Le chiavi tintinnarono contro la serratura e Chiara spinse la porta, fermandosi sulla soglia. L’appartamento la accolse con il suo solito vuoto. Le ciabatte di Alessandro erano perfettamente allineate all’ingresso, la giacca ancora appesa all’attaccapanni. Di nuovo in ritardo.

«Romeo, sono a casa», chiamò a bassa voce, sfilandosi le scarpe bianche da infermiera. Il gatto rosso si materializzò dalla cucina e le si strofinò contro le gambe. Chiara si accovacciò, accarezzandogli la pelliccia dietro le orecchie. «Allora, mio bello, di nuovo soli.
»
Romeo miagolò e si diresse verso la ciotola. Sul tavolo della cucina c’era un biglietto con la calligrafia spigolosa di Alessandro: «Sono bloccato in riunione, non aspettarmi per cena». Lei appallottolò il foglietto e lo gettò nel cestino. Era la terza volta in una settimana.
Un tempo Alessandro avrebbe chiamato, l’avrebbe avvisata. Ora lasciava solo biglietti, brevi come bollettini di guerra. Prese delle uova e accese il fornello. La frittata sfrigolò nell’olio, riempiendo la cucina di un profumo casalingo.
Chiara apparecchiò la tavola. Un piatto, una forchetta, un bicchiere d’acqua. Un tempo metteva sempre due coperti, nella speranza che Alessandro arrivasse. Ora quell’abitudine le sembrava ingenua.
L’orologio a muro, regalo di nozze dei colleghi di Alessandro, scandiva il silenzio. Dieci anni prima, quando glielo avevano regalato, il tempo sembrava un alleato. Davanti a loro c’era una vita intera, piena di progetti. «Conterà il tempo della nostra felicità», aveva detto allora Alessandro, stringendola per la vita.
«E quando avremo dei figli, impareranno a leggere l’ora su questo», aveva aggiunto lei. «Ne vogliamo almeno due, un maschio e una femmina. L’importante è che siano sani, intelligenti e belli come la mamma. »
Allora sembrava tutto così semplice.
Vi amate e funziona. Ma gli anni erano passati e le risate dei bambini non avevano mai risuonato tra quelle mura. Il telefono squillò, squarciando il silenzio. Sul display apparve Anna.
«Chiara tesoro, come stai? » La voce calda della suocera aveva sempre un effetto calmante. «Tutto bene. Alessandro è in ritardo al lavoro.
»
Al telefono calò un silenzio eloquente. «Chiara, cara, perché non venite da me a pranzo domenica? Preparo le lasagne come piacciono a voi e la torta della nonna. »
«Verremo sicuramente.
»
«Bene. E di a mio figlio che sua madre ha chiamato, visto che si è completamente dimenticato di me. »
«Glielo dirò. »
«Abbi cura di te, figlia mia, e non ti abbattere.
Andrà tutto bene. »
Chiara riattaccò e si perse nei pensieri. Anna sentiva sempre quando qualcosa non andava. L’orologio suonò le nove.
Chiara sparecchiò, spense la televisione. Alle dieci e mezza la serratura scattò. I suoni familiari: le chiavi sulla mensola, la giacca sull’attaccapanni, i passi verso la cucina. «Hai fatto tardi stasera», disse Chiara quando Alessandro apparve sulla porta del soggiorno.
«Si è accumulato del lavoro. » Era stanco, la camicia stropicciata, delle ombre sotto gli occhi. «Non dormi? »
«Sto leggendo.
»
Lui annuì e si diresse verso il bagno. Quando tornò in pigiama, Chiara era seduta sul bordo del letto. «Ha chiamato Anna. Ci invita a pranzo domenica.
»
«Ah. Vuoi andare? »
«Abbiamo forse scelta? » La sua voce era carica di stanchezza.
Chiara si sedette accanto a lui. «Sandro, cosa ci sta succedendo? »
Lui alzò la testa, la guardò. Nei suoi occhi si leggeva un dolore nascosto, ma distolse rapidamente lo sguardo.
«Niente di speciale. Sono solo stanco dal lavoro. »
«Non è il lavoro. Siamo diventati estranei.
»
«Non dire sciocchezze. »
«Allora parla con me. Dimmi cosa pensi di noi, del nostro futuro. »
Alessandro si alzò e andò alla finestra.
Dietro il vetro brillavano le luci della città. «Quale futuro? Lavoro, casa. Lavoro, casa, come tutti.
»
«E i figli? » chiese Chiara a bassa voce. Le spalle di suo marito si irrigidirono. «Cosa?
»
«I figli. Ho già trentacinque anni. Se non decidiamo ora…»
«Chiara, non iniziare. » La sua voce si fece più dura.
«Stiamo bene così. Perché cambiare qualcosa? »
«Ma un tempo lo dicevi anche tu. »
«Un tempo dicevo tante cose.
Le persone cambiano. » Si stese, dandole le spalle. Chiara rimase seduta a fissare il buio. In un appartamento vicino un bambino piangeva.
Romeo scivolò silenziosamente in camera e si accoccolò ai suoi piedi, un caldo gomitolo di lana e devozione in un mondo che era diventato improvvisamente freddo. «Buonanotte», sussurrò Chiara. Ma Alessandro respirava già regolarmente. Il profumo del ragù e dell’alloro li accolse già sulle scale.
Anna cucinava sempre le lasagne con una ricetta speciale, un ragù ricco e una besciamella vellutata che addolciva ogni sapore. «Avanti, avanti, sbrigatevi. » Un secondo dopo Anna stava già abbracciando la nuora. «Chiara, tesoro mio, come sei dimagrita.
Alessandro, non nutri abbastanza tua moglie? »
Alessandro baciò goffamente la madre sulla guancia, porgendole un vassoio di pasticcini. «Va tutto bene, mamma. È solo che al lavoro c’è un caos totale.
»
«Quale caos di domenica? » Anna scosse la testa e li condusse in cucina. «Dov’è Gabriele? » chiese Alessandro sedendosi.
«Aveva promesso di essere qui per le due. Ma lo conosci? Sempre qualche impegno. È un artista, che ci vuoi fare.
»
«È un fotografo, mamma, non un pittore. »
«La stessa cosa. Un’anima creativa. »
Avevano appena iniziato a mangiare quando la porta sbatté.
Gabriele irruppe in cucina come un turbine, capelli scuri scompigliati, jeans consumati sulle ginocchia, in mano un mazzo di astri. «Mamma, scusa il ritardo. Un cliente ha spostato il servizio fotografico all’ultimo momento. »
«Figlio mio caro», si illuminò Anna.
«Siediti in fretta, la lasagna si fredda. »
Gabriele baciò la madre, fece un cenno ad Alessandro e sorrise calorosamente a Chiara. «Chiara, come stai? Sandro non ti fa arrabbiare, vero?
»
«No, no. » Chiara sentì le guance arrossarsi leggermente. «Meno male, altrimenti gli faccio io una ramanzina. » Gabriele le fece l’occhiolino e si sedette.
Alessandro si accigliò. «Faresti meglio a pensare ai fatti tuoi. »
Calò un silenzio imbarazzante. Anna versò rapidamente un bicchiere di vino a suo figlio.
«Gabriele, e il tuo lavoro? Hai molte commissioni? »
«Sì, qualcosina si muove. Ma ultimamente è un po’ dura.
La gente risparmia sui fotografi per prima cosa. »
«Dovresti trovarti un posto fisso», osservò Alessandro. «Serve stabilità. »
«La stabilità è una bella cosa», Gabriele guardò suo fratello.
«Ma non tutti sono fatti per andare ogni giorno nello stesso ufficio. Però hai uno stipendio ogni mese, e le ferie, e la malattia… e una noia mortale. »
Anna si affrettò a cambiare argomento. «Avete assaggiato la torta?
L’ho fatta come piace a voi. »
Chiara prese una fetta e sentì l’impasto sciogliersi in bocca. «Signora Anna, mi insegnerà un giorno a cucinare così? »
«Certo, figlia mia.
Vieni un giorno in settimana, ti mostrerò tutti i segreti. Il tempo passa e i nipotini non arrivano. »
Chiara sentì qualcosa stringersi dentro. Alessandro posò la forchetta.
