«Giulia, io e i Conti abbiamo preso una decisione. Casa Benedetti passerà a Chiara e Matteo dopo il matrimonio. Tu non farai parte di questo schema.» Mia madre lo ha detto con la stessa calma con…

«Giulia, io e i Conti abbiamo preso una decisione. Casa Benedetti passerà a Chiara e Matteo dopo il matrimonio. Tu non farai parte di questo schema.» Mia madre lo ha detto con la stessa calma con...

La mattina era iniziata come sempre, con la strada sterrata che porta al cancello di Casa Benedetti. Era la seconda settimana di vendemmia e l’aria sapeva di Sangiovese pigiato, di legno bagnato e di benzina del trattore che Enzo non spegne mai tra una corsa e l’altra. Enzo stava davanti al secondo tino con il tablet, l’aria accigliata. Non ama mia madre, amava mio padre.

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Le vendite erano calate di un punto e mezzo durante la notte. Niente di catastrofico, ma lui aveva già deciso che servivano tre uomini in più da Morelli. Dissi che avrei chiamato io, perché se avesse chiamato lui, Morelli avrebbe cominciato a contrattare. Enzo alzò lo sguardo, mi guardò dritto negli occhi con quelli grigi che sembrano sempre sul punto di dire qualcosa di importante, e poi tornò al lavoro.

In ufficio trovai due lettere. Una di Laurent, l’importatore di Lione che avevo contattato io stessa quattro anni prima e che conosceva solo me, non mia madre. Chiedeva conferma per la partita di novembre e un aumento del volume del venti per cento. L’altra era di una danese di Aarhus interessata ai nostri bianchi.

Risposi a entrambe, poi riuscii a chiudere nel cassetto il mio taccuino di pelle prima che dalla porta entrassero i passi di mia madre. Cammina come se davanti a lei ci fosse qualcuno a cui deve cedere il passo. Mi chiese di Morelli, le dissi che avevo già concordato tre persone per due giorni. Non le piacque che non l’avessi consultata prima.

Non aggiunse altro, solo l’avviso per la cena delle otto, con i Conti, i genitori di Matteo, e zia Franca. Mi disse di mettermi qualcosa di decente, indicando la mia camicia di lino, e uscì. Riaprii il cassetto e tirai fuori il taccuino. Sull’ultima pagina c’era una lista di sei punti, tutti spuntati tranne l’ultimo.

Lo guardai a lungo, poi richiusi il taccuino e partii per Siena. Al bar del cortile, quello che conoscono forse duecento persone in città, Rovere era già seduto al tavolino d’angolo. Mi fece notare che ero in ritardo di quattro minuti, o cinque. Rovere era stato socio di mio padre negli anni Ottanta, poi si erano allontanati senza litigare.

Non era venuto al funerale, e per questo non l’avevo perdonato fino a quando, a ventun anni, ero andata da lui perché era il miglior enologo nel raggio di cento chilometri. Allora mi aveva detto che assomigliavo a mio padre solo negli occhi, e che tutto il resto veniva da mia madre. Non avevo capito cosa intendesse. Ora lo capivo.

I documenti erano dall’avvocato. Mi chiese quando avrei dato il via libera. Dissi giovedì mattina, non domani, perché stasera c’era la cena. Rovere mi guardò in silenzio, poi mi chiese se volevo che mia madre lo dicesse davanti a tutti.

Sì, lo volevo. Se non lo dirà stasera, lo dirà sabato, dissi. Ha già tutto pronto, Matteo viene con i genitori per la prima volta ufficialmente, zia Franca è il testimone principale in famiglia. Non avrà un momento migliore.

E se mi sbagliassi, avrei aggiunto io, giovedì glielo dico io stessa. Ma non mi sbaglio. Enzo lo sa? Enzo lo saprà mercoledì sera, glielo dirò io.

E verrà con me, ne sono sicura. Non avevo bisogno di spiegare perché. In un anno e mezzo avevamo passato abbastanza tempo insieme in cantina perché entrambi sapessimo da che parte stava l’altro. Laurent è mio, dissi.

Il contratto lo firma mia madre, ma la corrispondenza l’ho sempre gestita io, e lui è fedele a me, non all’etichetta. Gli scriverò giovedì mattina, prima che la lettera arrivi a casa. La danese non ha ancora firmato nulla, la convincerò facilmente. Rovere finì l’acqua e disse che era stato contrario al fatto che aspettassi così a lungo, che avrei potuto andarmene già in primavera.

