Mi sono innamorato della persona più sbagliata dell’hockey: lui è la stella della squadra, irresistibile, e io sono solo il fisioterapista che gli mette il ghiaccio sui muscoli. Per mesi ho…

Mi sono innamorato della persona più sbagliata dell’hockey: lui è la stella della squadra, irresistibile, e io sono solo il fisioterapista che gli mette il ghiaccio sui muscoli. Per mesi ho...

Ho capito di essere messo proprio male il giorno in cui una voglia feroce di prenderlo a pugni mi ha attraversato mentre rideva sguaiato con un’altra ragazza. Una lama invisibile mi ha stretto la gola. Mi sono sentito ridicolo, completamente patetico. In fondo lo sapevo fin dall’inizio che quel tipo mi avrebbe sconvolto la vita.

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Eppure mi ci sono buttato a capofitto, senza un segnale d’allarme. Io ero l’ex prodigio dell’hockey, spezzato da un infortunio, ripiegato a fare il fisioterapista dei Linci di Asiago. Lui era Theo, l’attaccante stella, numero 11, sorriso devastante e ragazze diverse ogni settimana. Ma prima di trascinarti in questo pantano, devo fare un passo indietro.

Ero stato uno degli astri nascenti dell’hockey italiano. I giornali locali parlavano di me con aggettivi altisonanti: il diamante grezzo, la freccia varesina, l’avvenire della IHL. Fino a quel maledetto contatto in una partita insignificante. Un tac sbagliato, uno schianto sinistro, poi il vuoto totale.

Sei mesi a reimparare a mettere un piede davanti all’altro, un anno intero a digerire la realtà. La carriera era finita, sepolta. Eppure non volevo affondare. Il ghiaccio, gli spogliatoi saturi di sudore e gomma umida, l’adrenalina dei faceoff: mi mancava tutto troppo.

Così ho reagito. Ripresa degli studi, laurea in fisioterapia sportiva, specializzazione in lesioni muscoloscheletriche, notti in bianco sui libri di anatomia. Fino a conquistare un posto in una squadra in ascesa. I Linci di Asiago.

Un gruppo di ragazzi affamati, rudi, che scalavano la classifica a velocità impressionante. E lui, ovviamente, dominava quel vortice. Teo, ala numero 11. Il tipo che entra da una porta e ruba tutti gli sguardi, pure quelli che fingono di non notarlo.

Carisma magnetico, faccia da angelo ribelle, sempre con una nuova conquista. E quel sorriso storto, fisso, che sussurrava: “Sì, ti leggo come un libro aperto. E sì, è tutto vero. ”

Lo conoscevo di vista ancora prima di entrare nello staff.

Diciamo che lo osservavo, analizzavo i video dei suoi allenamenti, zoomavo sulle sue finte. Un misto di ammirazione pura e di un sentimento più torbido che rifiutavo di ammettere. Il giorno del mio arrivo nello spogliatoio, era lì a torso nudo mentre sfotteva un compagno. Mi ha notato e ha fatto un ghigno veloce.

«Sei tu il nuovo fisioterapista? »

Ho annuito. «Sono Elio. »

«Teo.

Piacere. Speriamo che tu abbia delle mani magiche. I miei ischi mi stanno facendo impazzire. »

Ed è scoppiato a ridere.

Era stupido, quasi banale. Ma ho riso con lui, un riso teso, perché in quell’esatto momento ero già spacciato. Le prime settimane ho tenuto un muro rigido, professionale. Il mio lettino, le mie schede di monitoraggio.

I giocatori mi hanno adottato subito: ero giovane ma affidabile, parlavo la loro lingua, capivo quando mentivano sul “passa tutto”. E Teo tornava di continuo. «Elio, la spalla scricchiola quando tiro. Dai un’occhiata.

»

«Elio, il mal di schiena mi spacca. Forse ho esagerato. »

«Elio, stamattina sono mosso. Mi dai una carica?

