Mirella, la capo è arrivata. Solange aprì il frigorifero e lo trovò vuoto. Ieri l’aveva riempito di cibo. Ora solo scaffali freddi e una scatola di torta vuota nella spazzatura.

«Buongiorno, nuora. »
La voce di Pia arrivò da dietro, compiaciuta. «Dov’è il cibo che ho comprato ieri? » chiese Solange voltandosi.
«Il figlio aveva fame stanotte. Un uomo ha bisogno di mangiare bene. Non tutti stanno seduti in uffici caldi come certe persone. »
«Erano per un’occasione speciale.
Per festeggiare la mia promozione. »
Pia sbuffò. «Ora sei capo, ricca. Comprerai di più.
Mio figlio lavora sotto il sole, lui è il sostentamento. »
«Anch’io lavoro» disse Solange con calma. «E ora il mio stipendio è più alto di quello di tuo figlio. »
Il viso di Pia si tese.
«Così ora ti vanti? Ti monti già la testa. »
Dalla porta della cucina apparve Raul in mutande, assonnato. «Mi fa male la testa.
»
«Tua moglie pensa che io e te non siamo degni di mangiare gamberi e carne» attaccò Pia. Raul si grattò la barba. «Ieri ho comprato cibo per una cena speciale» spiegò Solange. «Oggi apro il frigorifero e non c’è niente.
L’avete mangiato tutto stanotte senza nemmeno invitarmi. »
«Ah, quello. Mamma e io abbiamo finito di vedere la partita e ci è venuta fame. Perché chiamarti?
Stavi già dormendo. »
«Non dormivo. Ero in camera a lavorare. Speranza mi ha consegnato la prima parte del nuovo incarico.
»
«Beh, fai delle uova, visto che sei già in piedi» tagliò corto Raul. «Non ci sono uova. Nel frigorifero non c’è niente. Ricordo che te lo sei mangiato tutto tu ieri sera.
»
«Allora vai al negozio. Ora sei ricca, capetta. »
«Non ho tempo. Ho una riunione importante.
»
Pia alzò gli occhi al cielo. «Oh, quelle riunioni importanti. E tuo marito deve andare in cantiere a stomaco vuoto? »
«Non sarei a stomaco vuoto se non aveste mangiato la mia parte di cena.
Raul, se vuoi posso lasciarti dei soldi per la colazione. »
Il viso di Raul si indurì. «Lasciarmi soldi a me? Per una promozione già vai in giro a distribuire banconote?
Sono un capocantiere, ho il mio stipendio. »
«Che per la maggior parte spendi in birra con gli amici dopo il lavoro. »
«Sono i miei soldi. Li guadagno e li spendo come voglio.
E i tuoi li metto tutti nel budget familiare. »
Pia fece un passo avanti. «Lui lavora come un bue e mantiene voi due. Ha diritto a sfogarsi.
»
«Si sfoga almeno tre volte a settimana. E si spende un quarto del suo stipendio per questo» ribatté Solange. «Se non vuoi sfamare tuo marito, dillo chiaramente» sputò Raul. Solange lo guardò in silenzio.
Aveva di fronte un estraneo. Non il giovane attento che cinque anni prima le aveva giurato amore. Ora quell’uomo si infuriava per il suo successo. «Forse hai ragione» disse tranquilla.
«Il mio lavoro è solo spostare carte. Ma queste carte» diede un colpetto sulla cartella «decidono il futuro delle persone. Incluso il tuo. »
«E questo cosa significa?
»
«Il capo del personale firma tutti i contratti, controlla la disciplina, approva i licenziamenti. Sono solo carte, vero? »
Pia si irrigidì. «Stai minacciando mio figlio?
Lui è indispensabile in azienda. Tre cantieri sotto il suo comando. »
«Nessuno è indispensabile, Pia. Lei lo sa meglio di chiunque altro.
»
La suocera trattenne il respiro. Mezzo anno prima andava in giro vantandosi di essere insostituibile nella scuola dove aveva insegnato. Poi l’avevano invitata ad andarsene per conflitti continui. «Devo andare» disse Solange.