«Mamma, non iniziare. »
«Cosa? Non sto iniziando. Ho sessantadue anni.
Vorrei coccolare i nipotini finché ho ancora le forze. »
«Quando sarà il momento decideremo noi. »
«Sandro, ma perché ti arrabbi? Sto solo sognando.
Immagino come porterò i nipotini nella casa in campagna a raccogliere le fragole…»
«Sognare non costa nulla», disse bruscamente Alessandro. «Ma non imporre i tuoi sogni agli altri. »
Gabriele guardò attentamente suo fratello, poi Chiara. Negli occhi di lei balenò un dolore che cercava di nascondere.
«Ci sono problemi? » chiese a bassa voce. «Nessun problema. » Alessandro si alzò da tavola.
«Solo che non mi piace quando la gente si immischia negli affari altrui. »
«Non mi mischio», si offese Anna. «Sono una madre, ho il diritto di interessarmi. »
«Interessati, ma non dare consigli.
»
Chiara sentì la tensione crescere. «Forse è ora di andare. Domani ho una giornata di lavoro. »
«State, state.
» Anna si alzò e cominciò a sparecchiare. «Ora preparo il caffè e mangiamo la torta. »
Gabriele l’aiutò a raccogliere i piatti. «Mamma, lavo io i piatti.
Almeno qualcuno si prende cura di sua madre. »
«Io non mi prendo cura, quindi? »
«E quando è stata l’ultima volta che mi hai aiutato? » Anna non si voltò.
«Ti do i soldi ogni mese. »
«I soldi non sono cura. La cura è quando una persona è presente. »
«Mamma, non litigate», intervenne Gabriele.
«Siamo una famiglia. »
«Una famiglia! » sogghignò Alessandro. «Solo che uno lavora e l’altro se ne va in giro per i caffè con la macchina fotografica.
»
«Alessandro. » Chiara alzò la voce per la prima volta quella sera. «Cosa? Dico la verità.
A trentadue anni è ora di sistemarsi nella vita. »
Gabriele posò lentamente lo strofinaccio sul tavolo. «Sai una cosa, fratello? Non tutti possiamo essere perfettini come te.
Alcuni hanno un’anima più grande di un ufficio… e altri hanno meno cervello che ambizioni. »
«Alessandro. » Anna si voltò con le mani bagnate. «Cosa stai dicendo?
»
«Dico quello che penso. » Alessandro si diresse verso l’ingresso. «Gabriele, hai trentadue anni. È ora di diventare un uomo.
»
«E tu lo sei già diventato? » chiese piano Gabriele. Alessandro si bloccò sulla soglia. «Cosa vuoi dire?
»
«Niente di speciale. Solo che un uomo non se la prende con i suoi cari per i propri problemi. »
«Io non ho problemi. »
«Allora perché sei così arrabbiato e perché tua moglie sembra infelice?
»
Chiara impallidì. «Gabriele, non serve. »
«Serve. Qualcuno deve dire la verità.
»
Alessandro fece un passo verso suo fratello. «Ripeti ancora una cosa su mia moglie. »
«Cosa? Mi picchi?
» Gabriele si alzò e i due fratelli si trovarono faccia a faccia. «Forza, fammi vedere che uomo sei. »
«Basta. » Anna si mise tra i figli.
«Smettetela, non ci saranno risse in casa mia. »
Alessandro indietreggiò, respirando pesantemente. «Me ne vado. Chiara, preparati.
»
«Alessandro, siediti. Parliamo con calma. »
«Non c’è niente di cui parlare, mamma. » Prese la giacca.
«Grazie per il pranzo. »
Chiara guardò confusa la suocera. «Gabriele, credo che andrò anch’io. »
«Chiara, resta ancora un po’.
» Anna le prese la mano. «Beviamo un caffè. »
«Sì, Chiara», la sostenne Gabriele. «Non conviene andare ora.
Lascia che si calmi prima. »
Chiara esitò. Dall’ingresso si sentì la porta sbattere. «Se n’è andato», disse piano Anna, abbracciando la nuora.
«Siediti, figlia mia. Parliamo un po’ a cuore aperto, è da tanto che non lo facciamo. »
Gabriele mise la moka sul fuoco. «Resto anch’io, se non vi dispiace.
»
Chiara annuì. Per la prima volta da molto tempo non si sentiva sola. Lo schianto della porta d’ingresso echeggiò nell’appartamento. Chiara era in piedi in mezzo al soggiorno, a fissare la porta vuota.
Le parole che Alessandro le aveva gridato prima di andarsene le ronzavano ancora nelle orecchie: «Sono stanco, sempre la stessa storia. Figli, figli, figli. Forse basta tormentarci. »
Il litigio era iniziato per una sciocchezza.
Chiara aveva visto un passeggino in una vetrina e si era fermata involontariamente. Alessandro aveva notato il suo sguardo e il suo viso si era subito incupito. A casa il silenzio si era fatto opprimente, finché non era scoppiato come una corda troppo tesa. «Sono stanca di passare davanti ai negozi per bambini con la faccia di pietra», aveva gridato.
«Sono stanca di mentire alle amiche dicendo che non siamo ancora pronti. Ho trentacinque anni. »
«E io sono stanco di sentirmi in colpa», aveva risposto Alessandro, «come se ti dovessi qualcosa. »
«Non a me, a noi.
Alla nostra famiglia. »
«Quale famiglia? Viviamo benissimo in due. »
«Benissimo?
» Chiara lo aveva guardato come se lo vedesse per la prima volta. «Tu chiami questa una vita meravigliosa? Siamo diventati estranei. »
«Almeno nessuno urla.
Non pretende, non rinfaccia. »
«Io non pretendo, io sogno. »
«I tuoi sogni sono diventati un’ossessione. » Alessandro aveva afferrato la sua borsa.
«Ho bisogno di pensare. Vado da Sergio per qualche giorno. »
«Scappa», gli aveva gridato dietro Chiara. «Come sempre.
»
Ora era sola e il silenzio le pesava sulle spalle. Romeo le si avvicinò con cautela e le si strofinò contro una gamba. «Allora, di nuovo soli», sussurrò Chiara, accovacciandosi. Il gatto fece le fusa, come in risposta.
Il primo giorno passò in uno stato di torpore. Chiara si muoveva per l’appartamento come al rallentatore. Preparava cibo che non riusciva a mangiare, accendeva la televisione senza sentire i suoni. Romeo la seguiva passo passo, facendole le fusa quando si sedeva, accoccolandosi accanto a lei quando si sdraiava.
Il secondo giorno iniziò con una telefonata. La voce di Gabriele era preoccupata. «Mamma mi ha detto che Alessandro è andato da un amico. Come stai?
»
«Bene. » Chiara cercò di dare un tono allegro alla sua voce. «Stai mentendo, si sente. Posso venire?
»
«Non serve, Gabriele. Ce la sbrigheremo da soli. »
«Chiara, dico sul serio. Non dovresti restare sola.
»
«Ho Romeo. »
«Un gatto va bene, ma è difficile parlarci. »
Nonostante la tristezza, Chiara sorrise. «Ti sorprenderà, ma è un ottimo interlocutore.
»
«Comunque tra un’ora sono lì. E non discutere. »
Verso sera Gabriele apparve sulla soglia con una busta della spesa e una scatola di pasticcini. Sembrava preoccupato, i capelli scuri scompigliati, i jeans stropicciati, come se si fosse vestito di fretta.
«Ho portato la cena. Mamma ti manda delle polpette e io ho comprato qualcosa per il tè. »
«Grazie, ma non ho fame. »
«Non te l’ho chiesto.
Mangi? » Gabriele si diresse in cucina. «Ehi, Rosso, anche tu per compagnia? »
Il gatto miagolò in risposta e Gabriele rise.
«Vedi, è d’accordo che bisogna cenare. »
Chiara osservava Gabriele armeggiare in cucina, tirare fuori i piatti, preparare una tisana. I suoi movimenti erano sicuri, premurosi. Alessandro non si era mai affaccendato ai fornelli.
