Sono le sette del mattino e sono già in fabbrica da quattro ore. Il turno è iniziato alle tre, finirà alle undici, poi a casa a dormire e di nuovo qui. Da dodici anni è sempre la stessa storia. Lo stabilimento di lavorazione dei metalli odora di olio per macchine e ruggine.

Le pareti sono di cemento grigio sporco, le finestre alte sotto il soffitto, così gli operai non si distraggono guardando fuori. Ci sono abituata: al frastuono, alle vibrazioni del pavimento, al fatto che per parlare con un collega bisogna urlare. Ma io parlo poco. Il mio compito è il controllo qualità delle lamiere stampate: osservo la superficie, segnalo i difetti, le lamiere imperfette vanno a rifondere.
È un lavoro monotono, che richiede attenzione ma non pensiero. Mi piace. Le mani fanno i movimenti abituali, gli occhi individuano crepe e irregolarità, e intanto posso pensare ai fatti miei. La pausa pranzo inizia alle nove in punto.
Mi siedo nel ripostiglio, dove ci sono tavoli di plastica e sedie di metallo. Non ho fame, ma devo mangiare qualcosa. Apro il telefono e guardo la foto che ho scattato ieri sera: un’anfora in ceramica del diciottesimo secolo, messa all’asta a Palermo. Due manici, decorazioni in blu cobalto su fondo bianco, una vite intrecciata con foglie di canto.
Ingrandisco l’immagine per scrutare i dettagli. Il maestro ha lavorato con sicurezza, le linee sono nitide, senza tremori. Lo smalto si è leggermente screpolato, ma questo non fa che aumentarne il valore. Amo oggetti così.
Hanno una storia, una vita che a me manca. «Stai di nuovo a guardare i tuoi cocci? »
Trasalgo. Orazio è lì accanto, con un bicchiere di tè del distributore.
È un uomo basso, tarchiato, i capelli brizzolati e un’espressione perennemente stanca. Lavora qui dall’apertura dello stabilimento, ventotto anni tra queste mura. «Non sono cocci», dico riponendo il telefono. «È ceramica.
»
«Che differenza fa? » Si siede di fronte a me, beve un sorso e fa una smorfia. «Robaccia. Quanto costa questo tuo vaso?
»
«È un’anfora. Forse duemila, forse tremila. »
Orazio fischia. «Euro?
»
«Sì. »
«E hai intenzione di comprarla? »
Alzo le spalle. Siamo entrambi consapevoli che non la comprerò.
Il mio stipendio è di milleduecento euro al mese. Affitto, cibo, bollette. Ciò che riesco a mettere da parte finisce in piccoli acquisti: piatti, tazze, vassoi. Niente di importante.
Ma non mi lamento. Ho una collezione di cui nessuno sa nulla. «Sto solo guardando», dico. Orazio annuisce senza insistere.
È il tipo di persona che capisce quando è meglio tacere. Restiamo in silenzio, interrotto soltanto dal rombo delle macchine. Poi mi chiede: «Come sta tua madre? »
Sorrido.
Orazio non sa tutto della mia famiglia, ma abbastanza da non fare domande superflue. «Come sempre», rispondo. «Quindi male», conclude lui. Il telefono vibra.
Chiamata in arrivo: mamma. Orazio inarca le sopracciglia: «Rispondi, tanto non smetterà di insistere. »
«Benedetta. Finalmente.
» La voce di mia madre è scontenta, come al solito quando si tratta di me. «Ti ho chiamata ieri sera, perché non hai risposto? »
«Dormivo. »
«Alle otto di sera?
Non farmi ridere. Senti, ti ricordi che sabato è l’anniversario di Ginevra? »
Certo che me lo ricordo. Me lo ha ripetuto ogni giorno per due settimane.
«Ci verrai? »
«Ci verrò. »
«E sii puntuale, non fare tardi come l’ultima volta. E vestiti decente.
Da Ginevra ci saranno persone importanti. Non voglio che ci fai fare brutta figura. »
Stringo i denti. Orazio mi guarda, scuotendo la testa.
«Va bene», dico. «E il regalo? Hai comprato qualcosa di degno? Non una sciocchezza da quattro soldi.
Ginevra compie trentatré anni, è un giorno importante. »
Trentatré. E io ne ho trentotto, e nessuno mi ha mai organizzato una festa. Ma non lo dico ad alta voce.
«Il ristorante da Mario, alle sette di sera. Non dimenticarlo. »
Riattacca senza salutare. Appoggio il telefono sul tavolo ed emetto un lungo sospiro.
«Potresti non andarci», dice Orazio. «Potrei. Ma ci andrò. »
«Fai come vuoi», risponde alzandosi.
«Ma non aspettarti che cambino. »
«Non me lo aspetto. »
Alla fine del turno, fuori, Catania mi accoglie con un cielo grigio e un vento umido che viene dal mare. Novembre qui non è freddo, è umido, un’umidità che penetra nelle ossa.
A casa faccio una doccia, mangio della pasta riscaldata e vado a letto. Mi sveglio alle sei di sera, quando fuori è già buio. È sabato, e devo comprare un regalo. In realtà so già cosa ho intenzione di regalare a Ginevra: ho visto in un negozio di antiquariato in via Etnea un piatto di maiolica del Settecento, con una scena di caccia dipinta.
Cavalieri a cavallo, cani. Sul bordo c’è una piccola scheggiatura, ma non rovina l’insieme. Costa duecentocinquanta euro, un terzo del mio stipendio. Ma decido di comprarlo.
Un ultimo tentativo, mi dico. Forse Ginevra lo apprezzerà. Forse mia madre smetterà di guardarmi come se fossi un errore della natura. Il proprietario del negozio, un uomo anziano con gli occhiali sul naso, mi riconosce.
Vengo spesso, anche se compro raramente. Mi porge il piatto con cura. Lo prendo tra le mani, sento la freschezza della ceramica. La decorazione è eseguita con maestria.