»

All’inizio ci ho creduto. Poi ho capito: non era solo fisico. Cercava il contatto, il mio contatto. Si godeva di essere toccato, coccolato.

E io, da scemo, mi svenavo, mani posate con serietà monastica mentre il cuore mi martellava come un perforatore. Mi ripetevo: “È solo tattile. Gli piace sedurre. Fine.

Ma una sera, dopo una seduta lunghissima, si è girato e mi ha sparato:

«E tu ce l’hai qualcuno in questo periodo? »

La domanda mi ha tolto il fiato. «No. Da un pezzo.

»

Ha annuito, pensieroso. «Interessante. » Poi si è stiracchiato, ha infilato la felpa ed è sparito come se niente fosse. Da lì in poi l’ho guardato in modo diverso.

O meglio, mi sono permesso di guardarlo come facevo già di nascosto. Un veleno dolceamaro si insinuava piano, una speranza cretina e ostinata. Intanto il suo giro continuava. Nuova preda ogni dieci giorni, storie perfette, sorriso da pubblicità.

E io restavo lì a mettere ghiaccio, a impastare quadricipiti, a ingoiare una gelosia acida come un amaro. Fino a quella sera in cui ho rischiato di picchiarlo. Trasferta a Vipiteno, vittoria sofferta. Serata in un locale pieno zeppo.

Teo arriva in ritardo, già incollato a una ragazza stupenda, castana, vestito attillato, risata cristallina. Le sfiora i fianchi, ride alle sue battute. Io, bicchiere in mano, incapace di staccare gli occhi. I nostri sguardi si incrociano.

Una frazione di secondo. Legge tutto: rabbia, dolore, desiderio bruciante. E sorride. Un sorriso beffardo, quasi dispiaciuto.

Mi sono alzato e sono scappato fuori. Avevo bisogno d’aria. Avevo bisogno di capire perché quel tipo mi distruggeva ancora, dopo tutto quello che avevo ricostruito. E perché quel sorriso mi restava attaccato addosso fino al giorno dopo.

Dopo quella notte ero convinto di riuscire ad allontanarmi. Avevo quella dignità traballante che ti convince di controllare ancora i sentimenti mentre stai barcollando sul precipizio. Ho ripreso il lavoro come un automa. Cure, riscaldamenti, controlli ai taping.

Muro di ghiaccio. Ma lui aveva un radar. Appena alzavo una barriera, trovava la crepa. «Hai cambiato dopobarba, fisioterapista?

Stamattina sa di bosco. »

«Hai la faccia di uno che ha fatto le ore piccole. »

«Elio, ce l’hai con me o è la tua espressione standard? »

Sempre quel sorriso storto, provocatorio.

Mi sondava. Aveva capito che non ero indifferente. Forse non la profondità, ma abbastanza per divertirsi. Un pomeriggio, dopo l’allenamento, mentre lo spogliatoio si svuotava, è rimasto nella sala riabilitazione.

Io sistemavo gli oli essenziali. Si è seduto sul lettino, gambe divaricate, pantaloncini corti fin troppo su per le cosce. Innocente, certo. «Ho un fastidio strano all’inguine.

Dai un’occhiata. »

Ho esitato. «Non sono ancora gli adduttori? Li abbiamo trattati lunedì.

»

«No, più profondo. Dentro. Te ne occupi tu o vado da un altro? »

Sapeva benissimo che quel giorno ero solo.

Sguardo fisso nel mio, sopracciglio alzato, labbra socchiuse. Un’onda di calore mi ha invaso la nuca. Mi sono avvicinato, palmi sudati. Ho palpato dove indicava, cercando di restare neutro, ma il suo respiro accelerava troppo.

Poi ha lasciato cadere: «Hai delle mani bellissime, lo sai? Ci penso spesso. È stupido. »

Sono balzato indietro come se avessi toccato fuoco.

«Vuoi un trattamento vero o stai flirtando? »

È scoppiato a ridere, quel riso aperto con dentro la malizia. «Rilassati. Scherzo.

