«Scegli tra noi due, adesso. Io o lei. »
Caterina guardò suo figlio come se non lo avesse mai visto davvero. Negli occhi di Andrea c’era odio, ma anche qualcos’altro.

Qualcosa che Elena non aveva mai visto prima. «Mamma, basta,» disse Andrea con una voce che non ammetteva repliche. «Per cinque anni ho trovato scuse per te. Ogni volta dicevo a Elena: “Mamma non vuole fare del male a nessuno.
” Ma adesso ho capito. »
Tutto era iniziato una settimana prima, quando Elena aveva aperto il portagioie e aveva trovato il bracciale mancante. Il bracciale da seimila euro che sua suocera le aveva regalato per il matrimonio. Un regalo che Caterina non aveva mai accettato del tutto, un regalo che forse aveva sempre considerato suo.
«Andrea, capisco che sia tua madre, ma questo non è più un errore isolato,» aveva detto Elena quella sera, con il telefono in mano. «Prima l’anello, due mesi fa. Ha detto che si era sbagliata, che l’avrebbe restituito. E allora ho dato un’altra possibilità.
Ma questo… questo è troppo. »
Andrea aveva guardato il vuoto davanti a sé. «Recupererò il bracciale e le dirò che è l’ultima volta.
»
«Se succede di nuovo, no,» aveva risposto Elena. «Non ci sarà un’altra occasione. »
Aveva già chiamato l’avvocato Ferri, che le aveva consigliato di sporgere denuncia. «La ricevuta d’acquisto, le fotografie, entrambe.
Con questi elementi possiamo procedere. »
La sera dopo, quando erano saliti al quarto piano e avevano suonato il campanello, Caterina aveva aperto quasi subito. Vedendo non solo suo figlio e Elena, ma anche l’ispettore Ferri e un altro agente, il suo viso era rimasto impassibile. «Non capisco,» aveva detto.
«Cosa succede? »
«Mamma, basta,» aveva detto Andrea. La sua voce era ferma, senza traccia della solita esitazione. «Questa volta non si sistema con una scusa.
»
«Ma non ho fatto niente! »
«La denuncia è già stata presentata,» aveva detto l’ispettore. «Dovrà chiarire la sua posizione. »
Andrea era rimasto a lungo davanti alla finestra, poi si era seduto lentamente sulla stessa sedia su cui sua madre era stata seduta pochi minuti prima.
«Non ci credo ancora,» aveva mormorato. «Lei ha capito qualcosa di diverso,» aveva detto Elena. «La prima volta non ha affrontato vere conseguenze. Tu hai recuperato l’anello, lei si è scusata, e io ho deciso di darle un’altra possibilità.
E anche a te ne ho data una. Adesso stai solo vedendo il risultato per la prima volta. »
«E se la mamma ti chiedesse di ritirare tutto? »
Elena aveva guardato suo marito.
«Lo chiederà. Ma la risposta sarà no. »
Il processo era durato settimane. L’avvocato di Caterina aveva cercato in tutti i modi di sminuire la cosa: l’età avanzata della donna, il valore dell’oggetto, il fatto che fosse stato restituito.
Ma c’era un precedente. Non era il primo episodio. Non era un errore isolato. «Il mio cliente è disposto a ritirare la denuncia a condizione che la signora Bianchi riconosca per iscritto di aver preso e impegnato un bene che non le apparteneva,» aveva detto Stefano Riva, l’avvocato di Caterina, al telefono.
«Accetto,» aveva detto Elena. «Ma voglio anche che lei si impegni formalmente a non avvicinarsi a casa nostra senza permesso. »
Dall’altra parte della linea era sceso il silenzio. Poi una voce imbarazzata: «Aspetti, devo consultarmi con la mia cliente.
»
Nessuna telefonata arrivò il giorno dopo, né quello successivo. Poi, alla fine, la resa. La ritrattazione firmata, il riconoscimento dei fatti, l’impegno a mantenere le distanze. «È tutto quello che vuoi?
» aveva chiesto Caterina con voce fredda. «Tutto quello che voglio è che tu capisca cosa hai fatto,» aveva risposto Elena. «Ma non credo che lo capirai mai davvero. »
Caterina non venne mai più a casa loro.
Andrea non le diede mai più le chiavi dell’appartamento, non le raccontò mai più i dettagli delle loro finanze, non discusse mai più con lei delle decisioni di Elena. Imparò per la prima volta a concludere una conversazione con una frase semplice: «Mamma, questa è casa nostra. »
Per settimane, Caterina si offese, accusò il figlio di ingratitudine, smise di rispondere al telefono per giorni come punizione. Elena non fece finta di non capire.
«Non ti chiedo di dimenticare,» disse Elena una sera, mentre erano seduti sul divano. «E non è nemmeno perché tua madre ha affrontato delle conseguenze. Il punto è un altro. »
«Quale?
» chiese Andrea. Elena guardò il bracciale, tornato al suo posto dopo le indagini. «Il punto è che non bisogna mai lasciare che siano gli altri a decidere cosa deve avere valore per te. »
Andrea non disse nulla.
Ma quella sera, quando andarono a letto, le prese la mano e la strinse. Tra due settimane era il compleanno di Andrea. Elena aveva già pensato a cosa fargli: un orologio, uno di quelli che aveva sempre desiderato. Ma non l’aveva ancora comprato.
Voleva prima capire se era il momento giusto per parlare di un’altra cosa. Di una decisione importante, di un cambiamento che aspettava da tempo. «Sai,» disse Elena, senza guardarlo, «ho pensato che forse dovremmo andare via da questa città. »
Andrea si voltò.
«Via? Perché? »
«Perché ogni angolo di strada qui mi ricorda qualcosa. E perché ho bisogno di ricominciare.
»
Andrea la guardò per un lungo momento. Poi sorrise. «Quando vuoi. »
Elena non rispose subito.
Ma quella notte, per la prima volta da mesi, riuscì a dormire davvero. E al mattino, quando aprì gli occhi, lo trovò già sveglio, che la guardava. «Ho mandato un’email a un agente immobiliare,» disse. Elena non rispose.
Ma sorrise.