La scheggiatura non rovinava la composizione, anzi, aggiungeva autenticità. Pago in contanti. Lui avvolge il piatto nella carta, poi nel pluriball, poi in una scatola. Sulla strada di casa immagino la scena: Ginevra che scarta il regalo, la sorpresa sul suo viso, magari l’ammirazione.
Mia madre che dice: «Finalmente hai fatto qualcosa di giusto». Saverio che annuisce. Forse Ginevra mi abbraccia, mi ringrazia. So che è sciocco.
So che non succederà nulla di tutto questo. Ma la speranza è lì, sepolta in fondo, come una scheggia impossibile da estrarre. Il ristorante da Mario è nel centro di Catania, in una strada dove i turisti fotografano le facciate e la gente del posto spende per una cena più di quanto io guadagni in una settimana. Parcheggio la mia vecchia Panda a due isolati di distanza; non voglio che la vedano accanto ai SUV lucidi degli ospiti di Ginevra.
Sono le sette meno qualcosa. Cammino sul marciapiede stringendo la scatola con il regalo. Il vento mi scompiglia i capelli, raccolti semplicemente in una coda. Non ho trucco.
Indosso un vestito blu scuro di cinque anni fa e una giacca nera pratica. Puliti, decenti, ma non nuovi. Prima di entrare faccio un respiro profondo. Ultimo tentativo.
La sala è un lusso ostentato che non sopporto: oro sulle lampade, sulle cornici, sulle rifiniture delle sedie. Tovaglie bianche, calici di cristallo, camerieri in gilet e papillon. Musica jazz a basso volume, odore di profumo costoso e di carne arrosto. Cerco il tavolo con lo sguardo.
Lo trovo subito, nell’angolo più lontano: una ventina di persone. Ginevra è a capotavola, in un abito color avorio, aderente, con le spalle scoperte. I capelli acconciati a onde, il trucco impeccabile. Ride con la testa reclinata all’indietro, la sua risata squillante riempie lo spazio.
Accanto a lei c’è Saverio, in abito scuro, un bicchiere di vino in mano. Non sorride, guarda da qualche parte di lato. Ha già bevuto più del dovuto. Mia madre è alla destra di Ginevra.
Annunziata Squarcalupi, sessantacinque anni, capelli grigi curati, al collo la collana di perle che indossa solo nelle grandi occasioni. Il suo sguardo scivola verso la porta e mi vede. Mi avvicino al tavolo. Lei si alza e viene verso di me.
«Benedetta. » Non ciao, non come va. Solo il mio nome, pronunciato come se fosse stanca del solo fatto che io esista. «Ciao, mamma.
»
Mi squadra dalla testa ai piedi. Si sofferma sulla giacca, sul vestito, sui capelli. Stringe le labbra. «Dio mio, di nuovo quel vestito.
Ti avevo chiesto di vestirti come una persona normale. Guardati, guarda gli altri. Ti rendi conto di come appaio io quando tutti vedono che ho una figlia così? »
La sua amica distoglie lo sguardo, ma noto le sue labbra che fremono in un sorrisetto.
«Ci ho provato», dico a bassa voce. «Ci hai provato? » ripete mia madre, amara. «Certo, per te questo è il massimo.
Vai a sederti da qualche parte, ma non vicino a Ginevra. Non rovinarle le foto. »
Mi avvicino al tavolo. Ginevra mi nota e inarca le sopracciglia.
«Oh, è arrivata. Rosy, guarda: mia sorella ha deciso comunque di onorarci della sua presenza. »
Rosalia, la sua migliore amica, mi squadra con disprezzo. «Carina.
Stile vintage? »
«Si chiama “non ho soldi per i vestiti normali”», interviene Ginevra, e ridono entrambe. Mi siedo all’estremità del tavolo. Nessuno mi rivolge la parola.
Sono invisibile, o peggio: visibile quanto basta per fare da contrasto a Ginevra. Gli ospiti parlano, ridono, brindano. Ginevra riceve complimenti e si crogiola nell’attenzione. Saverio beve in silenzio, sottoponendosi alle occhiate infastidite di sua moglie.
«Mamma, ti ricordi quando Benedetta cercava di cantare nel coro? » dice all’improvviso Ginevra. «Il direttore le chiese di muovere solo le labbra, per non rovinare il suono. »
Gli ospiti ridono.
Rosalia aggiunge: «E quando ha provato a cucinare, ha bruciato una pentola al punto che abbiamo dovuto buttarla via». «È successo solo una volta», mormoro. «Una sola? » Ginevra finge sorpresa.
«Mamma, la ricordi diversamente. Non sa fare niente come si deve. »
«È sempre stato così», sospira mia madre. «Ginevra capiva tutto al primo colpo.
Benedetta… be’, che ci vuoi fare? Però sa controllare le lamiere. »
«Anche quello è un talento, immagino», dice Rosalia, e le risate si fanno più forti. Stringo il tovagliolo sotto il tavolo.
Guardo il piatto davanti a me, la pasta mangiata a metà. Finalmente arriva il momento dei regali. Ginevra batte le mani. «Allora, amici, voglio vedere cosa mi avete portato.
» Rosalia si fa avanti con un pacco enorme. Ginevra scarta un set di cosmetici di lusso e grida di gioia. Poi arrivano orecchini con diamanti, un buono per dieci trattamenti in un centro benessere, un profumo di Chanel. Ogni regalo più costoso dell’altro.
Mia madre è raggiante di orgoglio. Saverio beve. Poi Ginevra guarda me. «Bene, e tu?
Hai portato qualcosa? »
Mi alzo, prendo la scatola e la poso sul tavolo. È semplice, senza decorazioni. Ginevra la rigira tra le mani.
«È leggera. Interessante. » Scarta, toglie il coperchio, tira fuori il piatto. Lo rigira, osserva la decorazione.
Poi lo sguardo le cade sulla scheggiatura. «Che cos’è? » La sua voce è bassa, quasi incredula. «Maiolica», dico.