Avrei potuto, ma in primavera non avevo ancora la conferma di Laurent, non c’era la danese, ed Enzo non era pronto. E soprattutto non avevo le sue parole davanti a tutti. Perché mi servono? Perché la conosco.

Tra un mese dirà ai parenti che è stato un malinteso, che l’ho fraintesa. Se venti persone lo sentiranno con le loro orecchie, non ci sarà nessuno a raccontarlo diversamente. Rovere sorrise appena con le labbra e disse che ero più fredda di quanto pensasse quando ero andata da lui. Si alzò, lasciò cinque euro sul tavolo e mi disse di non fare tardi giovedì alle otto.

Rimasi seduta ancora qualche minuto. Quando uscii, Chiara mi aspettava davanti al palazzo, come se si fosse messa lì apposta. Mi chiese se andassi a cena, le dissi di sì. La mamma è nervosa, disse.

Per via dei genitori di Matteo, vuole che tutto vada bene. Andrà tutto bene. Chiara esitò, poi disse che la mamma a volte dice cose, ma che la conoscevo. La guardai e pensai che forse sapeva più di quanto lasciasse intendere, oppure che si era semplicemente abituata a scusarsi per mia madre in anticipo.

Non approfondii. Mi chiese cosa avrei indossato. Le dissi che non sarebbe stata una camicia di lino. Sorrise sollevata, mi baciò sulla guancia e se ne andò verso il Campo.

A casa feci una doccia e aprii l’armadio. Scelsi un vestito verde scuro che mia madre una volta aveva definito decente. Dal cassetto del comodino tirai fuori una piccola scatola con gli orecchini di perle che mi aveva regalato per i diciotto anni. Li indosso raramente, ma quella sera li avrei messi.

Mi sedetti sul bordo del letto, mancavano due ore e mezza. Pensai a mio padre, morto in fretta, in otto mesi, quando io avevo quattordici anni. Al funerale non piansi, perché non capivo ancora cosa significasse per sempre. Lo capii a diciassette anni, di notte, quando mia madre mi disse per la prima volta che ero tutta mio padre e che questo, purtroppo, non era un complimento.

Mi guardai allo specchio. C’era una giovane donna con un viso su cui non era scritto nulla. Mi andava bene così. Aprii il taccuino all’ultima pagina e misi una spunta accanto all’ultimo punto.

Non perché fosse cambiato qualcosa. Ma perché tra due ore e mezza sarebbe cambiato. Arrivai da mia madre dieci minuti in ritardo, il tempo bastava per poterlo attribuire al traffico. Chiara mi aprì.

In salotto c’era la luce centrale, nessuna candela, perché mia madre considera le candele una messa in scena. Il tavolo era apparecchiato per otto, tovaglia bianca, porcellana che ricordo fin dall’infanzia. Zia Franca parlava con Donatella, la madre di Matteo. Il signor Conti era in piedi davanti al camino, Matteo accanto a lui con un calice.

Mia madre stava versando il prosecco. Quando mi vide, il suo sguardo scivolò sul vestito, poi sugli orecchini, si soffermò mezzo secondo senza reagire. Mi prese per il gomito e mi condusse dai Conti. Questa è la mia primogenita, Giulia.

Zia Franca mi abbracciò, un abbraccio vero. Ha il viso di mio padre, gli stessi occhi. Mi disse che stavo bene. Sono gli orecchini di mamma.

Di mamma. Mi guardò più attentamente di quanto fosse necessario per parlare di orecchini. Non disse altro. A tavola, mia madre a capotavola, i Conti alla sua destra e alla sua sinistra, poi Matteo, Chiara, zia Franca, e io dall’altra parte, con una sedia vuota accanto, perché a casa nostra c’è sempre un posto in più del necessario.

Servirono un tagliere toscano, poi le pappardelle con la lepre, poi la bistecca con i fagioli. Il signor Conti parlò di una disputa a Montalcino, Donatella della figlia a Milano. A un certo punto il signor Conti mi chiese come mi dividessi i compiti con mia madre in cantina. Dissi che mi occupavo delle esportazioni, Francia, Danimarca, Belgio.

Giulia è capace, disse mia madre. Zia Franca posò la forchetta. Non ad alta voce, ma io la sentii. Quando portarono il vinsanto, il signor Conti disse che voleva proporre una formalizzazione per quanto riguarda la distribuzione, quando Matteo e Chiara si sarebbero sposati.

