Adele Montanari aveva già appoggiato la valigia accanto alla porta quando disse: “Ho scelto Flavia Adele, non posso continuare a essere tuo marito soltanto perché sei malata. ”
Adele rimase seduta al tavolo della cucina, con la piega del gomito ancora arrossata dal prelievo di quella mattina. L’oncologa le aveva parlato di difese immunitarie basse, di nuove sedute di chemioterapia e di un intervento che non sarebbe stato prudente rimandare. Eppure Tancredi le stava davanti come se l’urgenza vera fosse andarsene prima che lei gli chiedesse di restare.

La maniglia telescopica della valigia era già sollevata, la camicia stirata, l’orologio lucidato, le scarpe scure senza un granello di polvere. Quella conversazione non era nata in quell’istante, semplicemente. “Da quanto tempo? ” domandò Adele, con la voce bassa ma ferma.
Tancredi distolse lo sguardo verso le finestre del loro appartamento torinese, dove le luci dei palazzi di fronte cominciavano ad accendersi. “Qualche mese. ”
Adele lo costrinse a sopportare il silenzio. “Quanti mesi?
”
“Qualche mese, forse un po’ di più… ” Si strofinò il pollice contro la fede. “… ma non è iniziata come pensi.
”
Adele conosceva il nome di Flavia Orsini, responsabile marketing nella società immobiliare con cui Tancredi lavorava. Compariva nelle fotografie delle cene aziendali e degli eventi, quasi sempre abbastanza vicina a lui da sembrare una coincidenza studiata. Adele aveva notato quelle immagini e poi si era rimproverata durante mesi di esami. Notava anche i messaggi che lui leggeva di nascosto, le telefonate interrotte quando lei entrava in stanza, le trasferte annullate all’ultimo momento e i telefoni lasciati capovolti sul tavolo.
Aveva pensato che la paura della malattia stesse deformando la sua percezione. Ora capiva che il suo corpo non aveva inventato la distanza, le aveva soltanto offerto una ragione per non affrontarla. “Flavia sa del tumore? ” chiese Adele.
Tancredi aprì la bocca e la richiuse. Si passò una mano tra i capelli. “Sa che da tempo siamo separati, anche se viviamo ancora nella stessa casa. ”
Adele guardò la sedia su cui lui aveva dormito la notte precedente, la tazza che lei gli aveva lavato al mattino, la lista di farmaci che lui aveva promesso di ritirare.
“Ti ho chiesto se sa che sono malata. ”
Tancredi espirò con impazienza. “Sì, lo sa. Ma non cambia quello che stava già succedendo tra noi.
”
Sul lato della valigia pendeva un piccolo nastro di stoffa profumato di fiori. Non era una valigia preparata per un albergo. Qualcuno aveva toccato quegli abiti, sistemato un armadio, preparato uno spazio e lo stava aspettando. Tancredi iniziò a spiegare che nessuno dei due era più felice da tempo, ma Adele smise di ascoltare la geometria perfetta delle sue giustificazioni.
Sfilò la fede dal dito gonfio e la posò sul tavolo. “Allora vai. E stanotte non tornare. ”
La fermezza di lei lo disorientò più di qualsiasi urlo.
Tancredi tirò indietro una sedia senza sedersi. “Non deve finire così. Posso continuare a pagare la polizia sanitaria. Posso perfino aspettare l’intervento prima di depositare il divorzio.
”
L’offerta arrivò con un tono generoso che fece stringere ad Adele il bordo del tavolo. “In cambio di cosa? ”
Lui esitò. “Di buon senso.
Niente guerra, niente azienda, niente famiglia, niente scene. La casa e tutto il resto restano come sono, finché non starai meglio. Flavia non ha bisogno di niente da te. ”
Adele sentì in bocca il sapore metallico che la terapia lasciava per giorni.
“Da questo momento qualsiasi questione economica o legale passerà per iscritto. Non entrare più qui senza avvisare. ”
Tancredi prese le chiavi dal gancio e gli cadde un portachiavi azzurro. Adele lesse il nome inciso prima che lui lo nascondesse nel palmo: Residenze Aurora.
“È di un cliente,” disse lui. Benché lei non avesse fatto alcuna domanda, quella spiegazione non richiesta rimase sospesa tra loro. Tancredi sollevò la valigia e si fermò sulla soglia, come se aspettasse ancora di essere richiamato. Adele tenne entrambe le mani sul tavolo per non far vedere il tremore.
“Domani torno per il resto,” disse lui. “Non senza avvisare. ”
Quando le porte dell’ascensore si chiusero, l’appartamento non diventò silenzioso. Il frigorifero continuava a vibrare.
Un vicino trascinava una sedia. Il telefono di Adele suonò per ricordarle le compresse serali. Lei raccolse la fede dal tavolo, ma non la rimise al dito. La infilò in una tazzina vuota nell’armadio, dietro un pacco di zucchero.
Poi vide le due tazze di caffè preparate per entrambi e le rovesciò nel lavandino. Il movimento fece male al braccio del prelievo. Appoggiò la fronte allo sportello e respirò finché la nausea passò. Non pianse.