»

Solo che io non ero rilassato. Ero teso come una corda. Ho finito il massaggio in fretta, senza guardarlo negli occhi. Da lì le frecciatine si sono moltiplicate.

Allusioni, sfioramenti casuali, complimenti mascherati da battute. E io incassavo, perché a ogni avvicinamento quell’illusione stupida riaffiorava, e a ogni ritiro precipitavo nel vuoto. Ho ceduto. L’ho invitato a bere qualcosa, tranquillo, fuori dal gruppo, senza pressioni.

Ha detto sì troppo in fretta, come se aspettasse quel momento. Un’enoteca discreta vicino alla pista. Lui con un maglione nero attillato che metteva in evidenza tutto. Io con camicia stirata, capelli in ordine, probabilmente l’aria di uno scemo che spera.

Abbiamo parlato di tutto: le sue origini, l’hockey, la paura del dopo-carriera. Ha confessato pure di temere il calo fisico. Io mi sono aperto: l’infortunio, il lutto sportivo, le notti a dubitare. Poi è calato un silenzio denso, di quelli che precedono le confessioni.

L’ho fissato. «Lo sai, vero? Che non sono per niente indifferente a te. »

Non ha risposto subito.

Solo un sorriso lento. Poi testa inclinata. «Non sei il primo a dirmelo. »

Lo shock mi ha paralizzato.

«Sul serio? »

«Sì. Ho un non so che, a quanto pare. Un magnetismo.

»

E lì tutto è diventato chiaro. Lo sapeva dall’inizio. Si era divertito con le mie emozioni, i miei silenzi, le mie speranze. Come un gatto con un topo.

«E tutte queste cose? Le vicinanze, le allusioni? »

Ha alzato le spalle. «Boh.

Mi piaci. Non sei come gli altri. Mi guardi davvero. Mi fa bene.

»

Il cuore mi si è stretto forte. «Ti rendi conto del male che fa? Sperare anche solo un attimo e capire che per te era un gioco? »

Ha posato il bicchiere.

«Non volevo ferirti, Elio. »

«Troppo tardi. »

Mi sono alzato e me ne sono andato senza guardarlo. Ho vagato per le strade fredde di Asiago per un’ora, dandomi dello stupido.

Ancora una volta fregato. Ancora una volta non ne valeva la pena. Eppure, anche sapendolo, una parte di me sperava ancora che mi inseguisse. Che dicesse di essersi sbagliato.

Che avesse paura anche lui. Non l’ha fatto. Non quella notte. Ma la storia era tutt’altro che finita.

Dopo quel discorso all’enoteca avevo tracciato una linea netta. Almeno me lo ripetevo ogni mattina come una preghiera: “È finita. Non ti importa più. Zero.

La realtà era un vuoto enorme. Avevo dato tutto e davanti a uno che prende e non restituisce restano briciole. Così ho chiuso bottega. Niente più sorrisi complici, niente cure eterne.

Gesti meccanici, sguardi sfuggenti. Se Teo mi salutava, risposta minima. Se si lamentava, lo giravo su Giulio, l’altro fisioterapista. All’inizio non ha detto niente.

Ha incassato con aria distaccata. Ma piano piano l’ho visto incrinarsi. Si agitava quando entravo e io non alzavo gli occhi. Si tratteneva nei corridoi senza motivo.

Faceva domande inutili a Giulio anche se ero a due metri, senza osare avvicinarsi. Sembrava smarrito. E stavolta ero io a lasciarlo nel dubbio. La cosa più assurda?

La sua gelosia nascente. Vedermi scherzare con gli altri giocatori, vedermi respirare normalmente senza di lui. Pensava probabilmente che sarei rimasto aggrappato alle sue gambe come un cucciolo respinto ma fedele. Invece il silenzio mi aveva dato una forza imprevista.

Una dignità riconquistata. Poi è arrivato quel sabato sera. Vittoria casalinga strappata per un pelo. La squadra ha invaso la sala cure, euforica, battute a raffica, pacche sulle spalle.

