Mi avevano detto che ero lì per definire la disposizione dei tavoli per il matrimonio. Quando la porta si aprì, però, non trovai Giuliano ad accogliermi. Era Isabella da Venia, con al collo la collana di perle di mia nonna, quella che Giuliano aveva giurato fosse stata rubata un mese prima. Sul tavolino c’erano le nostre partecipazioni, quelle che avevo compilato per settimane: il mio nome era barrato con una linea rossa spessa, e sopra c’era il suo, scarabocchiato.

«Giuliano ha pensato che fosse meglio se fossi io a spiegarti le cose», disse Isabella con un sorriso che non prometteva nulla di buono. Lei indossava la mia unica eredità, l’unico oggetto di valore che mia nonna era riuscita a lasciarmi prima che il cancro la portasse via. Avevo solo dodici anni quando Giuliano mi aveva abbracciata piangendo con me, ed era venuto pure in questura per la denuncia del furto. Ora quella stessa collana brillava sul collo di Isabella, sotto il lampadario di cristallo della villa di sua madre.
«Dov’è Giuliano? » chiesi, con una voce che mi sorprese per quanto era ferma. «È di sopra con la signora Caterina», rispose Isabella, compiaciuta. «Stanno controllando l’accordo prematrimoniale.
Beh, il nostro accordo prematrimoniale». Mi fece cenno di entrare come se fosse già la padrona di casa. Nella stanza c’erano i cuscini che avevo scelto io per Natale l’anno prima, ma tutto il resto mi sembrava estraneo, ostile. Caterina, la madre di Giuliano, era seduta sulla sua solita poltrona e sorseggiava tè da una tazza di porcellana che un tempo mi aveva detto essere troppo preziosa per le mie mani.
Accanto a lei troneggiava Riccardo da Venia, il magnate farmaceutico. Caterina non si alzò nemmeno. «Alessia, è per il meglio. Sicuramente puoi capirlo».
Quattro anni di relazione. Mancavano tre settimane al matrimonio. E nessuno aveva avuto il coraggio di dirmelo in faccia prima. Giuliano restò in piedi accanto a sua madre, controllando il telefono come se fossi solo una voce nella sua agenda.
«La chiave del magazzino sarà recapitata tramite corriere all’indirizzo della signora Gabrielli», disse, come se stesse leggendo una lista della spesa. «Venticinque minuti per trasferire le mie cose, vent’anni per costruire una vita insieme: ecco quanto valevo per lui». Mi misi in macchina con le mani che tremavano. Le caparre per il matrimonio, la location, il fotografo, i fiori: oltre quindicimila euro, tutti su contratti che Giuliano mi aveva spinto a firmare in fretta.
Arrivai all’appartamento che avevamo condiviso per due anni e trovai le valigie già pronte sul letto, accanto a un foglietto con scritto solo: “La sicurezza ti farà entrare per il trasloco”. Non c’era nemmeno un addio. Senza un soldo e con il cuore a pezzi, accettai l’unico lavoro che mi fu offerto: infermiera a domicilio per un miliardario rimasto paralizzato. Mi chiamai Margaret all’ingresso di una villa enorme, con un giardino che non finiva mai.
Mi diedero tre giorni per decidere, uno stipendio di quindicimila euro al mese, vitto e alloggio compresi. Nessuno mi disse cosa aspettarmi davvero. Il signor Elia mi ricevette in una palestra all’avanguardia, piena di macchinari per la riabilitazione che sembravano usciti da un film di fantascienza. «Vattene», mi disse.
«Non mi serve un’altra infermiera che scappa alla prima difficoltà». La sua voce era gelida, i suoi occhi vuoti e duri. «Chiamerò la sicurezza e ti farò buttare fuori». Le infermiere prima di me non erano durate più di una settimana: se ne andavano quando il progresso si fermava, quando c’era una giornata no.
Ero diventata un mobile nella mia stessa vita: mi ero abituata a venire spostata senza mai dire nulla. Ma la prima notte, qualcosa cambio. Erano le quattro del mattino quando sentii un rumore secco provenire dalla palestra. Doveva essere tutto chiuso, eppure la porta era socchiusa.
Io non avrei dovuto entrare, ma qualcosa mi spinse oltre la soglia. Il signor Elia era in piedi, aggrappato a un bastone, con la fronte imperlata di sudore. Fece venti passi consecutivi, uno dopo l’altro, da solo. Sui monitor medici, i dati erano tutti anomali: segni che nessuna diagnosi ufficiale prevedeva.
Quando alzò gli occhi e mi vide sulla soglia, il suo sguardo passò dallo shock alla paura. E poi a qualcos’altro, qualcosa che non riuscii a decifrare. «Lei non ha visto niente», sussurrò. Ma c’era una crepa nella sua voce, una crepa che non avrei mai immaginato di poter trovare.
«Se racconta a qualcuno quello che ha visto stanotte», aggiunse, «non avrò altra scelta che farle del male». Il tono era di minaccia, ma le sue mani tremavano così tanto che il bastone scivolò e cadde con un tonfo sordo sul pavimento. Io restai lì, immobile, con il cuore che batteva così forte da sentirlo nelle orecchie. E in quel momento capii due cose: la prima, che il signor Elia nascondeva un segreto molto più grande della sua fortuna.
La seconda, che la mia vita non sarebbe mai più stata la stessa.