«Settecento. Autentica. »
Ginevra sorride. Solleva il piatto e lo mostra agli ospiti.
«Guardate cosa mi ha regalato mia sorella: un vecchio piatto rotto. »
Alcuni ridono, imbarazzati. Ginevra gira il piatto, mostrando la scheggiatura. «Bene, cara, ti rendi conto di che giorno è oggi?
Compio trentatré anni, e tu mi porti questo? »
«È un oggetto d’antiquariato. Ha un valore. »
«Ma è rotto!
» Ginevra alza la voce. «Mi hai portato spazzatura, o pensavi che fossi così stupida da non notare la scheggiatura? »
«Non è spazzatura, è un falso… voglio dire, è antico. »
«Un falso regalo, proprio come te.
Una falsa sorella. »
La sala esplode in una risata. Rosalia si copre la bocca con la mano, ma le tremano le spalle. Qualcuno batte le mani sul tavolo.
Mia madre rimane in silenzio, ma ha le labbra serrate e lo sguardo pieno di delusione e vergogna. «Benedetta», dice a bassa voce. «Perché sei sempre così? »
«Ci ho provato», sussurro.
«Se questo è il tuo provarci, era meglio che non venissi affatto. »
Ginevra posa il piatto sul tavolo con noncuranza. «Grazie, sorellina. Davvero commovente.
» Si volta verso gli ospiti. «Sapete cosa? Lo metterò in bagno, per il sapone. Almeno servirà a qualcosa.
»
Nuove risate. Saverio finisce il bicchiere e mi guarda. Sul suo volto c’è qualcosa come pietà, ma rimane in silenzio. Sono in piedi in mezzo alla sala, circondata da gente che ride.
Dentro di me qualcosa si spezza. Silenziosamente, quasi impercettibilmente, come il filo che reggeva l’ultima speranza. Mi volto e vado verso l’uscita. Nessuno mi chiama.
Fuori, l’aria fredda mi colpisce il viso. Raggiungo l’auto e mi siedo al volante. Le mani sul volante, lo sguardo nel buio. Il telefono vibra, un messaggio di mia madre: «Perché rovini sempre tutto?
Non potevi stare zitta e andartene in silenzio? »
Blocco lo schermo. Avvio il motore. Ma non mi muovo.
Guardo le finestre illuminate del ristorante. Lì la festa continua. Ginevra riceve gli auguri. Mia madre sorride.
Io sono già dimenticata. Il telefono vibra di nuovo: «Non capisco perché sei venuta. Se avevi intenzione di rovinare la serata a tua sorella…»
Blocco lo schermo e lo appoggio sul sedile. Questa volta avvio davvero il motore, ma è in quel momento che vedo l’uomo.
Un uomo con un cappotto scuro e una cartella di pelle in mano cammina sul marciapiede verso il ristorante. Passo sicuro, aria da uomo d’affari. Si ferma all’ingresso, controlla il telefono, poi spinge la porta ed entra. Qualcosa in lui attira la mia attenzione.
C’è qualcosa di ufficiale, di statale. Non è un ospite della festa. È un corriere. Un corriere del museo.
Il cuore mi batte forte. Spengo il motore, scendo dall’auto. L’aria fredda mi brucia il viso, ma non me ne accorgo. Rientro nel ristorante.
Nella sala non è cambiato nulla. Il corriere è al banco della reception, parla con una ragazza che indica il nostro tavolo. Io mi appoggio al muro all’ingresso e guardo. Il corriere si avvicina al tavolo, si ferma accanto a Ginevra.
Le chiacchiere si placano. «Mi scusi», dice. Voce calma, professionale. «Sto cercando la signora Benedetta Squarcalupi.
»
Silenzio. Ginevra alza lo sguardo, aggrottando le sopracciglia. «Cosa? »
«La signora Benedetta Squarcalupi.
Devo consegnarle dei documenti. »
Tutti si voltano. Mi trovano all’ingresso. «Eccola lì», dice Ginevra, irritata.
Il corriere mi raggiunge. «Signora Squarcalupi? »
«Sì. »
Mi porge una cartellina.
«I documenti del Museo della Ceramica di Faenza. La valutazione della sua collezione è terminata. Serve la sua firma per la ricezione. »
Prendo la cartella.
Le mani mi tremano, ma cerco di non darlo a vedere. La apro. Dentro ci sono moduli ufficiali, timbri, firme. Collezione di ceramiche siciliane del diciassettesimo e diciottesimo secolo.
Proprietaria: Benedetta Squarcalupi. Numero di oggetti: ventitré. Valore stimato: centottantasettemila euro. Status: bene museale, soggetto ad assicurazione e registrazione ufficiale.
Segue l’elenco degli oggetti. Anfore, piatti, ciotole, vassoi. Ogni cosa che ho collezionato negli anni. In fondo, l’ultimo acquisto: un piatto in maiolica datato, con una scena di caccia.
Completa la serie tematica. «Il museo è interessato all’acquisto dell’intera collezione per l’esposizione permanente», dice il corriere. «Firmi qui, per favore. »
Firmo.
Lui mi porge una copia. «La contatteremo entro una settimana per discutere i dettagli. » Annuisce ed esce. Rimango lì, con la cartella in mano.
La sala è completamente silenziosa. Tutti mi guardano. «Che cos’è stato? » La voce di Ginevra è secca.
Si alza. «Quale collezione? »
Non rispondo. Mia madre si alza anche lei, pallida.
«Benedetta. Di cosa parlava? »
«Di ceramica», dico a bassa voce. «Quale ceramica?
»
«La mia. »
Ginevra mi si avvicina, occhi stretti. «La tua? Cosa vuol dire “la tua”?
Che collezione potresti mai avere? »
Le porgo i documenti. Lei li afferra e comincia a leggere. Rosalia sbircia da sopra la sua spalla.
«Centottantasettemila! » esclama Rosalia. «È uno scherzo? »
«Un pezzo da museo?
» Ginevra alza lo sguardo, il viso contratto. «Tu hai una collezione da duecentomila euro? »
«Centottantasette», correggo. «Che differenza fa?