Pensiamo a maggio, disse Donatella. Potremmo prendere Casa Benedetti in esclusiva, e forse non solo sui canali attuali. Chiara è pronta a inserirsi gradualmente nella gestione, disse mia madre. Sono pronta, disse Chiara senza alzare lo sguardo.

È giusto così, gli affari di famiglia devono rimanere in famiglia. Zia Franca sollevò lentamente il bicchiere e chiese: Giulia, che ne pensi? La sua voce era bassa, ma nella stanza risuonò in modo tale che Chiara alzò lo sguardo dal piatto. Mia madre guardò zia Franca, poi me, poi di nuovo zia Franca.

E capì che era arrivato il momento, che stava aspettando un pretesto e che glielo avevano appena fornito. Franca, disse mia madre con calma, visto che l’hai chiesto, penso che abbia senso dire tutto subito. Il tavolo si immobilizzò. Giulia, io e i Conti abbiamo preso una decisione.

Casa Benedetti passerà a Chiara e Matteo dopo il matrimonio. Legalmente, completamente. Io rimango come socio amministratore. Tu non farai parte di questo schema.

Va bene. Capisco che possa sembrare brusco, ma noi ci siamo già liberati del tuo futuro nella cantina. Lì non hai nulla e non avrai nulla. Così sarà più onesto per tutti.

Pronunciò ci siamo liberati del tuo futuro con la stessa espressione con cui di solito dice passami il pane. Senza rabbia, senza compiacimento, con la calma con cui si fa un bilancio contabile. Feci una pausa. Mi ci vollero esattamente due secondi per notare che aveva detto proprio quello che mi aspettavo, parola per parola, quasi.

Mi guardò e sorrisi, non con il cuore, con la calma con cui si sorride quando si è d’accordo sul tempo. Capisco, dissi. Spero che tu lo accetti con comprensione. Lo accetterò.

Zia Franca disse Lucana. Franca, non dire niente. Non sto dicendo nulla. Presi il bicchiere.

Bevi un sorso, dissi. Il Sangiovese era buono, e per un attimo pensai che nel 2021 Enzo avesse prodotto il miglior rosso degli ultimi cinque anni. Chiara posò la forchetta. Mamma, forse, disse.

Chiara, mangia. È solo che mangia. Tacque. Donatella cominciò a parlare del tempo a maggio, animatamente, cercando di coprire il silenzio.

Zia Franca si voltò verso di me. Giulia, stai bene? Sto bene, zia. Davvero?

Mi guardò più a lungo del necessario, e qualcosa nel suo sguardo era cambiato. Non era compassione, era qualcos’altro. Aveva visto il mio viso, la mia calma, il mio sorriso che non svaniva né tremava, e aveva capito che qualcosa qui non era come pensava. Non sapeva cosa, ma sapeva che qualcosa non andava.

Il resto della cena proseguì per inerzia. Alle dieci e mezza mi alzai. Domani mi devo alzare presto, la vendemmia. Feci il giro del tavolo, baciai zia Franca, che mi strinse la mano con forza, baciai Chiara, che non alzò lo sguardo, feci un cenno a Matteo e ai Conti.

Per ultima mi avvicinai a mia madre. Ci baciammo l’aria sulle guance. Buonanotte, mamma. Buonanotte, Giulia.

Mi guardava negli occhi, cercava lacrime, risentimento, uno scandalo che non c’era stato. E non trovava nulla. Vidi nel suo sguardo un leggero stupore per il fatto che la scena non fosse andata secondo copione. Non cambiai espressione.

Nell’ingresso mi misi la giacca. Chiara mi seguì fuori. Giulia, non sapevo che fosse così. Lo sapevi?

Non sapevo che fosse oggi. Va bene, Giulia. Devo andare. Aprii la porta e uscii in strada.

L’aria profumava di notte di settembre, di pietra raffreddata e di gelsomino. Percorsi via dei Rosari in discesa senza voltarmi. All’angolo tirai fuori il telefono e scrissi a Rovere una sola parola: Glielo ha detto. Un minuto dopo arrivò la risposta: Giovedì alle otto.

Camminai ancora per una cinquantina di metri, e solo allora notai che mi tremavano le mani. Non molto, un tremito leggero, come per il freddo, anche se non faceva freddo. Mi fermai contro un muro e rimasi lì un minuto a guardarmi le mani. Poi il tremore passò e prosegui.

