Mio marito ha falsificato la mia firma su una perizia psichiatrica per farmi dichiarare incapace di intendere e di volere. L’ho scoperto per caso, da una lettera dell’INPS. Quando gli ho messo le…

Mio marito ha falsificato la mia firma su una perizia psichiatrica per farmi dichiarare incapace di intendere e di volere. L'ho scoperto per caso, da una lettera dell'INPS. Quando gli ho messo le...

Mio marito Renato ha falsificato la mia firma su una perizia psichiatrica per farmi dichiarare incapace di intendere e di volere. Ho scoperto tutto per caso, grazie a una lettera dell’INPS arrivata a casa. Poi ho trovato le altre, nascoste in una cartella nella sua scrivania. Ho passato la notte a leggere documenti che non avrei mai dovuto vedere: la richiesta di limitazione della mia capacità di agire, la nomina di un amministratore di sostegno, la richiesta di accesso ai miei conti correnti.

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Renato è entrato in cucina la mattina dopo come se nulla fosse. Mi ha chiesto cosa c’era per colazione. Gli ho messo davanti le fotocopie dei documenti e gli ho chiesto solo perché. Non ha negato, non si è scusato.

Ha detto che era per il mio bene, che negli ultimi tempi non ero più io, che lui voleva solo proteggermi e proteggere la nostra famiglia. Poi ha aggiunto che gli dispiaceva che avessi scoperto tutto in quel modo. Lì ho capito che non c’era più niente da salvare. Mia suocera Domenica ha cercato di convincermi a lasciar perdere.

Mi ha detto che era stato tutto un equivoco, che Renato aveva agito per amore, che se avessi fatto la brava e mi fossi affidata a lui, tutto si sarebbe sistemato. Le ho chiesto se sapeva della perizia. Mi ha risposto che sì, ma che era stato per il mio bene, e che se avessi fatto la brava, non sarebbe successo niente di male. Ho capito che era inutile discutere.

Mio marito ha iniziato a chiamarmi da numeri sconosciuti. Mi diceva che ero nervosa, che avevo bisogno di aiuto, che se avessi accettato la visita, tutto si sarebbe risolto. Poi è passato alle minacce: mi ha detto che se avessi fatto causa, avrei perso tutto, che non avrei visto un centesimo. Io non rispondevo.

Ho semplicemente smesso di rispondere al telefono. Ho passato due settimane a pensare, a fare avanti e indietro nella mia testa. Poi ho chiamato un avvocato. Non ne conoscevo nessuno, ho cercato su internet e ho scelto il primo studio che sembrava serio.

L’avvocato Agostino Farraguto era un uomo asciutto, senza fronzoli, con uno studio piccolo pieno zeppo di cartelle. Gli ho portato le fotografie dei documenti. Le ha lette in silenzio, poi mi ha fatto una domanda secca: ero mai stata a una visita da Marranchino? Mai.

C’era qualcuno che poteva confermare che quel giorno ero al lavoro? Sì, c’erano testimoni e dati di geolocalizzazione. Lui ha annuito e ha detto che avremmo proceduto. La procura di Foggia ha preso il caso in mano più in fretta del previsto.

Non perché il mio caso fosse speciale, ma perché Marranchino era già noto: negli ultimi tre anni erano arrivate altre due denunce simili. Il mio caso ha fornito alle indagini la prova documentale che mancava: il paziente non si era presentato nel giorno indicato. Non era solo una violazione dell’etica, era una falsificazione di documento ufficiale. Renato è venuto a sapere della denuncia lo stesso giorno.

Mi ha scritto: “Dobbiamo parlare, è una sciocchezza che si può ancora fermare” e poi “Alba, non peggiorare la situazione”. Ho bloccato il numero. Non per paura, semplicemente non c’era più niente da dire. A distanza di una settimana, gli investigatori hanno perquisito casa sua.

Sono emerse cose che non mi aspettavo: contratti di subappalto fittizi, debiti con creditori privati, una vicenda di un cantiere alla periferia di Foggia dove i lavori erano stati pagati dal Comune ma non eseguiti. Non era più una lite familiare. Era un caso penale. Renato è stato posto in custodia cautelare al ventitreesimo giorno dalla mia denuncia.

I beni sono stati pignorati: l’appartamento, l’auto, i conti della società. Nel frattempo, ho intentato una causa civile parallela per il risarcimento del danno morale e per la divisione dei beni. L’appartamento era stato acquistato prima del matrimonio, ma il mutuo era stato pagato anche durante gli anni della convivenza, e ho potuto dimostrare il mio contributo finanziario. Inoltre, il tribunale ha riconosciuto che il tentativo di limitare la mia capacità di agire era finalizzato a privarmi dei miei diritti patrimoniali.

La sentenza è arrivata dopo sette mesi. L’appartamento in via Castelfidardo mi è stato assegnato, così come una quota della società e un risarcimento in denaro per il danno morale. Mia madre mi ha chiamata quando la notizia è uscita sui giornali locali. Mi ha detto che avrei distrutto la famiglia, che ero capricciosa e testarda, che con Renato bisognava comportarsi con delicatezza.

Le ho chiesto se era stata lei a spingerlo a fare quello che ha fatto. Mi ha risposto che no, e io le ho detto: “Va bene, allora sono stata io a spingerlo”. E ho riattaccato. Domenica ha chiamato tre giorni prima della sentenza.

Mi ha detto: “Hai distrutto mio figlio”. Io le ho risposto: “È stato tuo figlio a distruggersi da solo. Io mi sono solo astenuta dall’interferire”. Poi ha aggiunto che ero stata un’estranea in quella famiglia dal primo giorno, e che ero sola, senza nulla.

Le ho detto che avevo un appartamento e presto avrei avuto qualcos’altro. Lei ha pronunciato la frase che mi aspettavo: “Il sangue non è acqua”. Le ho risposto: “I legami di sangue non sono un lasciapassare per la crudeltà”. E ho riattaccato.

Quando Farraguto mi ha chiamato per darmi la sentenza, ero seduta nella mia cucina in via Tarantini, un appartamento piccolo in affitto, quasi senza mobili. Bevevo un caffè. Fuori c’era un normale giovedì foggiano, con un po’ di vento e qualcuno che suonava il clacson. Ho detto grazie e lui ha risposto “Non c’è di che”, poi ha chiuso.

Non avevo intenzione di andare in via Castelfidardo quel giorno, né il giorno dopo. Lì c’era solo lavoro da fare: documenti, trasferimenti di proprietà, cassette da svuotare. Era una cosa da mettere in lista per la settimana dopo, tra la telefonata al notaio e l’incontro con l’avvocato. Ho finito il caffè, ho aperto il portatile.

Sul tavolo c’era ancora il foglietto che Gesualdo mi aveva lasciato la sera delle lasagne, quello con scritto il nome dell’avvocato. L’ho piegato e l’ho messo nel cassetto. Poi ho aperto la posta di lavoro.