La vicina del quarto piano continuò a raccontare per mesi, in fila alle poste, di come quella mattina di marzo mi avesse vista sul pianerottolo, borsa in mano e occhi asciutti. A suo dire, aveva capito subito che in quella famiglia nulla sarebbe stato più come prima. Ma non riuscì mai a spiegare cosa fosse successo, perché io non avevo pronunciato una parola e le ero passata accanto come se intorno a me ci fosse un corridoio vuoto. Tutto non era iniziato sul pianerottolo, ma un normale venerdì, mentre ritiravo dal laboratorio di restauro un antico secretaire in noce.

Il lavoro era interessante ma non urgente, e stavo per andare a prendere mio marito dopo il suo turno, quando il telefono vibrò con il segnale di un SMS della banca. Un addebito sulla carta per una somma grossa, causale: ricarica di un conto automobilistico. Io non avevo mai aperto un conto del genere, e l’importo superava il costo della vacanza che io e mio marito sognavamo ad alta voce da settimane. Mi chiamo Agnese, lavoro con una casa d’aste e collezionisti privati da più di dieci anni.
La prima cosa che insegna questa professione è di non fidarsi mai della prima impressione, né di un oggetto, né di una persona, né di un documento. Tutto può sembrare autentico a occhio nudo e rivelarsi un falso a un’analisi attenta, oppure sembrare dubbio e rivelarsi autentico. Questa abitudine di verificare, anziché credere sulla parola, una volta salvò un mio cliente da un milione di euro su un cofanetto falso. E fu la stessa abitudine, qualche ora dopo, a salvare la mia famiglia da un guaio ben più serio.
Solo che allora non lo sapevo ancora. Con mio marito Riccardo vivevamo insieme da abbastanza tempo da conoscere a memoria tutte le sue intonazioni. Era un uomo mite, un po’ indeciso, di quelli che è facile spingere in qualsiasi direzione, se lo si fa con abbastanza insistenza e dolcezza. E la persona che lo aveva spinto per tutta la vita era sua madre, Eleonora.
La signora Eleonora aveva labbra sottili, sempre perfettamente truccate, che stringeva in una linea tesa ogni volta che stava per dire una cattiveria mascherata da premura. Viveva da sola, era rimasta vedova presto, e da allora il sogno irrealizzato di una casa al mare era diventato il metro tacito dell’ingiustizia della sua vita. Si considerava una persona a cui il destino aveva negato una ricompensa meritata, ed era convinta di avere il diritto di riceverla un giorno, non importa con gli sforzi di chi. Due settimane prima di quella mattina di marzo eravamo andati da lei per il suo compleanno.
Salendo le scale con una torta in mano, mi ero imbattuta in un uomo di mezza età che usciva con un cappotto elegante e una cartellina sotto braccio. Eleonora, accogliendoci sulla soglia, con troppa fretta ci aveva detto che si trattava di un agente immobiliare che l’aiutava a cercare opzioni al mare per il futuro, solo per il futuro. Quella sera chiesi a Riccardo se conoscesse quell’uomo. Alzò le spalle, disse che sua madre ne parlava spesso ultimamente, lo chiamava Sandro.
Aggiunse che c’era qualcosa in quel Sandro che non lo convinceva, che era fin troppo affabile. Io mi ero rallegrata che mio marito, almeno per un secondo, avesse guardato la situazione con i miei occhi. Ma già il giorno dopo la stava di nuovo chiamando tre volte al giorno con lo stesso tono premuroso di sempre. Il SUV bianco era entrato nella nostra vita tre anni prima, un regalo di mio padre per il nostro anniversario, comprato a mio nome.
Per me era uno strumento di lavoro, ci giravo per ville abbandonate e case di campagna in cerca di pezzi d’antiquariato. Riccardo invidiava un po’ quell’auto, anche se non lo aveva mai detto ad alta voce. Eleonora non l’aveva mai amata, la chiamava ora carro armato, ora baraccone assetato, ripetendo che una macchina del genere era inutile per una donna, specialmente ora che, secondo la sua espressione, stavo a casa. Anche se a casa non ci stavo un giorno.
