Il silenzio in casa nostra era diventato un terzo ospite. Non quello pacifico delle domeniche mattina, ma quello pesante, che ti schiaccia il petto mentre fingi di leggere il giornale. Quel…

Il silenzio in casa nostra era diventato un terzo ospite. Non quello pacifico delle domeniche mattina, ma quello pesante, che ti schiaccia il petto mentre fingi di leggere il giornale. Quel...

Il silenzio in casa nostra era diventato un terzo ospite. Non quello pacifico delle domeniche mattina, ma quello pesante, che ti schiaccia il petto mentre fingi di leggere il giornale. Elena passava accanto a me come se fossi un mobile, qualcosa di inutile che occupa spazio. Quarantasette anni io, cinquantuno lei, ventidue di matrimonio e adesso questa distanza.

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Il suo telefono vibrava continuamente, sempre girato, sempre lontano. Lei sorrideva a quello schermo più di quanto avesse mai sorriso a me negli ultimi tre anni, forse cinque, forse da sempre. Quel martedì sera, mentre Elena era sotto la doccia, il telefono squillò sulla credenza della cucina. Un messaggio, poi un altro, poi un altro ancora.

Non dovevo guardare, lo so, ma le mie dita si mossero da sole. “Amore mio, non vedo l’ora di vederti domani. ” Il contatto era salvato come “Sole mio”. Non ero io, non lo ero mai stato.

Sul suo telefono io ero semplicemente Davide. Nessun cuore, nessuna emoji, solo Davide. Il secondo messaggio diceva: “Quella cosa che mi hai fatto ieri, Dio, non riesco a smettere di pensarci. ”

Sentii il sangue ghiacciarsi, poi bruciare, poi sparire completamente.

L’acqua della doccia smise di scorrere. Elena stava per uscire. Fotografai rapidamente il numero con il mio telefono e rimisi il suo esattamente dov’era. Lei entrò in cucina avvolta nell’accappatoio azzurro, i capelli bagnati sulle spalle.

Mi sorrise. Quel sorriso educato, vuoto, che riservi agli estranei. “Tutto bene? ” chiese.

“Tutto bene”, risposi. Ma non era vero. Niente era più bene. E mentre la guardavo prendere il telefono e sparire in camera da letto, decisi che non avrei urlato, non avrei pianto, non avrei supplicato.

Avrei fatto qualcosa di molto, molto peggio. Aspettai fino a giovedì mattina. Elena uscì di casa alle otto e mezza, come sempre, con quella gonna grigia che le piaceva tanto e la borsa di pelle marrone a tracolla. Lavorava in uno studio notarile a Verona, nel centro storico, vicino a Piazza delle Erbe.

Una segretaria di fiducia, dicevano, professionale, precisa. Io gestivo un’attività di import-export di vini dal Veneto e lavoravo da casa tre giorni a settimana. Quel giovedì sarei dovuto andare a Soave per un incontro con dei fornitori, ma chiamai e spostai tutto. Avevo cose più importanti da fare.

Presi il numero che avevo fotografato e lo fissai per quasi un’ora. Chi era? Un collega, un cliente, qualcuno che conoscevo? Le possibilità mi divoravano dall’interno come acido.

Alle dieci e quarantacinque composi il numero. Squillò tre volte. “Pronto? ” Una voce maschile, profonda, sicura.

Rimasi in silenzio per qualche secondo, il cuore che batteva così forte da farmi male alle costole. “Pronto? C’è qualcuno? ” ripeté lui.

“Sono Davide Ferretti”, dissi finalmente. “Il marito di Elena Ferretti. ”

Il silenzio dall’altra parte fu immediato, totale. Potevo sentire il suo respiro cambiare, accelerare.

“Io non so di cosa stia parlando”, disse lui, ma la voce tremava. Mentiva. Anche un bambino lo avrebbe capito. “Il suo numero è salvato sul telefono di mia moglie come ‘Sole mio'”, continuai con una calma che non sapevo di possedere.

“Quindi o mi dice chi è, o lo scopro io. E le garantisco che il secondo scenario sarà molto meno piacevole per entrambi. ”

Ancora silenzio. Poi: “Sono il dottor Marco Vicentin.