Teo ha scrutato la stanza e ha buttato lì con noncuranza:

«Resto un po’. Devo lavorare sull’appoggio sui pattini. Ho toppato nell’ultimo shift. »

Nessuno ci ha fatto caso.

Ero nel mio ufficio accanto, luce bassa, occhi sui referti, stremato. Poi le porte si sono chiuse una dopo l’altra. Silenzio totale. È entrato lentamente, da predatore.

«Elio. »

Non ho alzato la testa. «Sono andati via tutti. »

«Sì.

»

Silenzio pesante. «Dobbiamo parlare. »

«Sto lavorando. »

Ha girato intorno alla scrivania.

Ho sentito l’odore boschivo, il respiro spezzato. Poi, di colpo, mi ha afferrato. Bacio brusco, inaspettato, intenso. Ho risposto d’istinto.

La sua mano sulla nuca, l’altra sulla spalla. Tutta la tensione accumulata esplodeva lì. Ma dopo qualche secondo l’ho spinto via con forza, schiena al muro, ansimante. «Sei fuori di testa?

Che fai? »

Ansimava anche lui. Occhi lucidi, quasi bagnati. «Non lo so più.

Mi fai impazzire. Da quando hai tagliato i ponti, sono perso. »

«E lo risolvi sbattendomi al muro? »

Si è tirato indietro di poco, senza sfuggire al mio sguardo.

Mascelle strette. «Pensi che per me sia facile? Non hai idea di cosa vivo. Io non sono come te.

»

L’ho fissato. «Non come me? Cosa significa esattamente? »

«Non sono gay.

Sei tu che mi fai questo. Solo tu. Nessun altro. »

Era peggio di un rifiuto.

Era scaricarmi addosso la sua guerra interna. «Pensi che sia un complimento che giustifichi le tue stronzate? Mi hai ignorato, umiliato, manipolato. E ora dici che mi ami, ma è colpa mia?

»

Ha sbattuto il pugno al muro. «Cazzo, ti amo. Ma non ce la faccio. La mia famiglia mi rinnegherebbe.

Vengo da un paesino dove una cosa così è la vergogna peggiore. Mio padre mi ammazzerebbe. »

Ho stretto i denti. «Quindi preferisci mentire tutta la vita e trascinarmi nella tua bugia.

»

Ha abbassato gli occhi. «Non voglio perderti. »

«Non dovevi giocare con me fin dall’inizio. Pensi che sia il tuo sfogo emotivo?

Anche io ho paura. Ma almeno mi assumo le mie responsabilità. »

E lì è crollato. Non singhiozzi rumorosi.

Solo lacrime silenziose sulle guance. Il cuore mi si è spezzato. Ma non ero pronto a rimettere insieme i pezzi. Non ancora.

Non così. Il giorno dopo salta l’allenamento. Non una parola. Assenza pesante.

Giulio mi chiede preoccupato: «Pensi si sia fatto male ieri? Ti ha detto qualcosa? »

Ho schivato. Impossibile spiegare senza far saltare tutto.

Riappare due giorni dopo. Muto, stravolto, sguardo sfuggente. Saluta tutti tranne me. Io uguale.

Due estranei incastrati nella stessa bolla. La distanza ha peggiorato tutto. Gioco impreciso, passaggi sbagliati, posizionamenti persi. Saltava le riunioni tattiche.

E appena un compagno mi parlava sorridendo, sentivo i suoi occhi trafiggermi. Un pomeriggio, mentre curavo una distorsione, passa davanti alla sala, rallenta, osserva a lungo. Come un bambino davanti a un giocattolo proibito. Poi sparisce.

La sera, un messaggio: “Dobbiamo parlare. Per favore. ”

L’ho lasciato su visualizzato. Non per vendetta.

Solo perché doveva fare tutto il percorso da solo. Non un passo impulsivo tra due tempeste interiori. Ma quel percorso si annunciava molto più tortuoso del previsto. E tutto stava per capovolgersi.