Richiamai la banca davanti all’ingresso del laboratorio, sotto la tettoia, mentre l’acqua di disgelo mi gocciolava dal tetto sulla spalla. L’operatrice, dopo una breve pausa, mi comunicò che il bonifico proveniva effettivamente dal mio conto. Era stato effettuato tramite una procura a nome di Riccardo, ed era destinato al saldo di un contratto di compravendita di un veicolo immatricolato a mio nome. Chiesi di ripetere tre volte.
La mia auto era stata venduta, i soldi erano finiti chissà dove, e la procura per disporne era stata redatta a mia insaputa. Qualche anno fa un collezionista si era rivolto a me con una lettera presumibilmente antica, firmata da un famoso pittore, e il venditore giurava che la firma fosse autentica. Fu allora che mi dedicai seriamente a studiare come si comporta la pressione della mano quando si falsifica la calligrafia altrui. Mi comprai una lampada a raggi ultravioletti con ingrandimento, e da allora la tengo a casa nel cassetto superiore della scrivania.
Un’abitudine che Riccardo considerava una mia piccola stramberia professionale. L’operatrice della banca mi lesse il numero e la data della procura, e io, in piedi sotto la tettoia bagnata, provai non il panico, ma una fredda concentrazione professionale. La firma su quel documento non l’avevo mai apposta io da nessuna parte. Qualcuno aveva falsificato la mia calligrafia, e quel qualcuno, a quanto pare, era una persona che mi conosceva abbastanza da vicino.
Andai direttamente in filiale. L’impiegata, sentendo il mio cognome, visualizzò sullo schermo la scansione del documento. Guardando la pallida fotocopia con la firma in fondo, provai rabbia. La firma assomigliava alla mia esattamente quanto un falso assomiglia all’originale agli occhi di una persona che non ha mai studiato come distinguere l’uno dall’altro.
Cioè abbastanza simile da ingannare un impiegato distratto in una giornata intensa, e del tutto diversa per chi per anni ha esaminato firme altrui sotto una lampada. L’impiegata mi chiese se andasse tutto bene. Risposi con calma che il documento era falso, che la firma non era mia, e che mi serviva una copia ufficiale per sporgere denuncia. Mi stampò la copia, e accompagnandomi all’uscita notò a mezza voce che non era il primo caso del genere in quel trimestre.
Arrivai a casa verso mezzogiorno. Riccardo quel giorno lavorava nel secondo turno, quindi avevo qualche ora per capire cosa stesse succedendo senza le sue giustificazioni. Tirai fuori la lampada e la copia della procura, e stesi il foglio sul tavolo sotto una luce intensa. Esaminando la pressione della penna, vidi le microscopiche pause sulle curve complesse, lì dove io scrivo sempre in modo rapido e sicuro.
Chi aveva disegnato la firma da capo si era fermato, meditando ogni tratto. Oltre alla firma, mi insospettì un altro dettaglio. Il timbro del notaio sul documento era apposto con un’angolazione insolita, come se fosse stato impresso di fretta. E il nome del notaio, Leone Ferretti, non l’avevo mai sentito prima, anche se conoscevo di vista buona parte dei notai praticanti in città.
Mentre esaminavo il documento, squillò il telefono. Era maestro Alberto, il restauratore da cui avevo imparato a intendermi di carta e inchiostri, e con cui mi consultavo ancora per le perizie più complesse. Sentendo nella mia voce una secchezza insolita, mi chiese cosa fosse successo. Gli raccontai della procura e dell’auto.
Mi ascoltò in silenzio, poi pronunciò una frase che ricorderò per tutta la vita. Falsificare una firma non è il crimine peggiore del mondo. Peggio è che l’uomo che ha deciso di farlo contro sua moglie era convinto che l’avrebbe passata liscia. E questo significa o che è estremamente stupido, o che qualcuno lo ha convinto con molta insistenza che il rischio valeva la pena.
Mi propose di mettermi in contatto con un suo conoscente, un perito calligrafico indipendente che in passato aveva lavorato per la Procura, e che sapeva redigere perizie che superavano i controlli in tribunale. Prima di chiamare chiunque altro, aprii il registro della camera notarile e inserii nella ricerca il cognome Ferretti. Il sistema restituì una breve voce senza foto, con un indirizzo in una zona di periferia che, secondo le mappe, corrispondeva a un edificio dove al piano terra non c’era affatto uno studio notarile, ma un ufficio di ricezione corrispondenza per società fittizie. Un dettaglio che per un estraneo non avrebbe significato nulla, ma per me suonava eloquente come un falso punzone su un oggetto d’argento.
