All’ingresso passai la tessera magnetica e salii in ascensore. Le pareti esterne dell’edificio erano di una calda pietra grigia, e una guardia in uniforme controllava i visitatori su un tablet. Quando aprii la porta di casa, Alessandro era lì, in piedi nel salotto, con un’espressione che non avevo mai visto prima. “Chiara, dobbiamo parlare,” disse, ma io avevo già notato la piega strana agli angoli dei suoi occhi.

Era la stessa piega che faceva quando mentiva. Mi porse un foglio. “Ho preparato l’accordo di divorzio. Se lo firmi, ti do l’assegno di liquidazione.
Trentamila euro. E mi prendo io il mutuo dell’appartamento. ”
Scossi la testa. Tirai fuori dalla borsa una banconota da venti euro fradicia, con le dita gelide, e comprai una bottiglia di vodka ad alta gradazione nel minimarket sotto casa.
No. Bevvi l’ultimo sorso prima di salire in ascensore, perché sapevo che quella conversazione sarebbe stata lunga e sporca. “Alessandro, non è più una questione di se tu acconsenti o no,” dissi. “Divorzieremo comunque.
”
Lui allargò le braccia e tentò un abbraccio soffocante, come faceva sempre quando voleva chiudere un discorso. Ma io lo fermai. “Dimmi solo una cosa: chi è Silvia Conti? ”
Il citofono suonò all’improvviso.
Era l’avvocato Rossi. Alessandro impallidì. Aprì il computer e fece l’accesso all’online banking, ma non gli diedi il tempo di nascondere nulla. Il mio reddito totale superava i 200.
000 euro annui, e avevo sempre tenuto io i conti. Sapevo esattamente dove finivano i soldi. Gli importi variavano da 500 a 8. 000 euro, e il beneficiario era sempre lo stesso: Silvia Conti.
Biglietti aerei e prenotazioni alberghiere per tre viaggi all’estero, tutti pagati dal mio conto. La sua Audi A6 nera era parcheggiata, come al solito, all’uscita del parcheggio B, davanti all’appartamento di San Siro. Quella notte, mentre Alessandro dormiva, presi il telefono. Le dita tremavano leggermente, ma aprii WhatsApp con fermezza e scrissi all’avvocato Rossi: “Ho le prove.
”
Due mesi dopo, nell’aula di tribunale, il giudice lesse la perizia. L’appartamento di Silvia Conti era stato pagato con patrimonio comune: 480. 000 euro. Il mio avvocato aveva già inviato la documentazione completa: registrazioni, testimonianze, movimenti bancari, file compressi su una chiavetta USB con backup sul cloud.
“La norma per il risarcimento è tra 30. 000 e 50. 000 euro,” disse il mio avvocato, “ma data la gravità del caso, una richiesta di 80. 000 euro è pienamente giustificata.
Per l’appartamento intestato alla signorina Conti, la mia cliente ha diritto alla metà del valore: 240. 000 euro. ”
Alessandro cercò di minimizzare. “Vieni, Chiara, ti spiego tutto,” supplicò fuori dall’aula.
“Ti prego, ascoltami. Non è come pensi. ”
Lo guardai negli occhi. “Quando me ne andrò, mi porterò via il suo appartamento, le sue borse firmate e i suoi ricordi di viaggi all’estero.
”
Il giudice emanò la sentenza: risarcimento di 80. 000 euro, metà dell’appartamento di Silvia Conti pari a 240. 000 euro, e il 20% dell’aumento di valore delle azioni della società, circa 500. 000 euro.
Il totale superava il milione di euro. Tre anni fa, quando mi ero sposata, possedevo solo un piccolo atelier e 50. 000 euro di risparmi. Ora, mentre uscivo dal tribunale con la sentenza in mano, pensai a tutte le volte che avevo creduto alle sue scuse.
Deposito l’atto di divorzio il 20 dicembre. A febbraio vinsi un concorso per il packaging di un marchio di cosmetici: premio e contratto per un totale di 30. 000 euro. Camminai sotto i glicini viola nel parco vicino all’atelier, e sorrisi.
Non mi aveva mai davvero conosciuta. Non sapeva che io tenevo sempre la tessera magnetica e la bottiglia di vodka nello stesso cassetto, e che quando gli angoli dei suoi occhi si piegavano all’insù, io sapevo già tutto.