«Non voglio arrivare tardi alla mia prima riunione come capo. »
Passò accanto a loro e si diresse in bagno. Oggi avrebbe scelto i vestiti con speciale cura. In ufficio, Speranza le mostrò tutto: programmi di gestione, flusso documenti, punti chiave della legislazione.
«La cosa principale» disse la veterana «è che non tutti i dipendenti sono uguali. Alcuni con delicatezza, altri con rigidità. Soprattutto i capocantieri. Si credono re.
Ritardano, dimenticano di firmare, perdono le carte. »
Verso sera Solange trovò una cartella di sanzioni disciplinari. La sfogliò e si fermò su un nome conosciuto. Raul Montero, capocantiere del settore 3.
Ritardo, ammonizione. Assenza dal posto, osservazione. Violazione norme di sicurezza, sanzione severa. Conflitto con cliente, avvertimento.
Girò la pagina. Rapporti, altre mancanze, tutte recenti. «Lettura interessante» disse Speranza alle sue spalle. «Montero, tuo marito, vero?
»
Solange annuì. «Non è il più disciplinato. Bravo tecnico, ma il carattere. Il signor Monti ha già proposto il suo licenziamento due volte.
Io l’ho fermato per l’esperienza, per gli anni e anche per te. Dopotutto siete famiglia. »
«Per me? »
Speranza si sedette sul bordo della scrivania.
«Credi che non sappiamo come vivete? La città è piccola. Tua suocera ha insegnato per molti anni. Tutti la ricordano, anche il suo carattere.
»
Solange sentì le guance bruciare. «Non vergognarti. Nessuno ti biasima. Anzi, si chiedono come fai a sopportare.
Io avrei già fatto una rivoluzione. »
«Cercavo solo di salvare la famiglia. »
«La famiglia si salva in due, ragazza. Non da sola.
Forza, vai a casa. Domani continuiamo. »
La sera, tornando a casa, Solange trovò il salotto pieno. Raul, Pia, Enzo – un collega di cantiere – e sua moglie Lucia.
«Guarda, proprio di chi parlavamo» disse Raul alzando il bicchiere. «Stiamo brindando alla tua promozione. Senza di me? » chiese Solange.
«Eri sempre occupata. Tra riunioni, documenti. Non potevamo aspettare» fece Pia con una spallucciata. Lucia rise coprendosi la bocca.
«Congratulazioni, Solange. È stata una sorpresa totale. Tutti pensavamo che avrebbero messo Nestore dell’area pianificazione. Lui ha esperienza, è direttore.
»
«La direzione ha deciso diversamente» rispose Solange con secchezza. Enzo scoppiò a ridere. «Dimmi, Solange, ora che comandi nel personale, come pensi di controllare i capocantieri? Se no non ti obbediranno.
»
Solange rimase sulla soglia. «Credo che qualsiasi dipendente obbedisca al capo del personale. Specialmente se non vuole problemi disciplinari. A proposito, Enzo, anche tu hai un’ammonizione per assenza il mese scorso, vero?
»
Il sorriso scomparve. Enzo guardò Raul, sconcertato. «Come ha saputo? »
«Fascicoli dei dipendenti.
Li ho controllati oggi. Molto istruttivi. »
Silenzio teso. Lucia si sistemò i capelli nervosamente.
Pia strinse le labbra. «Devo cambiarmi» disse Solange. «Passate una buona serata. »
Si voltò e se ne andò.
Nella camera da letto si tolse il completo con calma. Dal salotto non arrivavano più risate, solo voci sommesse. Raul entrò senza bussare. «Perché hai messo in cattiva luce i nostri invitati?
Enzo stava quasi andando via. »
«Non ho messo in cattiva luce nessuno. Ho solo menzionato un fatto che ora conosco per il mio incarico. Già che parliamo di fatti: perché non mi hai detto che avevi problemi al lavoro?
»
«Quali problemi? Sciocchezze. »
«Quattro ammonizioni e tre osservazioni in sei mesi non sono sciocchezze. È motivo di licenziamento diretto.
Lo sapevi? »
Raul schivò lo sguardo. «Speranza mi copriva sempre. Sono arrivato tardi solo alcune volte.
»
«Non solo ritardi. Perché hai taciuto? Sono tua moglie, avremmo potuto risolverlo insieme. »
«Come?