«Racconta», disse Gabriele quando si sedettero a tavola. «Cosa c’è da raccontare? »
«Cosa è successo veramente? »
Chiara fissava la sua tazza, cercando le parole.
Romeo si era sistemato ai suoi piedi, caldo e devoto. «Abbiamo litigato per i figli. Lui pensa che io sia ossessionata, che stiamo bene così. »
Gabriele annuì, aspettando che continuasse.
«Ma a me non sta bene. » La voce di Chiara tremava. «Voglio una famiglia vera, con le risate dei bambini, i primi passi…» Non riuscì a continuare. «Le ninne nanne la sera», suggerì piano Gabriele.
Chiara annuì, gli occhi lucidi. «Compro le riviste per bambini e le nascondo. Mi fermo vicino ai parchi giochi. Mi vergogno, ma non posso farne a meno.
»
«Non è una vergogna, è naturale. »
«Alessandro non la pensa così. »
Gabriele bevve un sorso di tisana. «Sai cosa ho capito in questi anni?
Le persone hanno paure diverse. Qualcuno ha paura dei cambiamenti, qualcuno della solitudine… e qualcuno ha paura della responsabilità. »
«Cosa vuoi dire? »
«Che Alessandro forse ha solo paura di diventare padre e si nasconde dietro discorsi sulla meravigliosa vita a due.
»
Chiara alzò gli occhi. «E tu? Tu non hai paura? »
«Ho paura», ammise onestamente Gabriele.
«Ma in modo diverso. Ho paura di non incontrare mai quella giusta, di rimanere solo con le mie foto e la mia macchina fotografica. »
«Ma hai avuto delle ragazze? »
«Sì.
Ma sai qual è la cosa più strana? » Gabriele si passò una mano tra i capelli. «Ho sempre invidiato Alessandro. Lui ha te, una casa, stabilità.
Io ho un appartamento in affitto e incertezza. »
«Ma tu hai la libertà. »
«La libertà è bella quando hai qualcuno con cui condividerla. »
Rimasero in silenzio.
Fuori pioveva, le gocce scorrevano sul vetro. Romeo faceva le fusa, accoccolato tra di loro. «Gabriele», disse dolcemente Chiara, «e se non fosse una questione di non volere? E se ci fossero altre ragioni?
»
«Quali altre ragioni? »
«Mediche. Vi siete controllati? »
Chiara arrossì.
«Io sì, è tutto a posto. Alessandro dice che sono sciocchezze, che succederà tutto in modo naturale. »
«Forse si vergogna. A volte gli uomini…»
«Forse.
» Chiara si asciugò le lacrime. «Non so più niente. »
Gabriele allungò una mano, coprendo la sua con la propria. «Non piangere.
Si sistemerà tutto. »
«Non si sistemerà», singhiozzò Chiara. «Sono passati dieci anni e niente. Non servo a nessuno.
»
«Non dire così. Servi. »
«Sono come un mobile in questa casa. Familiare ma invisibile.
»
Le lacrime sgorgarono a fiotti. Chiara scoppiò a piangere come se una diga si fosse rotta. Gabriele si alzò, le girò intorno al tavolo e la abbracciò per le spalle. «Sshh, andrà tutto bene.
»
Chiara si strinse alla sua spalla, piangendo a dirotto. Tutto il dolore degli ultimi anni si riversava fuori. Gabriele le accarezzava i capelli, sussurrando parole rassicuranti. Romeo miagolava preoccupato.
«Sono così stanca di essere sola», sussurrò Chiara. «Non sei sola. Ci sono io. »
Lei alzò la testa e lo guardò negli occhi.
In essi si leggevano dolore e comprensione. Gabriele le toccò delicatamente una guancia, asciugandole le lacrime. Quello che accadde dopo accadde da sé. Un abbraccio di consolazione divenne vicinanza, un bisogno di calore, di tenerezza.
Due cuori solitari si cercarono in un impeto di disperazione. Poi rimasero seduti in un silenzio assordante. Romeo si era nascosto sotto il divano, come se avesse percepito che era successo qualcosa che aveva rotto l’ordine consueto. «Mio Dio», sussurrò Gabriele, coprendosi il viso con le mani.
Chiara si strinse le braccia al petto, rannicchiandosi. «Cosa abbiamo fatto? »
«Non lo so. Non doveva succedere.
»
«No, non doveva. »
Non si guardavano. La colpa e la vergogna riempivano lo spazio tra di loro. «Devo andare», disse Gabriele alzandosi.
«Sì, vai. »
Si preparò in fretta. Sulla soglia si voltò. «Chiara, è stato un errore.
Un mio errore. »
«Nostro», rispose lei piano. Quando la porta si chiuse, Chiara si lasciò cadere sul pavimento accanto al divano dove si nascondeva Romeo. Il gatto uscì con cautela e le leccò la mano con la sua lingua ruvida.
«Cosa ho fatto, Romeo? Cosa diavolo ho fatto? »
Fuori pioveva. I fiori apparvero per primi.
Un mazzo di crisantemi bianchi sul tavolo della cucina, avvolto in una pellicola trasparente. Chiara si bloccò sulla porta, stringendo al petto la borsa della spesa. Romeo annusava con cautela il cellophane, sbuffando per l’odore pungente. «Chiara.
» La voce di Alessandro proveniva dal soggiorno. Era seduto sul divano, stropicciando un foglietto tra le mani. Barba incolta, camicia stropicciata, occhi colpevoli. «Sei tornato», constatò lei, posando la borsa a terra.
«Sono tornato. » Alessandro si alzò e si avvicinò con incertezza. «Scusami, mi sono comportato da stupido. »
Chiara rimase in silenzio.
Dentro di sé tutto si ribaltava: il sollievo per il suo ritorno e l’orrore per ciò che era accaduto in sua assenza. «Sergio mi ha fatto ragionare. Ha detto che sono un idiota e ha ragione. »
«I fiori sono belli», disse piano Chiara.
«Ti piacciono i crisantemi. » Alessandro le porse il foglietto. «E questo è un biglietto. Ho scritto tutto quello che non riesco a dire a voce.
»
Chiara aprì il foglio. La calligrafia era irregolare, frettolosa: «Perdonami, amore mio. So di aver sbagliato. Proviamoci di nuovo.
Ti amo, Alessandro. »
«Sandro, io…»
«Non dire niente. Dammi solo una possibilità di rimediare a tutto. »
La abbracciò, stringendola a sé.
Chiara chiuse gli occhi e sentì il profumo familiare del suo dopobarba. Tutto avrebbe potuto tornare come prima, ma in fondo alla sua anima giaceva un macigno di colpa, freddo e pesante. Le settimane successive passarono nel tentativo di ricostruire il rapporto. Alessandro si impegnò al massimo: portava fiori, preparava la cena, non faceva tardi al lavoro.
Andavano al cinema, passeggiavano nel parco, ma tra loro c’era un muro invisibile. Chiara sorrideva, rispondeva alle sue attenzioni, ma ogni suo tocco le provocava un dolore nell’anima. Gabriele era scomparso dalle loro vite, come svanito. Non chiamava, non andava da sua madre quando c’erano loro.
Anna era preoccupata. «È successo qualcosa a Gabriele», diceva davanti a un caffè. «Non sembra più lui. Forse qualche ragazza l’ha fatto soffrire.
»
«Forse», rispondeva Chiara, distogliendo lo sguardo. Nel frattempo il suo corpo aveva iniziato a mandare strani segnali. All’inizio attribuì tutto allo stress: nausea mattutina, vertigini, una sonnolenza insolita. Ma quando il ritardo superò le due settimane, nella sua testa suonò un campanello d’allarme.
Romeo fu il primo a sentire i cambiamenti. Il gatto, sempre così indipendente, improvvisamente non si allontanava più da Chiara. Le faceva le fusa quando si sedeva, si accoccolava sulla sua pancia quando si sdraiava. «Guarda come si è affezionato a te», osservò Alessandro.
«Forse sente qualcosa. »
«Se solo sapessi cosa sente», pensò Chiara, accarezzando la pelliccia rossa con mano tremante. Alla sesta settimana, dopo quella notte fatale, arrivò la chiarezza definitiva. Chiara comprò un test in una farmacia lontana da casa, nascondendo la scatolina nella borsa come un contrabbando.
