Era il mio diciannovesimo anno di vita quando Matteo mi investì con la sua bicicletta. Ricordo di essere rimasto disteso sul selciato umido, i miei libri di teologia sparpagliati in una pozzanghera, e di aver pensato che forse era stato il destino a mettermi sotto le sue ruote. Lui, bagnato e sconvolto, si accovacciò accanto a me ripetendo scuse senza fine. Non sapevo ancora che quella caduta maldestra avrebbe cambiato tutto.

A casa mia si ringraziava Dio prima di ogni pasto e non si pronunciava mai una parola su certe cose. Quelle cose erano i ragazzi che facevano battere il mio cuore troppo forte. Ogni sera supplicavo il Signore di rendermi normale, convinto di essere un errore della creazione. Quando lasciai il mio paesino per studiare storia dell’arte a Padova, tirai un respiro profondo per la prima volta.
Ero borsista, serio, riservato. Mi ero giurato di essere esemplare e non avevo mai baciato nessuno. Quel sabato mattina d’autunno uscivo dalla biblioteca quando l’urto mi scaraventò a terra. I miei libri volarono via come uccelli spaventati.
Matteo si precipitò verso di me, il viso arrossato, i capelli appiccicati dalla pioggia. “Mi dispiace davvero, avevo le cuffiette”. Mi aiutò a sedermi su una panchina e raccolse con cura ogni libro, asciugandoli con la manica della felpa come se fossero oggetti preziosi. Al bar, piccolo e incastonato tra palazzi antichi, parlammo per ore.
Lui era in scienze motorie, parlava con una spontaneità disarmante. “Hai qualcuno nella tua vita? ” chiese con aria distratta. Lo stomaco mi si strinse.
“No”. Mi osservò in silenzio, poi annuì. “Neanch’io”. Quando ci salutammo mi infilò il suo numero nella tasca della giacca.
“Mandami un messaggio se vuoi”. Quella notte non riuscii a dormire. Non pregai perché quel sentimento sparisse, ma perché crescesse. Dopo giorni di esitazione, con le mani tremanti, gli scrissi.
La sua risposta arrivò immediata, piena di preoccupazione sincera. “Mi hai fatto prendere un colpo, Luca. Stavo già preparando lo zaino con fiori e pasticcini”. Poi aggiunse: “Non facevo che pensare a te”.
Quelle parole mi destabilizzarono completamente. Ci demmo appuntamento nello stesso bar. Quando entrai lo vidi seduto al tavolo, il casco in mano, quel sorriso luminoso che popolava i miei ricordi. Mi chiese se credevo in Dio e quando annuii, qualcosa vacillò nel suo sguardo.
“È solo che quando mi hai detto che non avevi mai avuto una ragazza, avevo immaginato che ti piacessero i ragazzi”. La parola risuonò come uno schiaffo. Si alzò, triste. “Capisco che le persone come te condannino quelle come me.
Credo sia meglio che vada”. Lo afferrai per la mano, quasi d’istinto. Recitai la poesia di San Paolo sull’amore, con il cuore che batteva all’impazzata: “L’amore è paziente, è benigno… Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.
Matteo si voltò lentamente e riprese posto come se entrasse in un luogo sacro. “Ho avuto paura. Sembravi così innocente. Ho pensato che avrei rovinato tutto”.
Sorrisi. “Forse sei qui proprio per rompere ciò che ha bisogno di essere rotto”. Da quel giorno qualcosa di dolce si instaurò tra noi. Ci incontravamo dopo le lezioni, passeggiavamo per ore tra gli angoli segreti di Padova, ci chiamavamo solo per sentire le nostre voci.
Un mese dopo mi guardò con quel sorriso luminoso e disse: “Ti invito a un vero appuntamento”. Una piccola trattoria con luci soffuse, musica dolce. Alla fine della serata lo trattenni per il braccio davanti al portone di casa. Posai la mano tremante sulla sua guancia e lo baciai.
Per sei mesi ci avvicinammo lentamente, con tenerezza. Ci baciavamo su panchine pubbliche, non per paura, ma perché quei momenti ci appartenevano come una bolla preziosa. E poi una sera, mentre commentava un film con il suo umorismo canzonatorio, capii che era con lui che volevo andare avanti. Gli chiesi di restare la notte.
Lui posò la mano calda sulla mia. “Sono davvero felice che ti senta pronto. Ma stasera ci limiteremo a dormire insieme. Niente di più.
Non è una gara, Luca”. Quella notte ci addormentammo abbracciati, in una fiducia assoluta. La mattina dopo mi svegliai prima di lui e preparai una colazione semplice, canticchiando sottovoce. Mi sentivo sereno, profondamente sereno.
Ridevamo come bambini passando l’aspirapolvere, camminavamo mano nella mano al parco parlando dei nostri sogni. Non pensavo al futuro né alle conversazioni con i miei genitori. Per la prima volta vivevo pienamente il presente, perché ciò che stavo vivendo era amore vero, consapevole, profondo. Un amore come quello non poteva essere un peccato.
Nei giorni che seguirono continuai a pregare, ma non più per chiedere di essere cambiato. Pregavo per ringraziare, per dire grazie di aver incontrato Matteo. Avevo capito che non ero stato creato per piacere agli altri, ma per amare e per essere amato.


