«Signore, per favore, puoi spegnere la mia esistenza?» pensai mentre affondavo nel sedile, con la faccia che bruciava come una stufa accesa. Era il mio primo volo e, come se non bastasse, la…

«Signore, per favore, puoi spegnere la mia esistenza?» pensai mentre affondavo nel sedile, con la faccia che bruciava come una stufa accesa. Era il mio primo volo e, come se non bastasse, la...

Le dita di Livia stringevano i braccioli così forte che sembrava stessero per affondare nella pelle. Sudava come una pentola sul punto di bollire. Era il suo primo volo e onestamente non era pronta per questo. Fece un respiro profondo cercando di seguire quei consigli che aveva visto su YouTube.

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Inspira con il naso, espira con la bocca, pensa a cose belle. Continuava a ripeterselo tremando come una foglia al vento, ma quel maledetto treno di pensieri negativi non si fermava. A peggiorare le cose, la cintura di sicurezza sembrava più complicata di un codice informatico. La tirava da una parte e scivolava dall’altra, la tirava di nuovo e si aggrovigliava.

Stava letteralmente lottando con quella cintura come se fosse un serpente invisibile, quando sentì una voce maschile profonda e incredibilmente affascinante. Scusi, credo che questo sia il mio posto. Livia alzò lo sguardo e per un secondo dimenticò come si respirasse. Alto, capelli scuri, abito impeccabile.

Un orologio che chiaramente non era stato comprato a rate. Barba ben curata, mascella forte, occhi intensi e un profumo che avrebbe potuto far sciogliere il ghiaccio. Se la tentazione avesse avuto un nome, il suo sarebbe stato quello. Oh, sì, certo, scusi, balbettò lei cercando di prendere il suo zaino che ovviamente si era incastrato nella fibbia della cintura che non era riuscita a chiudere.

Tirò una volta, due volte. Al terzo tentativo perse l’equilibrio, andò a sbattere con la spalla contro di lui e quasi rovesciò la bottiglietta d’acqua nel portabicchiere. Mi dispiace tanto, davvero, che disastro, borbottò infilando la bottiglia nella borsa come chi nasconde la scena di un crimine. Lui rise.

Una risata bassa, divertita, che suonava sia provocatoria che incredibilmente educata. Non si preoccupi. Primo volo? chiese sedendosi nel posto accanto al suo.

Si nota così tanto, sbottò lei senza pensare. Lui sorrise. Per niente. Solo un’ipotesi.

L’assistente di volo passò a controllare le cinture e, naturalmente, la sua era più aggrovigliata della sua vita amorosa. L’assistente la aiutò e lei la ringraziò con un sorriso imbarazzato, morendo dentro. Quando l’addetta si allontanò, l’uomo accanto a lei parlò di nuovo. Si rilassi.

È solo un aereo. Le probabilità di un incidente sono… Fece una pausa drammatica. Livia si voltò verso di lui con gli occhi sgranati.

Non finisca nemmeno la frase, gridò coprendosi le orecchie. Lui rise di nuovo. Scherzavo. Sopravviverà.

Lei non ne era affatto sicura. Il comandante annunciò il decollo e Livia afferrò il bracciolo con una mano. Quando l’aereo fece quel solito sussulto, il suo corpo si mosse più velocemente del suo cervello. La sua mano volò verso il primo punto in cui trovò appoggio e afferrò dove decisamente non avrebbe dovuto.

Ci vollero circa due secondi per rendersi conto del perché quel punto fosse caldo e morbido. Gli occhi di lui guardarono in basso. Quelli di lei lo seguirono. Oh mio Dio, mormorò sentendo la faccia bruciare.

Tutto il suo corpo si congelò. Oh mio Dio, oh mio Dio, oh mio Dio, esclamò ritirando la mano in preda al panico. Ehi, un attimo. Questo è piuttosto importante per me, disse lui cercando di non ridere, con quello sguardo giocoso che lei stava già iniziando a odiare per quanto fosse perfetto.

Di lavoro la gente mi offre un caffè prima di avvicinarsi così tanto. Mi dispiace così tanto, non volevo. È stato il panico. Lo giuro.

Oh mio Dio, vaneggiò lei, desiderando solo poter scavare una buca proprio lì sull’aereo e sparire. Si rilassi, rispose lui sistemandosi l’abito. Almeno ora si sta sciogliendo un po’. Le fece l’occhiolino.