Doveva ancora prendere quattro farmaci, misurare la temperatura e annotare ogni sintomo. La sua vita era diventata una sequenza di attività che non accettavano rinvii, anche se l’uomo che aveva promesso di aiutarla se n’era appena andato. Poco prima di mezzanotte Adele si svegliò sul divano tremando di freddo. L’appartamento era caldo, ma lei sentiva il ghiaccio sotto la pelle.
Misurò la temperatura: 38. Aspettò cinque minuti e ripeté la misurazione: il valore salì. La dottoressa Renata Sarti era stata categorica con le difese basse: qualsiasi febbre sopra la soglia andava valutata immediatamente. Adele chiamò Tancredi.
Il telefono squillò fino alla segreteria. Provò di nuovo, ricevette un messaggio automatico: numero temporaneamente non disponibile. Pensò di chiamare un taxi, ma le ginocchia cedettero appena si alzò. Il contatto di Ilaria Gatti era tra i primi della rubrica.
Quando l’amica rispose con la voce impastata dal sonno, Adele disse soltanto: “Ho la febbre, devo andare in clinica. ”
Ilaria chiese: “Dove è Tancredi? ”
Adele fissò lo spazio vuoto accanto alla porta. “Non è più qui.
”
Ci fu una pausa brevissima. “Rimani seduta. Sto uscendo. ”
Ilaria arrivò venti minuti dopo con pantaloni della tuta, scarpe infilate senza calze e una felpa al rovescio.
Non fece domande vedendo la fede assente e l’armadio semiaperto. Avvolse Adele in un cappotto, prese la cartella degli esami e controllò i medicinali prima di accompagnarla in macchina. Lungo corso Vittorio Adele appoggiò la testa al vetro freddo. “Ha scelto un’altra donna.
Stasera. ”
Ilaria strinse il volante. “Da quanto? ”
“Ieri.
Me ne sono andata con la febbre a 38. Lui era già uscito. ”
“Stronzo,” mormorò Ilaria. Adele non replicò.
Sentiva il battito pesante nelle orecchie. La città scorreva fuori dal finestrino, le luci dei negozi e i lampioni si riflettevano sull’asfalto bagnato. Suonò il cellulare. Era Tancredi.
Adele non rispose. L’ennesima chiamata andò in segreteria. Dopo pochi secondi arrivò un messaggio: “Sono a casa di un collega. Se vuoi posso portare i tuoi farmaci domani.
Non fare sciocchezze. ” Adele cancellò il messaggio senza rispondere. In clinica la dottoressa Sarti la accolse già vestita per l’emergenza. Le fece fare esami del sangue, le prescrisse un antibiotico a spettro ampio e un ricovero breve per osservazione.
“Era un’infezione urinaria che poteva salire in fretta con le difese così basse. Non puoi restare da sola per un po’. ”
Adele chiuse gli occhi. “Non sono più sola.
La mia amica è qui. ”
Alla fine della visita Ilaria entrò nella stanza con un bicchiere d’acqua. Le sistemò la camicia da notte sul letto. “Hai la stanza in fondo al corridoio.
Io resto giù nella sala d’attesa. ”
“Cerca di riposare. Io intanto… ” Ilaria esitò.
“Vuoi che chiami qualcuno, i tuoi genitori? ”
“Ti prego, non ancora. Diranno ‘te l’avevo detto’ e non ho la forza. ”
Ilaria annuì.
Si sedette sul bordo del letto e prese la mano di Adele. “Non te l’avevo detto. Non ero d’accordo con il modo in cui ti trattava, ma nessuno si sposa per divorziare. E ora basta, io vado a prepararti un tè caldo.
”
Adele rimase sola per un attimo. Il cellulare squillò di nuovo. Era Tancredi. Lo lasciò squillare finché non andò in segreteria, poi spense il telefono.
Il giorno dopo Adele chiese a Ilaria di accompagnarla a casa sua per prendere alcune cose. Non poteva restare in quella clinica per sempre e l’appartamento dove aveva vissuto con lui era un campo minato di promesse infrante. Quando arrivarono, l’appartamento era pulito. C’era il vuoto lasciato dalla valigia di Tancredi, ma anche la sua felpa ancora sopra una sedia in camera da letto.
Sul tavolo della cucina c’era un biglietto scritto a mano: “Sono tornato in ufficio. Chiamami quando vuoi parlare. Ho parlato con tua madre, sta arrivando. ” Adele stracciò il biglietto a metà.
Una furia fredda le scorreva nelle vene. “Mi avevi promesso che non avrebbe più parlato con i miei,” disse ad Adelle mentre riempiva una borsa con i vestiti. “E invece continua a fare come se io fossi una sua proprietà. ”
Ilaria guardò il volto teso di Adele.
“Allora cambia le serrature. Subito. ”
Adele annuì. Prese il telefono e chiamò un fabbro.
Mentre aspettavano, lei aprì il cassetto della scrivania dove lui teneva le ricevute. Vide una vecchia cartellina marrone con scritto “Immobiliare” e dentro alcune fotocopie di bonifici a favore di una società chiamata Residenze Aurora. Ilarià si avvicinò. “Che cos’è?
”
Adele esaminò le date: risalivano a due anni prima, molto prima che Tancredi dicesse di aver conosciuto Flavia. C’erano almeno sei bonifici da decine di migliaia di euro. “Non lo so. Ma non è solo una storia d’amore.
” Una breve pausa. Ilaria si sedette accanto a lei. Al telefono disse: “Adele, io conosco un avvocato che si occupa di queste cose. Non di famiglia.