La mattina, quando Alessandro andò al lavoro, si chiuse in bagno. Due strisce nette, perfette, spietate. Chiara si sedette sul bordo della vasca, fissando le strisce. Nel petto le batteva qualcosa di enorme.
Non era gioia né orrore. Era qualcosa di più grande. «Mio Dio», sussurrò. «Porto in grembo un bambino.
»
Romeo graffiava la porta, miagolando preoccupato. Chiara aprì e il gatto le saltò subito in grembo, affondando il muso tra le sue mani. «Lo sai, vero? » disse piano.
«Sei un genio. »
I giorni seguenti passarono in una nebbia. Chiara svolgeva meccanicamente le sue faccende, mentre in testa le giravano sempre gli stessi pensieri: «Devo andare dal medico, devo avere la conferma e devo decidere cosa fare. »
La dottoressa Laura Moretti riceveva nel suo studio il martedì e il giovedì.
Chiara la conosceva di fama: le colleghe la elogiavano come una specialista competente e delicata. Il venerdì prese un giorno di permesso e andò nello studio privato dove lavorava la dottoressa Moretti. Lo studio la accolse con un’atmosfera calma e accogliente. Sul davanzale c’erano delle violette in fiore, alle pareti disegni di bambini, ringraziamenti dai piccoli pazienti.
«Prego, si accomodi. » La dottoressa Moretti era una donna sulla quarantina, con gentili occhi grigi e una voce dolce. «Cosa la preoccupa? »
«Penso di essere incinta.
» Chiara strinse le mani. Gli esami confermarono i suoi sospetti. Sei-sette settimane di gravidanza, tutto nella norma. «Congratulazioni», disse la dottoressa Moretti quando tornarono nel suo ufficio.
«Come si sente? »
«Non lo so», ammise onestamente Chiara. «È inaspettato. »
La dottoressa Moretti la guardò attentamente.
«Una gravidanza non arriva sempre nel momento più comodo, ma la gioia della maternità è un dono speciale. » Le porse delle vitamine. «Prenda l’acido folico e torni tra due settimane. »
«Dottoressa… e se la situazione è complicata?
»
Chiara non riusciva ad alzare gli occhi. «Sa, in anni di pratica ho capito una verità. I figli arrivano quando devono arrivare, anche se a noi sembra il momento sbagliato. » La dottoressa Moretti le toccò dolcemente la mano.
«Parli con suo marito. Forse sarà più felice di quanto pensa. »
Chiara tornò a casa in autobus, stringendo al petto la borsa con le vitamine. Nella sua pancia cresceva un nuovo cuoricino, batteva una nuova vita.
Il suo bambino. Loro. Il pensiero si interruppe a metà. A casa, Romeo la accolse alla porta, strofinandosile contro le gambe con particolare tenerezza.
Chiara si accovacciò, accarezzandogli le orecchie. «Cosa devo fare, genio? » sussurrò. Il gatto la guardò con i suoi occhi gialli, in cui si rifletteva un’antica saggezza.
Non poteva darle un consiglio, ma poteva semplicemente starle vicino. La sera, mentre Alessandro guardava il telegiornale, Chiara si chiuse in camera da letto e compose il numero di Gabriele. Gli squilli sembravano infiniti. «Pronto?
» La voce era guardinga. «Gabriele, sono io. »
Pausa. «Chiara, perché chiami?
»
«Devo dirti una cosa importante. »
«Non serve. Dimentica tutto, dimentica quella sera. »
«Sono incinta.
»
Il silenzio fu così profondo che Chiara pensò che la linea fosse caduta. «Gabriele, ci sei? »
La voce era diventata roca. «Sei sicura?
»
«Sono stata dal medico oggi. Sette settimane. »
«Mio Dio. » Sembrò un lamento.
«Chiara, cosa abbiamo fatto? »
«Non lo so. Ma il fatto è questo. E Alessandro non lo sa.
Per ora. »
Gabriele respirava pesantemente al telefono. «Ascoltami bene. Non una parola a nessuno, capisci?
A nessuno. »
«Ma cosa facciamo? »
«Non lo so. Lasciami pensare.
» Pausa. «Parto domani. Vado da amici a Venezia per un po’. »
«Gabriele.
»
«È l’unica via d’uscita. Finché sono in città non farò che peggiorare le cose. » La sua voce divenne ferma. «Di a mamma che ho trovato un lavoro lì.
E poi… poi si vedrà. L’importante è che per ora nessuno sappia niente. »
Dopo la telefonata, Chiara rimase a lungo seduta sul bordo del letto. Fuori si accendevano le luci della sera e dentro di lei batteva un piccolo cuore, minuscolo ma già così reale.
Romeo le saltò in grembo, sistemandosi comodamente. Le sue fusa avevano un effetto calmante. «Cosa succederà adesso? » sussurrò Chiara nella sua pelliccia rossa.
Il gatto non rispose, ma la sua presenza la riscaldava. Almeno lui rimaneva onesto e leale in quella famiglia così confusa. E in soggiorno, Alessandro cambiava canale. Ignaro che la loro vita era già cambiata per sempre.
Il venerdì sera Alessandro tornò dal lavoro prima del solito, portando dei pasticcini da una rinomata pasticceria. Chiara stava apparecchiando la tavola, le mani le tremavano per l’agitazione. Glielo avrebbe detto quella sera. Non poteva più tacere.
All’ottava settimana di gravidanza la pancia non si vedeva ancora, ma la nausea mattutina era peggiorata e diventava sempre più difficile nasconderla. «Sei strana stasera», notò Alessandro, sedendosi a tavola. «Hai gli occhi che brillano. »
«Ho una notizia.
» Chiara si sedette di fronte a lui. «Importante. »
Romeo si materializzò subito vicino alle sue gambe, si strofinò contro di lei e fece le fusa. Nelle ultime settimane il gatto era diventato la sua ombra.
«Che notizia? » Alessandro prese un pasticcino, ma non lo mangiò. Chiara fece un respiro profondo. «Alessandro, sono incinta.
»
Il tempo si fermò. Alessandro si bloccò con il pasticcino in mano, gli occhi sgranati. Poi il pasticcino cadde sul piatto e lui si alzò lentamente. «Cosa hai detto?
»
«Sono incinta. Otto settimane. »
Alessandro girò intorno al tavolo e si inginocchiò davanti a lei. «Davvero?
Sei sicura? »
«Sono stata dal medico. Ha confermato tutto. »
Il viso di suo marito si trasformò davanti ai suoi occhi.
L’incredulità lasciò il posto allo stupore, lo stupore alla gioia. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. «Chiara…» La voce gli si spezzò. «Finalmente.
Mio Dio, finalmente! »
La abbracciò, stringendola a sé così forte che lei sentì il battito del suo cuore. Pianse piano, in modo contenuto, ma sincero. «Ho sognato questo giorno per dieci anni», le sussurrò tra i capelli.
Chiara gli accarezzava la nuca e dentro si sentiva morire. La gioia di suo marito era così pura, così genuina, che la sua colpa la bruciava dall’interno come un fuoco. «Sarò il padre migliore del mondo», promise Alessandro, baciandole le mani. «Te lo prometto.
»
Romeo era seduto accanto e osservava la scena con i suoi occhi gialli, come se capisse l’importanza del momento. Da quel giorno Alessandro cambiò completamente. La mattina portava a Chiara la colazione a letto, la sera le massaggiava le spalle e la schiena. Si prese carico di tutti i lavori di casa: cucinare, pulire, fare la spesa.
«Devi prenderti cura di te e del piccolo», le diceva quando Chiara cercava di protestare. L’acquisto di articoli per bambini divenne un rito sacro. Ogni fine settimana andavano per negozi, sceglievano la culla, il passeggino, i giocattoli. Alessandro rimaneva a lungo davanti alle vetrine a guardare i vestitini minuscoli.