» Ginevra sbatte la cartella sul tavolo. I fogli volano dappertutto. «Da dove prendi tutti quei soldi? Lavori in fabbrica, guadagni una miseria!
»
«Ho messo da parte per anni», dico con calma. «Un oggetto alla volta. »
«Hai risparmiato! » ripete Ginevra, beffarda.
«E hai taciuto per tutto questo tempo? Mentre noi… mentre io…» Non finisce la frase. Si volta verso mia madre. «Mamma, lo sapevi?
»
Mia madre mi guarda come se mi vedesse per la prima volta. Scuote lentamente la testa. «No. Non lo sapevo.
»
«Certo che no! » Ginevra ride, una risata isterica. «Perché lei non dice niente a nessuno! Se ne sta zitta e accumula i suoi tesori, mentre noi pensiamo che sia una fallita!
»
«Non ho mai detto di essere una fallita», dico. «L’hai deciso tu. »
«Ti sei ridotta così da sola! » Ginevra fa un passo verso di me.
«Non hai mai ottenuto nulla, non hai mai raggiunto nulla. E ora all’improvviso scopriamo che hai un intero patrimonio! E questa… questa schifezza che mi hai regalato fa parte della tua preziosa collezione, vero? »
Annuisco.
«La parte finale. »
Il silenzio è assordante. Saverio smette di bere, il bicchiere gli si congela in mano. Mia madre raccoglie i documenti dal tavolo, li legge con attenzione, poi alza lo sguardo.
«Lo sapevi? » dice, accusatoria. «Sapevi che era importante, che era prezioso. Perché non l’hai detto?
»
«Perché? » chiedo. «Perché siamo una famiglia. Avresti dovuto dirlo, condividerlo.
»
«Condividerlo? » ripeto. «Come ho condiviso tutto il resto? Come avete condiviso con me?
»
«Che cavolo dici? » Ginevra alza la voce. «Ci siamo sempre presi cura di te! »
«Certo», sorrido.
«Come oggi. Come sempre. »
«Non osare! » Ginevra mi punta il dito.
«Non osare ribaltare tutto! Hai nascosto per anni di avere dei soldi, mentre noi…»
«Jin, sta’ zitta», dice Saverio, posando il bicchiere. «No! » Ginevra si volta verso di lui.
«Lei se ne stava nella sua fabbrica a mettere da parte soldi, mentre noi avevamo debiti, mentre la clinica era sotto controllo, mentre tu…»
«Ho detto di stare zitta», ripete Saverio, più piano, ma più duro. Ginevra tace, gli occhi che lanciano fulmini. Mia madre tiene ancora i documenti in mano. «Il museo vuole comprarla», dice.
«Quanto pagheranno? »
«Non lo so. Non ne hanno ancora discusso. »
«Ma pagheranno», insiste.
«L’intera somma? »
Alzo le spalle. «Forse. »
«Benedetta.
» Mia madre fa un passo avanti. La voce si addolcisce, ma negli occhi c’è qualcosa di calcolatore. «Capisci che Ginevra ha delle difficoltà? Saverio ha problemi con gli affari.
La famiglia ha bisogno di aiuto. »
«Quale famiglia? »
«La nostra. Abbiamo lo stesso sangue.
»
«Lo stesso sangue», ripeto. «Che ridicolo sentirlo dire. »
«Cosa c’è di ridicolo? » interviene Ginevra.
«Siamo una famiglia. Se hai dei soldi, sei obbligata ad aiutarci. »
«Obbligata? » La guardo.
«Come mi hai aiutata tu oggi? Come mi hai aiutata in tutti questi anni? »
«Non ti abbiamo umiliata! »
«Davvero?
» Alzo un sopracciglio. «E cosa è successo dieci minuti fa? Come si chiama? »
Rosalia distoglie lo sguardo.
Uno degli ospiti tossisce. Saverio si strofina il viso con le mani. «È stato…» Ginevra esita. «Non pensavo che… che ci fosse un vero valore…»
«Certo che non lo pensavi», concludo per lei.
«Non hai mai pensato a me. »
Mia madre posa i documenti sul tavolo. «Benedetta, basta con le scenate», dice, la voce fredda. «Ti sei offesa, lo capisco.
Ma non è un motivo per negare aiuto alla famiglia. »
«Non mi sono offesa», dico. «Ho solo capito. »
«Cosa hai capito?
»
«Che mi amerete solo quando avrete bisogno di me. »
Mia madre impallidisce. «Come osi? Come osi parlare così a tua madre?
»
«Facile», rispondo. «Anni di pratica. »
Raccolgo i documenti, li rimetto nella cartellina. Ginevra mi guarda, le labbra tremanti.
«Non mi darai un centesimo, vero? »
«No. Anche se me lo chiedessi. Soprattutto se me lo chiedessi.
»
Il suo viso si contorce. Afferra dal tavolo il piatto di maiolica e lo solleva sopra la testa. «Allora ecco cosa penso del tuo regalo. »
Saverio balza in piedi.
«Jin, no! »
Ma lei ha già preso la rincorsa. Io non mi muovo. Ginevra lancia il piatto sul pavimento.
Il rumore è secco, definitivo. La ceramica va in mille pezzi. I frammenti si sparpagliano: bianchi con motivi blu. Una scena di caccia, cavalieri, cani.
Tutto in frantumi. Gli ospiti trasalgono. Mia madre si copre la bocca con la mano. Rosalia indietreggia.
Guardo i frammenti, poi Ginevra, che respira affannosamente, gli occhi che bruciano. «Ecco», esala. «Ora sai com’è. »
Annuisco.
«Ora lo so. »
Mi volto e vado verso l’uscita. Mia madre mi chiama: «Benedetta. Sapevi che era importante.
Perché non l’hai detto? »
Mi fermo sulla porta, mi volto. «Perché non me l’avete mai chiesto. »
A casa spengo il telefono.