Di frodi finanziarie. Sei sicura che Tancredi guadagnasse quanto diceva? ”
Adele non rispose. Era troppo occupata a fotografare i documenti.
Mise la cartellina nella borsa. Quando il fabbro ebbe finito di cambiare la serratura, Adele si sedette sul divano con Ilaria. “Devo trovare un posto mio,” disse. “Non posso più vivere qui.
”
“Ho una stanza libera nel mio appartamento. È piccola, ma è mia. E vicino al lavoro. ”
Adele sorrise per la prima volta da quando Tancredi era uscito dalla porta.
“Stai cercando di dirmi che hai sempre saputo che avrei avuto bisogno di un posto dove scappare? Mi hai sempre consigliato di lasciarlo, vero? ”
Ilaria alzò le spalle. “Eri innamorata.
Non serve altro. Ora basta, non te lo dico più. ” Tirò su con il naso. “Andiamo a prendere le tue cose in bagno, prima che la crema costosa finisca per missnessuna.
”
Qualche giorno dopo Adele si trasferì a casa di Ilaria, in una stanza con una finestra che dava su un cortile interno. Le sue cose erano ammucchiate in scatole di cartone e sacchi dell’immondizia neri. Erano solo oggetti, ma Adele sentiva che, mettendoli nel nuovo armadio, si stava liberando di un peso. Una mattina, mentre Ilaria era al lavoro, il campanello suonò.
Adele guardò dallo spioncino: era Tancredi. Aveva la faccia tesa, i capelli scompigliati come se si fosse passato le mani più volte. “So che sei lì. Ti prego, aprimi.
Non posso più vivere così. ”
Adele non aprì. “Non puoi essere qui. Ho un divieto di avvicinamento.
”
“Non esiste nessun divieto! Io sono ancora tuo marito. Abbiamo una questione di proprietà e di conti bloccati. Ti prego, sono venuto a parlare.
”
Il tono di Tancredi si era fatto duro, quasi minaccioso. Adele mise una mano sul telefono, pronta a chiamare la polizia. “Ho ricevuto la tua lettera dell’avvocato. Avrai ricevuto anche la mia.
”
Lì per lì lui tacque per qualche secondo. “Allora mi metto a sedere qui fuori, finché non esci. ” Sentì il rumore dei suoi passi che si allontanavano e poi lo schianto delle chiavi sul marciapiedi. Trascorsero le due ore.
Tancredi non si spostò. La vide dal buco della serratura, seduto sul gradino di marmo del portone, la testa tra le mani. Poi arrivò una macchina, una signora anziana che viveva al piano di sopra scese dall’auto e lui si alzò di scatto, sorridendo. Parlarono per qualche minuto.
Lei sorrideva, lo guardava con simpatia. Adele sentì una fitta al petto. Quando la signora rientrò in casa, Tancredi prese il telefono e chiamò qualcuno. Dopo un attimo squillò il cellulare di Adele.
Era lui. “Che vuoi? ” rispose. “Vedo che hai ritirato la serratura.
Ti rendi conto che è illegale? Questa casa è tua quanto mia. Ho ancora il diritto di viverci. ”
“Ho fatto in modo che l’avvocato te lo spiegasse.
Per ora hai l’obbligo di mantenere le distanze. Non chiamarmi più su questo numero. ”
“Non può essere una mia responsabilità se hai deciso di andartene di testa, Adele. Ora sto parlando con la signora del piano di sopra.
Se lei mi offre del caffè, magari ti lascio tornare a casa. ”
Adele chiuse la telefonata e scostò la tenda. Tancredi stava guardando il palazzo, con il telefono ancora all’orecchio. Poi fece un passo indietro e sparì dall’angolo del portone.
Lei rimase seduta a lungo, finché non sentì dei passi sulle scale, più pesanti di quelli di Ilaria. Qualcuno bussò due volte. “Adele, sono Renata. Ti porto la tua crema per l’eczema, quella buona, che ti piace tanto.
” Era la signora del piano di sopra. Adele aprì la porta, guardò la donna con aria confusa. “Signora Luciana? ”
“Ho visto che hai un amico là sotto seduto come un cane abbandonato.
Ti prego, cara, non fare l’orgogliosa. Vostro marito è sconvolto, per non parlare di come si sta sistemando i capelli in quel modo strano. Me l’ha chiesto lui di venire a suonare il campanello, dice che ti voleva dare un’altra possibilità. ”
Adele sentì il sangue andarsene dal viso.
“Signora Luciana, io le voglio bene, ma Tancredi e io abbiamo deciso di separarci. ”
“Separarsi? Ma quando mai? Se ci sono voluti cinque anni di matrimonio per averlo, questo, un uomo che chiama tua madre sua madre.
Su, su, non fare la pazza. Ti aspetta giù, sono sicura. Ti ha portato anche dei fiori. ”
Adele socchiuse la porta, ma la signora le si mise di fronte.
“Ascolta, tesoro, io ne ho visti tanti di matrimoni andare a rotoli. Ma tu sai cosa ti dico? Che a volte l’orgoglio è peggio di un tradimento. Un uomo che ti aspetta sotto la pioggia non è un uomo che ti tradisce.