«Guarda che calzini! » si entusiasmava, mostrando a Chiara un paio grande come un ditale. A casa allestì nel suo ex studio una cameretta, dipinse le pareti di un tenero color giallo, montò la culla, appese una giostrina con animaletti di peluche. Chiara osservava il suo zelo e sentiva il cuore spezzarsi in due.
Romeo approvava tutti i preparativi. Il gatto ispezionava meticolosamente ogni nuovo acquisto, annusava la culla, provava la giostrina con la zampa. La sera si sistemava sulla pancia di Chiara e faceva le fusa così forte che Alessandro rideva. «Senti?
Canta una canzoncina al piccolo. »
«Forse ama solo il caldo», rispondeva Chiara. «No, è intelligente. Sente che lì dentro c’è qualcuno.
Gli animali lo capiscono prima degli umani. »
Alessandro parlava spesso con la pancia di sua moglie. Raccontava al futuro bambino della sua infanzia, del suo lavoro, di come sarebbero andati a pescare e a giocare a calcio insieme. «E se fosse una femmina?
» chiedeva Chiara. «Allora giocheremo con le bambole e le intrecceremo le trecce», rispondeva seriamente Alessandro. «Non mi importa, l’importante è che sia sano. »
Un mese dopo la rivelazione andarono da Anna.
Chiara le aveva dato la notizia della gravidanza per telefono e la suocera aveva pianto di gioia. «Finalmente», esclamò, abbracciando la nuora. «Pensavo di non arrivare a vedere i nipotini. »
«Mamma, non fare la drammatica», sorrise Alessandro.
«Quale dramma! Ho sessantadue anni. Ai miei tempi, a quaranta si era già nonne. »
A pranzo Anna non smetteva di accarezzare la pancia di Chiara, sebbene fosse ancora completamente piatta.
«E dov’è Gabriele? » chiese Alessandro. «Vorrei dargli la notizia. »
«A Venezia», rispose la madre.
«Ha trovato un buon lavoro, un servizio fotografico importante. »
Chiara abbassò gli occhi. Gabriele non chiamava da un mese, come svanito nel nulla. «Gli dirai che diventerà zio?
»
«Certo che glielo dirò. »
Dopo pranzo, mentre Chiara aiutava a lavare i piatti, Alessandro rimase con sua madre in soggiorno. La loro conversazione arrivava fino in cucina. «Sai, mamma, pensavo che non avrei mai avuto figli», confessava Alessandro.
«Perché, figliolo? »
«Per così tanto tempo non succedeva niente. Mi sentivo già incompleto. Avevo paura di andare dai medici.
»
Chiara si bloccò con un piatto in mano. «Sciocchezze», ribatté Anna. «Dio dà i figli quando lo ritiene giusto. »
«Forse.
Ma ora capisco: è un miracolo. Un vero miracolo. »
«E Chiara, come sta? »
«Bene, solo un po’ di nausea la mattina.
Ma il medico ha detto che è normale. »
Chiara mise il piatto nello scolapiatti, le mani le tremavano. Le parole di Alessandro l’avevano trafitta. Lui considerava la gravidanza un miracolo.
E lei conosceva la verità. A casa, a letto, Chiara si accarezzava la pancia. Romeo si sistemò accanto, posandole una zampa sulla mano. «Cosa devo fare?
» sussurrava al gatto. «Come posso vivere con questo segreto? »
Il gatto le faceva le fusa in risposta. I suoi occhi gialli brillavano nell’oscurità con la saggezza dei secoli.
Alessandro dormiva accanto e nel sonno un sorriso felice gli aleggiava sul volto. Sognava il bambino, faceva progetti, si preparava a diventare padre. Lei lo stava ingannando ogni giorno, ogni ora. Alla visita successiva dalla dottoressa Moretti, Chiara non resse.
«Dottoressa… e se il padre del bambino non è mio marito? »
La dottoressa Moretti la guardò attentamente. «Questi sono affari suoi, Chiara. Non giudico i miei pazienti.
Ma le dirò una cosa: un bambino non ha colpe. Merita amore, indipendentemente dalle circostanze del suo concepimento. »
«E se mio marito lo scopre? »
«Allora dovrete prendere una decisione insieme.
Ma ricordi: una famiglia si basa sulla fiducia. »
Chiara tornò a casa con pensieri pesanti. Fiducia? Quale fiducia?
Quando tutto era basato su una menzogna? A casa Alessandro stava preparando la cena, canticchiando qualcosa. Romeo gli girava intorno ai piedi, elemosinando un boccone. «Com’è andata dalla dottoressa?
» chiese il marito quando Chiara entrò. «Bene. Tutto nella norma, il piccolo cresce. »
«Cresce.
» Chiara abbracciò il marito da dietro, stringendosi alla sua schiena. «Alessandro, mi ami? »
Lui si voltò e le baciò la fronte. «Soprattutto ora.
Mi hai dato la felicità più grande. »
Chiara chiuse gli occhi. Nella sua pancia si muoveva un cuoricino. Il suo cuore era un campo di battaglia dove lottavano gioia e disperazione.
L’istinto materno le diceva una cosa: proteggere e amare. La coscienza le sussurrava un’altra: confessare e chiedere perdono. Romeo le saltò in braccio, strofinandole il muso contro la guancia. Nelle sue fusa c’era qualcosa di rassicurante, come se dicesse: «Andrà tutto bene.
Vi proteggerò entrambi. »
E fuori scendeva la sera e in casa regnava un’atmosfera di felice attesa. Un’attesa costruita su un segreto che ogni giorno diventava più pesante. La chiamata arrivò alle quattro del mattino.
Chiara si svegliò per il suono acuto del telefono sul comodino. Numero sconosciuto. «Pronto? » La sua voce era assonnata.
«Sono Gabriele. » La voce era tesa, stanca. «Chiara, mamma è in ospedale. »
Il sonno svanì all’istante.
Chiara si mise a sedere sul letto, accarezzando la pancia ormai rotonda. La ventitreesima settimana di gravidanza si faceva sentire. Il piccolo si muoveva attivamente, soprattutto di notte. «Cosa è successo?
»
«Infarto. Stanotte una vicina l’ha trovata priva di sensi. » Gabriele parlava a frasi spezzate. «Sto arrivando da Venezia, sarò lì presto.
»
«In quale ospedale? »
«Al terzo civico. Rianimazione. »
Chiara svegliò Alessandro.
Si prepararono in fretta e andarono in ospedale. Romeo li salutò con occhi preoccupati, come se sentisse che qualcosa non andava. I corridoi dell’ospedale li accolsero con l’odore di medicinali e il silenzio del primo mattino. Anna era in una stanza di terapia intensiva, collegata ai monitor.
Il viso era grigio, il respiro superficiale. «Le condizioni sono stabili ma gravi», spiegò il medico di turno. «Un infarto esteso. Le prossime ventiquattro ore sono critiche.
»
Alessandro strinse la mano della moglie. Chiara sentiva il piccolo muoversi irrequieto dentro di lei, reagendo alla sua agitazione. «Dov’è Gabriele? » sussurrò Alessandro.
Come in risposta alla sua domanda, nel corridoio si sentirono dei passi affrettati. Gabriele apparve sulla soglia della stanza, scompigliato, con una camicia stropicciata e una borsa da viaggio a tracolla. Vedendo la madre, si fermò di colpo. «Mamma!
» La voce gli si spezzò. Alessandro si voltò e guardò suo fratello. Quattro mesi di silenzio pesavano tra loro come un muro. «Sei arrivato», constatò Alessandro.
«Appena l’ho saputo. » Gabriele si avvicinò al letto, prese con cautela la mano della madre. «Mamma, sono qui. »
Anna mosse debolmente le dita.
Le palpebre tremarono. «Ragazzi miei», sussurrò senza aprire gli occhi. «Siete qui tutti e due? »
«Sì, mamma», rispose Alessandro, avvicinandosi alla testiera.
«Bene. Finalmente insieme. » Il respiro era affannoso. «Abbiate cura l’uno dell’altro.
La vita è breve. »
Gabriele e Alessandro si guardarono negli occhi sopra il letto della madre. Nello sguardo del fratello minore si leggevano colpa e una richiesta di perdono. Alessandro allungò lentamente una mano.