Mi avresti detto come comportarmi? Saresti corsa a supplicare il capo per me? No grazie, me la cavo da solo. »
«Ora io faccio parte della direzione.
Firma tutte le decisioni del personale. »
Raul la guardò con rabbia aperta. «Credi che siccome ti hanno dato un posto, ora mi comanderai al lavoro e a casa? »
«Non voglio comandare nessuno.
Voglio che tu capisca che ora ho un lavoro importante. Ho bisogno di sostegno, non di beffe. »
«Chi si fa beffe di te? Stavamo scherzando.
E tu già minacci Enzo con sanzioni. Ti sembra normale? »
Solange strinse le labbra. «Tu, Enzo e tua madre considerate il mio lavoro uno scherzo.
Fate una festa per la mia promozione, ma in realtà per farne beffe. Tu nascondi problemi lavorativi come se non fossimo una squadra. »
Raul strinse i pugni. «Così stiamo.
Un giorno seduta sul divano e già non ti riconosco. Ora mi sorveglierai col fascicolo? »
«Non ti sorveglio. Voglio sapere la verità.
Perché non mi hai detto che eri sul punto di essere licenziato? »
«Questo non ti riguarda. Sono un uomo, risolvo le mie cose. »
Uscì sbattendo la porta.
I vetri vibrarono. Solange si sedette sul letto. Dal salotto arrivarono voci di congedo, poi la porta principale si chiuse. Sentì Raul e Pia parlare nel corridoio.
«Le è montata la testa. Una donna dovrebbe stare a casa, non a fare la capo. »
«Via mamma, si diverta un po’ a credere di essere importante. Non durerà molto.
»
«E se ti licenzia? »
«Non lo farà. Sono suo marito. Dove andrà senza di me?
»
Solange strinse i pugni. Dove andrà. Quella frase risuonò come un verdetto. Lui credeva che non avrebbe mai avuto il coraggio di abbandonarlo.
Che fosse intrappolata. Prese il cellulare e scrisse al direttore: «Signor Monti, possiamo incontrarci domani mattina presto? Ho bisogno di discutere una questione seria di personale. »
Inviò il messaggio.
Si sdraiò sul cuscino con una calma che non provava da mesi. La mattina dopo si svegliò prima del solito. Si alzò senza far rumore. In salotto c’erano i resti della festa: piatti sporchi, bottiglie vuote, avanzi.
Pia, come sempre, non aveva pulito nulla. Ma quella volta Solange non provò rabbia. Solo una tranquilla chiarezza. Si fece la doccia, scelse il completo più formale, blu scuro con camicia bianca.
Si truccò alla perfezione. Oggi doveva essere impeccabile. Arrivò in ufficio che era ancora quasi vuoto. Bussò alla porta del direttore.
«Avanti. Buongiorno, Solange. Si sieda. Che urgenza c’era?
»
Aprì la cartella. Non iniziò da Raul. «Leandro Serini, capocantiere del settore 5. Tre gravi infrazioni di sicurezza nell’ultimo anno.
Una ha causato un incidente a luglio. Un dipendente è finito in ospedale. »
Monti si accigliò. «Sì, ricordo.
Speranza disse di averlo sanzionato. »
«È la terza sanzione grave. Per legge è motivo di licenziamento. Non si è agito.
Serini è esperto, ma mette a rischio la vita dei lavoratori e la reputazione dell’azienda. Il prossimo incidente potrebbe costarci milioni. »
«Cosa propone? »
«Licenziamento per giusta causa.
Abbiamo documentazione. »
Monti la guardò con sorpresa. «Va bene. Prepari i documenti.
Che altro? »
Tirò fuori un altro fascicolo. «Benito Barone, vice capocantiere area 2. Assenze reiterate, diverse volte in stato di ebbrezza.
Testimoni. Propongo trasferimento al dipartimento di controllo tecnico. La sua esperienza servirà, ma senza responsabilità direttive. Con declassamento di ruolo e stipendio.
»
Monti annuì. «Sensato. Cos’altro resta? »
Solange respirò a fondo.
