Il campanello suonò alle quattro del pomeriggio. Non era il suono secco e breve di chi aspetta qualcuno, ma quello lungo e insistente di chi preme il pollice e non lo toglie. Mi alzai dalla poltrona, sorpresa, e guardai attraverso lo spioncino. Un ragazzo con la divisa arancione del corriere di Globovo teneva tra le mani una scatola per dolci, legata con un lussuoso nastro di seta rossa.

Sulla scatola, in una calligrafia curata e fitta, lessi il mio nome. La aprii solo una volta rientrata in casa, con la scatola appoggiata sul piano della cucina. Dentro, una torta al pistacchio e lampone, con la glassa a specchio lucida e decorata con fette di arancia disidratata e rametti di rosmarino. L’aroma dolce e cremoso invase la stanza.
Un biglietto portava una scritta elegante: “Mamma vi ha regalato questa torta per rallegrarvi la giornata. Mangiatela con amore. ”
Avrei riconosciuto quella calligrafia anche se fosse stata ridotta in cenere. Era di Sofia, mia suocera.
Il problema era che il nostro rapporto non era mai stato tranquillo. Era sempre stato di quelli che si definiscono “complicati”, anche se la parola giusta sarebbe stata “gelido”. Sofia era una donna per cui le apparenze contavano più di ogni altra cosa. In pubblico era elegante, aristocratica, parlava con un tono mellifluo che sembrava miele, ma a casa era tutta un’altra storia.
Non aveva mai accettato il mio matrimonio con suo figlio Giovanni. Ai suoi occhi ero una ragazza di provincia, troppo indipendente, non all’altezza del suo meraviglioso figlio imprenditore. Mi aveva sempre fatta sentire come un’insetto fastidioso da schiacciare con un tacco, o da ignorare con un sorriso di circostanza. Per questo, quel regalo non mi convinceva.
Non mi aveva mai regalato nulla, se non critiche. Eppure, lì, davanti a me, c’era una torta bellissima, probabilmente costosissima. Guardai il telefono. Giovanni, mio marito, era in viaggio d’affari a Roma, e mi aveva chiamato la sera prima per dirmi che sarebbe rientrato a Capodanno.
Io e lui avevamo iniziato da poco una dieta chetogenica, per la salute, come dicevamo noi due. Avevamo eliminato zuccheri e carboidrati, e mangiare quella torta avrebbe significato buttare all’aria tutti i nostri sforzi. Ma gettarla via? Sarebbe stato uno spreco, e Sofia avrebbe potuto scoprirlo, e poi avrebbe avuto un altro motivo per farmi la predica.
Poi, all’improvviso, mi ricordai che il giorno prima era stato il compleanno di Isabella, mia cognata, la sorella di Giovanni. Isabella viveva da sola in un piccolo appartamento in zona Loreto. Era pigra, un po’ invidiosa di quello che avevamo, ma aveva un debole per i dolci. Una vera golosa.
Senza pensarci due volte, decisi di risolvere il problema con un gesto di finta gentilezza. Chiamai il corriere di Globovo, e spedii l’intera torta a casa di Isabella, con un biglietto scritto a mano: “Tanti auguri Isabella, questa torta è un pensiero di mamma, goditela per me. ”
Tirai un sospiro di sollievo. Avevo accontentato la suocera, almeno alla lontana, e fatto un regalo a mia cognata.
Due piccioni con una fava, pensai, soddisfatta. Quello che non sapevo, mentre mi chiudevo la porta alle spalle e tornavo alla mia vita, era che il destino aveva già preparato un copione infinitamente più crudele. La mattina dopo, mentre preparavo la mia colazione a base di avocado e uova sode, il telefono squillò con insistenza. Lo schermo mostrava il nome di Sofia e l’icona della videochiamata di WhatsApp.
Agrottai la fronte. Mia suocera non mi chiamava mai, soprattutto a quell’ora. Di solito mandava messaggi a Giovanni, o mi scriveva solo per questioni pratiche. Feci un respiro profondo, mi sistemai i capelli e risposi, sforzandomi di mantenere un tono educato e distante.
“Buongiorno, mamma,” dissi. Lo schermo si illuminò e apparve il volto di Sofia. Era seduta nel suo salotto, dietro di lei la credenza in noce con le decorazioni a stemma di cui andava tanto fiera. Era truccata in modo perfetto, ma i suoi occhi erano stranamente inquieti.