Eh, forse ha sbagliato, ma l’importante è che abbia capito. ”
“Signora Luciana, quelle non sono rose,” disse Adele, indicando i fiori che Tancredi aveva appoggiato sul muretto nel cortile. “Sono crisantemi. Quelli si portano al cimitero.
”
La signora ammiccò. “Be’, forse il linguaggio dell’amore lo ha confuso con quello dei funerali. Dai, non essere cattiva. Però ora ti lascio, devo andare a ritirare la mia pensione.
Vieni giù e abbraccialo, su, ti aspetto. ”
La signora si mise la borsa a tracolla e sparì lungo le scale. Adele richiuse la porta. Le tremavano le mani.
Il cellulare vibrò di nuovo. Era un messaggio di Tancredi: “Sei uno stupido esperimento di guarigione. Mi hai usato per farmi star male e ora scappi? Io non scappo mai, Adele.
Chiamami quando hai smesso di fare l’inutile e avrai bisogno di un vero uomo per guidarti. ”
Adele rilesse il messaggio due volte. Le parole le si confondevano davanti agli occhi. Non era una minaccia, ma la faccia tosta di chi non accettava la fine.
Eppure, in mezzo alla rabbia, sentì una fitta di terrore. Lui non avrebbe mai smesso. E non si trattava di amore, ma della volontà di non perdere il controllo. Quando Ilaria arrivò a casa, trovò Adele seduta per terra in cucina, con il telefono in mano, gli occhi asciutti ma la bocca contratta.
“Adele, che cosa è successo? Ho visto un tizio in fondo al cortile con delle brutte intenzioni, ho quasi chiamato i vigili. ”
“Era lui. Tancredi.
È venuto qui e ha messo in mezzo anche la vicina del piano di sopra. Vuole che torni a casa. Dice che… dice che senza di me non sa stare.
”
Ilaria si inginocchiò di fronte a lei. “Amore, sentimi. Lui ti ha tenuta in un appartamento con i suoi vestiti, mentre stavi male e lui scopava da un’altra parte. Non aspirare a questo.
Tu devi uscire di qui e affogare il tuo dolore nel lavoro, va bene? Chiamalo, dagli appuntamento e chiudi definitivamente. Con un mediatore, fatti mettere per iscritto tutto. L’avvocato lo sa già.
”
Adele ascoltava, ma i pensieri correvano. “Dice che mi aspetterà per sempre. Che non è colpa sua se l’ho costretto a cercare altro. Dice che sono io che l’ho portato a quello.
”
Ilaria sospirò. “No, tesoro. Non è così. Attento, non devi credere a queste stronzate.
Un bugiardo di merda proverà a farti sentire in colpa per quello che ha combinato lui. Ma non ti darà mai la colpa. Io non ti do mai la colpa. ” Le prese il telefono dalle mani e lo spense.
“Per stanotte basta. Tu dormi. Io resto sveglia. Se lui si fa vivo di nuovo, chiamo la polizia e lo faccio cacciare.
”
Adele finalmente si sdraiò sul letto che le aveva preparato l’amica. Fissò il soffitto, ascoltando i rumori del palazzo. Il riscaldamento che si accendeva, un vicino che ricordava al cane di fare silenzio. Era sola con la sua rabbia che ronzava sotto la pelle.
Ma non era più sola in quel senso più profondo, quello che conta quando devi guardare la morte in faccia da sola. Nei giorni successivi Adele seguì il consiglio di Ilaria e dell’avvocata: prese contatti più stretti con l’immobiliare, incaricò una perita di parte e preparò un esposto. La cartellina trovata nella scrivania conteneva solo la punta dell’iceberg. Un controllo incrociato rivelò che Residenze Aurora era una società veicolo, sull’omonima via, con un conto cointestato a un nome di donna, Flavia Orsini, e la firma di suo marito.
I bonifici versati su quel conto erano mascherati come fatture per consulenze di “facility management” mai prestate. Adele non ne fu sorpresa. Quando la febbre le era salita, Tancredi aveva pensato a mettere fuori gioco i loro risparmi con una bella fuga romantica. Ma non aveva calcolato la cartellina che lei avrebbe trovato.
Una sera, Adele si addormentò sul divano di Ilaria guardando un documentario sui panda. Sognò una casa sulla collina, un gruppo di bambini che giocavano in un giardino, ma non vedeva il volto del padre. Poi il sogno cambiò ed era di nuovo primavera, tornava a casa con un mazzo di fiori di campo. Tancredi la aspettava sulla porta con le mani piene di bollette e una borsa da viaggio ai piedi.
Nel sogno lei gli chiese dove andava, e lui rispose con un sorriso stanco che sua madre stava male. Si svegliò con un sussulto, con la camicia sudata. Vide il messaggio che le aveva scritto Ilaria mentre dormiva: “Sei coraggiosa. Non dimenticarlo.
” Adele rimase seduta a lungo a fissare il telefono senza vederlo. Poi prese il telefono, compose il numero di Tancredi e lo salvò tra i contatti con l’etichetta “Ex – avvocato”. Poi lo bloccò. Non avrebbe più permesso a quell’uomo di entrare nella sua testa.
Passarono settimane. Le sedute di chemioterapia ricominciarono con un nuovo protocollo più leggero che le lasciava spazio per lavorare a mezza giornata. Adele si alzava tutte le mattine, beveva il tè, controllava la posta e andava in ufficio. Compilava moduli e rispondeva alle mail, ma soprattutto sorrideva quando gli altri facevano loro domande.