Tirò fuori la terza cartella, la più spessa. «Raul Montero, capocantiere del settore 3. »
«Suo marito. »
«Sì.
Le chiedo di considerare questo solo dal punto di vista professionale. Negli ultimi sei mesi: quattro sanzioni formali, tre osservazioni reiterate, lamentele di clienti per maleducazione, inosservanza dei termini, mancanza di controllo qualità, due segnalazioni per essersi presentato in stato non idoneo. »
Monti leggeva con attenzione. «È consapevole che sta proponendo di licenziare suo marito?
»
«Propongo di applicare la legge del lavoro a un dipendente con mancanze sufficienti per la rescissione del contratto. Il fatto che sia mio marito non deve interferire con la politica dell’azienda. »
Monti si reclinò sulla sedia. «Quando Speranza la raccomandò, ho avuto dei dubbi.
Un ruolo dirigenziale richiede fermezza, capacità di prendere decisioni impopolari. Ora vedo che lei è esattamente ciò di cui questa azienda aveva bisogno. »
«Grazie, signor Monti. »
«Prepari tutta la documentazione.
Serini, licenziamento. Barone, trasferimento con riduzione. Per suo marito, prepari anche i documenti di licenziamento, ma prima si riunisca con lui per un colloquio formale. Se vuole dargli un’ultima opportunità, è nel suo diritto.
»
«Mi occuperò oggi stesso. Con il suo permesso, ho una richiesta. Ho bisogno di un attestato di reddito per la banca. Ho intenzione di ammortizzare la mia parte del mutuo.
»
«Certo. Ambra, prepari un attestato per Solange, prioritario. »
Alle tre del pomeriggio Raul entrò nel suo ufficio. Teso, senza aspettarsi di vederla lì.
«Buongiorno, signor Montero. Si sieda. Sono Solange, nuova capo del personale. Questa è una riunione disciplinare.
»
Raul sbatté le palpebre. «Che circo è questo, Sol? Che ti succede? »
«Primo, in ambiente lavorativo mi tratta come deve.
Secondo, questo non è un circo, è un procedimento ufficiale. Si sieda. »
Si sedette a malincuore. Solange lesse il fascicolo.
«Quattro sanzioni, tre ammonizioni, due segnalazioni per essersi presentato in stato inadeguato, tre lamentele di clienti per maltrattamenti, infrazioni di sicurezza. Le concedo un’ultima opportunità. » Fece scivolare un documento. «Avviso formale di possibile licenziamento.
Un mese di prova. Un solo ulteriore inadempimento e procederemo alla rescissione. Legga e firmi. »
Raul guardò la carta come se bruciasse.
«Credi che firmerò questa spazzatura? »
«Se non firma, redigiamo un verbale e il licenziamento è immediato. »
«Non oserai. Sono tuo marito.
Pago questa casa. »
Speranza intervenne seria. «Signor Montero, moderi il tono. Ogni minaccia viene registrata.
»
Raul respirò con furia contenuta, prese la penna e firmò con un colpo secco. «Ecco fatto. Contenta. A casa ne parleremo stasera.
»
«Anche come moglie può ritirarsi. »
Raul si alzò bruscamente, uscì sbattendo la porta. Speranza fischiò. «Che carattere, Solange.
Non l’avrei immaginato. »
«Grazie. Posso uscire un po’ prima oggi? Devo passare in banca.
»
«Certo. Dopo quell’incontro hai bisogno di respirare. »
In banca passò quasi due ore. L’attestato di reddito con il nuovo stipendio facilitò tutto.
Ammortizzò anticipatamente la sua parte di mutuo. «Bene, signora Solange. Lei figura come mutuatario principale, suo marito come cointestatario. Con l’ammortamento anticipato, l’immobile rimane a garanzia, ma la proprietà diventa proporzionale all’apporto economico.
»
«Cioè l’appartamento sarebbe praticamente a mio nome. »
«In gran parte, sì. Suo marito conserverebbe la sua percentuale in caso di vendita. »
Solange firmò e trasferì il denaro.
Poi andò da un consulente legale. Consultò la possibilità di divorzio, divisione dei beni. Redasse la richiesta. L’avvocatessa ascoltò tutto.