Non ricambiava il mio saluto. “Isabella,” disse con voce rotta, come se pronunciare quel nome le costasse uno sforzo immane. “È successa una disgrazia, Annina. Isabella…
è morta. ”
Le parole non avevano senso. Guardai il telefono, aspettandomi che scoppiasse a ridere, che mi dicesse che era uno scherzo di cattivo gusto. Ma non rise.
Rimase lì, immobile, con gli occhi pieni di lacrime finte, o forse vere, non riuscivo a capirlo. “Come sarebbe a dire morta? ” riuscii a sussurrare. “Stamattina l’hanno trovata i vicini,” continuò Sofia, asciugandosi una lacrima con il dito.
“È caduta dalle scale. L’ambulanza l’ha portata al Niguarda. Ecco perché ti chiamo. Giovanni è ancora a Roma, devo avvisarlo.
Devi andare tu, Annina. Vai subito lì. Devo sapere cosa sta succedendo. ”
Il cuore mi batteva all’impazzata.
Isabella morta? Non era possibile. La sera prima le avevo mandato una torta per il compleanno. Non c’era un motivo al mondo perché fosse morta.
Mi venne un pensiero improvviso, un pensiero orribile: la torta. Tutto qui. No, non essere stupida, mi dissi. La torta era di Sofia, una pasticceria conosciuta.
Non ha senso. Ma la paura mi si annodò allo stomaco, e non riuscii più a liberarmene. “Vado, vado subito,” risposi, cercando di controllare la voce. “Mamma, stai calma.
”
“Non posso stare calma, Annina! Mia figlia è morta! ” urlò dall’altro capo, e poi chiuse la chiamata. Mi precipitai in camera da letto, indossai un cappotto, e scesi in strada.
Il taxi faticava a farsi largo nel traffico del primo pomeriggio. Guardavo i palazzoni di Citylife scorrere fuori dal finestrino, ma non li vedevo. Avevo la testa piena di rumore. Mi domandai se quella torta c’entrasse qualcosa, e mi maledissi per averla regalata, per aver pensato solo a me stessa, alla mia dieta, alle apparenze.
E se fosse stata avvelenata? No, erano solo pensieri assurdi, alimentati dal panico. Arrivai al pronto soccorso dell’ospedale Niguarda. La sala d’attesa era un brusio confuso di gente, infermieri di corsa, nomi chiamati ad alta voce.
Riuscii a fermare un’infermiera di passaggio. “Sto cercando Isabella Volkov,” dissi con il fiato sospeso. L’infermiera mi guardò con un’espressione di circostanza, quella che si riserva ai parenti dei pazienti gravi. Poi mi fece cenno di seguirla.
Mi condusse attraverso un lungo corridoio dall’odore di disinfettante, fino a una porta che conduceva a una stanza. Dentro, su un letto, con un tubo del flebo attaccato al braccio, c’era Isabella. Era pallida, spettrale, con un casco ortopedico in testa e dei lividi scuri sul volto. I dottori dicevano che era in coma.
Ero seduta accanto a lei, incapace di parlare. Le avevo sempre voluto bene, nonostante la sua pigrizia e la sua invidia. Poi, all’improvviso, le sue palpebre tremarono. Aprì gli occhi, e un’espressione di terrore assoluto le attraversò il volto.
Abbassò gli occhi verso il mio intorno al polso, il mio braccio appoggiato alla sedia. Poi la sua bocca si mosse, e un sussurro, quasi impercettibile, uscì dalle sue labbra. “La torta… di mamma…
non era a me. L’ha mandata a me? No… a te, Anna.
Era per te. ”
“Come? ” dissi io, chinandomi su di lei. “Non capisco, Isabella.
Cosa vuoi dire? ”
“La torta… il mio compleanno era un’altra settimana. Non era la mia torta,” sussurrò con fatica, la voce roca come una lama.
“Io… ho mangiato la tua fetta, Anna. La fetta che era destinata a te. Era…
aveva una medicina dentro. ”
Per un istante il mondo si fermò. Tutto intorno a me divenne nitido e siliconico, come se stessi guardando attraverso un vetro spesso. “Una medicina?
No, Isabella, stai sbagliando. Era una torta di compleanno, di Sofia… ”
“No, senti, Anna,” disse, e fece un respiro affannoso. “L’ho vista io.