Livia sentì il pavimento sprofondare sotto i suoi piedi. Signore, per favore, puoi spegnere la mia esistenza? Non riesco più a gestire questo imbarazzo, pensò in pieno crollo interno. L’aereo si stabilizzò.

Lei no. Rimase in silenzio, rannicchiata a fissare il finestrino, ma la sua vista era troppo offuscata dal nervosismo per vedere qualcosa. Lui, al contrario, sembrava perfettamente a suo agio. Tirò fuori un libro, lo aprì e poi, senza guardarla, parlò di nuovo.

Sa, per essere il suo primo volo, sta gestendo benissimo la parte della tranquillità. Lei strinse gli occhi. Molto divertente. Lui sorrise appena.

È da lì che viene? Prima di salire era agitata. Ora è solo imbarazzata. È un progresso.

Livia non rispose. Ma non poté fare a meno di pensare che, forse, quel viaggio non sarebbe stato un totale disastro. Almeno finché non si ricordò che avrebbe dovuto rivederlo all’atterraggio. E che non sapeva nemmeno chi fosse.

Il volo proseguì tra lunghi silenzi e sguardi rubati. Ogni tanto lei si girava a guardare fuori dal finestrino e lo trovava già a fissarlo, con un sorriso appena accennato. Ogni volta lei distoglieva lo sguardo fingendo di essere interessata alle nuvole. Quando l’aereo iniziò la discesa, il cuore di Livia riprese a martellare.

Non per l’atterraggio, ma per la sensazione che una volta toccato terra, quel momento sarebbe finito. L’aereo toccò la pista con un sussulto secco. I passeggeri applaudirono. Livia si mise a battere le mani anche lei, poi si accorse che lui la stava guardando con un sopracciglio alzato.

Applaude sempre agli atterraggi? È il mio primo volo. Non sapevo cosa fare. Ah.

E adesso lo sa. La sua mano si posò brevemente sulla sua spalla. Un contatto leggero, ma sufficiente a farle dimenticare come si camminasse. È stato un piacere, signorina…

Livia. Livia Rossi. Lui annuì lentamente, come se stesse memorizzando il nome. Io sono Davide.

E ci rivedremo presto, Livia Rossi. Non fece in tempo a chiedere cosa significasse quella frase. Lui si alzò, prese la sua valigetta e si diresse verso l’uscita. Lei rimase seduta per un lungo minuto, con il cuore che le martellava nelle orecchie.

Poi, con un sospiro, raccolse le sue cose e seguì la folla. Beh, almeno non l’avrebbe più rivisto, pensò. Qualche giorno in albergo, qualche riunione di routine, e poi via. La vita le sembrava già abbastanza complicata così.

Il taxi si fermò davanti all’edificio e Livia fissò l’enorme struttura con un misto di eccitazione, nervosismo e puro terrore. Il suo cuore batteva all’impazzata. Sudava, tremava, le sue mani erano umide. Per quanto avesse cercato di dormire sull’aereo, la sua mente continuava a riprodurre lo stesso film all’infinito.

Il volto di lui. Il suo sorriso. Il suo odore. E la sua mano che…

No. Doveva smetterla. Era lì per lavoro non per fantasticare su uno sconosciuto con l’aspetto di un attore. Si sistemò la giacca, fece un respiro profondo e varcò la porta a vetri.

L’azienda era enorme. Un labirinto di scrivanie, monitor e persone che camminavano di fretta. Livia si avvicinò alla reception. Buongiorno, sono Livia Rossi.

Ho un appuntamento con il signor… Un passo. Due passi. Una figura alta ed elegante si presentò alla porta del dipartimento IT.

Abito su misura perfetto, cartella in mano di cui chiaramente non aveva bisogno. Capelli scuri. Mascella forte. Occhi intensi.

No. Non poteva essere. Non lui. L’uomo alzò lo sguardo e i loro occhi si incontrarono.

Il suo sorriso si allargò lentamente, come se avesse appena ricevuto il regalo più bello della giornata. Buongiorno, Livia. Benvenuta in azienda. La voce dell’uomo riecheggiò nel grande ufficio.

Davide. L’uomo dell’aereo. L’uomo che aveva afferrato per sbaglio. L’uomo che era riuscito a farla sentire a disagio e affascinata allo stesso tempo.