«Dimentichiamo», disse piano. Gabriele strinse forte la mano del fratello. «Perdonami. »
«E tu perdona me.
»
Chiara osservava quella riconciliazione silenziosa e il cuore le si stringeva. Se solo avessero saputo…
I giorni seguenti passarono nella frenesia dell’ospedale. Le condizioni di Anna migliorarono lentamente. Il quarto giorno fu trasferita in una stanza normale.
Chiara andava a trovarla ogni giorno dopo il lavoro, portandole cibo fatto in casa e fiori freschi. «Chiara, come sta il mio nipotino? » chiedeva Anna, accarezzando la pancia rotonda della nuora. «Tutto bene.
Domani abbiamo l’ecografia. »
«E se fosse una nipotina? Le femmine di solito iniziano a muoversi prima. »
«Lo scopriremo domani.
»
Chiara cercava di parlare con calma, ma dentro era tesa. L’ecografia di routine alla ventiquattresima settimana era sempre un’emozione. La dottoressa Moretti eseguì l’esame con concentrazione, passando la sonda sulla pancia, studiando le immagini sullo schermo. Alessandro teneva la mano di Chiara, sbirciando il monitor.
«Wow, che grande! » esclamò, vedendo l’immagine del bambino. «Sì, in effetti. » La dottoressa si accigliò.
«Le dimensioni del feto corrispondono a venticinque, ventisei settimane. Cioè una o due settimane in più rispetto alla data presunta. »
Chiara sentì un brivido correrle lungo la schiena. «È un male?
»
«Non necessariamente. Potrebbe esserci un errore nella data del concepimento. » La dottoressa Moretti guardò Chiara. «Ricorda con esattezza quando ha avuto l’ultima mestruazione?
»
«Più o meno. Sì. »
«E lei, papà, ricorda il periodo del concepimento? » si rivolse la dottoressa ad Alessandro.
Alessandro si fece pensieroso. «È stato…» Si interruppe. Il suo viso cambiò. «Strano.
In quel periodo ero in viaggio di lavoro a Bologna. Sono stato via dieci giorni. »
La dottoressa Moretti spostò lo sguardo da Alessandro a Chiara. «Forse il concepimento è avvenuto prima o dopo la data presunta.
Succede. » La sua voce divenne delicatamente professionale. «Lo terremo sotto osservazione. »
Tornarono a casa in silenzio.
Alessandro era accigliato, faceva calcoli a mente. Chiara guardava fuori dal finestrino e sentiva il cuore batterle in gola. «Ascolta», disse Alessandro quando si avvicinarono a casa. «Sei sicura di ricordare quando potrebbe essere successo?
»
«Cosa? Esattamente il concepimento? »
«Io ero in viaggio di lavoro. »
«Sandro, ma che dici?
» Chiara cercò di parlare con calma. «Può succedere di tutto. La medicina non è una scienza esatta. »
«Sì, forse.
» Ma nella sua voce si sentiva il dubbio. Il giorno dopo andarono di nuovo da Anna. In ospedale incontrarono Gabriele. Passava quasi tutte le sue giornate al capezzale della madre, compensando i mesi di assenza.
«Com’è andata l’ecografia? » chiese a Chiara, quando Alessandro uscì per parlare con i medici. «Bene», rispose lei seccamente. «Chiara, non abbiamo più parlato da allora.
» Gabriele abbassò la voce. «Come stai? »
«Bene. Tutto bene.
»
«E lui non sospetta niente? »
«No», mentì Chiara. Erano in piedi nel corridoio dell’ospedale, vicino a una finestra. Fuori cadeva una pioggia autunnale.
«Ci ho pensato ogni giorno», disse piano Gabriele. «A quella notte. A quello che è successo. »
«Non parliamone.
»
«Chiara, non potrò tacere per sempre. Mi sta distruggendo. »
«Tacerai», disse Chiara duramente. «Per il bene del bambino.
»
«E la verità? »
«Quale verità? Che abbiamo commesso un errore in un momento di disperazione? Che distruggeremo una famiglia per una sola notte?
»
«Ma è una menzogna. »
«È maternità. » Chiara posò una mano sulla pancia. «E proteggerò mio figlio a qualsiasi costo.
»
Non si accorsero che dietro l’angolo del corridoio c’era Alessandro. Stava tornando dall’ufficio dei medici e aveva sentito le ultime frasi della conversazione. Quella notte. Un errore.
Una sola notte. Alessandro si bloccò, appoggiandosi con la schiena al muro. Nella sua testa tutto si ricomponeva in un quadro terribile: il viaggio di lavoro, le dimensioni aumentate del feto, quella notte, Gabriele scomparso improvvisamente per quattro mesi. Chiara e Gabriele continuarono a parlare, ignari di essere ascoltati.
«Promettimi che nessuno lo saprà», chiedeva Chiara. «Lo prometto», rispondeva Gabriele. «Ma come si fa a vivere con questo? »
«Come si potrà?
L’importante è che il bambino non ne soffra. »
Alessandro tornò lentamente indietro lungo il corridoio. Le gambe non gli obbedivano. Nella testa gli ronzava un tuono.
Tutto ciò in cui aveva creduto in quei mesi si era sbriciolato. All’ingresso dell’ospedale si fermò, prese il telefono e scrisse a Chiara: «Impegno di lavoro urgente. Torna da sola. »
La risposta arrivò subito: «Certo, non preoccuparti.
»
«Non preoccuparti», sogghignò amaramente Alessandro. Se solo avesse saputo. Salì in macchina, ma non avviò il motore. Rimase seduto a guardare la finestra dell’ospedale.
Da qualche parte lì dentro sua moglie e suo fratello discutevano del loro segreto. E a casa, Romeo camminava per l’appartamento miagolando inquieto e annusando l’aria. I gatti sentono sempre quando in famiglia sta per scoppiare una tempesta. La pioggia batteva sul vetro e sembrava che la natura stessa piangesse quel mondo crollato di fiducia e speranza.
Le prime ventiquattro ore Chiara sperò ancora. Forse gli impegni di lavoro erano davvero urgenti. Forse il telefono si era scaricato. Ma quando Alessandro non si presentò neanche il giorno dopo, la paura le strinse il cuore in una morsa.
Romeo non si allontanava dalla porta. Di tanto in tanto miagolava lamentoso. Il gatto sentiva l’ansia della sua padrona e non trovava pace. «Dove può essere?
» chiese Chiara a Gabriele per telefono. «Dove potrebbe essere andato? »
«Non lo so. Forse dagli amici?
»
«Da Sergio. Ho chiamato Sergio. Alessandro non è da lui. »
Gabriele rimase in silenzio.
Al telefono si sentiva il suo respiro pesante. «Chiara, ma non ha detto niente? Nessun accenno? »
«No.
Ha solo scritto degli impegni ed è sparito. »
«Merda», imprecò Gabriele a bassa voce. «E se avesse scoperto tutto? »
«Da dove?
Abbiamo parlato con cautela. »
«Non lo so. Ma qualcosa non va. »
Il terzo giorno Chiara non resistette e andò da Anna in ospedale.
La suocera si era notevolmente ripresa, ma la preoccupazione per i figli le si leggeva negli occhi. «Chiara, tesoro, dov’è Alessandro? Sono due giorni che non viene. E anche Gabriele è strano.
»
Chiara si sedette sulla sedia accanto al letto, posando le mani sulla pancia. Il piccolo scalciava con particolare vigore, come se sentisse l’agitazione della madre. «Signora Anna, abbiamo dei problemi. »
«Che problemi?
» La suocera si sollevò sui cuscini. «Seri. E non so cosa fare. »
Anna allungò una mano, coprendo quella di Chiara con le sue.
«Racconta. Qualsiasi cosa sia successa. »
E Chiara raccontò tutto. Del litigio con Alessandro, della solitudine, di quella sera con Gabriele, della gravidanza, del segreto che la tormentava da mesi.
Parlava in modo confuso, tra le lacrime, ma onestamente. Anna ascoltò in silenzio, senza lasciare la mano della nuora. «Ecco cos’era», disse piano quando Chiara finì. «Ora capisco perché Gabriele è scappato a Venezia.