«Dato che ha pagato la maggior parte del prestito e suo marito ha redditi irregolari più precedenti disciplinari, il giudice molto probabilmente le concederà l’appartamento. Sua suocera? »
«Non è registrata, ma vive con noi da sei mesi. »
«Se non è registrata né possiede parte dell’immobile, non ha diritti legali di permanenza.
Lunedì avremo tutto pronto. »
Era quasi notte quando tornò. Entrando sentì voci alte dal salotto. «Mi ha umiliato davanti a tutto l’ufficio» bramiva Raul.
«Mia moglie. »
«Te l’avevo detto» replicò Pia. «Quella carica le è salita alla testa. Una donna non deve avere potere.
Guardalo ora. »
Solange entrò senza togliersi il blazer. Raul si voltò. «Ah, sei apparsa.
Ora spiega che circo è stato oggi. »
«Non è stato un circo. Una riunione disciplinare con un lavoratore ripetutamente trasgressore. Se mi rispettassi come professionista non sarebbe stato necessario.
»
«Professionista tu? Ti hanno nominato per caso perché non avevano nessun altro. »
«Mi hanno promosso per competenza e responsabilità. Due cose che a te mancano.
»
Raul accorciò la distanza. Solange percepì odore di birra. «Ti conviene provarci? » Tirò fuori il cellulare.
«La casa ha telecamere. Qualsiasi aggressione verrà registrata e sarà motivo legale per un ordine restrittivo. »
Raul si fermò, la mano paralizzata in aria. «Mi minacci nella mia stessa casa?
»
«Nel nostro focolare. Anche se da oggi è più mio che tuo. Ho pagato la mia parte del mutuo. Tutta.
»
«Da dove hai preso i soldi? » strillò Pia. «Ho ricevuto un generoso anticipo per il mio nuovo ruolo. Io, a differenza di alcuni, non spendo lo stipendio in birra.
»
«E non hai pensato di consultarmi? » Raul incrociò le braccia. «Tu contribuivi per circa il venti per cento del pagamento mensile. In modo irregolare.
Ho tutte le ricevute. In giudizio conterà. »
«Giudizio? » Pia si alzò di scatto.
«Cosa stai insinuando? »
«Non insinuo. Parlo chiaro. Chiederò il divorzio.
I documenti saranno pronti lunedì. Sono il mutuatario principale, ho coperto la maggior parte del mutuo. È probabile che l’immobile rimanga a me. »
Silenzio.
Raul e Pia immobili. «Non puoi» mormorò Raul. «Siamo una famiglia. »
«Una famiglia si sostiene.
Si rallegra dei successi dell’altro, non si fa beffe, non umilia. Quello che abbiamo avuto in questi anni, specialmente da quando tua madre si è trasferita, non è famiglia. È un legame tossico dove io sono sempre stata l’intrusa. »
Pia agitò le mani.
«Ti abbiamo accolto nella nostra casa e tu…»
«Non mi avete accolto. Mi avete tollerato mentre pagavo le bollette, cucinavo e sopportavo umiliazioni. Quando ho progredito avete risposto con beffe. Quello è stato il limite.
»
Tirò fuori un altro documento. «Questo è un avviso di sfratto per lei. Pia, ha una sua proprietà registrata. La prego di lasciare la mia proprietà entro tre giorni.
»
«Non caccerai mia madre» ruggì Raul. «Non la caccio. Le chiedo di tornare a casa sua. Anche tu dovrai andartene presto.
Dopo il divorzio avrai bisogno di un altro posto. »
«Non me ne andrò. » Raul colpì il tavolo con il pugno. «Questo appartamento è anche mio.
Possiamo vederci in tribunale. »
«Sarebbe meglio risolverlo in pace. Hai già abbastanza problemi al lavoro per aggiungerci una causa. »
Si voltò per andarsene.
Raul le afferrò il braccio. «Non te ne andrai finché non avremo finito. »
Solange abbassò lo sguardo al suo polso stretto. «Lascia andare.
O chiamo la polizia. »
Qualcosa nel suo tono lo frenò. Raul indietreggiò. «Te ne pentirai.
Te lo giuro. »
«Ne dubito. » Si diresse in camera da letto. «Oggi dormirò qui.