La settimana scorsa… l’ho vista in farmacia, dal dottore di tuo marito. Ho sentito che parlava con lui sottovoce, mi sembrava strano. Ho chiesto al più amico di lei, a quell’infermiera che conosce, e lei mi ha detto…
mi ha detto che Sofia comprava qualcosa. Del veleno, Anna. Per i topi, diceva, ma non per i topi di città. ”
Sulle sue labbra comparve una specie di sorriso, distorto, fragile.
“Voleva uccidere te, Anna. Ma io… io ho mangiato la tua torta. ”
Non riuscivo più a respirare.
Il mio cervello rifiutava di elaborare. “No, Isabella, questo è assurdo,” dissi, ma la voce mi tremava. “Perché dovrebbe? ”
“Perché sei la nuora di cui non sopportava la presenza, forse,” sussurrò, tossendo una volta, con un suono umido e sgradevole.
“Perché non viene d’accordo con te, non l’hai mai capito? Tu… hai tutto. Suo figlio, la carriera, la libertà.
Io… ero una delusione. Una figlia non all’altezza, una peso morto. Hai fatto di tutto per essermi amica, e io sono sempre stata gelosa.
Ma ora… ”
La sua voce si affievolì. La capacità di parlare le mancava, ma continuò con uno sforzo che sembrava le prosciugasse le ultime energie. “La vostra torta.
Ne ho preso un pezzo, poi l’ho mangiata… una fetta intera… intera. Lì, sul piatto…
in cucina. Io la vedo sempre, la torta. La butto nella spazzatura, Anna. Di Sofia, la tua torta.
”
“Perché stai dicendo questo? Perché mi stai accusando? ”
“Perché devi sapere,” sussurrò con un filo di voce, il battito delle palpebre sempre più lento. “Perché sono stufa di essere una spina nel fianco.
Io ti ho sempre invidiata. Ma sapevo… che non eri tu. Sapevo che non eri tu…
”
La capacità di parlare le mancò. I suoi occhi si chiusero, e la sua testa cadde di lato. Le sue dita, che stringevano il lenzuolo bianco dell’ospedale, si allentarono. Per un attimo rimasi immobile, letteralmente paralizzata.
Poi un formicolio sgradevole mi salì lungo la schiena. Mi alzai, indietreggiando. Isabella mi aveva appena detto che sua madre, Sofia, le aveva mandato una torta avvelenata. E che lei, Isabella, aveva mangiato la fetta di qualcun altro, ma che la torta era destinata a me.
Quella sera, con il reparto in penombra e l’odore di disinfettante, tornai nel mio appartamento. C’era un messaggio sul telefono. Era Sofia. “Arrivo domattina, via con il primo volo.
Non fare nulla finché non arrivo. Ci vediamo in ospedale. ”
Non le risposi. Mi sedetti sul divano, guardando il vuoto.
Dovetti aspettare fino al giorno dopo, quando mi chiamarono per dirmi che il corpo di Isabella era finito in obitorio, e che Giovanni era ancora in viaggio. Così, mentre aspettavo Sofia, feci un’altra cosa: chiamai un avvocato, un amico di famiglia che si occupava di casi scomodi. E gli dissi tutto, con voce piatta: la torta, la richiesta di consegna, il biglietto, le parole di Isabella prima di morire. L’avvocato ascoltò in silenzio.
Alla fine disse una cosa sola. “Anna, è il mio lavoro dirtelo: se lei ti ha accusata di questo, in punto di morte, e ha anche aggiunto la storia della medicina, la polizia ti prenderà in considerazione. Devi prepararti al peggio. ”
Il peggio arrivò all’alba.
Sentii bussare alla porta, insistente. Quando aprii, trovai due agenti in borghese con la targhetta al collo. “Signora Anna Volkov? La invitiamo a seguirci in questura.
Sua suocera, la signora Sofia, ha sporto denuncia contro di lei per l’omicidio di Isabella. ”
Per un attimo, l’assurdità di quella frase mi colpì in pieno petto, ma non mi sorprese. La rabbia mi seccò la gola. La odiava.
Mi aveva sempre odiata. Ma non poteva volermi morta a quel modo. Non poteva. Tornai a casa soltanto a sera.