Chiamai subito il perito calligrafico. Si presentò come dottor Moretti, una voce calma, abituata ad andare al sodo. Mi chiese se avessi accesso all’originale della procura o almeno a una scansione di buona qualità, e accettò di ricevermi la mattina seguente alle otto e mezza. Una perizia completa gli richiedeva non più di due o tre giorni.
Un altro dettaglio mi tornò in mente proprio in quei minuti. Circa una settimana prima, passando da noi senza preavviso, Eleonora stava bisbigliando qualcosa con troppa animazione con Riccardo in cucina. Quando entrai, si zittirono di colpo, e mia suocera si mise subito a lodare una nuova teiera. Allora attribuii quella goffaggine a un segreto, tipo un regalo per il mio compleanno.
Ma ora, ricordando il frammento di frase “Sandro dice che bisogna decidere in fretta”, capii che tutto quel piano era stato discusso nella mia cucina, alle mie spalle. Il giorno dopo, puntuale alle otto e mezza, ero seduta nel piccolo ufficio del dottor Moretti. Lo osservavo mentre disponeva sotto una potente lampada l’originale della procura accanto a campioni della mia firma autentica. Lavorò in silenzio per circa venti minuti, poi pronunciò la sua conclusione con più sicurezza e rapidità di quanto mi aspettassi.
La firma era stata eseguita da un’altra persona che aveva copiato il disegno esteriore da un modello, come dimostrava la caratteristica interruzione della pressione sulle curve delle lettere A e G, assente nelle mie firme autentiche, dove le stesse lettere erano eseguite con un unico movimento fluido. Redasse immediatamente una perizia scritta, con allegate fotografie ingrandite, la firmò con il proprio timbro e me la porse. Dall’ufficio del perito andai direttamente alla stazione di polizia. La gente di turno all’inizio cercò di mandarmi a risolvere la questione in famiglia, ma vedendo la perizia e la stampa dal registro con l’indirizzo fittizio, chiamò l’ispettore.
L’ispettore, un uomo corpulento con occhi stanchi ma attenti, dopo aver sfogliato i miei documenti, si fermò sul cognome del notaio. Disse che quel cognome gli era già noto. Un mese prima avevano ricevuto una denuncia simile da un’altra donna, anche lei privata della sua auto tramite una procura autenticata presumibilmente dallo stesso notaio. Con quel nome, nessun notaio risultava iscritto nel registro.
Il cognome esisteva solo sul timbro, non nella realtà. L’ispettore mi chiese se Eleonora avesse menzionato il nome del suo agente immobiliare. Sentendo parlare di Sandro, fece un breve sogghigno e osservò che nomi simili, senza cognome, nella sua esperienza, di solito appartengono a persone che lavorano tramite intermediari, proprio per far sì che in caso di problemi le tracce si interrompano al primo anello della catena. E se una persona ha anche un proprio notaio falso per sbrigare le pratiche, significa che lo schema è ben rodato, pensato non per una sola famiglia, ma per un flusso costante di clienti creduloni.
Sporgemmo la denuncia quello stesso giorno, allegando la perizia dell’esperto e la stampa dal registro. L’ispettore notò di sfuggita che anche l’autosalone che aveva acquistato la mia auto si sarebbe probabilmente trovato nella posizione di parte lesa, se la transazione era stata effettuata con una procura falsa, e che a tali aziende di solito non piace affatto scoprire che la merce acquistata è stata ottenuta illegalmente. Già la sera dello stesso giorno, il telefono di Riccardo, dimenticato in fretta in carica nel mio ingresso, si animò con una chiamata da un numero sconosciuto. Risposi.
Una voce maschile, senza presentarsi adeguatamente, chiese di un certo Antonio, sbagliando nome per la fretta, poi borbottò qualcosa sull’auto e sui soldi e riattaccò. Ma io avevo già fatto in tempo a distinguere in sottofondo il caratteristico rumore di un autosalone. L’acquirente della mia auto aveva già sospettato qualcosa e aveva iniziato a fare verifiche. Il giorno seguente, l’ispettore mi chiamò di persona.