La malattia era diventata parte di lei, ma non era più tutta lei. Dentro di sé si era formata una corazza fatta di procedure, documenti e puntualità, e quella corazza la stava proteggendo. Un pomeriggio ricevette una chiamata dall’avvocata, la dottoressa Celeste Ricci. “Adele, abbiamo una buona notizia.
Il giudice ha disposto il sequestro preventivo dei conti della società immobiliare che faceva capo alla signorina Orsini. Inoltre, il conto corrente cointestato che suo marito ha aperto con lei è stato congelato. Puoi rimettere ordine nella tua vita, se vuoi. ”
Adele era rimasta in silenzio.
Sentiva il cuore battere forte, ma il suono non era più pericoloso. Era un tamburo che segnava il passo. “Grazie, avvocata. Davvero.
” “Non ringraziarmi. Hai avuto il coraggio di non credere alle menzogne. Sono contenta che tu non abbia accettato di venderci la tua dignità. ”
Quella notte Adele dormì in pace.
Non pensò a Tancredi. Non pensò nemmeno alla malattia. Pensò a un domani in cui non avrebbe dovuto chiedere il permesso a nessuno. La settimana dopo, il suo turno in ufficio finì con una riunione di formazione per il nuovo software.
La sua collega e amica Elena la prese da parte. “Allora, sei pronta per il benvenuto? Ti offro un caffè per festeggiare il tuo ritorno al mondo. ”
Adele sorrise.
“Non tornare, non ricominciare. Ma posso offrirti un tè. Il caffè lo prendo solo se mi va. ”
In caffetteria, la conversazione scivolò rapidamente verso il lavoro.
Elena era più giovane, piena di vita, e Adele si sentì stanca ma in qualche modo sollevata. Era un tipo di stanchezza diversa da quella della malattia. Era un riprendersi il proprio tempo. “E così,” disse Elena, mescolando lo zucchero nel suo tè, “ho saputo che l’ex marito e la sua amica hanno un sacco di debiti da pagare.
Hanno cercato anche me, sai? Per una consulenza. Ma io gli ho detto che non mi occupo di attività a rischio di riciclaggio. ”
Adele si bloccò con la tazza a mezz’aria.
“Hanno contattato te? Per una consulenza a riguardo di cosa? ”
“Be’, qualcosa a che fare con delle fatturazioni false. Un vero pasticcio, ti dico, che si sono messi in un brutto affare.
Ma sai che ti dico? Sono felice che tu te la sia cavata. Quello che ti faceva, con la tua salute e tutto il resto, non è giusto. Non è che te lo meriti, starei attenta che qualcuno non te la faccia pagare.
”
“Chi? ” chiese Adele con un filo di voce. “Mah, non lo so, magari si è pentita anche lei di essersi messa con uno che non ha mai posseduto un attico in vita sua. Comunque, non pensarci.
La cosa buona è che a te non toccherà più niente. E ora, parliamo di cose belle. Ho visto un vestito in vetrina che ti starebbe una meraviglia. ”
Adele annuì, ma il sorriso le si era spento.
Non era più spaventata. Non si sentiva nemmeno arrabbiata. Era come se una porta si fosse chiusa alle sue spalle ed era determinata a non girarsi a guardare. Prese un sorso del suo tè e sentì il sapore caldo e dolce, e capi quanto fosse lontana da quel sapore amaro di catrame con cui aveva convissuto per anni.
Quel pomeriggio Adele chiese all’avvocata di convocare Tancredi e Flavia per un incontro ufficiale. Non una mediazione, ma una resa dei conti con testimone. Si incontrarono nello studio di Celeste Ricci, al terzo piano di un palazzo d’epoca con la moquette e i mobili di noce. Tancredi entrò con un’aria di sfida, ma la camicia gli si vedeva disordinata sotto il vetro di un soprabito leggero.
Aveva un nervoso tic all’angolo dell’occhio. Accanto a lui, Flavia Orsini era gelida, con gli occhi azzurri sbarrati mentre guardava la montagna di documenti che l’avvocatessa le aveva messo davanti. “Questo è uno stile di frode fiscale e appropriazione indebita,” annunciò la Ricci senza preamboli. “A meno che non vogliate passare la vita in tribunale a litigare con il fisco, vi suggerisco di guardare il lì, la proposta del mio assistito.
”
Adele prese la parola, la voce calma, misurata, ma con un taglio d’acciaio. “Non voglio niente da voi. Voglio solo che firmiate la revoca di ogni procura, la rinuncia a qualsiasi eredità o bene di mia proprietà, e che ci rimborsiate la perizia e le spese legali. In cambio non andrò dalla polizia finanziaria con la denuncia per le fatture false.
”
Tancredi si alzò, sporgendosi in avanti con le mani sul tavolo. “Sei più pazza di quanto pensassi. Chi vuoi minacciare? Se ci denunci, io racconto tutto della tua malattia, di come mi hai fatto passare per instabile, di come credevi che mi sfruttassi mentre io mi facevo il culo per pagare le tue cure!
”
Adele non batté ciglio. “E tua madre che dirà? Lo sai che è già al corrente di tutto, vero? Le ho mandato i documenti ieri.