Il suo nuovo capo. Non riusciva a formulare nemmeno una parola. La bocca le si aprì e si chiuse come un pesce fuor d’acqua. Cosa…

cosa ci fai tu qui? La mia azienda. O meglio, la mia famiglia. Ma sì, si può dire che sia il tuo capo.

Il cuore di lei iniziò a battere all’impazzata. Cercò di rispondere, ma le parole non uscivano. Davide sorrise, poi le si avvicinò e le sussurrò:

Non preoccuparti. Qui non mordo.

Almeno non alla prima occasione. E con quello, le diede un’occhiata piena di significato e si voltò. "Questa è casa tua adesso. Inizia a sistemarti.

Ti aspetto nel mio ufficio tra mezz’ora per il briefing sulla nuova pianificazione. Livia rimase immobile, con il petto che le scoppiava. Questo non è successo. Questo non sta succedendo.

Il suo primo giorno di lavoro e il suo capo era l’uomo che aveva accidentalmente sfiorato a mezz’aria, a diecimila metri di altezza. Si ritrovò a camminare come in trance verso il suo ufficio, che era a pochi metri da quello di Davide. Mise giù la borsa, aprì il computer e rimase a fissare lo schermo. In qualche modo, il destino aveva deciso di giocare con lei.

I giorni passarono e una strana attrazione iniziò a crescere. Livia cercava di evitarlo, ma era impossibile. Era ovunque. In corridoio, alle riunioni, in mensa.

E ogni volta che i loro sguardi si incrociavano, lei sentiva un calore salirle alla pancia. Una sera, verso tardi, stava sistemando delle carte quando Davide uscì dal suo ufficio. Ancora qui? chiese appoggiandosi allo stipite.

Mi paghi per questo, no? Mi paghi per questo, no? rispose lei. Lui sorrise.

Ti pago per fare bene il tuo lavoro, non per correrti dietro. Ma a quanto pare devo occuparmi personalmente di te. Vediamo se sei disposta a lavorare un po’ di straordinario con me. Straordinario?

Stasera voglio offrirti una cena. Non è una richiesta. È più che altro un ordine. Livia lo guardò.

Strano miscuglio di eccitazione e paura. E un po’ di sfida. Devo portare dei documenti? No.

Solo te stessa e la disponibilità ad ascoltare una storia. Se ne andarono senza parlare, ma mentre camminava accanto a lui, Livia sentiva il calore del suo braccio a pochi centimetri dal suo. In un ristorante tranquillo, Davide posò il bicchiere di vino e la guardò dritta. Vorrei scusarmi, disse.

Per cosa? Per averti quasi uccisa di preoccupazione sull’aereo. E poi per averti preso in giro. Ero nervoso.

Non sapevo come altro attirare la tua attenzione. Livia inarcò un sopracciglio. Con la scusa di un imbarazzante contatto, non esattamente elegante. Ma molto più efficace di qualunque sorriso, non credi?

E, a proposito… Aprì il menu e la guardò da sopra il bordo. Vorrei darti l’opportunità di scusarti adeguatamente. Lei arrossì.

Io ti ho già chiesto scusa. Non per te. Per avermi fatto venire voglia di rivederti ogni secondo da quando sei sceso da quell’aereo. Il discorso le morì in gola.

Non riusciva a capire se stesse scherzando o parlasse sul serio. Ma nel suo sguardo non c’era ombra di presa in giro. Io… non so cosa dire.

Allora chiudi la bocca e apri il menu. Fa la prima mossa. Il primo morso fu del suo piatto di pesce. Il secondo fu la sensazione che il suo cuore stesse per esploderle.

Davide le parlò di sé, della sua famiglia, dei viaggi. Le parlò del motivo per cui era stato in Germania e aveva incontrato un aereo pieno di persone tra cui una pazzesca ragazza che aveva cercato di rovesciare un’intera bottiglietta su di lui. Fu un viaggio di lavoro importante, le spiegò. Un accordo da miliardi.

Senza i documenti che tu hai preparato prima di partire, probabilmente non saremmo mai riusciti a finalizzarlo. Quindi, in un certo senso… Mi stai dicendo che ti ho salvato il reato? Le hai dato un miliardo di buone ragioni perché sì.

Il pasto si concluse con una lunga camminata sotto le stelle. Lui la lasciò al piano del suo ufficio, con un bacio sulla guancia che le fece dimenticare come si respirasse. Ti rivedrò domani, disse prima di andarsene. Io lavoro qui, Davide.

