Non avrei mai immaginato che una semplice sera di primavera avrebbe ribaltato il resto della mia vita. La casa era immersa in quel silenzio che dopo anni diventa quasi un compagno. Sul tavolino, accanto alla poltrona, una tazza di tè ormai fredda. La televisione era accesa a volume bassissimo, poco più di un ronzio.

Guardai la fotografia di mia moglie Anna. Erano passati quasi quattro anni dalla sua scomparsa, eppure ogni sera mi sembrava ancora di aspettarla, pronta a rimproverarmi per gli occhiali lasciati sul tavolo. Sorrisi tra me e me. Poi il campanello suonò.
Una, due, tre volte. Non erano tocchi educati da vicino, erano insistenti, quasi impazienti. Guardai l’orologio: le 21:47.
A quell’ora nessuno veniva mai.