In salotto, con le luci spente, c’era un uomo. Non avevo sentito la porta. Non appena lo vidi, il sangue mi si gelò. Era lui, più vecchio di come lo ricordassi, con i capelli brizzolati e gli occhi infossati.
Era il mio ex suocero, il padre di Giovanni. Non ci parlavamo da anni, e per un momento rimasi sull’attenti, incapace di entrare. “Giovanni non viene,” disse lui con una voce cupa. “Sta ancora sbrigando le pratiche all’estero.
” Poi guardai la sua giacca, stropicciata, le mani pesanti appoggiate sulle ginocchia. “Lo so di Sofia. Ho saputo della torta. Ho saputo che non era un incidente, ma un omicidio.
”
Aprii la bocca per negare, ma mi fermò con un gesto stanco della mano. “Non ti accuso, Anna. Siediti. Ti prego.
”
Il tono era strano. Mi sedetti di fronte a lui, la schiena dritta, pronta a difendermi da qualunque cosa dicesse. Mi aspettai l’accusa, il rimprovero, la scenata. Sentii invece un sospiro profondo, il sospiro di un uomo che ha visto e sopportato tutto.
“Il veleno era destinato a te, Anna. Ma non era per te. Non era per nessuna di noi. ” Allungò una mano verso il taschino della giacca, e ne estrasse una fotografia sbiadita.
La spinse sul tavolo verso di me. La presi, senza capire. Nella foto c’erano una giovane donna su una panchina, con un vestito estivo e un sorriso aperto, e accanto a lei un uomo malfamato con uno sguardo arrogante. Non riconobbi la donna.
Ma l’uomo sì. Era lui, più giovane. “Come ti chiami tu, Anna,” disse lui. “Come mia moglie, Sofia, si chiamava in realtà.
Ha preso il mio nome. Per questo ti hanno chiesto se sei la figlia di qualcuno, tanto tempo fa. ”
Lo guardai senza capire. “Che vuoi dire?
”
“Anni fa, prima che tu nascessi, la vera Sofia è morta. Il mio cognome lo portava un’altra. La donna che oggi conosci è la sua gemella, la sorella, non so come spiegartelo con esattezza. È venuta a casa nostra dopo la morte.
Poteva farlo in tanti modi, ma ha scelto di prendere il posto della sorella. Io lo sapevo, perché amavo la vera Sofia, ma le ho creduto quando mi ha giurato che la sorella era morta per un errore medico, per un farmaco. Io ho taciuto, per la vergogna, per proteggere la mia famiglia. ”
La mia testa girava.
“Non capisco, non vedo che c’entra questo. ”
“C’entra, perché quella donna ha passato la vita a custodire i segreti,” disse lui, alzandosi. “Ma suo figlio, Giovanni, era l’unica persona al mondo che sapeva la verità. Non perché glielo abbia raccontato, ma perché l’ha scoperto per caso, frugando tra le carte della madre.
Ha saputo della sua origine, che la donna che chiamava madre non era la sua vera madre. E ha saputo soprattutto che tu, Anna, l’hai sempre saputo. Che eri la figlia illegittima di un uomo di cui la vera Sofia aveva avuto una relazione prima di sposarmi. E che per questo lui non poteva accettarti.
”
Il respiro mi morì in gola. “Che cosa? Non è vero. Io non so nemmeno chi siano i miei genitori.
I miei genitori sono morti quando ero piccola. ”
“Lo so, tesoro,” disse lui con una dolcezza improvvisa che mi fece gelare il sangue. “Ma tuo marito non lo sapeva. E quando glielo ha detto, la sera del tuo compleanno, Sofia ha avuto la conferma di quello che sospettava da anni: che tu non eri chi dicevi di essere, che eri una bugiarda.
E che suo figlio, portandoti a casa, le aveva rubato il figlio e la testa. Per questo voleva che tu morissi. ”
Le sue parole erano un labirinto, ma capii a quel punto. Non riuscivo più a stare seduta.
Mi alzai di scatto, il cuore in fiamme. “Dov’è? Dov’è Sofia? ”
“Non importa dove sia.
Quello che è successo a Isabella è colpa mia e della tua inizia. La polizia troverà questa settimana. Ho avuto modo di parlare con l’ispettore. L’ho convinto a fare i test sullo smaltimento del veleno.