Lo so. Volevo solo sentirtelo dire. Da quel momento, fu una scalata costante. Si vedevano ogni giorno.

Nelle aule riunioni, i loro sguardi si cercavano. Nelle pause caffè, lui le posava una mano sulla schiena e lei sentiva un brivido. Lui la faceva ridere. Lei lo faceva impazzire.

Ma l’azienda era l’azienda. E l’amore non era mai semplice. Una mattina, Davide entrò nel suo ufficio con un’espressione insolitamente seria. Livia, dobbiamo parlare.

Il cuore le crollò. Pensò al peggio. Pensò che fosse già finita prima ancora di iniziare. Ho saputo che la settimana prossima vai in Germania per chiudere l’affare da solo.

Sì, una cosa dell’ultima parte. Perché? Perché ho parlato con il consiglio. Verrò con te.

Per la valutazione dei documenti. Livia spalancò gli occhi. Ma… non puoi.

Se vieni, tutti scopriranno la nostra… la nostra… La nostra cosa", lo interruppe lui avvicinandosi. Vuoi sapere una cosa, Livia?

Non voglio più nascondermi. Se vieni tu, vengo io. E se mi lasci a guardarti mentre fai la donna in carriera, lo giuro su Dio che vengo lo stesso. La sua mente corse.

Se lui veniva, sarebbe stato un disastro. Voci, pettegolezzi, conflitti di interesse. Avrebbero messo a rischio tutto. Ti prego, non farlo.

Risolvo io. Da sola. E poi ti spiegherò tutto. Lui la guardò a lungo.

Poi annuì lentamente, ma nei suoi occhi c’era qualcosa di ferito. Va bene. Ma quando torni, la prima cosa che farò sarà darti un motivo per non dubitare di noi. Qualunque cosa tu decida.

Se ne andò lasciandola sola con il peso di quella decisione. In Germania, Livia non dormì. Non riusciva a pensare ad altro che alla sua voce, al suo sguardo. Ogni riunione, ogni sorriso di cortesia con gli sconosciuti, il suo pensiero tornava sempre a lui.

Riuscì a chiudere l’accordo. Un lavoro perfetto. Un miliardo di affari. Tornò a casa esausta ma determinata.

Aveva preso una decisione. Ma quando entrò nel palazzo, lo trovò ad aspettarla nell’atrio. Sei tornata, disse lui, con un sorriso stanco. Perché non aspetto l’ascensore qui, con te, e ti racconto com’è andata?

Lui scosse la testa. No. Non voglio sentire un’altra riunione. Voglio sapere cos’è cambiato.

Cosa succede nella tua testa quando mi vedi. Perché ogni volta che chiudo gli occhi, vedo il tuo viso. Livia fece un respiro profondo e gli prese le mani. Succede che ho passato l’intero viaggio a chiedermi come potessi essere tua.

E la risposta è semplice. Devo solo scelgliere di esserlo. Davide la guardò per un lungo momento. Poi sorrise, un sorriso che non le aveva mai rivolto prima.

Pieno di tenerezza. Allora non t’illuderai. La prese per mano e la portò davanti alla porta del suo ufficio. La spinse dentro e chiuse a chiave.

Le sue mani le accarezzarono il viso, i suoi occhi non si staccarono dai suoi. Ti amo, Livia Rossi. Non so da quando, forse da quando hai cercato di strangolarmi con la cintura. Lei rise, con le lacrime agli occhi.

Almeno non mi sono dimenticata di ride. La baciò. Un bacio che non lasciava spazio al dolore o all’incertezza. Solo amore, nostalgia e l’assoluta certezza che quella fosse la cosa giusta.

Sei il mio primo pensiero al mattino e l’ultimo la sera, sussurrò lui. E tu sei il motivo per cui il mio cuore batte ogni giorno da quando ti ho visto. Rimasero abbracciati a lungo, finché lei non si tolse la giacca e si sedette sul bordo della scrivania. Allora, capo.

Qual è il prossimo compito? Lui sorrise, avvicinandosi. Secondo me, sei un po’ troppo sicura di te. Ma per fortuna ho un piano per risolvere la cosa.

Il piano era semplice: un altro viaggio. Non di lavoro, stavolta. Una settimana di vacanza, lontano da tutto. Un piccolo centro sulle colline toscane, un agriturismo isolato, niente telefoni.

