«Sofia si sposa a giugno, e useremo i tuoi risparmi per il suo matrimonio.» Mia madre lo ha detto con la stessa calma con cui si annuncia il menù della domenica, mentre io tenevo ancora in mano il…

«Sofia si sposa a giugno, e useremo i tuoi risparmi per il suo matrimonio.» Mia madre lo ha detto con la stessa calma con cui si annuncia il menù della domenica, mentre io tenevo ancora in mano il...

Essere la secondogenita è un peso che non si vede ma si sente, come un abito bagnato, freddo e stretto addosso. Per me, Viola, quel peso ha sempre avuto il nome e il volto di mia sorella gemella, Sofia. Non era un peso fisico, ma psicologico, un’ombra che si allungava su ogni mio successo, ogni mio desiderio, ogni mio sogno, offuscandoli fino a renderli insignificanti. Sofia era la prima, quella nata per prima, quella che nostra madre Elena aveva stretto al petto con un fervore che a me era sempre stato negato.

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Non importava che fossimo uscite dallo stesso grembo nello stesso momento. Per mamma Sofia era il sole e io ero solo un pianeta che ruotava nella sua orbita, destinato a ricevere i riflessi della sua luce senza mai generarne una propria. Ricordo con una nitidezza crudele gli episodi della nostra infanzia. La mia pagella con i voti più alti veniva accolta con un cenno di approvazione distratto, subito seguito da un “Ma guarda Sofia, il suo disegno è così espressivo”.

I miei sforzi per imparare il pianoforte, le ore trascorse a farmi male ai polpastrelli, venivano messi in ombra dalla voce di Sofia che, con un’intonazione perfetta, cantava una canzone ascoltata per caso alla radio. Per mamma la creatività di Sofia era un dono divino, la mia dedizione una noiosa ostentazione. Era come se avesse deciso il copione delle nostre vite ancor prima che nascessimo. Sofia era la protagonista, l’eroina, la principessa.

Io ero la comparsa, la dama di compagnia, la testimone silenziosa. Crescendo, questa dinamica si era fatta più sofisticata, ma non meno dolorosa. Si era camuffata sotto le spoglie di una sottile, costante, inesorabile preferenza. A sedici anni Sofia volle andare a un campo estivo di teatro in Inghilterra.

Mamma vendette la sua vecchia macchina per pagarlo. Io desideravo un computer per i miei studi, ma mi fu detto che dovevo accontentarmi di quello vecchio e lento di papà. “Sofia ha un talento che va coltivato”, sentenziava mamma. “Tu sei così brava con i libri, Viola?

Non hai bisogno di queste distrazioni. ” A diciotto anni, per la scelta dell’università, Sofia volle frequentare l’Accademia di Belle Arti a Firenze. La retta era salata, ma mamma trovò il modo di pagarla facendo sacrifici che coinvolgevano anche il mio piccolo gruzzolo da babysitter. Io invece avevo sempre sognato la facoltà di architettura a Milano, ma la retta era alta e il costo della vita proibitivo.

“Architettura”, aveva detto mamma con un sorriso sminuente, “ma è così tecnico, così grigio. Non saresti più felice qui con noi, a frequentare l’università della nostra città? ” E così, per non creare ulteriori tensioni, per non aggiungere un altro capitolo al libro dei “Sofia sì, Viola no”, avevo accettato, iscrivendomi a Ingegneria Edile. Una scelta di compromesso che non mi entusiasmava, ma che mi avrebbe garantito un lavoro.

“Sempre così pratica, Viola”, diceva mamma, come se fosse un difetto. La mia vita era diventata una serie di rinunce mascherate da scelte sensate, fatte per non disturbare l’equilibrio precario di una famiglia che ruotava intorno a Sofia. C’era però Matteo, il mio ragazzo. Lui vedeva le cose in modo diverso.

Era l’unico che notasse lo sguardo spento nei miei occhi quando mamma elogiava Sofia per l’ennesima volta, l’unico che mi stringesse la mano sotto il tavolo durante i pranzi domenicali, un gesto silenzioso di sostegno che valeva più di mille parole. Matteo era il mio ancora di salvezza, la prova che forse, al di fuori di quella bolla familiare, esistesse un mondo in cui non ero l’ombra di nessuno. E quando lui, un anno fa, mi chiese di sposarlo, il mio cuore esplose di gioia. Era la mia occasione, la mia rivincita, la costruzione di una famiglia mia, dove l’amore non sarebbe stato misurato a cucchiaiate, dove non ci sarebbe stata una figlia preferita.

Avevamo iniziato a risparmiare con entusiasmo per il matrimonio. Io lavoravo come junior project manager in uno studio di ingegneria, Matteo come insegnante di matematica alle superiori. Non avevamo chissà quali stipendi, ma eravamo bravi a gestirci. Avevamo un conto cointestato, un piccolo salvadanaio digitale in cui versavamo ogni mese una parte dei nostri guadagni.

Era il nostro sogno, la nostra promessa. Dentro quel conto, cifra