Ma non li faranno per incastrare te. Li faranno perché il è per vendicare la mia Isabella. Io voglio vederla davanti a un giudice. E se serve, sarò io a testimoniare contro di lei.
”
La macchina della polizia parcheggiò alle tre del mattino davanti a una palazzina fatiscente in periferia. Ero nel sedile posteriore, tra due agenti, e mi sentivo male, sia per quello che avrei visto, sia per il freddo che mi entrava nelle ossa. L’odore di urina e di fritto e di umido attraversava la città. L’ispettore Moretti guardò i suoi foglietti.
“Sofia Volkov è qui,” disse. “Venga con noi. ”
La porta si aprì quasi subito. Nell’incerto alone della lampadina, la vidi.
Era invecchiata, stropicciata, i capelli radi le ricadevano sul viso. Un lembo della camicia da notte le usciva dalla vestaglia. Sembrava una pazza, con gli occhi perennemente spalancati che guardavano attraverso di noi. Non sembrava la stessa donna elegante che mi aveva chiamato due giorni prima.
Il suo sguardo cadde su di me, e per un attimo vi riconobbi un lampo feroce, e capii che mi aveva riconosciuta. “Tu,” sussurrò, con una voce stridula come il vetro. “Tuo padre… il tuo vero padre…
è morto in carcere per colpa tua. Sei uscita incolume, ma lui, lui era un uomo innocente. ”
Lasciai che le parole mi scivolassero addosso. Dentro di me non c’era più odio.
Solo stanchezza, e qualcosa di molto simile alla tristezza. “Era innocente. Ma tu hai scelto di diventare la più grande bugiarda di tutte,” dissi con calma. “Per anni hai finto di amarmi, mentre mi consideravi una nullità.
Hai progettato la mia morte, hai rischiato di uccidere tua figlia. ”
“Tua figlia? ” Rise, con una risata vuota. “Quella sciocca non merita di piangermi.
Ma avevo ragione, vedi? Una volta sbarazzata di te, Giovanni avrebbe ritrovato la sua strada. Isabella invece… lei ha sempre avuto la testa debole.
Ha mangiato per tutti e due, capisci? Ha preso la tua dose e la sua. ”
I polsi le scattarono dietro la schiena mentre le legavano le mani. Il silenzio nella stanza era pesante.
Poi Moratti diede l’ordine e gli agenti la portarono via. Lei si girò verso di me, l’ultima volta. Non c’era rimorso nei suoi occhi, solo un vuoto enorme. Il giorno del processo fu breve.
L’avvocato aveva segnato ogni messaggio, ogni riga. La difesa tentò di scaricare la colpa su di me, sulle mie presunte bugie a riguardo delle mie origini. Ma l’aria era viziata, e gli errori di Sofia erano enormi. Il veleno era stato ordinato sotto falso nome.
I soldi erano usciti dal suo conto. E sopra c’era la testimonianza del padre di Giovanni, la sua confessione, che le dava la caccia. Io, Giovanni, Sergio, fummo convocati per la lettura della sentenza. Mia suocera fu trovata colpevole di omicidio premeditato ai danni della figlia Isabella Volkov, e di tentato omicidio nei miei confronti.
Il giudice pronunciò la parola “ergastolo” e lei, per la prima volta, abbozzò una smorfia che assomigliava a un sorriso. Più tardi, quando il tribunale si svuotò, il padre di Giovanni mi prese da parte. “Giovanni resta ancora all’estero,” mi disse con la voce roca. “Sono settimane che non si fa vivo.
Non so se saprà perdonare, non so se saprà perdonarsi. ”
Lo guardai. “Non so se io abbia bisogno del suo perdono,” risposi. La sera stessa, nel mio appartamento, accesi una candela davanti all’icona di famiglia.
Non pregai per me, ma per noi. Per Isabella, che aveva pagato con la vita la sua bugia. Per me, che ero sopravvissuta. E per Sofia, chiusa nella sua cella, che alla fine non aveva ottenuto nulla, se non la certezza di un amore mai avuto e di una vendetta che non l’aveva resa più libera, ma solo più sola.
Il vento sferzò le finestre di Citylife, ma dentro di me, per la prima volta da giorni, era calma piatta. Avevo smesso di avere paura. Restavano solo i fatti, una stagione gelida, e la primavera che, lentamente, stava tornando a farsi strada tra le macerie.