»
«Mi perdoni? » singhiozzò Chiara. «Ho rovinato tutto. »
«Shh, figlia mia.
Non sei l’unica colpevole. » Anna le accarezzò la mano. «La vita è complicata. Le persone commettono errori quando soffrono e si sentono sole.
»
«E adesso cosa faccio? »
«Ora la cosa più importante è questo bambino. » Anna posò una mano sulla pancia di Chiara. «Lui non ha nessuna colpa.
E per il resto… per il resto si risolverà in qualche modo. »
«Ma se Alessandro ha scoperto tutto…»
«Allora bisognerà dire la verità. Tutta. E chiedere perdono.
»
Nella stanza entrò Gabriele con un mazzo di garofani. Vedendo gli occhi rossi di Chiara, si allarmò. «Cosa è successo? »
«Siediti, figlio mio», disse Anna.
«Chiara mi ha raccontato tutto. »
Gabriele impallidì e si lasciò cadere su una sedia. «Mamma, io…»
«Lo so. Siete stati entrambi bravi.
» La sua voce era severa, ma non arrabbiata. «Ma adesso cosa facciamo? »
«Me ne vado», disse subito Gabriele. «Per sempre.
Per non disturbare più nessuno. »
«Dove te ne vai? »
«Dagli amici a Venezia o a Roma. Mi sistemo lì, inizio una nuova vita.
»
Anna scosse la testa. «Non si scappa da se stessi, figliolo. E neanche dalle proprie responsabilità. »
«Ma sarà meglio per tutti.
»
«Meglio per chi? Per Chiara, che rimarrà sola con questo segreto? Per il bambino, che potrebbe non conoscere mai il suo vero padre? O per Alessandro, che si tormenterà con i sospetti?
»
Gabriele rimase in silenzio, stropicciando il mazzo di fiori tra le mani. «Una famiglia deve stare insieme», disse Anna con fermezza. «Soprattutto adesso. E voi stupidi, pensate solo a scappare ognuno per conto suo.
»
Nel corridoio si sentirono dei passi familiari. Chiara si irrigidì. Alessandro apparve sulla soglia della stanza, non rasato, smunto, con gli occhi rossi. «Mamma, come stai?
» La sua voce era spenta. «Meglio. Ma voi state peggio. » Anna guardò severamente il figlio maggiore.
«Dove sei stato? »
Alessandro scrutò la stanza: sua madre, Chiara, Gabriele. Tutti lo guardavano con ansia. «Sono stato da un amico a pensare.
» Si avvicinò lentamente alla finestra, dando le spalle agli altri. «A quello che ho sentito l’altro ieri nel corridoio. »
Chiara chiuse gli occhi. Quindi lo sapeva davvero.
«Cosa hai sentito? » chiese piano Anna. «La conversazione tra Chiara e Gabriele. Su quella notte.
Sull’errore. Sul segreto. »
Calò un silenzio pesante come una nuvola di piombo. «E cosa pensi di fare?
» chiese la madre. Alessandro si voltò e guardò sua moglie. «Voglio dire la verità. La mia verità.
» Si avvicinò a Chiara e si inginocchiò accanto alla sua sedia. «Chiara, perdonami. »
«Per cosa? »
«Per averti mentito per due anni.
» Alessandro le prese le mani. «Ho seri problemi di fertilità. »
Chiara sussultò. «Cosa?
»
«Ho fatto degli esami due anni fa. I risultati sono cattivi. La motilità degli spermatozoi è molto bassa. Il medico ha detto che le probabilità di un concepimento naturale sono meno del cinque per cento.
»
«Ma perché non hai detto niente? »
«Mi vergognavo. » Alessandro abbassò la testa. «Mi sentivo un uomo incompleto.
Avevo paura che mi avresti lasciato, o che avresti iniziato a compatirmi. Pensavo fosse meglio far finta di non volere figli. »
Gabriele si alzò dalla sedia. «Alessandro, aspetta.
»
«Non ho ancora finito. » Guardò Chiara. «Quando mi hai detto che eri incinta, ho creduto in un miracolo. Il medico aveva detto improbabile, ma non impossibile.
Il cinque per cento è comunque una possibilità. E ora… ora capisco che è davvero un miracolo. Solo non come pensavo io. »
Alessandro alzò gli occhi su suo fratello.
«Gabriele, questo bambino è parte della nostra famiglia. Della mia famiglia. »
«Ma lui…» iniziò Gabriele. «È il figlio di mia moglie.
E questo è l’importante. » Alessandro si alzò e si avvicinò al fratello. «Ci hai dato quello che io non potevo dare. Un futuro.
La continuazione della famiglia. »
Gabriele lo guardava incredulo. «Dici sul serio? »
«Assolutamente.
I medici dicevano che il concepimento naturale era quasi impossibile. Forse il destino ha deciso a modo suo. Attraverso il dolore, attraverso un errore. Ma ha deciso.
»
Anna si asciugava le lacrime con un fazzoletto. «Finalmente avete parlato a cuore aperto. »
«Ma devo andarmene lo stesso», disse Gabriele. «Non posso restare qui.
»
«Perché? » chiese Alessandro. «Perché non è giusto. »
«Questo bambino sarà mio figlio», disse Alessandro con fermezza.
«Ufficialmente e di fatto. E tu sarai suo zio. Il miglior zio del mondo. »
«Non capisco…»
«Io invece capisco», intervenne Anna.
«Gabriele, tu regalerai a tuo fratello la paternità e lui ti regalerà un nipote. Entrambi avrete ciò che desideravate. »
Chiara rimase in silenzio, accarezzandosi la pancia. Il piccolo scalciava sotto la sua mano, come se approvasse.
«Alessandro», disse piano Chiara, «potrai perdonarmi per l’inganno, per i rimproveri, per averti portato alla disperazione? »
«E tu mi perdonerai? » sussurrò lui. «Saremo tutti perdonati», disse Anna.
«Perché l’amore è più forte degli errori e la famiglia è più importante dei rancori. »
Gabriele si alzò e andò alla finestra. «Non so come vivere con questa cosa. »
«E come avete vissuto finora?
» chiese la madre. «Insieme. E continueremo a vivere insieme, solo con più onestà. Una famiglia deve stare insieme.
»
«Soprattutto ora che sta per arrivare una nuova persona», ripeté Alessandro le parole della madre. Fuori dalla finestra della stanza il sole tramontava, tingendo le pareti di una luce dorata. E nei cuori di quelle persone, fino a poco prima separate da un segreto, nasceva lentamente la speranza del perdono e di un nuovo inizio. Le contrazioni iniziarono alle quattro del mattino.
Chiara si svegliò per un dolore sordo alla schiena. All’inizio pensò di aver dormito in una posizione scomoda, ma quando il dolore si ripeté dopo dieci minuti, capì. «Alessandro? » chiamò a bassa voce, toccandogli la spalla.
«Credo che sia iniziato. »
Lui si svegliò all’istante, come se avesse aspettato quelle parole per tutta la notte. «Sei sicura? »
«Sì.
Prepara la borsa. »
Anche Romeo sentì l’agitazione. Il gatto girava per l’appartamento, miagolando preoccupato, non capendo perché i suoi padroni si affannassero a quell’ora. «Andrà tutto bene», disse Chiara, accarezzando la pelliccia rossa.
«Torneremo presto. »
In ospedale li accolse un’ostetrica di turno. «Trentotto settimane. Ottimo, gravidanza a termine.
» Guardò Alessandro. «Papà, vuole assistere? »
«Assolutamente», rispose lui con fermezza. Il travaglio durò sei ore.
Alessandro non si allontanò da Chiara neanche per un minuto. Le teneva la mano, le asciugava il sudore dalla fronte, le sussurrava parole di incoraggiamento. «Respira, amore. Va tutto bene.
Sono qui. »
«Fa male», gemeva Chiara. «Resisti ancora un po’. Il nostro piccolo vuole venire al mondo.
»
Alle dieci e mezza del mattino si sentì il primo vagito. Forte, indignato, pieno di vita. «È un maschietto», annunciò l’ostetrica, sollevando il corpicino rosa e grinzoso. «Tremilaquattrocento grammi.