Arrivai da Rovere verso mezzanotte. La sua casa è bassa, in pietra, e lui non chiude mai la porta a chiave, perché ritiene che le serrature siano state inventate da persone che hanno qualcosa da nascondere. Era seduto in cucina in vestaglia sopra la camicia, con un bicchierino di grappa. Mi sedetti.

Prese un secondo bicchierino e me ne versò uno. Lo bevvi tutto d’un fiato. Gli raccontai quello che aveva detto, parola per parola, e gli dissi che zia Franca aveva chiesto il mio parere. Zia Franca l’ha chiesto.

Sì, zia Franca l’ha chiesto. Bene, disse lui. Cosa c’è di bene? È bene che ci sia Conti.

Ora Conti non è più un testimone dalla sua parte. Non vorrà confermare di aver sentito una cosa del genere. Dirà che non se lo ricorda. Lo so, so che lo sai.

Mi mise davanti del pane e del pecorino. Mangia, disse. Ho già cenato. Non hai cenato.

So come mangi quando sei nervosa. Non discussi. Spezzai il pane, tagliai il formaggio. Seduto di fronte a me, si versò un altro bicchiere.

Alla parete c’era quella foto in bianco e nero, sbiadita, dove lui è in piedi accanto a mio padre vicino a un trattore. Raccontamelo di nuovo, dissi. Cosa dovrei raccontarti? Di mio padre.

Perché proprio adesso? Perché oggi voglio sentirla. Ti ho già raccontato tutto. Raccontamela ancora una volta.

Tuo padre era più esile di tua madre, e in questo stava la sua debolezza e la sua forza. Abbiamo comprato questo terreno insieme nell’86. Io mi occupavo della tecnologia, lui delle vendite. Per otto anni è andato tutto bene, poi ha sposato Lucana, e due anni dopo lei l’ha convinto che io gli fossi d’intralcio.

Non subito, gradualmente. Lei sa come fare le cose con calma. Nel novantasette gli proposi di separarci. Accettò troppo in fretta, riscattò la sua quota, e lui comprò Casa Benedetti dal vecchio Spinelli.

Non ci siamo parlati per otto anni. Quando si ammalò, mi chiamò una volta sola. Mi disse che avrebbe voluto che andassi a trovarlo. Eravamo seduti nella sua cucina, e mi disse due cose.

La prima, che era stato uno sciocco. La seconda, che aveva paura per te, non per Chiara. Per te. Perché gli assomigli, e Lucana non ama ciò che le assomiglia.

Lo disse a parole. Mi chiesi cosa gli avessi risposto. Gli dissi che avrei fatto attenzione. Perché non sei venuto al funerale?

Perché Lucana aveva fatto sapere che se fossi venuto avrebbe fatto una scenata. E io avevo quarantotto anni e non volevo uno scandalo al funerale di tuo padre. Ci sono andato più tardi, da solo, a gennaio, quattro mesi dopo. Avevi quattordici anni e mezzo, e nessuno te l’aveva detto.

Quando sei venuta da me due anni fa, disse, ti ho riconosciuta subito dagli occhi e dal modo in cui parlavi del Sangiovese. Ti ho detto che assomigli tutta a tua madre tranne che negli occhi. Ho mentito. Assomigli tutta a tuo padre.

Allora volevo vedere come avresti reagito. Non hai reagito in alcun modo, e ho capito che con te si poteva lavorare. Grazie, dissi. Non c’è di che.

Ti ho usata. Tu hai usato me. È stato un accordo onesto fin dall’inizio. Finii la grappa e gliene versai ancora.

Parlami di giovedì, dissi. Tre documenti. La comunicazione del tuo avvocato in cui ti ritiri da tutti gli accordi informali con Casa Benedetti, confermato dall’assenza di un contratto in tre anni di lavoro. La comunicazione che tutta la corrispondenza con Laurent e la danese è stata condotta dal tuo indirizzo personale, e che questi rapporti se ne vanno con te, con gli screenshot allegati.

La dichiarazione che da lunedì entrerai come socia nel progetto Sovaggio Autentico, nella stessa regione e nello stesso segmento di prezzo. Enzo presenta le dimissioni mercoledì sera, da solo. Io non figuro nei suoi documenti, ha deciso lui stesso. Così lei non potrà dire che l’ho adescato.

