Sei mesi fa ho smesso di amare mia moglie e ho iniziato a fingere. Quando ha preparato il ragù di mia nonna per la prima volta in tre anni, ho capito che stava recitando. Ho infilato un microfono…

Sei mesi fa ho smesso di amare mia moglie e ho iniziato a fingere. Quando ha preparato il ragù di mia nonna per la prima volta in tre anni, ho capito che stava recitando. Ho infilato un microfono...

Il profumo del ragù si era sparso per tutta la casa, quel ragù che mia nonna preparava ogni domenica a Napoli e che Alessia non cucinava da tre anni esatti. Eppure eccola lì, in cucina, con i capelli raccolti e un grembiule stirato, che mescolava la salsa canticchiando tra sé, come se nulla fosse cambiato. Sei mesi che indossava sorrisi troppo larghi, baci sulla guancia prima che uscissi per lavoro e “amore mio” detti con una voce che sembrava uscita da una registrazione. Alessia era diventata la moglie perfetta proprio quando aveva smesso di esserlo davvero.

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“Luca, vieni, assaggia”, mi chiamò con quella voce mielata che ormai mi rivoltava lo stomaco. Mi alzai dal divano lentamente, i miei passi sul parquet sembravano tamburi. Lei non si voltò, continuò a mescolare come se quel gesto potesse cancellare tutto. “È come quello di nonna Concetta”, disse girandosi, con gli occhi lucidi.

Recitava bene, devo ammetterlo. “Ho pensato che ti mancasse”. Sì, mi mancava qualcosa, ma non era certo la sua cucina. Presi la forchetta che mi porgeva, il sapore era perfetto, ma c’era un amaro che nessuna ricetta poteva mascherare: il tradimento ha un retrogusto che resta in gola.

“Ti piace? ” chiese con quella speranza finta. Annuii, solo annuii, perché anche io avevo imparato a recitare. Il mio spettacolo stava per iniziare.

Avevo già comprato un microfono, piccolo e discreto, da attaccare sotto il tavolo della sala da pranzo. Domenica prossima sarebbe arrivata tutta la sua famiglia, sua madre, suo padre, sua sorella Valentina con quel marito insopportabile, tutti pronti per il pranzo. Il ragù non era l’unica cosa che stava per bollire. Era cominciato tutto sei mesi prima, un martedì qualunque.

Torino era grigia, la pioggia batteva sui vetri del mio ufficio in via Roma. Tornai a casa, quella casa in collina comprata insieme quattro anni prima, quando credevamo ancora nelle promesse. Aprii la porta e trovai un silenzio pesante, quello che sa di colpa. Alessia era sul divano, il telefono stretto tra le mani come un tesoro.

Quando mi vide, sussultò appena, quanto basta perché io lo notassi. “Ciao amore”, disse, nascondendo il cellulare troppo in fretta. Non risposi subito. La osservai: trentadue anni, capelli castani sempre perfetti, quegli occhi verdi che un tempo mi facevano dimenticare tutto.

Ora evitavano i miei. Nelle settimane che seguirono, ogni gesto era un indizio. Alessia aveva sempre odiato cucinare, eppure improvvisamente la cucina era diventata il suo regno. Usciva con scuse sempre più improbabili, tornava con sorrisi che non le arrivavano agli occhi.

Io non dissi nulla. Decisi che non avrei gridato, non avrei pianto, non avrei fatto scenate. Avrei aspettato il momento giusto, quello in cui avrei fatto provare a lei il dolore che stavo provando io. La domenica del pranzo, Alessia era agitata fin dal mattino.

Sistemava i cuscini, controllava la tavola almeno venti volte. “Viene solo la tua famiglia, ricordi? ” le chiesi. Non mi rispose subito, guardò il telefono.

“Sì, certo, solo la mia famiglia”. Ma io sapevo che stava mentendo. Avevo il microfono già in tasca. Il pranzo era perfetto, come una scena di un film.

Sua madre elogiava il ragù, suo padre versava il vino, Valentina raccontava le solite storie noiose. Alessia era radiosa, recitava la parte della moglie innamorata. Fino al momento del dolce. Quando tirai fuori il telefono e schiacciai play, la sua voce riempì la stanza, quella voce registrata che raccontava un’altra verità con un altro uomo.

Il silenzio che seguì fu più fragoroso di qualsiasi grido. Sua madre impallidì, suo padre lasciò cadere la forchetta, Valentina incrociò le braccia, ma senza sorpresa. E lei, Alessia, mi guardò con gli occhi spalancati, come se fossi io il traditore. Non dissi una parola.

Mi alzai, presi il cappotto e uscii. Fuori pioveva ancora, come quel martedì di sei mesi prima. Mentre camminavo, sentii il telefono vibrare. Era lei, con un messaggio: “Non è quello che pensi”.

Per la prima volta, sorrisi davvero.