Non guardo nemmeno quante chiamate perse ho. Lo metto in un cassetto della scrivania. Mi siedo sul divano, appoggio la cartella accanto a me e resto a fissare il muro. L’appartamento è piccolo, un monolocale di trentacinque metri quadrati.
Divano, tavolo, sedie, angolo cottura. Tutto vecchio. Nessuna decorazione alle pareti, nessuna fotografia. Solo scaffali, molti scaffali.
E su quelli, la mia collezione. Ventidue pezzi. Adesso sarebbero ventitré, ma uno giace in frantumi sul pavimento del ristorante. Mi alzo, mi avvicino agli scaffali, passo le dita sul bordo di un’anfora.
Ceramica fredda, smalto liscio. È l’unica cosa vera nella mia vita. Non riesco a dormire. Mi corico alle due, mi alzo alle quattro.
Faccio una doccia, mi vesto, esco. Il turno inizia alle sei, ma arrivo prima. La fabbrica mi accoglie con il solito frastuono e l’odore di olio. Vado al mio posto, indosso occhiali e guanti, accendo l’attrezzatura.
Il lavoro mi aiuta a non pensare. Foglio dopo foglio, controllo dopo controllo. Alle nove, durante la pausa, arriva Orazio. Si siede di fronte a me, come sempre.
«Hai un aspetto orribile», dice. Alzo le spalle. «Non ho dormito. »
«L’anniversario è andato male?
»
Non rispondo. Lui beve un sorso di tè, fa una smorfia. «Se non vuoi parlare, non parlare. Ma se hai bisogno di qualcosa, io ci sono.
»
«Lo so. »
Restiamo in silenzio. Poi mi chiede: «Va tutto bene? »
Lo guardo.
Voglio dire sì, ma non ci riesco. Scuoto la testa. «No. »
Orazio annuisce.
Non fa altre domande. Finisce il tè, getta via il bicchiere e se ne va. I giorni passano. Il terzo giorno accendo il telefono: ventitré chiamate perse da mia madre e Ginevra, quattordici messaggi.
Ne apro uno di mia madre: «Ci stai disonorando con il tuo comportamento. Ginevra ha pianto tutta la notte per colpa tua». Blocco lo schermo e spengo di nuovo. Mercoledì sera bussano alla porta.
Guardo dallo spioncino: Ginevra e Saverio. Apro. Ginevra entra di corsa, senza aspettare l’invito. «Perché non rispondi alle chiamate?
La mamma sta impazzendo. Ti abbiamo chiamata un centinaio di volte. »
«Il telefono era spento. »
«Sì, lo vedo.
» Si avvicina, mi punta il dito contro il petto. «Ti stai nascondendo apposta dalla famiglia, vero? Pensi che se non rispondi spariremo? »
«Perché siete venuti?
»
«Perché? » La sua voce si fa più acuta. «Dobbiamo parlare dei tuoi soldi. »
«I miei soldi.
Non i vostri. »
«Basta fare la vittima! » Ginevra va in cucina, io la seguo. «Hai duecentomila euro in quei tuoi cocci, e noi affoghiamo nei debiti!
»
«Centottantasette. E non sono cocci. E non è un vostro problema. »
«Non è un nostro problema?
Siamo una famiglia, o hai dimenticato cosa significa? »
«Ricordo perfettamente cosa significa per voi», dico con calma. «La famiglia è quando servono soldi. Per il resto del tempo, per voi non esisto.
»
«Non cominciare! » Ginevra alza una mano. «Non osare tirare fuori di nuovo la tua infanzia. Siamo cresciuti tutti nella stessa famiglia, ma solo tu ti lamenti continuamente.
»
«Siamo cresciuti in famiglie diverse», dico. «Tu sei cresciuta come la preferita. Io come un errore. »
«Dio, quanto sei drammatica!
»
«Jin», interviene Saverio. «Perché non ti calmi? »
«No, non mi calmo! » Si volta verso di lui.
«Lei se ne sta qui sopra una montagna di soldi, mentre noi…»
Saverio sospira, si strofina il viso. «Quarantamila euro», dice. «Ho investito in un cantiere. L’appaltatore si è rivelato un truffatore ed è scappato con l’anticipo.
La banca esige il pagamento. Se non versiamo entro un mese, inizieranno a pignorare i beni. »
«Quindi ti sei cacciato nei guai per la tua stessa stupidità», dico. «E ora vuoi che vi tiri fuori.
»
«Benedetta, non è così semplice», prova a dire Saverio. «Stai zitto! » Ginevra lo interrompe. «Sì, vogliamo che tu ci aiuti.
Perché puoi farlo. Hai i soldi. »
«E allora? » Incrocio le braccia.
«Questo li rende tuoi? Questo mi rende in dovere di farlo? »
«Il sangue non è acqua! » Ginevra quasi urla.
«Siamo sorelle! »
«Sorelle? » Sorrido. «È buffo sentirtelo dire.
Non sei mai stata una sorella per me. Sei stata una rivale che vinceva sempre. »
«Perché mi impegnavo! Studiavo, lavoravo!
E tu andavi alla tua fabbrica e mettevi da parte per i tuoi piatti! »
«Ho messo da parte per dodici anni», dico a bassa voce. «Mi sono negata tutto. E tu?
Tu vivevi alla grande. Compravi vestiti costosi, andavi in vacanza. E quando hai finito i soldi, sei venuta da me. Non perché siamo una famiglia.
Perché non hai più nessun altro a cui rivolgerti. »
Ginevra tace. Le tremano le labbra. Poi, più piano: «Anch’io ho problemi al lavoro.
La clinica è sotto controllo del fisco. Hanno trovato irregolarità nei documenti. Non è colpa mia, ma sono registrata come amministratrice. Potrebbero licenziarmi».
«E cosa vuoi da me? »
«Voglio che tu ci aiuti a resistere finché tutto non si sistema», dice Ginevra, battendo le mani. «Abbiamo bisogno di quindicimila euro per il momento. Più i quarantamila di Saverio.