”
Tancredi impallidì. Aprì la bocca, ma nessuna parola ne uscì. Flavia, invece, rise, un suono secco e cattivo. “Non mi interessa cosa dice tua madre.
Questa qui è una questione di soldi, e io non ho nessuna intenzione di farmi crocifiggere per colpa di un bugiardo. ”
“Allora firma,” disse l’avvocatessa, facendo scivolare un foglio verso di lei. “Adele, hai altre clausole da esigere? Se vuoi, possiamo anche chiedere un risarcimento per i tuoi danni morali.
Ho qui una consulenza che stabilisce un danno biologico… ”
“No, basta. Voglio solo chiudere questa storia. Firmo cedo se firmate anche voi la revoca della procura speciale sul conto corrente svizzero.
”
Adele guardò il marito ed ebbe la conferma che ne sapeva, del conto svizzero. Un altro segreto, un’altra piccola freccia. Ma non disse nulla. Prese la penna e firmò, poi spinse il foglio verso di lui, la mano ferma.
“Sbrigatevi. Il tempo è denaro. ”
Quando Tancredi e Flavia uscirono, Adele rimase seduta qualche minuto in silenzio. La Ricci le mise una mano sulla spalla.
“Come ti senti? ”
Siamo sopravvissuti. Non so dirti cosa provo. Vuoto, forse.
Ma è un vuoto tutto mio. ”
“Be’, allora vuol dire che è un buon inizio. Vieni, ti offro un caffè. Stavolta te lo offro davvero io, senza zucchero come piace a te.
E poi, ho una proposta di lavoro per una mia conoscente. Cercano un paio d’occhi attenti per controllare i conti di un’azienda di costruzioni. Ho pensato a te. ”
Adele sorrise per la prima volta dopo molto tempo, e non fu un sorriso cortese.
Fu il sorriso sul serio di chi ha smesso di sentire il sapore della paura. Quando uscirono dallo studio, l’aria di Torino era tiepida per essere novembre. Il cielo terso prometteva una serata limpida. Adele alzò il viso verso il sole e si lasciò toccare il volto dai raggi.
Dentro di sé non c’era più l’eco delle sue bugie. “Avvocata, lei sa se Residenze Aurora ha ancora qualche proprietà in città? ”
La Ricci alzò un sopracciglio. “Perché?
Ti è venuta voglia di fare acquisti? ”
“No. Solo una domanda. È per la pratica.
”
Mentiva, e se ne accorse. Non le importava più dell’esito del processo alle istituzioni. Voleva solo sapere se Tancredi avesse trovato un altro posto dove nascondere i suoi segreti, o se finalmente avesse capito di aver perso l’unica cosa che non potrà mai comprare con l’inganno o con i soldi. L’avvocata la guardò con attenzione, poi sorrise con malinconia.
“Non lo so. Ma posso informarmi. Però non mi dirai che è per la pratica. Vero, Adele?
”
Adele si strinse nel cappotto. Il freddo non le dispiaceva più. Faceva parte del paesaggio, come le montagne all’orizzonte, come la sua cicatrice che stava lentamente guarendo. “No,” rispose.
“Non è per la pratica. E’ per chiudere davvero tutto. Voglio vedere se ha capito. O se sta solo cercando un altro modo per rovinarmi da lontano.
”
L’avvocata annuì, compresa. “Allora prenderemo informazioni. Ma non fare nulla di stupido. Mi raccomando, non fare nulla di brutto.
Se sento che stai facendo la detective per conto tuo, ti denuncio per intralcio a pubblico ufficiale. ”
“Promesso. Non farò nulla. Però non posso impedire al corpo di ricordare tutto quello che lui mi ha nascosto.
”
Si separarono all’angolo. Adele prese la strada per la fermata del tram, ma si fermò davanti alla vetrina di un’agenzia di viaggi. Dentro c’era un poster del mare della Sardegna. Immaginò il rumore delle onde, la sabbia sotto i piedi.
Non aveva più fretta. Ma per la prima volta dopo una vita, si permetteva di guardare oltre la cima della montagna. Quando salì sul tram, il telefono vibrò. Era un messaggio di Ilaria: “Hai dimenticato la felpa di quel tipo criminale sul divano.
La butto nel cassonetto pericolosi? ”
Adele sorrise. “No, la brucia. Ma solo il suo.
”
Arrivò a casa a fine serata, il sole ormai tramontato. Ilaria aveva preparato la cena. La tavola era apparecchiata come se aspettasse ospiti importanti. Adele lasciò la borsa e si sedette di fronte all’amica.
“Indovina chi ha rimesso i piedi in Italia? ” chiese. Ilaria alzò gli occhi al cielo. “Non dirmelo.
Lui. Di nuovo. ”
“No. La madre di lui.
Mi ha scritto per darmi ragione. Vuole incontrarmi, sapere come sto. ”
Ilaria appoggiò il bicchiere sull’anta. “Ma è un’invadente.
Che cosa vuoi che importi a lei? Non le ha mai importato niente sua… ”
“Mia cognata, non lui. La madre di lui.
Dice che vuole scusarsi a nome della famiglia per come ha lasciato che suo figlio si comportasse con me durante la malattia. ”
Ilaria la guardò a lungo, poi scosse il capo. “Adele, sei la persona più buona che conosco. Ma non fare la santa.