L’autosalone si era rivolto alla polizia con una propria denuncia. Non appena aveva saputo dalla banca del blocco della transazione per sospetta frode, i manager, spaventati che l’auto finisse nella lista dei beni ricercati come provento di reato, avevano chiesto a Riccardo di restituire immediatamente l’intera somma pagata, minacciando, in caso contrario, di denunciarlo personalmente per truffa. Riccardo mi chiamò quella sera per la prima volta in due giorni senza sua madre accanto. La sua voce suonava come non l’avevo mai sentita, con la vera paura di chi si rende conto improvvisamente di essersi cacciato in un guaio molto più serio di quanto pensasse.
Mi raccontò che i soldi per l’auto erano stati da tempo consegnati a Sandro come primo acconto per la casa, che lui stesso questo Sandro non l’aveva quasi mai visto, lo conosceva solo per telefono e dai racconti di sua madre. Gli chiesi se avesse chiamato Sandro per chiedere indietro almeno una parte della somma. Disse che Sandro gli aveva risposto che i soldi erano già stati versati al venditore, che non era possibile restituirli. Gli chiesi se avesse visto almeno un documento relativo alla casa.
La lunga pausa dall’altra parte della linea fu eloquente di qualsiasi risposta. Mamma dice che i documenti saranno pronti tra due giorni, quando verrà effettuato l’ultimo pagamento, disse finalmente. Dopo la polizia passai dal laboratorio e vi trovai maestro Alberto. Saputo che la denuncia era già stata presentata, mi versò un tè forte nella sua tazza sbeccata e mi raccontò una storia della sua giovinezza.
All’inizio della sua carriera, un collezionista gli aveva portato in perizia un quadro acquistato da un intermediario affascinante e ben vestito. Il giovane maestro Alberto di allora, cedendo al fascino del venditore, si era affrettato a dare un parere positivo. Sei mesi dopo scoprì che il quadro era un falso, e l’intermediario era sparito con i soldi del compratore credulone. Da allora ho preso una regola, disse guardando fuori dalla finestra.
Prima la carta, poi la persona, e non il contrario. Tuo marito, a quanto pare, questa regola non l’ha mai imparata, e sua madre non aveva intenzione di impararla. Verso sera mi chiamò un rappresentante dell’autosalone. Con voce cortese ma ferma mi comunicò che, poiché il veicolo era registrato a mio nome e la transazione era stata effettuata con documenti riconosciuti come falsi, l’azienda stava valutando la possibilità di intentare una causa non solo contro il venditore, ma anche di chiedere spiegazioni a me in qualità di proprietaria.
Risposi con la stessa calma con cui rispondo a qualsiasi tentativo di scaricare la responsabilità altrui su una parte innocente. La denuncia è già stata presentata da me, la perizia che attesta la falsificazione è allegata, e qualsiasi pretesa sarebbe più logico rivolta alla persona che ha effettivamente firmato il documento con un nome altrui. Non discusse, ma il breve gelo nel suo tono di congedo mi fece capire che il mio nome sarebbe comparso in questa storia più a lungo di quanto avrei voluto. Riattaccando, sentii le lacrime salirmi agli occhi.
Non per autocommiserazione, ma al pensiero che l’avidità e la superficialità altrui stavano trascinando il mio nome nel fango. Mi concessi qualche minuto di quella debolezza rabbiosa, seduta in cucina al buio, prima di sciacquarmi il viso con acqua fredda e tornare alle mie faccende. Quella stessa notte ricevetti da Eleonora un messaggio breve, quasi isterico. Agnese, Sandro non risponde al telefono da due giorni, e tutti i soldi sono andati a lui.
Dimmi cosa devo fare. La richiamai. Eleonora, sentendo la mia voce, scoppiò a piangere quasi subito. Tra i singhiozzi confessò che, oltre ai soldi della vendita dell’auto, aveva trasferito a Sandro anche i suoi risparmi personali.
Le chiesi quanti soldi avesse dato e se avesse almeno una ricevuta. Il lungo silenzio fu eloquente di qualsiasi cifra. Ma aveva promesso che tutto sarebbe stato sistemato non appena fosse stato effettuato l’ultimo pagamento, sussurrò. Al mattino chiamai una mia conoscente, perito immobiliare, e le chiesi di controllare tramite le mappe catastali il terreno che Sandro aveva descritto a mia suocera.
La risposta arrivò in mezz’ora. Il terreno con il numero indicato esisteva, ma era intestato a una famiglia completamente diversa che lo aveva acquistato legalmente tre anni prima. A giudicare dalle immagini satellitari, lì sorgeva da tempo una casa abitata con un giardino curato. Con queste informazioni andai dall’ispettore.