Domani mi trasferirò in un hotel fino alla fine della procedura. Qualsiasi tentativo di intimidazione o danno peggiorerà la vostra situazione legale. »
Chiuse la porta. Si sedette sul letto, le mani che tremavano.
Lo scontro era stato duro, ma dentro cresceva qualcosa di caldo e nuovo. Libertà. Per la prima volta da anni agiva per decisione propria, non per paura. Prese il cellulare: «Speranza, scusa se chiamo tardi.
Potresti raccomandarmi un hotel economico vicino all’ufficio? »
Il giorno dopo, alle sei del mattino, forti colpi alla porta della camera da letto. La voce di Pia. «Apri subito, dobbiamo parlare.
So che sei sveglia. Apri o Raul butterà giù la porta. »
Solange si alzò, si mise la vestaglia. Aprì.
Trovò Raul con gli occhi gonfi, Pia in posa combattiva, e con sorpresa il fratello minore di Raul, Jacopo. «Che succede? »
«Dobbiamo parlare seriamente» disse Raul. «Abbiamo riflettuto.
Stai agendo impulsivamente. »
«Ho pianificato ogni passo con precisione. »
«È per quel dannato lavoro» insistette Pia. «Ti è salito alla testa.
»
«Semplicemente ho smesso di tollerare le umiliazioni. Se questo ti sembra anormale, preferisco continuare ad esserlo. » Poi guardò Jacopo. «E tu cosa ci fai qui?
»
Il ragazzo esitò. «Mi hanno chiamato ieri sera. Hanno detto che avevi perso la testa, che volevi cacciarli. »
«Non vedi che ti usano come pressione?
»
Jacopo aprì la bocca, ma Raul lo interruppe. «Jacopo è avvocato. Ti spiegherà perché il tuo piano non funziona. »
«Perfetto.
Parliamo civilmente. »
Si sedettero in salotto, ancora pieno di bottiglie vuote e mozziconi. Jacopo mise dei documenti sul tavolo. «Bene.
Raul mi ha spiegato che vuoi divorziare e tenerti l’appartamento. Ma è stato acquistato durante il matrimonio. È un bene coniugale divisibile in parti uguali. »
Solange aprì la sua cartella.
«Non del tutto. Il giudice valuta chi ha realmente contribuito. Il mio contributo è più dell’ottanta per cento. Ho anche ammortizzato ieri la mia parte restante.
»
Jacopo esaminò le carte aggrottando la fronte. «Anche così, Raul ha il diritto di rimanere nell’immobile fino a che il divorzio non sarà risolto. »
«Ho già richiesto la residenza esclusiva temporanea. Ho redditi stabili, un posto fisso, sono la principale pagante.
Il giudice approverà. »
«Niente» esplose Pia. «La legge non può essere così dalla sua parte. »
Jacopo deglutì.
«In realtà sì, può. Se tutto è come dice, ha un vantaggio legale. »
Pia si portò una mano al petto. «E io?
Dove dovrei andare? »
«Ha un appartamento suo. È sua proprietà, figura registrata lì come titolare. »
«Quell’appartamento è un disastro» si indignò Raul.
«Bisogna ristrutturarlo completamente. »
«Ristrutturazione che voi non avete fatto in cinque anni. Avete preferito vivere a mie spese. Non è un mio problema.
»
Raul si alzò di scatto, rosso di rabbia. «Come osi? Dopo tutto quello che ho fatto per te. »
«Cosa hai fatto esattamente?
Racconta a Jacopo come mi hai congratulata per la promozione. Come hai festeggiato il mio successo. O forse come tu e tua madre vi siete divorati tutte le prelibatezze che ho comprato per festeggiare senza nemmeno invitarmi a sedermi a tavola. »
Jacopo guardava dall’uno all’altro.
«Non capisco. Che promozione? »
«Tua cognata ora è una grande capo» sputò Pia. «Direttrice delle risorse umane.
Si crede tanto. »
«Congratulazioni» disse Jacopo con sincerità. «Perché non avete festeggiato? »
«Perché tuo fratello e tua madre credono che una donna non possa essere un leader.
Invece di sostegno ho ricevuto beffe. »
Jacopo si accigliò. «Raul, è vero? »
«Basta!