Solo loro due. Lì, tra vigne e tramonti, Livia capì che quello era il futuro che voleva. Davide le prese la mano. So che è pazzesco chiederlo così presto, ma non voglio perdere tempo.

Tirò fuori una scatolina. Livia sentì il cuore fermarsi. Livia, nei mesi passati ho rischiato di perderti tante volte. Sull’aereo, in ufficio, nell’affare in Germania.

Ma ogni volta che ti ho rivisto, ho capito che la cosa di cui ho davvero bisogno nella vita sei tu. Ti ho visto combattere con il tuo orgoglio, con la tua paura di fallire, e nonostante tutto non ti sei mai arresa. Io voglio passare il resto della mia vita ad applaudire a ogni tua vittoria. Aprì la scatola.

Un anello semplice, luminoso, perfetto. Vuoi fare la mia socia? Livia scoppiò in lacrime e risate allo stesso tempo. Sì.

Sì, lo voglio. Anche se sarai sempre il mio capo in ufficio. Ti prometto che in ufficio non metterò mai il piede. Ma qui…

La baciò. Il matrimonio fu nella tenuta di famiglia di Davide. Un giardino immerso nel verde, il fiume in fondo alla valle e una stradina di sassi bianchi che conduceva all’altare. Tutti gli amici e la famiglia erano lì.

Nessun ospite sconosciuto, solo le persone che li amavano davvero. Livia non indossò un abito da sposa tradizionale, ma un tailleur pantalone color avorio che le fasciava la figura, con dei fiori bianchi tra i capelli. Quando iniziò a camminare, il cuore le batteva così forte che pensava potessero sentirlo tutti. Ma non appena incrociò lo sguardo di Davide, il resto scomparve.

Lui la guardava come se fosse l’unica donna al mondo, con quello sguardo che già conosceva bene. Quel misto di fascino, gioco e devozione. Arrivato davanti a lui, lei sorrise. Vedi?

Stavolta sono arrivata dritta all’altare. Lui rise. E io sono qui ad aspettarti. Sei bellissima.

L’officiante pronunciò le parole solenni. Davide le prese le mani e, guardandola dritto negli occhi, disse:

Livia, ti ho incontrata tra le nuvole, ma solo quando sei arrivata tu ho toccato il cielo con un dito. Ho passato metà della mia vita a fare l’unica cosa che pensavo fosse giusta: lavorare. Ma non è stato fino a quando sei apparsa tu, in quell’aereo, che ho capito cosa volesse dire davvero vivere.

Mi hai fatto amare il caos, la sorpresa, la paura stessa di perderti. Ti prometto che trascorrerò ogni giorno della mia vita a renderti felice, ad applaudirti, a sostenerti. Ti amo, Livia. Un brivido le percorse la schiena.

Con voce rotta dall’emozione, ripeté le promesse con il suo anello. Allora, prima di dichiararvi marito e moglie, disse l’officiante, c’è un ultimo scambio di voti. Livia arrossì. Poi prese tra le mani il volto di Davide.

Io, Livia, prendo te, Davide, per il mio miglior amico, il mio socio in affari, il mio compagno di viaggio. Prometto di non toccarti mai più per sbaglio senza preavviso. Oh, puoi toccarmi ogni volta che vuoi, sussurrò. Allora, dichiaro che è marito e moglie.

Puoi baciare la sposa. Si baciarono. Un bacio pieno di gioia, di futuro e di quei tre mesi che erano sembrati anni. L’aria si riempì di applausi, e tra una risata e l’altra, Davide le sussurrò all’orecchio:

Non hai ancora visto la sorpresa per il giorno del nostro matrimonio.

Quale sorpresa? chiese lei. Ti devono consegnare un pacco. Domani.

All’alba. Sei pazzo. Non siamo mica soli, gli spiegò indicando con un cenno il fondo della valle. Vedi?

Hanno già cominciato a tirare su le tende per la notte di nozze. Livia lo guardò, sentendosi le guance rosse. E il cuore pieno. Allora dico agli ospiti che può andare.

Perché stasera, signor Ferrero, ho un solo posto nella mia agenda: le tue braccia. Da quel giorno, Livia non smise mai di credere che gli opposti si attraggono. Perché se all’inizio si era sentita persa, tra le braccia di Davide aveva trovato la rotta.

E visse felice e contenta.