Misi le stampe sul tavolo davanti a lui. Il suo agente immobiliare vende proprietà altrui che non ha mai visto. L’ispettore scorse i documenti e improvvisamente sorrise. La mia scoperta si incastrava perfettamente con il materiale già raccolto sul caso di quella donna che si era rivolta a loro un mese prima.
A lei il truffatore aveva descritto un terreno nello stesso complesso, ma con un numero diverso. Entrambi i numeri appartenevano a proprietari reali e ignari, i cui dati Sandro prendeva da annunci online di immobili simili. Una sola denuncia per falso in atto pubblico è poco per una condanna seria, osservò l’ispettore mettendo i fogli in un fascicolo. Ma uno schema con immobili inesistenti che coinvolge più vittime è tutta un’altra accusa.
Un’ora dopo fu Eleonora stessa a chiamare. Nella sua voce non c’era più la spavalderia di prima, ma un panico sordo e soffocato. La banca dice che il bonifico è stato fatto a una persona fisica, senza alcun riferimento immobiliare. Io ho dato i soldi per la casa.
Le risposi con calma che legalmente aveva semplicemente consegnato i suoi soldi a un quasi sconosciuto, senza un solo documento che attestasse lo scopo di quel trasferimento, e le proposi di incontrarci, perché avevo bisogno di dettagli per le indagini. Mezz’ora dopo eravamo sedute una di fronte all’altra in un piccolo bar vicino a casa sua. Lei, pallida, tormentava un tovagliolo di carta tra le mani. La storia si rivelò più lunga e triste di quanto avessi immaginato.
Circa sei mesi prima, Eleonora aveva iniziato a frequentare un circolo ricreativo vicino al suo quartiere, un posto apparentemente innocuo dove le persone anziane andavano a giocare a carte e a tombola. Lì aveva notato subito un uomo affabile, generoso di complimenti, che le offriva il caffè, si interessava alla sua vita e, venuto a sapere del sogno di una casa al mare, aveva iniziato poco a poco a preparare il terreno per la futura truffa. Nel frattempo le chiedeva in prestito piccole somme fino alla pensione, restituendole puntualmente, così che al momento dell’offerta principale la fiducia fosse costruita in modo impeccabile. Era l’unico che mi ascoltava, disse a bassa voce guardando la tazza di caffè freddo.
Dopo la morte del padre di Riccardo, per vent’anni non ho parlato veramente con nessuno. Fu allora che mi ricordai dello scontrino stropicciato nella sua borsa, che avevo fotografato una settimana prima. Tirai fuori il telefono e le mostrai la foto. Eleonora trasalì e confermò a bassa voce che era lo scontrino proprio di quel circolo.
Fotografai l’insegna del circolo e annotai i giorni e gli orari approssimativi delle sue visite. Passai queste informazioni all’ispettore quello stesso giorno. Quella sera ricevetti una chiamata da un numero sconosciuto. Una voce maschile cortese, presentandosi come un amico di Sandro, mi consigliò di non complicare la vita a tutti e di non portare avanti la storia, lasciando intendere che alcune persone hanno le mani lunghe e la pazienza corta.
Non mi spaventai. Registrai la chiamata, richiamai l’ispettore e gli dettai il numero. Poi continuai tranquillamente a occuparmi delle mie cose. La svolta arrivò più rapidamente di quanto ci si potesse aspettare.
Due giorni dopo l’ispettore mi chiamò di persona. Gli agenti, dopo aver identificato l’uomo tramite le registrazioni delle telecamere del circolo, lo avevano arrestato mentre tentava di prelevare una grossa somma in contanti in una banca dall’altra parte della città. Quel famoso Sandro, il cui vero nome era Stanislao, era dedito a truffe simili da diversi anni, agendo con diverse identità. Sui suoi conti erano stati trovati bonifici da parte di diverse persone anziane, nessuna delle quali aveva mai ricevuto una casa o un terreno reale.
In commissariato, mentre aspettavo la copia del verbale con la mia deposizione, mi si sedette accanto una donna di una decina d’anni più grande di me, la stessa il cui caso l’ispettore aveva menzionato. Scoprendo che anch’io ero stata vittima di Sandro, mi propose in modo breve e pragmatico di unire le forze. Aveva conservato diversi messaggi del truffatore con promesse di scadenze e somme precise, e l’avvocato a cui si era già rivolta stava preparando un’azione legale collettiva da parte di più vittime. Le lasciai i miei contatti.