Lavoro con Elena, sono il notaio titolare dello studio. ”

Ah, il capo. Naturalmente. Quell’uomo di cinquantasei anni che Elena menzionava sempre con ammirazione.

“Marco è così brillante. Marco ha gestito un caso incredibile. Marco sa cosa fare. ”

“Marco”, chiesi.

“Da quanto tempo? ”

“Guardi, signor Ferretti… ”

“Da quanto tempo si scopa mia moglie? ”

Le parole uscirono taglienti, crude.

Non le avevo pianificate così, ma ormai erano lì nell’aria. “Sei mesi”, sussurrò lui. “Forse sette. Io non volevo che succedesse…

“Non mi interessa”, lo interruppi. “Mi interessa solo una cosa. Lei è sposato? ”

Sì.

Figli? Due adolescenti. “Perfetto. Allora ascolti attentamente.

Continui a vedere mia moglie, continui a mandarle messaggi, continui questa cosa che avete. Ma sappia una cosa, dottore: io so. E quando deciderò di agire, lei perderà tutto. Sua moglie, la sua reputazione, il suo studio.

Tutto. ”

“Cosa vuole da me? ” chiese, e adesso la voce era quella di un uomo terrorizzato. “Niente, per ora.

Continui a vivere la sua bugia. Ma ricordi: io sono sempre qui, sempre, e sto guardando. ”

Riattaccai prima che potesse rispondere. Le mie mani erano ferme, fredde, morte.

Guardai fuori dalla finestra della cucina. Il sole brillava su Verona. La vita continuava, ma la mia era appena diventata qualcos’altro. Qualcosa di oscuro.

Qualcosa di necessario. Elena sarebbe tornata a casa alle sette. Avevo otto ore per decidere esattamente come distruggere la sua vita. Non mangiai nulla quel giorno.

Rimasi seduto al tavolo della cucina con il portatile aperto davanti a me, la mente però era altrove. Cercavo di ricordare quando era iniziato tutto, quando Elena aveva smesso di essere mia moglie per diventare una straniera, una bugiarda. L’anniversario dello scorso anno. Eravamo andati a Sirmione, sul lago di Garda.

Lei aveva passato metà della cena al telefono dicendo che era il lavoro. Emergenza con un atto notarile, aveva detto. Io le avevo creduto. Quante altre volte avevo creduto?

Le conferenze a Milano, i weekend di formazione professionale a Bologna, quella volta che era tornata a casa alle undici dicendo che avevano festeggiato il compleanno di un collega. Tutto falso. Tutto marcio. Alle tre del pomeriggio ricevetti un messaggio da Elena.

“Stasera torno tardi, cena con colleghi per discutere un caso importante. Non mi aspettare. ”

Colleghi. Certo.

“Va bene, buon lavoro”, risposi. Ma poi feci qualcosa che non avevo mai fatto prima. Aprii l’app di geolocalizzazione del telefono. L’avevamo installata anni fa per sicurezza, quando viaggiavamo spesso, ed Elena non l’aveva mai disattivata.

Il suo telefono era fermo in via Mazzini. Non allo studio notarile, ma a due isolati di distanza, all’Hotel Colomba d’Oro. Un hotel, non uno studio legale. Non un ristorante per cena con colleghi.

Un hotel di lusso nel cuore di Verona. Qualcosa dentro di me si ruppe definitivamente in quel momento. Non fu rabbia, non fu dolore. Fu chiarezza, una lucidità fredda e tagliente come vetro.

Presi il telefono e chiamai mia sorella Lucia. Viveva a Padova con suo marito, gestivano insieme una piccola casa editrice. “Davide, tutto bene? ” rispose quasi subito.

“No”, dissi. “Anzi, sì. Ho bisogno di un favore. Un grande favore.

Le raccontai tutto, ogni dettaglio. Il telefono, i messaggi, la chiamata a Visentin, l’hotel. Lucia rimase in silenzio mentre parlavo, e quando finii il suo primo respiro fu profondo, pesante. “Quel bastardo”, sussurrò.