Cinquanta in totale. »
Quasi un terzo della mia collezione. «No», dico. Ginevra si blocca.
«Cosa? »
«Non vi darò un centesimo. »
«Dici sul serio? » La voce le trema.
«Perderemo tutto! »
«Perderò tutto anch’io se vi do i soldi. »
«Ti resteranno ancora centotrentamila! »
«Sono miei.
Li ho guadagnati, li ho risparmiati per anni. »
«Anch’io ho sgobbato tutta la vita! »
«Hai lavorato, ma hai speso tutto per te stessa. E ora vuoi che io paghi per la tua spensieratezza.
»
«Per la mia spensieratezza? » Ginevra scoppia in una risata isterica. «Hai visto come vivo? Sono stressata ogni giorno!
Prendo pillole per la pressione da quando avevo trent’anni! E tu? Tu te ne stai tranquilla nella tua fabbrica, senza dare fastidio a nessuno! »
«Quindi la mia vita non vale niente perché è tranquilla?
»
«La tua vita non vale niente perché non hai mai ottenuto nulla! » Ginevra urla. «Tu esisti e basta. Io vivo!
»
Il telefono di Ginevra squilla. Lo tira fuori dalla borsa. «Mamma! » Attiva il vivavoce.
«Ginevra, sei con lei? »
«Sì, mamma. Ma si rifiuta di aiutarci. »
«Benedetta.
» La voce di mia madre è gelida. «Mi senti? »
«Sì. »
«Che sciocchezze hai combinato?
Rifiutare di aiutare tua sorella? »
«Non devo niente a nessuno. »
«Devi! » La voce di mia madre si alza.
«Devi alla famiglia. Ti abbiamo cresciuta, nutrita, vestita. Ti abbiamo dato tutto. »
«Tutto?
» Scoppio a ridere. «Mi davate gli avanzi della vostra tavola. A Ginevra un vestito nuovo, a me il suo vecchio. A Ginevra i soldi per l’università, a me “te li guadagnerai da sola”.
A Ginevra l’amore, a me la pazienza. »
«Come osi! » La voce si spezza. «Sono stata tua madre!
»
«Sei stata una madre per Ginevra. Per me sei stata una sorvegliante. »
«Sei ingrata, egoista! Ho buttato via tutta la mia vita per te!
»
«E io ho passato tutta la vita a sentirmi dire che sono una fallita», rispondo con calma. «Una nullità. Che Ginevra è migliore di me in tutto. E ora che finalmente ho qualcosa di mio, tu vuoi portarmelo via.
»
«Sono soldi di famiglia. »
«No, mamma. Sono i miei soldi. Ogni centesimo l’ho guadagnato io.
Non mi hai mai dato un centesimo così, gratis. »
«Stai mentendo! Ti ho dato dei soldi, molte volte! »
«Per quando?
Per il cibo quando vivevo con voi? Quello si chiama dovere dei genitori. Per i vestiti non me ne hai dati, indossavo gli avanzi di Ginevra. Allora, dimmi: quando mi hai dato dei soldi, mamma?
»
Silenzio dall’altra parte. «Non ricordo esattamente», dice finalmente mia madre. «Quindi mentirai sotto giuramento? »
«Cosa?
Quale giuramento? » Ginevra impallidisce. «Bene, non farlo», dico. «No, lo farò.
Mamma, se affermerai di avermi dato dei soldi per la collezione, preparati a confermarlo in tribunale. »
«In tribunale? » La voce di mia madre vacilla. «E il tribunale c’entra qualcosa?
»
«C’entra, perché quando Ginevra mi farà causa… e lo farà, vero, Gin? … dovrai testimoniare. »
Ginevra mi guarda con gli occhi sgranati. «Come fai a saperlo?
»
«Perché ti conosco. Non lasci mai andare nulla senza motivo. Se non ottieni qualcosa volontariamente, proverai a ottenerla in tribunale. »
Ginevra tace.
Saverio china il capo. «Allora ho ragione», dico. «Va bene, fate pure. Ma vi batterete contro qualcuno che conosce la verità, e mia madre dovrà giurarla.
»
Mia madre respira affannosamente dall’altra parte. «Benedetta, mi stai minacciando? »
«No, ti avverto. Se volete la guerra, avrete la guerra.
»
Mia madre riattacca. Ginevra è in piedi, tremante. Il viso bagnato di lacrime. «Davvero non mi aiuterai?
Anche sapendo che perderemo tutto? »
«No. »
«Perché? Perché sei così crudele?
»
La guardo a lungo. «Perché mi avete resa così. Per anni, con ogni parola, ogni sguardo, ogni risata alle mie spalle. Sono diventata come volevate che fossi.
»
«Non abbiamo mai voluto…»
«Volevate sì. Solo che non pensavate che si sarebbe ritorto contro di voi. »
Saverio prende Ginevra per mano. «Andiamo, Gin.
Qui non otterremo nulla. »
«No! » Lei tira via la mano. «Non me ne andrò così.
Lei deve…»
«Ginevra, andiamo. »
«Te ne pentirai», dice Ginevra, gli occhi che bruciano di odio. «Giuro che te ne pentirai. »
«Forse», dico.
«Ma oggi no. »
Saverio la trascina verso l’uscita. La porta si chiude con uno scatto. Rimango in piedi in cucina.
Il silenzio è opprimente. Mi verso un bicchiere d’acqua e lo bevo d’un fiato. Le mani mi tremano. Una settimana dopo arriva la citazione.
La trovo nella cassetta della posta la mattina prima di andare al lavoro. Una busta ufficiale con lo stemma del tribunale. La apro con le mani tremanti. Azione civile.
Attore: Squarcalupi Ginevra. Convenuta: Squarcalupi Benedetta. Oggetto: divisione dei beni acquistati con i fondi comuni della famiglia. Ginevra sostiene che ho comprato le ceramiche con i soldi che mia madre mi dava.
