detto dritto negli occhi che mi stavo inventando la cifra. Capisce cosa significa, zia? Significa che lo sapeva.
Lo sapeva da sei anni. Noemi, ma lei… Zia Angela, le sono molto grata per la sua preoccupazione. Ma non mi chiami più per questo.
Se vuole parlare d’altro, prego, in qualsiasi momento. Di questo no. Zia Angela rimase in silenzio. Poi disse: ti capisco.
E riattaccò. Non mi ha più chiamato per nessun motivo. Ad aprile ho aperto la mia ditta. Non subito, non tutto d’un fiato.
Ho iniziato registrandomi come imprenditrice individuale e assumendo due donne come collaboratrici. Una dalla Moldavia, Victoria, che viveva già da tre anni a Perugia e cercava un lavoro più dignitoso di quello che aveva. La seconda, Lucana, italiana, cinquantenne, che aveva fatto le pulizie per clienti privati per tutta la vita e voleva lavorare con un contratto regolare, con l’assicurazione. Mi sono presa in carico i clienti che hanno accettato di passare con me.
Bruno è passato, la signora Peruzzi è passata, l’avvocato Santini è passato. Ho trovato altri tre hotel in centro tramite conoscenti. Tiziana mi ha presentato il gestore della trattoria Morlacchi, che a sua volta mi ha presentato suo genero, il quale aveva un piccolo hotel nel quartiere di San Domenico. Dopo sei mesi avevo otto clienti e due collaboratrici.
Dopo un anno, dodici clienti e quattro collaboratrici. Continuavo a lavorare sul campo. Andavo a visionare incarichi complessi, nuovi appartamenti dove dovevo prima andare a vedere di persona per poter valutare correttamente. Ma ora passavo metà della giornata seduta alla scrivania, telefonavo, emettevo fatture, mi occupavo delle tasse.
Stefano mi ha aiutato a scegliere un commercialista a Perugia, economico e onesto. Ora, mentre scrivo, sono passati più di due anni da quel lunedì di novembre in cui sono entrata in banca. Ho sedici clienti fissi e sei collaboratrici. Mi sono trasferita dal mio appartamento in via Cavallotti a un altro nel quartiere di San Lorenzo.
Due stanze, un piccolo balcone dove d’estate ci sono due vasi di basilico. Il basilico me l’ha piantato Tiziana. Non parlo con mia madre, e tantomeno con Elio. A volte vengo a sapere qualcosa di loro da zia Angela tramite terzi.
Lei non parla con me, ma parla con la Armelini, tramite una nostra comune conoscente a Terni, e la Armelini a volte mi racconta qualcosa se non riesco a fermarla in tempo. Ho saputo così che Elio si è sistemato di nuovo, ora in una piccola compagnia di assicurazioni a Perugia, con uno stipendio la metà di quello che aveva prima. Che la mamma va dal cardiologo. Che a Elio è nato il secondo figlio, una bambina, e l’hanno chiamata in onore della nostra defunta nonna.
Il nome coincideva con il mio secondo nome, che mi era stato dato in onore della stessa nonna, Silvia. Allora pensai che fosse strano chiamare la figlia con il nome di una sorella che per te era come se fosse morta. Ma questo probabilmente è proprio Elio. Ha sempre saputo vivere come se nulla fosse.
Una volta la mamma è venuta al mio nuovo ingresso. Zia Angela le aveva, a quanto pare, detto l’indirizzo. Non di proposito, durante una conversazione. È stato lo scorso autunno, in ottobre.
La mamma è rimasta lì sotto per un paio d’ore. L’ho vista quando tornavo dal lavoro. Ho svoltato nella mia strada e ho visto un cappotto beige davanti all’ingresso. Il berretto con il ponpon non c’era più, ne portava uno nero, ma il cappotto era lo stesso.
Non mi sono avvicinata. Mi sono voltata e sono tornata indietro. Sono entrata in un bar, due strade più in là. Mi sono ordinata un bicchiere di vino.
Sono rimasta lì un’ora. Ho guardato sul telefono le foto dei nuovi clienti, dovevo valutare il volume di lavoro per un ufficio. Poi sono tornata. Mamma non era più davanti all’ingresso.
Quella sera pensavo a papà. Pensavo: papà, non so cosa ne diresti. Forse mi giudicheresti. Forse ti schiereresti dalla loro parte come la mamma.
Non lo so. Ti ricordo male, quando avevo diciotto anni. Ricordo che ti piaceva quando il piatto era caldo. Ricordo come tagliavi il pane, sempre in piedi, mai seduto.
Ricordo la tua tosse al mattino. Nient’altro, o quasi. Forse anche tu avresti pensato che la famiglia fosse la cosa più importante e che i soldi fossero una sciocchezza. Forse avresti detto la stessa cosa della mamma.
Non lo so. Ma una cosa la so. Quando hai firmato i documenti dal notaio quell’anno prima di morire e hai lasciato quei soldi a me, li hai lasciati a me. Non a Elio, non alla famiglia.
A me. Se avessi voluto lasciarli alla famiglia, avresti scritto alla famiglia. Hai scritto alla figlia. Mi aggrappo a questo pensiero come a un’ancora.
Forse mi aggrappo in modo sbagliato. Forse non era affatto quello che intendevi, hai semplicemente fatto come ti ha consigliato il notaio. Ma ho bisogno di questo pensiero, e non lo lascerò andare. Tiziana ha aperto da poco il suo bar piccolo, nel quartiere di Elce, all’angolo.
Quattro tavolini dentro e due fuori. Le ho prestato dei soldi con una ricevuta. Abbiamo sistemato tutto da Stefano, da adulti. Li restituirà tra due anni.
Abbiamo fatto i conti. Mi chiama lì il sabato, io vado, mi siedo al bancone come facevo prima al Morlacchi. Tiziana prepara lei stessa il caffè e versa l’aperitivo, e a volte canticchia sottovoce quando pensa che nessuno la senta. Noemi, mi ha detto sabato scorso, il tuo viso è cambiato.
In che senso? Non lo so. È sereno. E prima com’era?
Prima avevi il viso di una persona che aspetta un colpo. In tutti questi anni, l’ho capito solo ora. Mi guardai allo specchio dietro il bancone. Il mio viso era normale, ventisei anni, con tracce di stanchezza, con una sottile ruga tra le sopracciglia che prima non c’era.
Sereno o no, da fuori si vede meglio. Finii il mio caffè, ho pagato. Tiziana ha preso i soldi da me perché ho insistito. Da noi la regola è che nel suo bar pago come tutti gli altri.
Fuori era una fredda giornata di sole, come ce ne sono a Perugia a febbraio. Cielo limpido, vento gelido. Sul selciato, qua e là, giaceva ancora la neve di ieri, non sciolta all’ombra dei muri. Mi sono abbottonata la giacca e sono tornata a casa.
Attraverso via dei Priori, poi davanti al Duomo, poi lungo la mia strada. Davanti al mio ingresso non c’era nessuno. Ho aperto la porta con la chiave, sono salita al terzo piano, sono entrata nel mio appartamento. Ho appoggiato la borsa su uno sgabello nel corridoio.
In cucina c’era profumo di basilico di ieri. Ho aperto la finestra per cinque minuti, come faccio sempre, per arieggiare. Sul balcone di fronte una vicina stendeva il bucato. Da qualche parte, più in basso, lungo la strada, suonavano le campane.
Un breve rintocco, nei giorni feriali succede all’una del pomeriggio. Ho chiuso la finestra, ho messo su il bollitore, mi sono seduta al tavolo. Tutto qui.