“E lei? Dio, Davide, mi dispiace tanto. ”

“Non voglio la tua pietà”, dissi, e uscì più duro di quanto intendessi. “Voglio il tuo aiuto.

Dimmi: conosci persone, giornalisti, avvocati, gente che lavora nei tribunali? Ho bisogno di informazioni su Marco Visentin. Voglio sapere tutto. La sua vita privata, i suoi affari, i suoi segreti.

Qualsiasi cosa possa usare. ”

Lucia esitò. “Davide, sei sicuro? Capisco che tu sia distrutto, ma questo è pericoloso.

Potresti… ”

“Sono sicuro”, la interruppi. “Più sicuro di qualsiasi altra cosa nella mia vita. ”

“Va bene”, disse lei finalmente.

“Ti richiamo domani. ”

Riattaccai e guardai l’orologio. Le cinque e un quarto. Elena era ancora all’Hotel Colomba d’Oro.

Ancora con lui. Mi alzai, presi le chiavi della macchina e uscii. Non andai all’hotel, non andai a cercarli. Invece guidai fino alla chiesa di San Zeno Maggiore, quella romanica antica dove Elena e io ci eravamo sposati ventidue anni prima.

Entrai. Il silenzio era sacro, pesante. Mi sedetti su una panca in fondo e guardai l’altare. “Ti amavo”, sussurrai al vuoto.

“Ti amavo davvero. ”

Ma l’amore non bastava più. L’amore era morto. Adesso c’era solo vendetta.

Elena tornò a casa alle undici e quarantacinque. Io ero seduto in salotto al buio, illuminato solo dalla televisione. Guardavo un documentario sulla seconda guerra mondiale, ma non assorbivo nulla. Aspettavo solo lei.

Quando aprì la porta sorrise. Quel sorriso falso, stanco. “Ciao”, disse posando la borsa sul mobile dell’ingresso. “Scusa per il ritardo.

La cena si è prolungata più del previsto. ”

“Com’è andata? ” chiesi senza guardarla. “Bene.

Abbiamo discusso un caso complicato di successione. Marco pensa che… ”

“Marco”, ripetei, e finalmente voltai la testa verso di lei. “Parli sempre di lui.

Elena si fermò. Qualcosa nel mio tono doveva averla messa in allerta, perché i suoi occhi si strinsero leggermente. “È il mio capo, Davide. È normale che ne parli?

“Certo. Normale. ”

Silenzio. Lei mi guardava, io guardavo lei.

Due stranieri che condividevano uno spazio. “Sei strano”, disse finalmente. “È successo qualcosa? ”

“No, niente di importante.

Mentivo come mentiva lei, con la stessa facilità, la stessa naturalezza. Elena andò in camera da letto. La sentii muoversi, aprire l’armadio, chiudere cassetti. Poi il rumore della doccia.

Di nuovo. Si lavava sempre quando tornava tardi. Sempre. Il giorno dopo, venerdì, Lucia mi richiamò.

“Ho quello che cercavi”, disse con la voce tesa. “Davide, questo tizio è un vero pezzo di merda. ”

“Dimmi. ”

“Marco Visentin è sposato da ventotto anni con Giuliana Moretti.

Lei viene da una famiglia ricca di Vicenza, produttori di tessuti. Quindici anni fa hanno investito nello studio notarile di lui. Senza quei soldi lui non avrebbe mai aperto. Tecnicamente il cinquanta per cento dello studio è intestato a lei.

Ha due figlie, una di ventitré anni che studia legge a Padova, una di diciannove al liceo artistico qui a Verona. Lui ha una reputazione impeccabile in città, membro del Rotary Club, fa beneficenza. La facciata perfetta. Ma ho parlato con un avvocato che lo conosce, e mi ha detto che ci sono state voci anni fa.

Altre donne, altre segretarie. Niente di provato, ma sussurri. ”

“Elena non è la prima”, dissi a voce bassa. “Probabilmente no.

Il sangue mi ribolliva, ma la voce restò calma. “Cos’altro? ”

“Sua moglie Giuliana è molto religiosa, molto tradizionalista. Un divorzio per lei sarebbe devastante, non solo emotivamente, culturalmente.