Che si tratta di fondi familiari per necessità comuni, che me li sono appropriati e li ho nascosti per anni. Chiede un risarcimento di novantatremilacinquecento euro: la metà del valore della collezione. Bugie. Ma devo provarlo io.
Perdo l’autobus. Arrivo al lavoro con venti minuti di ritardo, il capo mi fa una nota. Per tutto il giorno penso alla citazione. Le mani lavorano in automatico, la testa è altrove.
Trovo un avvocato su internet. La consulenza costa cento euro. È una donna sulla cinquantina, un piccolo ufficio in un vecchio edificio. Ascolta, guarda la citazione.
«Prove. Estratti conto bancari. »
«Non bastano. Gli estratti mostrano i movimenti, non lo scopo.
Servono ricevute. »
«Non ne ho. »
«Testimoni. I proprietari dei negozi, qualcuno della famiglia.
»
«Mia madre sta dalla parte di Ginevra. »
L’avvocato sospira. «Senza documenti e testimoni, la causa potrebbe non andare a suo favore. »
«Cosa devo fare?
»
«Cercare prove. Richiedere i registri dei negozi. Prepararsi al peggio. »
Il prezzo: tremila euro di anticipo.
Ne ho duemila. Devo chiedere un prestito, con un tasso di interesse alto. Al lavoro comincio a fare errori. Non dormo.
Tralascio un difetto su una lamiera: un richiamo. Poi un altro. Poi un difetto critico: una crepa impercettibile. La lamiera va avanti, il pezzo si rompe, il cliente fa reclamo.
Venti mila euro di perdite. Il direttore mi convoca. «Squarcalupi, lavora qui da dodici anni. Tre difetti in due settimane, uno critico.
Problemi personali non devono influenzare il lavoro. Sono costretto a licenziarla. »
«Mi dia un’altra possibilità. »
«No.
La decisione è presa. »
Orazio mi incontra all’uscita. «Ho sentito. Mi dispiace.
Se hai bisogno di qualcosa, chiama. »
La sera mi chiama l’avvocato. «Sua madre si è offerta di testimoniare a favore di Ginevra. Ha dichiarato di averle dato dei soldi di tanto in tanto per le sue necessità personali.
»
«È una bugia. È la sua parola contro la sua, e lei è la madre di entrambe. Il tribunale si fida dei genitori. Ho richiesto i dati dei negozi.
»
«E se non ci sono? »
L’avvocato fa una pausa. «Preparati al peggio. »
Mi accascio sul pavimento.
Guardo gli scaffali con le ceramiche. Per quello ho vissuto per dodici anni. Senza lavoro, senza soldi, con debiti e un processo in vista. Capisco che potrei perdere tutto.
L’udienza è fissata per martedì dieci marzo, alle dieci del mattino. Arrivo mezz’ora prima e mi siedo su una panchina nel corridoio. Il palazzo di giustizia è vecchio, soffitti alti, pavimenti scricchiolanti. Odore di polvere e documenti d’ufficio.
L’avvocato arriva alle dieci e un quarto. «Avete trovato prove? »
«In parte. Due negozi hanno confermato i suoi acquisti, ma solo per gli ultimi cinque anni.
»
«È sufficiente? »
«Non lo so. »
Entriamo in aula. Ginevra è già seduta al tavolo dell’attore, con un avvocato in abito costoso.
Saverio è dietro di lei. Mia madre è in prima fila, mi guarda con freddezza. Il giudice entra. Una donna sulla sessantina, capelli grigi, volto severo.
«Causa numero 2026-412. Ricorrente Squarcalupi Ginevra contro convenuta Squarcalupi Benedetta. Si dia inizio all’udienza. »
L’avvocato di Ginevra si alza.
Parla di risorse familiari, fiducia, appropriazione indebita. Dice che la madre dava regolarmente soldi a entrambe le figlie, e che Benedetta li usava per la collezione, nascondendolo. Ascolto e sento tutto stringersi dentro di me. Ogni parola è una menzogna.
La mia avvocatessa si alza. «La collezione è stata acquistata con fondi personali accumulati in dodici anni. L’attore non ha fornito prove. La richiesta è infondata.
»
Il giudice ascolta entrambe. Poi chiede le prove. L’avvocato di Ginevra posa sul tavolo la testimonianza della madre: Annunziata Squarcalupi conferma di aver dato regolarmente dei soldi alla figlia minore, circa venticinquemila euro in dodici anni. La mia avvocatessa presenta estratti conto e ricevute di due negozi.
Il giudice esamina i documenti, poi alza la testa. «Chiamiamo il testimone Annunziata Squarcalupi. »
Mia madre si alza, si avvicina al banco dei testimoni, posa la mano sulla Bibbia e presta giuramento. L’avvocato di Ginevra le fa domande.
Lei risponde con calma. Sì, dava soldi regolarmente. Per il cibo, i vestiti, le spese personali. Non sapeva delle ceramiche.
Ha scoperto tutto solo all’anniversario. Stringo le mani a pugno. Mia madre mente sotto giuramento, con la voce calma e sicura. La mia avvocatessa si alza per il controinterrogatorio.
«Signora Squarcalupi, ha delle prove di questi trasferimenti? »
«No. Davo in contanti. »
«Quindi nessun documento?
»
«No. Ma è vero. »
«Ricorda delle date precise? »
«No.
È stato tanto tempo fa. »
«Perché dava soldi solo a Benedetta? »
«Ginevra non ne aveva bisogno. Aveva un buon lavoro.
»
«Anche Benedetta aveva un lavoro. »
«Sì, ma guadagnava meno. »
La mia avvocatessa annuisce e si siede. Poi chiamano me.
Presto giuramento. L’avvocato di Ginevra va dritto al punto: «Lei sostiene che la collezione sia stata comprata con i suoi soldi? »
«Sì. »
«Da dove venivano?
»
«Li mettevo da parte dallo stipendio. »
«Quanto guadagnava? »
«Milleduecento euro al mese. »
«L’affitto?
»
«Quattrocento. »
«Cibo, bollette? »
«Circa quattrocento. Ne restano quattrocento.