Lo dirà. Che lo dica pure, non potrà provarlo. Laurent lo sa da luglio, aspetta la tua lettera giovedì mattina. Il contratto con Casa Benedetti scade a dicembre, non lo rinnoverà.

Sapevo già tutto questo. Avevo bisogno di sentirlo dire da lui ancora una volta, quella sera, nella sua cucina. Non per sicurezza, per un altro motivo. Lui lo capì.

Hai dei dubbi? No. Sul progetto, no. Su me stessa, per due minuti.

Passerà. Si alzò, aprì l’armadietto sopra il lavandino e ne tirò fuori una busta. La posò davanti a me. Che cos’è?

È una lettera di tuo padre. Me l’ha data durante la nostra unica conversazione prima di morire. Ha detto: dagliela se ne avrà bisogno. Guardai la busta.

Carta color crema, spessa, come quella che usava per le lettere alla banca. Sulla busta c’era il mio nome scritto con la sua calligrafia: Giulia. E basta. L’hai tenuta per nove anni, dissi.

Perché non me l’hai data prima? Perché prima non ne avevi bisogno. Ne avevi bisogno stanotte, dopo quello che ha detto. Se oggi non fossi venuta da me così come sei venuta, non te l’avrei data nemmeno oggi.

Come sono venuta? Pronta. La aprii. C’era un solo foglio, scritto su entrambi i lati.

Non ripeterò qui ciò che c’era scritto. Dirò solo che mio padre lo scrisse tre settimane prima di morire, che chiamava le cose con il loro nome, e che alla fine scrisse: Se lei ti allontana, non cercare di ricucire i rapporti. Vai e agisci. Ce la farai meglio di lei.

Anche in questo mi assomigli. Piegai il foglio, lo rimisi nella busta. Va bene, dissi. Grazie.

Non c’è di che. Andai a dormire. La stanza al secondo piano, con la finestra a est. Mi addormentai più in fretta di quanto mi aspettassi.

La mattina ci alzammo alle sette. Bevevamo il caffè sotto il portico, il vigneto dietro casa era ancora in ombra, i tralci brillavano di rugiada. Alle otto eravamo dall’avvocato Basile, in via Banche di Sopra. Mi mostrò i tre documenti nella versione definitiva.

Li lessi tutti, riga per riga. In un punto corressi una parola: risoluzione andava sostituita con cessazione, perché non c’era nulla da risolvere, non c’era alcun contratto. Basile annuì, corresse e ristampò. Firmai tutti e tre.

Scrissi la data: 25 settembre. Quando li spediamo? Alle dieci, dissi, con corriere, controfirma, non per via elettronica. E una copia a Lione, e una alla danese.

Questa la mando io stessa. Uscii alle nove e mezza. Rovere mi aspettava in macchina. Facemmo un caffè al bancone di un bar dove nessuno ci conosceva.

Pagò lui, e non obiettai. Alle dieci uscimmo in strada, la mattina era limpida, i netturbini se ne andavano, si aprivano le prime persiane. Salutai Rovere vicino alla macchina. Non mi abbracciò, non è il tipo.

Annuì e si mise al volante. Proseguii a piedi verso casa. Lungo la strada entrai in farmacia e comprai un cerotto. Non mi serviva nulla.

Volevo solo ricordare come ero prima. Alle dieci e dieci Basile mi mandò un messaggio: consegnata, firmata di proprio pugno da Luciana Benedetti. Guardai lo schermo, poi misi via il telefono. A casa mi preparai un secondo caffè e mi sedetti vicino alla finestra.

Il cortile era vuoto, solo il bucato della vicina di fronte. A un certo punto mi resi conto che stavo sorridendo per la prima volta in ventiquattro ore in modo sincero. Fu una spiacevole presa di coscienza, ma non discussi con essa. La prima telefonata di mia madre arrivò alle undici e venti.

Non ero più a casa, ero già da Rovere, perché a mezzogiorno avevamo un colloquio con due operai stagionali per il nuovo progetto. Il telefono vibrava nella borsa sul sedile del passeggero, ma non rispondevo. Arrivai a Sovaggio, parcheggiai. Tre chiamate perse da mia madre, un messaggio da Chiara, una mail da Laurent che confermava di aver ricevuto la copia.

Risposi a Laurent con un breve grazie. Enzo aveva presentato le dimissioni la sera prima, di persona, in mano. Quando finimmo il colloquio, il telefono vibrava senza sosta. Sei chiamate perse da mia madre, due messaggi da Chiara, uno da zia Franca, e uno, che mi sorprese di più, da Matteo.