Sul ghiaccio tornava a essere la stella solare. Negli spogliatoi, un fantasma errante. La mattina della partita decisiva, Teo era irriconoscibile. Assente, spaesato.

In allenamento, passaggi sbagliati, schemi dimenticati. I compagni si scambiavano occhiate preoccupate. L’allenatore ha dovuto alzare la voce. Eppure, appena il disco è stato lasciato, metamorfosi.

Sorriso splendente, scivolata fluida, sguardo affilato. Gol già nel primo tempo. Spettacolo totale. Sembrava che i tormenti non fossero mai esistiti.

Il pubblico in delirio. E sugli spalti c’era la mia famiglia, venuta apposta da Varese. Mamma sventolava una sciarpa coi colori della squadra, scattava foto col telefono. Papà seguiva concentrato, discreto.

Mio fratello minore Milo, tredici anni, portava la maglia con il numero di Teo stampato, sul punto di svenire ogni volta che Teo sfiorava il disco. Vittoria! Spogliatoio in festa. Mamma insiste per un salutino dietro le quinte.

Per Milo ho ceduto, ovvio. Nei corridoi urla, risate, gioia pura. Milo spalancava gli occhi. Poi appare Teo, ancora gocciolante, asciugamano al collo.

Ci vede, la maschera da star vacilla un secondo, poi si ricompone. «Ciao, siete la famiglia di Elio? »

Mamma si lancia entusiasta. «Sì!

E questo è Milo, il tuo fan numero uno. »

Teo si accovaccia, porge la mano. «Allora, ti è piaciuto? »

Milo annuisce velocissimo.

«Eri fortissimo. »

Foto a raffica. Teo sta al gioco, ma nei suoi occhi leggo un’ombra. Uscendo, ho capito.

I suoi genitori erano lì in disparte. Non un applauso. Braccia incrociate per il padre, sguardo fisso a terra per la madre. Teo si avvicina.

Il padre sussurra secco: «Potevi chiuderla prima. Il difensore ti ha lasciato un’autostrada. »

Teo abbassa la testa, spalle rigide. Quel rimprovero pesava quintali.

Se ne vanno. Non un “bravo”, non un abbraccio. Teo resta impalato. Mi lancia uno sguardo vuoto.

Quella sera, messaggio: “Possiamo parlare subito? ”

Sala cure, luci basse. È seduto sul lettino, sguardo perso. Mi appoggio al muro, braccia incrociate.

Alza gli occhi. «La tua famiglia è fantastica. Tuo fratello minore ti vede come un dio. »

Sorrido debolmente.

«Ci sono sempre stati. Anche dopo l’infortunio. Anche dopo che gli ho detto la verità. »

«Quale verità?

»

«Che mi piacciono i ragazzi. »

Silenzio. «E come hanno reagito? »

«Un abbraccio.

Mamma ha pianto un po’. Papà sembrava perso. Il giorno dopo, crostata di mele, come se niente fosse. Perché niente era cambiato.

»

Abbassa gli occhi. «Sei fortunato. »

«E tu? »

Ride amaro.

«Li hai visti. Vengono a ogni partita, sempre puntuali, sempre allo stesso posto. Da fuori sembra perfetto. »

«Sì, tranne che se sbaglio un tiro è una tragedia.

Se non domino è una vergogna. Non vengono per me. Vengono per l’immagine. Il figlio prodigio.

Il trofeo. »

Lo lascio sfogare. «A casa non è mai abbastanza. Anche dopo un gol c’era un “ma hai mollato alla fine, dovevi anticipare”.

Mai un semplice complimento. »

Si alza, cammina avanti e indietro. «E quando ho capito che mi attiravano i ragazzi, ho seppellito tutto. Storie inventate, ragazze.

Mi sono costretto a entrare nel loro stampo. Era più semplice. »

Si gira verso di me. «Ma con te è impossibile continuare la recita.

»

Mi avvicino piano. «Teo, hai diritto di esistere per te. Non per loro, non per l’immagine. Solo per te.