»
«In dodici anni, cinquantasettemila euro. Ma la collezione vale centottantasette. Da dove viene la differenza? »
«Non ho messo da parte esattamente ogni mese.
E non ho comprato tutto in una volta. L’ho dilazionato negli anni. »
«O sua madre l’ha aiutata? »
«No.
»
«Perché no? »
«Perché non mi ha mai dato soldi. »
L’avvocato inarca un sopracciglio. «Ma lei ha appena confermato il contrario, sotto giuramento.
»
Guardo mia madre. Lei guarda altrove. «Sta mentendo», dico. Nell’aula si leva un mormorio.
Il giudice batte il martelletto. «Accusa sua madre di falsa testimonianza? »
«Sì. »
«Su quali basi?
»
«Sul fatto che conosco la verità. Non mi ha dato un centesimo. Mai. »
Il giudice prende appunti.
L’avvocato di Ginevra torna al suo posto. Il giudice dichiara una sospensione. Nel corridoio, la mia avvocatessa è onesta: «Non va molto bene. Il giudice propende per la madre.
Le imporranno di pagare un risarcimento. Trenta, quarantamila euro. »
Ginevra è in fondo al corridoio con mia madre. Entrambe guardano nella mia direzione.
Ginevra sorride. Un’ora dopo, il giudice pronuncia la sentenza. «La richiesta è accolta in parte. La convenuta è tenuta a versare all’attrice trentacinquemila euro entro tre mesi.
La collezione rimane di proprietà della convenuta. »
Ginevra abbraccia l’avvocato. Mia madre sorride. Io resto seduta, immobile.
Trentacinquemila euro. Non ho nemmeno un centesimo. Mentre usciamo dall’aula, Ginevra mi si avvicina. «Vedi», dice a bassa voce, solo per me.
«La giustizia ha trionfato. Hai sempre pensato di essere migliore di tutti, e invece sei una comune ladra. »
«Non ho rubato nulla. »
«Hai rubato i soldi di famiglia.
» Sorride, beffarda. «Spero che i tuoi cocci ne siano valsi la pena. »
Mia madre si ferma accanto a me. «Benedetta, quando trasferirai i soldi a Ginevra, fammelo sapere.
E cerca di non disonorare più la famiglia. »
«Disonorare la famiglia? Sono io a disonorarla? »
«Sì.
» Mia madre solleva il mento. «Con il tuo egoismo, con la tua avidità. Per tanti anni ho cercato di farti diventare una persona. Ma sei rimasta questa.
»
Fa un gesto nella mia direzione e si volta. Il giorno dopo chiamo il museo. «Devo vendere tre oggetti. »
Il curatore mi offre quarantacinquemila euro.
Accetto. Porto l’anfora e due piatti. Firmo i documenti, mi consegna l’assegno. Quarantacinquemila euro.
Trentacinquemila vanno a Ginevra. Il resto per i debiti. Mi restano duemila euro. Il telefono squilla.
È Orazio. «Come va? »
«Male. »
«Ho saputo del processo.
Ho una proposta: vuoi un lavoro? A Messina, una fabbrica di lavorazione dell’alluminio. Cercano un ispettore. Ti ho raccomandato.
Il direttore è d’accordo ad assumerti. »
«Perché lo fai? »
«Perché sei una brava specialista. E qui non hai più niente da fare.
»
«Quando si inizia? »
«Quando puoi. »
«Ci penserò. »
«Non pensarci troppo.
»
Quella sera mi avvicino agli scaffali. Guardo le ceramiche. Diciannove pezzi. Il telefono squilla.
Mia madre. «Benedetta, sono io. »
«Lo so. »
«Ginevra mi ha detto che hai venduto parte della collezione.
»
«Sì. »
«Bene. Hai fatto bene. In famiglia ci si deve aiutare a vicenda.
»
«Famiglia? » Sorriso. «Dimmi, mamma: e quando mi hai aiutata tu? »
«Ti ho sempre aiutata.
»
«No. Hai mentito sotto giuramento. Hai sostenuto Ginevra contro di me. »
«Sono tua madre.
»
«Sei la madre di Ginevra. Per me sei solo la donna che mi ha partorito. »
«Come osi? »
«Facile.
Anni di pratica. »
Mia madre tace. Poi, più bassa: «Benedetta, non fare sciocchezze. So che sei offesa.
Ma siamo una famiglia. »
«No, mamma. Non siamo una famiglia. Me ne vado da Catania.
»
«Dove? »
«Non sono affari tuoi. »
«Non puoi andartene così. Siamo una famiglia.
»
«No», la interrompo. «Siete persone che mi hanno usata quando faceva loro comodo. Ho chiuso con tutto questo. »
«Te ne pentirai.
Senza la famiglia non sei niente. Un vuoto. »
«Forse. Ma sarà il mio vuoto.
Sai una cosa, mamma? I legami di sangue non sono una licenza per la crudeltà. »
Riattacco. Blocco il numero di mia madre, poi quello di Ginevra, poi tutti gli altri.
Comincio a fare le valigie. Imballo le ceramiche, avvolgo ogni oggetto nella pellicola a bolle. Diciannove pezzi. Ma decido di lasciarne tre.
Una piccola ciotola: la prima che ho comprato, venti euro, senza alcun valore museale. Ma il mio primo acquisto. Un piatto con una crepa: comprato con gli ultimi soldi, quel mese in cui non bastavano per il cibo. Ho digiunato per tre giorni, ma l’ho comprato.
Un piatto con fiori blu: me lo ha regalato il proprietario del negozio, dicendo: «Vedo che le piace davvero». Tre oggetti che in denaro non valgono nulla. Ma significano tutto. Li metto su uno scaffale, li guardo un’ultima volta.
Poi prendo le scatole e la valigia, esco dall’appartamento e lascio le chiavi sul tavolo. Siedo in macchina, accendo il motore, guardo la casa per l’ultima volta. E parto, senza voltarmi indietro.