La sua famiglia è cattolica rigida. Se scoprisse del tradimento, lo distruggerebbe. E probabilmente lo caccerebbe dallo studio. ”

“Perfetto.

“Davide, cosa hai intenzione di fare? ”

“Ancora non lo so. Ma quando lo farò, voglio che sia pubblico. Voglio che tutti sappiano.

Tutti. ”

Lucia sospirò. “Stai attento. La vendetta può consumarti più di quanto consumi loro.

“Sono già consumato”, risposi. “Adesso voglio solo che brucino con me. ”

Quella sera Elena era stranamente affettuosa. Mi chiese come andava il lavoro, mi preparò la cena, mi sorrise.

Era colpa, lo capivo. Il peso dei suoi segreti che cercava di alleggerire fingendo normalità. “Ti amo”, disse prima di andare a dormire. Io non risposi.

Mi girai dall’altra parte del letto e chiusi gli occhi, ma non dormii. Passai la notte a fissare il soffitto, costruendo nella mia mente esattamente come avrei fatto a distruggerli entrambi. L’opportunità arrivò due settimane dopo. Durante la colazione di sabato, Elena menzionò casualmente che lo studio stava organizzando un evento: una cena di gala per celebrare il trentesimo anniversario dello studio notarile Vicentin.

Si sarebbe tenuta al Palazzo della Gran Guardia, in piazza Bra, uno dei luoghi più prestigiosi di Verona. “Saranno invitati tutti i clienti importanti, colleghi, autorità locali”, disse mentre spalmava marmellata su una fetta di pane. “Marco vuole che sia un evento memorabile. ”

“Posso venire?

” chiesi. Elena mi guardò sorpresa. “Tu? Ma non ti piacciono queste cose.

Di solito le eviti. ”

“È vero. Ma è il trentesimo anniversario, è importante. E poi sono mesi che non usciamo insieme da nessuna parte.

Vidi l’esitazione nei suoi occhi, il panico nascosto. Ma non poteva rifiutare senza sembrare sospetta. “Certo”, disse finalmente, forzando un sorriso. “Sarebbe bello averti lì.

Bugiarda. Nei giorni successivi Elena divenne nervosa. Il telefono vibrava costantemente, lei spariva in bagno per lunghe chiamate sussurrate. Una sera, mentre fingevo di dormire, la sentii parlare in salotto.

“No, Marco, non può venire. Lo so, lo so, ma cosa dovevo dirgli? Non posso impedirgli di accompagnare sua moglie a un evento pubblico. Staremo attenti come sempre.

Sì, anch’io ti amo. Ciao, ti amo. ”

Quelle parole mi trapassarono come proiettili. Ma rimasi fermo, immobile, aspettando.

Nel frattempo Lucia mi aiutò a preparare tutto. Contattò un giornalista del Corriere del Veneto, un certo Alberto Zanetti, che aveva una rubrica sugli scandali locali. Gli piaceva scovare le ipocrisie della Verona bene. “Gli interessa”, mi disse Lucia al telefono.

“Ma ha bisogno di prove. Non può pubblicare accuse senza fondamento. ”

“Avrà le sue prove”, risposi. Comprai una microcamera nascosta, una di quelle piccole che si attaccano ai vestiti e registrano tutto, audio e video.

La provai diverse volte a casa, assicurandomi che funzionasse perfettamente. Elena non notò nulla. Era troppo occupata a vivere la sua doppia vita. Il giorno dell’evento arrivò.

Giovedì sera, ventisette ottobre. Elena si vestì con cura. Un abito nero elegante, tacchi alti, i capelli raccolti in uno chignon sofisticato. Era bellissima.

Mi faceva schifo. “Sei pronto? ” chiese guardandosi allo specchio un’ultima volta. “Pronto”, dissi.

Avevo indossato un completo grigio scuro, camicia bianca, cravatta blu notte. La microcamera era nascosta nel taschino della giacca, perfettamente invisibile. Arrivammo al Palazzo della Gran Guardia alle otto. Il salone era già pieno.