»

Scuote la testa. «Non sai cosa significa crescere così. Ogni gesto è una performance. La minima crepa e crolla tutto.

Ho così tanta paura… »

L’ho abbracciato di slancio. Si è aggrappato a me come a un salvagente nella burrasca, senza dire altro. Solo quel silenzio liberatorio.

Le mura che finalmente crollano. Dopo quella notte nella sala cure, ho esitato a lungo. Troppo, forse. Teo aveva socchiuso una porta, non abbastanza per illuminare tutto, ma sufficiente a intravedere le sue ferite.

E questo mi aveva scosso più di quanto volessi ammettere. Così ho accettato. Non tutto, non il tuffo totale, solo un tentativo. All’inizio segretissimo.

Veniva da me dopo le sedute. Controllava che nessuno lo seguisse, tende tirate. Ridicolo. Eccitante, pure.

Una volta chiusa la porta, cambiava. Niente più maschera. Rideva apertamente, parlava senza filtri, domande sulla mia infanzia, i sogni di prima, le cicatrici. Scoprivo un Teo sconosciuto.

Curioso, burlone, goffo, ma vero. Cucinava male, ma con una gioia contagiosa. Si addormentava sul divano a metà racconto, si svegliava imbarazzato per aver sbavato sul plaid. E io affondavo un po’ di più ogni sera.

Agli allenamenti si vedeva. Era scintillante, incoraggiava i più giovani, salutava pure gli avversari per un bel gesto. Gli articoli parlavano di “rinascita di Teo”. Nessuno sapeva che la fonte era un bilocale incasinato con un fisioterapista dal cuore ammaccato.

Ma il segreto pesava soprattutto su di lui. Ogni uscita tardiva, quello sguardo che diceva “essere stati sorpresi”. Nemmeno io lo dicevo. Paura che non fosse pronto ad affrontare le conseguenze.

Poi quella partita. Vittoria netta contro un avversario diretto. Spogliatoio in delirio: urla, risate, acqua buttata, asciugamani che volano. Teo, al centro del caos, radioso.

Corre verso di me a torso nudo, guance arrossate, occhi che brillano. «Elio! »

Mi afferra per la vita e mi bacia. Davvero.

Profondamente. Senza freni, come chi non vuole più nascondere. Lo spogliatoio si blocca. Un secondo.

Due. Poi scoppia. Risate, pacche amichevoli, evviva. «Era ora!

» grida il portiere di riserva. «Pensavate che fossimo ciechi? » aggiunge un’ala. Applausi spontanei.

Teo mi guarda sbalordito. Poi capisce. Il clic. Il peso che vola via.

Ride. Nervoso all’inizio, poi liberato. Mi riprende tra le braccia. «Basta nascondersi.

»

E l’ha dimostrato. Alla partita amichevole successiva, un nastrino arcobaleno legato alla stecca. Discreto ma presente. Assunto.

Sul ghiaccio cerca i genitori. Sono in prima fila, come sempre. Quando vedono il nastrino, facce chiuse. A metà secondo tempo si alzano.

Vanno via senza una parola. Teo li vede. Non vacilla. Non abbassa lo sguardo.

Dopo, nel tunnel, lo raggiungo. «Tutto ok? »

Alza le spalle. Sguardo perso sulla pista vuota.

«Credo di aver appena perso i miei genitori. »

Gli metto una mano sulla spalla. «No. Gli hai solo mostrato chi sei davvero.

Se scelgono di andarsene, è la loro versione ristretta che difendono. Non te. »

Mi fissa a lungo. Poi sorride.

«Pensi che possiamo vivere così in due, senza bugie? »

«Non lo so. Ma ci proviamo. E non da soli, stavolta.

»

Sì, ci saranno problemi. Dubbi. Sponsor che scappano. Tifosi a disagio.

Ma ne arriveranno altri. E soprattutto, non combatterà più da solo. Perché io ci sarò. E lui non splenderà più solo sotto i riflettori del ghiaccio.

Splenderà davvero. Per sé. Per noi.