Non è obbligatorio andare a un tè per il perdono di una donna che t’ha trattato come se fossi invisibile per anni. ”
Lei si passò una mano tra i capelli. “Lo so. Ma vuole darmi alcune cose che Tancredi non ha mai avuto il coraggio di chiedere.
Le cose di sua nonna. Le aveva regalate a me il giorno del matrimonio. Dice che non avrebbe mai voluto che finissero in mano a una squallida come Flavia. ”
Ilaria rimase in silenzio.
Poi tirò un sospiro rassegnato. “E va bene. Ma se ti dà qualche agenda con gli indirizzi e una chiave, tu non farci niente. Ti prego.
”
“Gliela do subito. A malincuore. ”
Il sabato successivo Adele si vestì con cura, un vestito scuro e una sciarpa colorata. Non si vestiva per dagli occhi di nessuno, ma per rispettare l’occasione.
La madre di Tancredi la ricevette in un soggiorno pieno di foto di famiglia e argento. Maddalena era una donna dura, abituata a non mostrare le proprie emozioni, ma quando vide Adele le si inumidirono gli occhi. Non disse “come stai bene” o altre stupidaggini di circostanza. Le indicò una sedia.
“Accomodati. Ti preparo un caffè, quello buono che piace a te, non quello che ti dava mio figlio quando ti faceva il servizio alla romana. ”
Adele sedette. Si guardò intorno.
Sul mobile della sala, lontano dalla signora ma comunque a vista, c’era una foto della nonna di Tancredi da giovane, avvolta in un abito da sposa con un filo di perle al collo. La signora lo seguì. “Quando ti ho conosciuta, le ho viste quelle perle su di te, e ho detto a me stessa che eri la persona giusta per portare avanti quella tradizione di famiglia. Non avevo idea di aver partorito un tale mentecatto.
”
“Signora Maddalena, io non vengo qui per farla arrabbiare. ”
“Lo so, lo so. Vieni per le perle. Non importa, è giusto che tu le abbia.
Lui non se ne è mai degnato. ” Aprì un cassetto in stile liberty e ne tirò fuori un astuccio di velluto blu. “Ma prima voglio mostrarti una cosa. Da quando sei andata via, tuo marito e la sua amica si sono trasferiti in un attico sul lungofiume.
Un giorno, mentre lui era via, sono andata a controllare. E ho trovato il tuo indirizzo su un biglietto da visita in un cassetto della cucina. Non lo dico per spaventarti. Lo dico perché so quanto forte sei.
Ma sappi che lui ti sta tenendo d’occhio. Non lasciargli capire che lo sai. E per favore, non incontrarlo mai, da sola. ”
Adele prese l’astuccio e lo aprì.
Le perle della nonna, lisce e luminose, erano lì. Le sembrò di sentire il peso della storia e delle aspettative. “Perché me le dà? Non ero una nuora perfetta.
Non sono riuscita a renderlo felice… ”
“Perché tu eri l’unica donna capace di rendere felice un uomo che non ascolta nessuno. E non è colpa tua se quello stupido non ha capito il tesoro che aveva tra le mani. ” Maddalena si alzò con un sospiro.
“Adesso vai. E ricordati ciò che ti ho detto. Non abbassare mai la guardia, non con lui. ”
Adele uscì a testa alta, stringendo l’astuccio contro il petto.
Per la prima volta da mesi non sentiva il freddo nelle ossa. Tornando a casa trovò Ilaria in salotto ad aspettarla, con un’aria strana. “Che c’è? È successo qualcosa?
” chiese Adele. “No, a me no. Ma ho avuto una notizia per te. Un messaggio di un certo avvocato Marchetti.
Dice di essere il legale di tua suocera. Ha mandato una lettera all’immobiliare. Dice che la signora vuole incontrare te, domani, al suo ufficio. Dice che ha parlato con suo figlio e che gli ha tolto la parola, e che vuole aiutarti a sistemare l’ultima cosa: la divisione dei mobili e della casa di campagna.
”
Adele strinse l’astuccio. “C’è qualcosa che non quadra. Non posso andarci da sola. Mi accompagnerai?
”
Ilaria sorrise beffarda. “Scherzi? E perdermi la faccia quando dirai finalmente a quella vecchia ganza di F.. dove può infilarsi le sue appartenenze?
Non vedo l’ora. ”
L’indomani erano nell’atrio di un palazzo d’epoca. L’ascensore vecchio le portò lentamente al terzo piano, con un rumore di contrappesi. Adele indossava un tailleur di lino chiaro, con le perle della nonna al collo.
Non per piacere a nessuno, ma per il coraggio. L’avvocato Marchetti le fece accomodare in uno studio pieno di libri e moduli. Seduta di fronte a lui c’era Maddalena, con un’espressione severissima. La guardò negli occhi e andò dritta al punto.
“Adele, ti ho detto di non avere paura di lui. Ma lui è determinato a renderti la vita impossibile. Ha venduto la società, ha ripreso la vecchia macchina e ha una causa in corso per i danni contro di te per la mancata vendita dell’appartamento. Vuole farti causa per la tua parte di casa dei tuoi anche se era la casa di tua nonna e ha avuto la tua firma per venderla”
Adele rimase impassibile, ma sentì il gelo dietro la fronte.