Luci soffuse, tavoli decorati, camerieri con vassoi di prosecco, musica classica in sottofondo. Tutto così raffinato. Così falso. Elena si irrigidì quando vide Marco Visentin dall’altra parte della sala.

Lui era con sua moglie Giuliana, una donna elegante sulla cinquantina con i capelli grigi raccolti e un vestito bordeaux. Sorrideva educatamente mentre parlava con altri ospiti. Marco ci vide. Il suo viso impallidì per un istante, ma si riprese rapidamente.

Si avvicinò con quella sicurezza finta dei codardi. “Elena, ciao. E tu devi essere Davide”, disse tendendo la mano. “Piacere di conoscerti finalmente.

Elena parla sempre di te. ”

Strinsi la sua mano. Forte. Più forte del necessario.

“Il piacere è mio, dottor Visentin”, dissi guardandolo dritto negli occhi. “Ho sentito parlare molto di lei. Molto. ”

Vidi il sudore formarsi sulla sua fronte.

Elena cercò di ridere nervosamente. “Beh, andiamo a sederci”, disse tirandomi per il braccio. “Un momento”, dissi. “Vorrei parlare con il dottor Visentin in privato.

Il silenzio che seguì fu pesante come pietra. Marco Visentin e io ci allontanammo dal salone principale. Trovammo una piccola sala laterale vuota, con solo alcune sedie e un tavolo di legno antico. Lui chiuse la porta dietro di noi.

“Cosa vuole, signor Ferretti? ” chiese cercando di sembrare calmo, ma le sue mani si muovevano nervosamente. “Voglio che mi guardi negli occhi”, dissi lentamente, “e mi dica per quanto tempo ancora pensa di scopare mia moglie prima che io distrugga la sua vita. ”

Il colore sparì completamente dal suo viso.

“Io non so di cosa… ”

“Non mi prenda per idiota”, lo interruppi avvicinandomi. “So tutto da mesi. Ogni messaggio, ogni chiamata, ogni volta che vi incontrate all’Hotel Colomba d’Oro.

Ogni singola cosa. ”

Marco indietreggiò fino a toccare la parete. “Guardi, possiamo parlare di questo. Possiamo trovare un accordo.

Io posso pagarle qualcosa… ”

“Pagarmi? ” Risi. Era una risata vuota, amara.

“Lei pensa davvero che questo riguardi i soldi? Lei ha distrutto il mio matrimonio, ha trasformato mia moglie in una bugiarda, e adesso vuole pagarmi? ”

“Cosa vuole allora? ” La sua voce tremava.

“Voglio che lei dica la verità. Qui, stasera, davanti a tutti. ”

“È pazzo. Non posso.

Mia moglie è qui. I miei clienti, le autorità. ”

“Esattamente. Per questo è perfetto.

Marco scosse la testa violentemente. “No. Non lo farò mai. Se vuole distruggermi, lo faccia.

Ma io non dirò nulla. ”

“Va bene”, risposi con una calma che sembrava innaturale anche a me. “Allora lo farò io. ”

Tornai nel salone.

Elena mi aspettava vicino al nostro tavolo, il viso pallido. “Cosa gli hai detto? ” sussurrò con urgenza. “La verità.

“Davide, per favore, non fare scenate. Non qui. Ti prego. ”

Guardai mia moglie, quella donna che avevo amato per ventidue anni, quella donna che mi aveva tradito per mesi senza un briciolo di rimorso.

“Hai ragione”, dissi. “Non farò scenate. ”

Lei sembrò sollevata. Ma non capì.

Aspettai fino al momento dei discorsi. Marco Visentin salì sul piccolo palco allestito in fondo alla sala, prese il microfono e iniziò a parlare. Ringraziò tutti per essere venuti, parlò della storia dello studio, dei successi, dei progetti futuri. La sua voce era ferma, professionale.

Io aspettai che finisse. Poi, mentre tutti applaudivano, mi alzai. “Posso dire qualcosa? ” chiesi ad alta voce.