Eleonora, saputo dell’arresto, si precipitò a casa mia quella sera stessa senza preavviso. Sulla soglia, per la prima volta in tutti gli anni della nostra conoscenza, mi parlò non con superiorità, ma quasi supplicandomi. Agnese, aiutami, diceva stropicciando l’orlo del cappotto. Aiutami a recuperare almeno qualcosa tramite il tribunale.
Non l’ho fatto per cattiveria, gli credevo davvero. La ascoltai con calma, senza compiacimento, ma anche senza la minima intenzione di assumere il ruolo di salvatrice. Ho una lista di avvocati che aiutano le persone anziane in casi come questo, risposi. Ma il mio sostegno personale lo hai esaurito nel momento in cui hai deciso di far falsificare la mia firma da tuo figlio per una casa che esisteva solo nell’immaginazione di qualcun altro.
Voleva protestare, ma vedendo la mia espressione si limitò ad annuire, prese la lista di numeri su un foglietto e se ne andò senza voltarsi. La conversazione con Riccardo fu ancora più breve di quanto mi aspettassi. Venne qualche giorno dopo l’arresto di Sandro, già convocato dall’ispettore per chiarimenti sulla falsificazione della procura. Sulla porta, volutamente, non lo invitai ad entrare.
Agnese, ma ora si vede che siamo tutti vittime dello stesso truffatore, disse cercando di incrociare il mio sguardo. Forse è ora di finirla con questa guerra fredda. Torniamo a una vita normale. Lo guardai senza rabbia, piuttosto con la stessa curiosità distaccata con cui esamino sotto la lente un oggetto già dichiarato falso.
La vittima qui sono io, Riccardo, risposi. E tu? Tu sei la persona che ha falsificato un documento per consegnare la proprietà altrui a una truffa, solo che la truffa non era quella su cui contavi. Cercò di protestare, si allungò persino per prendermi la mano, ma io feci un passo indietro oltre la soglia e dissi solo una cosa.
Chiedo il divorzio. La divisione dei beni avverrà tramite un avvocato, non con suppliche sul pianerottolo. E i piani costruiti sulla firma di un altro non sono considerati piani. Questo non è negoziabile.
Continuò a dire qualcosa alle mie spalle mentre chiudevo la porta, ma non stavo più ascoltando. Fui convocata come testimone all’udienza preliminare del caso di Stanislao un mese dopo l’arresto. Seduta in aula tra diverse altre vittime, vidi per la prima volta l’uomo a causa del quale la mia famiglia si era sgretolata. Vestito con cura, con un viso stanco e anonimo, non assomigliava per niente al personaggio affabile descritto nei racconti di Eleonora e Riccardo.
Ascoltando le sue risposte sommesse su somme e date, capii con chiarezza che la cosa più offensiva in storie come questa non è la raffinatezza dell’inganno, ma la grigia, banale semplicità con cui un truffatore esperto trasforma la solitudine altrui in una fonte di reddito. L’udienza fu rinviata per raccogliere ulteriori testimonianze, ma l’avvocato della donna conosciuta in commissariato era già riuscito a far riunire diversi episodi in un unico procedimento. Secondo le previsioni preliminari, il caso si avviava verso una condanna reale. Uscendo dal tribunale, decisi fermamente che non sarei diventata una persona che controlla i documenti di ogni nuovo conoscente.
L’esperienza di questa storia mi ha insegnato non a sospettare di tutti, ma semplicemente a non rimandare le verifiche a dopo, lì dove il prezzo di un errore è alto. A mio padre raccontai tutto solo quando gli eventi principali si erano già placati. Lui propose subito di prendere le ferie e venire per sistemare le cose, per parlare da uomo a uomo con il genero e sua madre. Lo ringraziai e rifiutai.
Dissi che ce l’avevo fatta da sola, che i documenti, la perizia e le denunce avevano già fatto il loro lavoro. Rimase in silenzio al telefono, poi sorrise e disse che a quanto pare aveva cresciuto una figlia più affidabile di qualsiasi SUV. L’auto, tra l’altro, la banca e la polizia me la restituirono ancora prima che l’indagine principale si concludesse. L’autosalone, venuto a sapere dell’arresto dell’organizzatore di tutto lo schema, si affrettò a risolvere la questione del veicolo senza lunghe dispute legali, pur di evitare danni alla propria reputazione.