Un bel torello. »
Alessandro pianse per la prima volta nella sua vita adulta. Pianse apertamente, senza vergogna. «Figlio», sussurrò.
«Figlio mio. »
Il bambino fu messo sul petto di Chiara e si calmò subito. StriZZò gli occhi, strinse i pugnetti. «Guarda che dita lunghe», diceva Chiara tra le lacrime.
«E il nasino all’insù, come il tuo da piccolo», rispondeva Alessandro, baciando la fronte della moglie. «E gli occhi come quelli della mamma. »
«Il nostro campione. »
Il giorno dopo, in camera arrivò Gabriele.
Sembrava emozionato, in mano teneva una piccola scatola. «Come va? » chiese piano. «Benissimo.
» Chiara sorrideva, cullando il piccolo. «Ti presento Marco. »
Gabriele sbirciò con cautela nella copertina. Il bambino dormiva.
Le lunghe ciglia proiettavano un’ombra sulle guance. «È bellissimo», disse sinceramente. «Molto bello. »
«Vuoi tenerlo, zio?
» propose Alessandro. Gabriele prese con cautela il nipote tra le braccia. Il piccolo aprì gli occhi e lo guardò seriamente, come per studiarlo. «Ciao, Marco», sussurrò Gabriele.
«Sono tuo zio. Ti vizierò e ti comprerò i giocattoli più belli. » Porse a Chiara la scatolina. «Questo è da parte del nonno.
Un sonaglio d’argento. Papà voleva che lo dessi al primo nipote. »
Chiara aprì la scatola. Dentro c’era un antico sonaglio d’argento finemente lavorato.
«Grazie. È molto importante per noi. »
«Papà ne sarebbe stato orgoglioso», disse Gabriele, guardando il fratello. «Ha avuto un nipote con il suo nome.
»
Alessandro si avvicinò al fratello. «Gabriele, voglio dirti una cosa ufficialmente. Tu sei il padre biologico di Marco. Ma io sono il suo papà.
Capisci la differenza? »
«Capisco. Ed è giusto così. »
«Sarai il miglior zio del mondo.
E io cercherò di essere un buon padre. »
«Lo sei già diventato», disse Gabriele, restituendo il bambino a Chiara. «Nel momento in cui hai deciso di accettarlo. »
Le dimissioni furono fissate per il quinto giorno.
Anna arrivò con un enorme mazzo di rose bianche e un cesto di torte fatte in casa. «Dov’è il mio nipotino? » esclamò, appena vide Chiara con il piccolo. «Eccolo.
Te lo presento. » Chiara sorrise. «Marco. »
Anna prese il bambino e se lo strinse al petto.
«Come sei bello. Tutto tuo padre… e anche tuo zio», aggiunse, lanciando uno sguardo malizioso a Gabriele. Tornarono a casa tutti insieme. Alessandro guidava lentamente, con prudenza.
Chiara era seduta dietro con il piccolo. Anna, accanto a lei, non staccava gli occhi dal nipote. Gabriele, sul sedile anteriore, fotografava ogni momento. «Il primo viaggio di Marco», commentava.
«Un evento storico. »
All’ingresso del palazzo li attendeva una sorpresa. I vicini avevano appeso palloncini e uno striscione: «Bentornato a casa, Marco». «Tutto il palazzo sa che abbiamo un erede», rideva Anna.
E a casa li accolse Romeo. Il gatto era seduto vicino alla porta, come se li stesse aspettando. Vedendo la famiglia con la nuova piccola creatura, si avvicinò con cautela e annusò. «Romeo, ti presento Marco», disse Chiara, accovacciandosi con il piccolo.
«Ora vive anche lui con noi. »
Il gatto annusò la copertina, toccò con il naso la manina minuscola. Il bambino mosse le dita. Romeo saltò indietro, ma un secondo dopo tornò e fece le fusa piano, in segno di approvazione.
«Accettato in famiglia», rise Alessandro. «Romeo ha dato la sua benedizione. »
Avevano preparato la cameretta in anticipo: pareti gialle, una culla bianca, una giostrina con animaletti di peluche. Chiara mise a letto suo figlio e accese una lucina notturna.
Romeo si sistemò subito accanto alla culla, su un tappetino, acciambellandosi. «Il turno di guardia è iniziato», guardò Chiara al marito. «Lo sta proteggendo. »
«Un gatto intelligente.
Sa che i piccoli richiedono un’attenzione speciale. »
I primi mesi volarono via tra piacevoli impegni. Alessandro prese le ferie, aiutava la moglie, imparava a fasciare e a fare il bagnetto al figlio. Gabriele veniva ogni fine settimana, portava regali, fotografava ogni cambiamento di Marco.
«Zio Gabriele è di nuovo arrivato con una valigia di giocattoli», rideva Chiara. «Ogni zio ha il diritto di viziare suo nipote», rispondeva Alessandro. Anna veniva a giorni alterni, cucinava, puliva, si prendeva cura del nipote. Nei suoi occhi brillava una tale felicità che era chiaro: la sua vita aveva ritrovato un senso.
E Romeo si trasformò in una tata perfetta. Il gatto dormiva accanto alla culla, faceva le fusa quando il piccolo piangeva, correva a chiamare i genitori se qualcosa non andava. «Abbiamo il sistema di allarme più affidabile della città», diceva Alessandro. Il tempo passava.
Marco cresceva, sorrideva, iniziava a lallare. A sei mesi si sedette, a otto gattonò esplorando l’appartamento sotto l’occhio vigile di Romeo. E arrivò il primo compleanno. Apparecchiarono la tavola in soggiorno.
Anna preparò una torta con una candelina. Gabriele portò un enorme orso di peluche. Amici e vicini vennero a fare gli auguri. «Al nostro festeggiato», alzò il calice Alessandro.
«A Marco», risposero gli ospiti. Il piccolo era seduto sul suo seggiolone, batteva le manine, rideva. Accanto a lui si aggirava Romeo, elemosinando bocconi dalla tavola. Dopo che gli ospiti se ne furono andati, la famiglia rimase sola.
Alessandro mise il figlio per terra e si posizionò a un metro di distanza. «Vieni da me, Marco. Vieni da papà. »
Il piccolo si alzò, aggrappandosi al divano, e fece il primo passo.
Il secondo, il terzo. Vacillò, ma non cadde. Raggiunse suo padre e rise di gioia. «I primi passi», esclamò Chiara.
«Nel suo primo giorno di compleanno. »
Romeo era seduto accanto, sorvegliando attentamente la sicurezza del piccolo padrone. Quando Marco cadeva, il gatto miagolava preoccupato. Quando si rialzava, faceva le fusa in segno di approvazione.
La sera, dopo aver messo a letto il figlio, Chiara era alla finestra della cameretta. Fuori si accendevano i lampioni. Da qualche parte la gente si affrettava. La grande città viveva la sua vita.
E qui, in questa stanza, dormiva suo figlio. Accanto sonnecchiava il fedele Romeo. Nella stanza accanto, suo marito leggeva un giornale. Famiglia.
Una vera famiglia. «A cosa pensi? » chiese piano Alessandro, abbracciandola da dietro. «Al fatto che abbiamo percorso una strada difficile.
Ma siamo arrivati dove dovevamo arrivare. »
«Non rimpiangi nulla? »
«Nulla. »
«Non è tuo biologicamente.
»
«Chiara. » Alessandro la girò verso di sé. «È mio per amore. Per scelta.
Per ogni notte insonne, per ogni sorriso. Il sangue non è tutto. L’importante è il cuore. »
Lei baciò suo marito.
«Ti amo. »
«Anch’io ti amo. E amo nostro figlio. E persino questa guardia del corpo pelosa.
»
Romeo aprì un occhio, fece le fusa e si riaddormentò. E fuori cadeva la prima neve, coprendo il mondo con un manto bianco. Davanti a loro c’era una vita intera, con felicità e tristezze, con gioie e difficoltà. Ma ora avrebbero affrontato tutto insieme, come una vera famiglia.
Perché l’amore è più forte del sangue e il cuore di una famiglia batte per tutti coloro che ne hanno bisogno.