Il silenzio calò sulla sala. Tutte le teste si girarono verso di me. Elena mi afferrò il braccio, le unghie che mi affondavano nella pelle. “Davide, no!

Mi liberai delicatamente e camminai verso il palco. Marco mi guardava terrorizzato, ma non poteva fermarmi senza creare una scena. Presi il microfono dalle sue mani. “Buonasera a tutti”, iniziai.

“Mi chiamo Davide Ferretti. Sono il marito di Elena Ferretti, che lavora qui come segretaria da dodici anni. ”

Pausa. Respiro profondo.

“Sono qui stasera per dirvi una cosa molto semplice. Il dottor Marco Visentin, che avete appena applaudito, che rispettate, che considerate un pilastro di questa comunità, sta avendo una relazione con mia moglie da sette mesi. ”

Il silenzio esplose. Sussulti, sussurri.

Qualcuno rise nervosamente, pensando fosse uno scherzo. “Non è uno scherzo”, continuai. “Ho le prove. Messaggi, registrazioni telefoniche, tracciamenti GPS.

Tutto. ”

Marco scese dal palco e cercò di strapparmi il microfono. “È pazzo. Chiamate la sicurezza.

“Chiamatela pure”, dissi alzando la voce. “Ma prima ascolteranno la registrazione della nostra conversazione di quindici minuti fa, dove lei ammette tutto. ”

Premetti play sul mio telefono. La mia voce e quella di Marco riempirono la sala attraverso le casse.

“Lei ha distrutto il mio matrimonio… ”

Le parole erano chiare, inequivocabili, devastanti. Il caos che seguì fu cinematografico. Giuliana Visentin, la moglie di Marco, lasciò cadere il bicchiere di prosecco che teneva in mano.

Il vetro si frantumò sul pavimento di marmo con un rumore secco, cristallino. Lei non lo notò nemmeno. Fissava il marito con un’espressione che non dimenticherò mai. Non era rabbia, non era dolore.

Era vuoto, come se qualcosa dentro di lei fosse appena morto. “Giuliana, amore, non è vero. Lui è pazzo, sta inventando tutto. ”

Marco cercò di avvicinarsi a lei, ma sua moglie indietreggiò come se lui fosse una malattia contagiosa.

“Non toccarmi”, disse lei. La voce era bassa, controllata, ma tagliente come un rasoio. “Non osare toccarmi. ”

Elena era sparita.

Guardai intorno e la vidi vicino all’uscita. Il viso coperto dalle mani, le spalle che tremavano. Alcuni colleghi la circondavano, confusi, imbarazzati. Il giornalista Alberto Zanetti era già lì con il suo registratore.

Lucia aveva fatto bene il suo lavoro. “Signor Ferretti, può confermare questa accusa? ” chiese avvicinandosi con il microfono. “Posso fare di meglio”, risposi.

“Posso darle tutte le prove di cui ha bisogno. Email, SMS, registrazioni, date, orari, luoghi. Tutto documentato. ”

Marco cercò di scappare, ma alcuni ospiti gli bloccarono la strada.

Non con violenza, semplicemente stando lì, guardandolo, giudicandolo. “Questo è diffamazione”, urlò. “Vi farò causa a tutti. ”

“No”, dissi tranquillamente.

“Lei pagherà per ogni bugia, ogni tradimento, ogni momento in cui ha pensato di essere più furbo di me. ”

Giuliana si avvicinò a me. I suoi occhi erano asciutti ma rossi. “Altre prove?

” chiese. Le consegnai una chiavetta USB. “Tutto quello che ho raccolto. Messaggi, foto, registrazioni.

È suo. ”

Lei la prese con mani che non tremavano. “Grazie. ”

“Non mi ringrazi.

Non l’ho fatto per lei. L’ho fatto per me. ”

La serata finì in modo grottesco. La metà degli ospiti se ne andò immediatamente.

L’altra metà rimase a guardare come spettatori di un incidente stradale, macabro ma irresistibile. Io uscii da solo. Non cercai Elena, non cercai nessuno. Camminai per le strade di Verona fino all’alba.