Riauto il SUV, mi resi conto di non poterlo più guardare senza irritazione. Troppi ricordi spiacevoli si erano depositati su quella carrozzeria bianca in una sola settimana. Un mese dopo vendetti l’auto e con i soldi ricavati mi comprai una city car compatta, non perché avessi paura che la storia si ripetesse, ma perché non volevo più portarmi dietro i fantasmi altrui. Le indagini sul caso di Riccardo si protrassero per mesi.
L’accusa per falso in atto pubblico e truffa fu formalizzata, ma la data del processo fu rinviata più volte a causa del sovraccarico di lavoro dell’ispettore con altri episodi legati allo stesso Stanislao. Nel momento in cui stavo chiudendo definitivamente quel capitolo della mia vita, la sentenza non era ancora stata emessa. Questa incertezza, lo ammetto, a volte mi irritava più del tradimento stesso, perché non volevo vendetta, ma un semplice punto finale. Ma quel punto, a quanto pare, era rimandato a tempo indeterminato, e imparai a vivere con questa incompletezza senza permetterle di avvelenare tutto il resto.
Maestro Alberto, saputo dell’arresto di Stanislao, si limitò a scuotere la testa e osservò che nella sua lunga pratica aveva visto decine di falsi, ma nessuno lo aveva toccato così da vicino come questa storia di una procura falsa nella casa della sua stessa allieva. Sai qual è la differenza tra un quadro falso e una persona falsa? mi chiese versando il tè nel suo laboratorio. Un quadro falso puoi restituirlo ai depositi del museo.
Una persona falsa, invece, devi cancellarla dalla tua vita da sola, e nessuna perizia farà quel lavoro per te. Saputo del mio divorzio definitivo, non fece lunghi discorsi. Mi propose semplicemente di prendere in restauro quello stesso secretaire che il cliente non aveva ancora ritirato, chiedendomi di portare la finitura alla perfezione assoluta, visto che ora probabilmente avevo più tempo. E io, una sera nel laboratorio, china sul piano di lavoro in noce con la lente in mano, mi sorpresi a pensare che per la prima volta dopo tanto tempo stavo facendo qualcosa esclusivamente per il mio piacere.
Eleonora mi inviò una volta un breve messaggio per ringraziarmi della lista di avvocati e per comunicarmi che una parte del denaro sequestrato a Stanislao sarebbe stata distribuita tra le vittime, anche se non avrebbe coperto completamente le sue perdite. Le risposi brevemente e cortesemente. Ma né lei né io proponemmo di incontrarci o di ripristinare i rapporti di prima. La vicina del quarto piano, la stessa che per mesi continuò a raccontare la storia del mio viso calmo e asciutto sul pianerottolo, al nostro incontro successivo mi chiese con cautela se fosse vero che mio marito mi aveva lasciata per una qualche truffa.
Le risposi brevemente che ero stata io a lasciare, non lui, e che i dettagli della storia li avrebbe potuti raccontare la polizia, se era davvero così interessata. Dopodiché la salutai cortesemente e prosegui per la mia strada. Sei mesi dopo entrò nel mio laboratorio un nuovo cliente, una giovane coppia che aveva ereditato dalla nonna una vecchia scrivania con molti cassetti segreti. Mentre ispezionavo il pezzo sotto la lente, cercando tracce di maldestre riparazioni sotto lo strato di vernice originale, la donna mi chiese improvvisamente se non avessi paura a passare le giornate a esaminare i falsi altrui, sapendo che dietro una bella superficie si nasconde quasi sempre qualcosa di diverso da ciò che sembra.
Le risposi onestamente. Sarebbe più spaventoso disimparare a notare la differenza tra l’autentico e il falso proprio lì, dove il prezzo di un errore è più alto, non in una scrivania antica, ma nella propria vita. Terminata l’ispezione, mostrai alla coppia che la scrivania era autentica, interamente, senza una sola sostituzione successiva. E di cose così intere e vere, nonostante tutto, nel mondo ne rimangono ancora molte, se si sa dove guardare.
E per la prima volta dopo tanti mesi, sentii i miei passi diventare veramente leggeri.