Zia Franca scriveva: chiamami quando puoi, non la mamma, me. Matteo scriveva: Giulia, non sono affari miei, ma mio padre è in una situazione molto spiacevole. Richiamami. Chiara scriveva: Giulia, cosa hai fatto?

E poi: La mamma è furiosa. Enzo se n’è andato. Che sta succedendo? Misi via il telefono.

Io e Rovere entrammo in casa, lui mise l’acqua per la pasta. Un’altra mail, dalla danese: era al corrente, aveva ricevuto un mio messaggio privato, ed era pronta a parlare dei nuovi campioni di Sovaggio Autentico. Alle una e un quarto mia madre chiamò di nuovo. Questa volta risposi.

La sua voce non era come al solito, più bassa, più densa. Mi chiese cosa fossero quei documenti. La notifica di cessazione degli accordi, dissi. Non c’erano accordi tra noi.

No, proprio per questo è una notifica di cessazione, non di risoluzione. Basile ha scelto bene le parole. Dov’è Enzo? Non lo so, mamma.

Non mi deve rendere conto. Non mentire. Non sto mentendo. Ti ha consegnato la domanda di sua iniziativa.

Chiedi a lui dove va, se ti interessa. Penso che te lo dirà. Va da Rovere, forse. Sì, sto con Rovere.

La pausa fu più lunga. Quando? Da luglio dell’anno scorso. Un anno e due mesi.

Da lui ho studiato e collaborato a due progetti. Da luglio di quest’anno ho firmato un accordo di partnership. Da lunedì mi trasferisco lì a tempo pieno. Laurent è mio, è con me fin dall’inizio.

Il suo contratto scade a dicembre, ne firmerà uno nuovo con noi. È un tradimento. È un tradimento, concordai. Se lo guardi dal tuo punto di vista, sì.

Sono tua madre. Sono tua figlia, e ieri hai detto davanti a tutti che hai distrutto il mio futuro. Ti sto solo aiutando a formulare il pensiero. Non intendevo?

Sì che intendevi, mamma. Le hanno sentite sette persone. Se vuoi, posso chiedere a zia Franca di ripetere. Silenzio.

Torni a casa oggi? No. Dobbiamo parlare. Non oggi.

Sceglierò io il posto. Giulia, cosa c’è? Mamma, è un errore, forse, ma è un mio errore, non tuo. Riattaccai.

Rover era ai fornelli. Com’era la sua voce? Più bassa del solito. È peggio che a voce alta.

Lo so. Mangiammo in silenzio. Stasera andrà da Conti, disse. Per salvare l’affare.

Oggi Conti verrà a sapere che metà dell’infrastruttura di Casa Benedetti se ne va, e comincerà a rivedere le condizioni. Lucana deve riuscire a parlargli prima. Non ce la farà. Non ce la farà, concordai.

Alle tre del pomeriggio squillò un numero sconosciuto. Era il signor Conti. Voleva capire cosa fosse successo. È successo quello che ha sentito a cena e quello che ha letto nei miei documenti.

Non è successo nient’altro. Non capisco queste misure così drastiche. Sono drastiche nella misura in cui mia madre ieri mi ha definita inutile davanti a lei e ai suoi parenti. Lucana era emotiva.

Lucana non è mai emotiva, è calcolatrice. Quello di ieri era calcolato. Conti rimase in silenzio, riflettendo. Quali sono le sue intenzioni?

Non ho intenzioni nei suoi confronti e di suo figlio. Me ne vado, mi porto via ciò che mi appartiene. Laurent Dumont se ne va con me. È una sua scelta.

L’ho già chiesto a lui, ha confermato. Allora conoscete la risposta. Giulia, disse Conti, voglio che capiate: non sto dalla parte di vostra madre, sto dalla parte dei miei affari. Capisco.

Se aveste bisogno di un distributore per Sovaggio Autentico, potremmo parlarne a parte. Mi quasi scappò una risata, non per sfrontatezza, ma per la rapidità con cui cambiava argomento. Grazie, dissi. Credo che abbiamo già dei piani, ma lo riferirò ad Aldo Rovere.