Piazza delle Erbe, Ponte Pietra, le rive dell’Adige. La città era silenziosa, addormentata, ignara del piccolo terremoto che avevo appena causato. Quando tornai a casa, Elena non c’era. Aveva preso alcune cose e se n’era andata.

Lasciò solo un biglietto sul tavolo della cucina. “Non so cosa dire, non so come giustificarmi. So solo che ti ho fatto del male e non potrò mai rimediare. Mi dispiace.

Elena. ”

Due parole inutili, vuote, tardive. Bruciai il biglietto nel lavandino. Le settimane successive furono una tempesta.

La storia esplose sui giornali locali. “Scandalo all’Hotel Colomba d’Oro. Notaio tradisce moglie con dipendente. ” Alberto Zanetti scrisse tre articoli.

Ogni dettaglio era lì. Pubblico, definitivo. Lo studio notarile Visentin crollò. Giuliana avviò immediatamente le pratiche di divorzio e, essendo comproprietaria al cinquanta per cento, bloccò tutti i conti dello studio.

Marco si trovò senza accesso ai fondi, ai clienti, a tutto. Alcuni impiegati si dimisero, altri rimasero, ma solo per fedeltà a Giuliana. Elena perse il lavoro. Ovviamente.

Nessuno voleva più lavorare con lei. La sua reputazione era distrutta. Sentii dire che si era trasferita a Vicenza da una cugina. Non la cercai.

Non mi interessava. Marco Visentin tentò di denunciarmi per diffamazione, ma il suo avvocato lo convinse a lasciar perdere. Le prove erano troppe, troppo solide. Un processo avrebbe solo peggiorato le cose.

Così sparì anche lui. Chiuse lo studio, vendette la sua quota a Giuliana per una cifra ridicola e si trasferì a Torino. Due vite distrutte. E io ero ancora lì.

Mia sorella Lucia venne a trovarmi un mese dopo. Mi trovò seduto in cucina, lo stesso punto dove tutto era iniziato. “Come stai? ” chiese sedendosi di fronte a me.

“Non lo so. ”

“Ti senti meglio adesso che hai fatto quello che volevi fare? ”

Ci pensai. Davvero ci pensai.

“No”, risposi onestamente. “Non mi sento meglio, non mi sento peggio. Mi sento vuoto. Come se avessi scavato un buco così profondo che adesso non so come uscirne.

Lucia mi prese la mano. “Davide, la vendetta non ti restituirà quello che hai perso. ”

“Lo so. Ma almeno adesso loro hanno perso quanto ho perso io.

“È abbastanza? ”

Guardai fuori dalla finestra. Il sole tramontava su Verona. La città continuava a vivere, indifferente ai drammi personali dei suoi abitanti.

“Deve esserlo”, dissi. Passarono ancora mesi. L’inverno arrivò e se ne andò. La primavera esplose con i suoi colori, e io iniziai a respirare di nuovo.

Non perdonai Elena, non perdonai Marco. Ma smisi di pensarci ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. Vendetti la casa. Troppi ricordi, troppi fantasmi.

Comprai un piccolo appartamento vicino a Ponte Pietra, con vista sul fiume. Nuovo inizio. Nuova vita. Un giorno, per caso, incontrai Giuliana Visentin in un bar del centro.

Era con le figlie, sorrideva. Non un sorriso finto. Uno vero. “Davide”, disse riconoscendomi subito.

“Giuliana. ”

Ci guardammo per un momento. Due persone che avevano condiviso la stessa catastrofe. “Come stai?

” chiese lei. “Sopravvivo. Tu? ”

“Anche io sto ricominciando.

Lo studio adesso è mio. Ho assunto nuove persone, persone fidate. ”

“Bene. Sono contento per te.

Lei annuì. “Grazie per quella sera. So che non l’hai fatto per me, ma mi hai salvato da anni di bugie. ”

“Prego.

Se ne andò con le figlie. Io rimasi lì con il mio caffè, guardando la gente passare. La vendetta non aveva riempito il vuoto, non aveva cancellato il dolore. Ma mi aveva dato qualcosa che non avevo più da tempo.

Controllo. E forse, in fondo, era tutto ciò che avevo sempre voluto.