“Io non ho firmato niente del genere. Non ho mai firmato un’autorizzazione alla vendita senza averla letta. ”
“Infatti,” disse l’avvocato, “e, per questo, ho chiesto una consulenza grafica indipendente. Il notaio ha confermato che la firma sul contratto non corrisponde alla tua.
Qualcuno ha falsificato una procura. Questo è un reato penale. Possiamo fare una denuncia. ”
Adele guardò la suocera.
“Lei lo sapeva? ”
Maddalena sorrise con una piega amara. “Lo sospettavo da tempo. Quando mi ha chiamato al telefono raccontandomi che c’era da vendere per pagare le tasse, ho capito che mentiva.
Non è mai stato un avaro con i soldi, ma non era nemmeno un negoziante. Sta male, Adele. Sta per affondare con la sua barca. Possiamo affondarlo noi per primi.
”
Adele tacque. Il suo corpo era percorso da un tremore sottile, ma la voce uscì ferma. “Non voglio portarlo in tribunale. Non voglio vendicarmi.
Voglio solo farlo smettere. Voglio la mia casa, voglio tornare a dormire di notte. Lui vuole la guerra? Allora avrà la pace che si merita.
Scriverò una lettera alla sua avvocata e poi lo lascerò, per sempre. ”
L’avvocato la guardò rispettoso. “Stai per fare la cosa più difficile, signora Adele. Lasciare andare la collera.
Ma se hai un principio del genere, posso mediare una separazione consensuale con tutto il dovuto. Gliela facciamo pagare tutta la procedura. ”
“No, non voglio il suo denaro. Voglio solo il mio cognome da nubile sul mio documento d’identità.
”
“Sarà fatto. ”
Quando usci dallo studio, l’aria di Torino le entrò nei polmoni come una boccata d’ossigeno. Si mise una mano sugli occhi per ripararsi dal sole. Era stanca, ma era una stanchezza che svuotava, non una che pesava.
Ilaria l’abbracciò senza dire nulla, poi le porse il telefono. “Vuoi fare tu la chiamata o la faccio io? ”
Adele prese il telefono e compose il numero che conosceva a memoria. Quando dall’altra parte rispose la voce stranita di Tancredi, ella disse soltanto: “Ciao, Tancredi.
Ho appena lasciato il mio avvocato. Voglio che domani tu vada nello studio del tuo legale e firmi le carte per il divorzio consensuale. Non voglio niente da te, non mi importa di niente. Ma se tenterai di nuovo di avvicinarti a me o alla mia famiglia, la denuncia partirà.
Non altrimenti. ”
Rimase un attesa. Dall’altra parte si sentì un sospiro non tanto per la richiesta, quanto per la gravità della situazione. “Va bene,” disse lui alla fine.
“Farò come dici. Mi dispiace, Adele. Non sai quanto mi dispiace. ”
“M’immagino.
Addio, Tancredi. ”
Chiuse la telefonata e si voltò verso Ilaria. “Ora, che si fa? Ho un bisogno matto di un gelato.
”
Ilaria rise e la prese sottobraccio. “Per una volta comandi tu. Ma stasera si festeggia come si deve, giusto? ”
Adele guardò il cielo pulito e sentì il freddo che pungeva le guance.
Sorrise. “Assolutamente sì. Ma prima le vestigia da togliere di torno. Di tutto il resto non mi interessa più.
”
Qualche mese dopo, in un gelido pomeriggio di febbraio, Adele si recò al tribunale di Torino per la lettura degli accordi. Indossava un tailleur nero, semplice, con una camicia bianca. Al collo le perle di famiglia. C’era Tancredi, in fondo all’aula, invecchiato, trasandato, con gli occhi di chi ha perso troppo.
Non la guardò neanche una volta. L’avvocato annunciò l’accordo, la firma, il giudice borbottò un “presente” e poi tutto fu spento. Fu solo quando uscirono in corridoio che Tancredi le passò accanto senza fermarsi, origliò un “grazie” strozzato a metà strada. Adele fece finta di niente e infilò la mano nella tasca di Ilaria, che la strinse forte.
“È fatta,” mormorò l’amica. “Ora sei libera, davvero libera. ”
Adele annuì. Si guardò attorno nel corridoio impersonale, tra gente che litigava per gli alimenti e avvocati con i loro faldoni.
“Lo so. Che strano. Ho la sensazione che dovrei sentire qualcosa di più grandioso. Invece sento solo il bisogno di un letto comodo e un bel libro.
Senza dover riordinare il tempo. ”
Ilaria sbuffò ridendo. “Quello, mia cara, è il lusso più grande. Dopo tutto quello che hai passato, te lo meriti.
”
“Vieni. Ti preparo io la tisana. Di quelle che solo tua nonna sapeva fare. E, poi, ti racconterò per filo e per segno l’ultima barzelletta che ho sentito da Giorgio, quello del reparto paghe.
”
Adele sorrise e la seguì. Fuori, nel vento freddo, i tetti di Torino brillavano sotto un sole impietosamente limpidò. Non c’era più niente da temere. Non c’erano più porte da chiudere, perché tutte le serrature erano state sostituite.
Non c’era più una fede al dito, ma un polso libero. La storia finì lì, non con l’esplosione di una bomba, ma con il suono leggero delle perle che si posavano sul petto di una donna che aveva deciso di non morire più un po’ alla volta.