Alle cinque chiamò zia Franca. Ci vedemmo la mattina dopo al bar Palio, nel cortile, prima della sua partenza per Grosseto. Non le raccontai tutto, solo quello che ritenevo necessario. Al momento di salutarci mi disse che sapeva già da Natale che stavo facendo qualcosa, che il mio sguardo era cambiato.

Le chiesi perché non mi avesse scritto. Disse che aspettava che fossi io a scriverle. Ci abbracciamo vicino al taxi. Giovedì alle tre ero al caffè Nannini, in via Banche di Sopra, a due passi dall’ufficio di Basile.

Scelsi quel posto perché è aperto e affollato, e mia madre non può né urlare né piangere quando non controlla la scena. Arrivò puntuale, con il cappotto grigio e le stesse perle. Non mi baciò, non si tolse il cappotto. Cosa prendi?

Niente. Prendi un caffè, è più comodo. Ordinò un espresso. Aveva le occhiaie più scure, era smunta.

Aveva dormito male due notti di fila. Ti ascolto, dissi. Sei stata tu a invitarmi. Sì, e voglio che tu dica tutto quello che sei venuta a dire, poi parlerò io.

Così è più veloce. Le portarono l’espresso, ma non lo toccò. Mercoledì Basile ha inviato un aggiornamento sulla lista dei contraenti. Non sono d’accordo.

Con cosa? Con Jean-Paul Morel. Lavorava con Casa Benedetti già ai tempi di tuo padre. Ha lavorato con mio padre fino al 2010, poi se n’è andato perché avete litigato sul prezzo.

L’ho richiamato io nel 2023, ho la corrispondenza dalla prima lettera. Avrebbe potuto restare con noi. Avrebbe potuto, ma non vuole. Enzo, poi.

Non ha il diritto di andarsene nel bel mezzo della vendemmia. Ce l’ha, non ha un contratto a tempo determinato. Basile ti ha già risposto. È sleale.

Lucana, dissi. Per la prima volta in vita mia la chiamai per nome, e l’angolo della sua bocca ebbe un sussulto. Non parliamo di onestà, sappiamo entrambe a che livello si trova questa conversazione. Mi guardò a lungo, poi, cosa che mi sorprese, si tolse il cappotto e lo appese allo schienale.

Sotto c’era un maglione di cashmere grigio scuro e le stesse perle. Si stava preparando alla conversazione. Va bene, disse. Ti ho ferita lunedì.

Sono d’accordo che la formulazione fosse brusca. Non era brusca, era precisa. Non addolcirla adesso. Giulia, sono tua madre.

Questo non è un argomento tra adulti. Era un argomento quando avevo quattordici anni. Ora ne ho ventitré. È semplicemente un dato di fatto.

Cosa vuoi da me? Dillo chiaramente. Niente. Non funziona così.

Funziona. Non voglio soldi, quote, scuse, spiegazioni. Ti ho invitata qui perché Basile dice che dobbiamo verificare un punto dal notaio. L’accesso al vecchio archivio di mio padre.

Lettere, contabilità degli anni Novanta. Voglio una copia di tutto ciò che riguarda l’acquisto di Casa Benedetti da Spinelli, e una copia del contratto con Rovere sul terreno comune del novantasette. A cosa ti serve? È mio.

Ne ho diritto per legge. Hai intenzione di andare in tribunale? No. Ho intenzione di avere una copia dell’archivio di mio padre.

Sono due cose diverse. È un ricatto. Non è un ricatto, Lucana. Se avessi voluto fare causa, l’avrei fatta.

Basile ha calcolato la tua quota nella Casa Benedetti, tenendo conto della provenienza dei fondi. C’è di che parlare. Io non lo farò. Ma l’archivio me lo prendo.

Mi guardò con un’espressione molto fugace, non paura, ma riconoscimento. È così che guardano le persone quando capiscono di aver sottovalutato l’interlocutore. Va bene, disse. Ti darò una copia tramite Basile entro due settimane.

Grazie. Al tavolo accanto due turisti discutevano ad alta voce in inglese. Lucana non girò nemmeno la testa. Giulia, disse, voglio che tu sappia una cosa.

Non l’ho fatto perché non ti amavo. Bevi un sorso del mio espresso ormai freddo e decisi che rispondere non era per lei, ma per me stessa. Lucana, non so se mi amavi o no, e ormai non mi riguarda più. Forse mi amavi a modo tuo.

Hai la tua versione dell’amore, la conosco fin dall’infanzia. Forse no. Non mi metterò a capirlo. Sarebbe una perdita di tempo.

Anche in questo assomigli a mio padre. Lo so. Anche lui sapeva andarsene così da una conversazione. Solo che lui se ne andava in modo più delicato.

Lo so. Finì l’espresso, tirò fuori il portafoglio. Pago io, dissi. Ti ho invitata io.

Pago il mio caffè. Va bene. Mise due monete da un euro sul tavolo, si mise il cappotto. Quando vai ufficialmente da Rovere?

Lunedì. Sovaggio Autentico. Bel nome. Grazie.

Non è un complimento, è solo una constatazione. Lo so. Rimase in piedi vicino al tavolo, pensai che avrebbe detto ancora qualcosa, una mossa finale. Non disse nulla, annuì brevemente, come si fa con un partner d’affari alla fine di un incontro, e si diresse verso l’uscita.

Si fermò sulla porta. Chiara non ha colpa di nulla. Lo so. Ti scriverà.

Forse non respingerla. Era la cosa più strana che avesse detto in tutta la conversazione, e forse la più sincera. Non la taglierò fuori, dissi, ma non mi trascinerò dietro. Chiara è grande, deciderà da sola da che parte stare.

Non la aiuterò a scegliere. Lucana ci pensò su, annuì e uscì. Rimasi al tavolino e finii il suo espresso, era rimasto quasi pieno. Pagai entrambi e uscii in via Banche di Sopra.

Era una giornata limpida, dorata, come quelle che si hanno a Siena alla fine di settembre. Invece di tornare a casa, svoltai verso il Campo. Mi sedetti sui mattoni caldi, appoggiando la schiena al muro, come fanno i turisti e la gente del posto, con uguale piacere. Scrissi a Rovere: Ho finito.

Rispose: Alle cinque da me. Enzo porta il contratto per la seconda partita. Non fare tardi. Rimasi seduta al Campo una ventina di minuti.

Non pensavo a mia madre, né a Chiara, né a Rovere. Pensavo a Laurent a Lione, che probabilmente stava già pranzando, e alla danese ad Aarhus, dove c’erano quattro ore in meno, e al fatto che lunedì mattina avrei avuto il primo incontro già come socia. Pensavo alle piccole cose. Le piccole cose reggevano meglio.

Verso le quattro e mezza mi alzai e andai alla macchina. Arrivai a Sovaggio in venticinque minuti. Rovere era già lì, Enzo arrivò poco dopo. Ci sedemmo in cucina, stendemmo i fogli, lavoro, calcoli, grafici, firme.

Lavorai con calma, senza ricordare nulla, senza tornare con la mente alla conversazione. Lucana non mi passò per la testa per le tre ore successive, e lo notai senza stupirmi. Alle otto finimmo, Enzo se ne andò. Rimasi a cena da Rovere.

Arrostiva dell’agnello al rosmarino, mangiammo in veranda perché la serata era mite. Mi versò un po’ del suo rosso, un esperimento con un vecchio vitigno, irregolare ma interessante. E Chiara? mi chiese.

Forse ci vedremo tra un mese, forse tra un anno. Ti dispiace per lei? Mi dispiace, ma non molto. Ha diciotto anni, non è una bambola come sua madre è abituata a vederla.

Se la caverà. Magari no. Magari no, concordai. Allora è la sua vita.

Alle nove e mezza mi preparai per tornare a casa. All’auto, Rovere mi fermò per la prima volta con un gesto insicuro, come una persona che non è abituata a quel gesto. Giulia. Sì.

La lettera di tuo padre. L’hai letta? L’ho letta due volte. Non lo farò più.

Perché? Perché una volta basta. So cosa c’è scritto. Tornarci sopra significa aspettarmi ancora qualcosa da lui, e io non mi aspetto più nulla.

Mi guardò, non disse nulla, annuì. Arrivai a Siena in venti minuti. Nel cortile di casa mia, la luce della vicina era accesa. Nell’ingresso, sul pavimento, c’era una busta infilata sotto la porta.

Carta economica, bianca, con una scrittura semplice, senza appellativo: Giulia, non sono arrabbiata con te. È solo che per ora non so cosa farmene. Chiara. Posai la busta sul tavolo della cucina e rimasi alla finestra.

Il cortile profumava di pietra raffreddata e un po’ di gelsomino, come due sere fa in via dei Rosari, quando tornavo da casa di mia madre e mi tremavano le mani. Adesso le mani non mi tremano più.