Erano scherzi. Si è offesa per niente. »
«Non è solo per la promozione» continuò Solange. «Ho sopportato anni di disprezzo.
Da quando tua madre si è trasferita è stato peggio. Quello che ha spezzato la corda è stato vedere che il mio progresso non ti ha provocato orgoglio, ma rabbia. »
Jacopo sembrava a disagio. «E quella del lavoro?
Raul dice che vuoi usare il tuo posto per licenziarlo. »
«Non per licenziarlo, per responsabilizzarlo delle sue reali infrazioni. Qui c’è il suo storico. Quattro sanzioni formali, tre ammonizioni.
Due volte ubriaco. Conflitti con clienti. Legge sufficiente per rescindere. »
Jacopo esaminò la cartella.
«Sono reali? » chiese alzando lo sguardo. «Sono arrivato tardi un paio di volte. Ho bevuto qualcosa dopo il lavoro.
Crocifissione per questo. »
«Non solo metti a rischio il tuo impiego» disse Solange. «Ma la reputazione dell’azienda. Ti ho dato un mese di prova.
È più di quanto la legge ti garantisce. »
Pia strillò. «Lui ti ha dato casa, ti ha mantenuto tutti questi anni. »
Solange sospirò.
«Non mi ha mantenuto. Eravamo una famiglia. O io credevo di esserlo. Ho sempre lavorato e contribuito più di Raul al budget.
Jacopo, sai perfettamente che non ti hanno chiamato per la tua conoscenza legale. Volevano usare la tua presenza per farmi pressione. Ma la mia decisione è definitiva. Divorzio.
Voglio una vita senza umiliazioni. »
Jacopo la osservò a lungo. «Capisco. E onestamente non ti biasimo.
Raul, hai fatto un pasticcio. E anche tu, mamma. »
«Da che parte stai? » esplose Pia.
«Il tuo dovere è difendere la famiglia. »
«La sto difendendo. Ma la ragione non è dalla vostra parte. Solange ha pieno diritto di divorziare e di reclamare la maggior parte dell’appartamento.
»
«Traditore» grugnì Raul. «Non vendo nessuno. Dico solo la verità. Se mi avessi cercato prima forse avrei mediato.
Ma ora…» Jacopo aprì le mani. Raul si alzò e si diresse verso la porta. «Al diavolo tutti. Benito aveva ragione.
Le donne vogliono solo soldi e problemi. »
La porta principale si chiuse con un tonfo. Pia rimase sul divano. «Contenta.
Hai distrutto una famiglia. »
«L’avete distrutta voi. Col vostro disprezzo, la vostra ingerenza, i vostri attacchi costanti. Voi avete messo Raul contro di me fin dal primo giorno.
» Poi guardò Jacopo. «Grazie per la tua onestà. »
Lui annuì impacciato. «Scusa se sono arrivato all’improvviso.
Mi hanno chiamato in piena notte dicendo che era un’emergenza, che li stavi cacciando per strada. »
«Era un’emergenza. L’emergenza di recuperare la mia dignità. »
Pia si alzò di scatto.
«Non rimarrò qui ad ascoltare. Ma sia chiaro, non mi arrenderò. Questo appartamento è di mio figlio. »
Uscì sbattendo la porta della sua stanza.
Jacopo raccolse le carte. «Credo di dover andare. Il mio autobus parte tra due ore. »
«Grazie per essere venuto.
Scusa per lo spettacolo. »
Si fermò sulla porta. «Ho sempre pensato che aveste un matrimonio perfetto. Raul si vantava sempre di avere una moglie incredibile.
Diceva di essere fortunato. »
«Davvero? A me diceva il contrario. »
«Mio fratello è complicato.
Non apprezza mai quello che ha. E la mamma peggiora le cose. »
«Me ne sono resa conto. »
«Buona fortuna, Solange.
E molte congratulazioni per la promozione. Di cuore. »
La porta si chiuse. Solange sentì sollievo.
Finalmente aveva detto tutto. Raul tornò ore dopo. Ubriaco, occhi gonfi. «Te ne vai?
Dove? »
«In un hotel finché dura il divorzio. Poi tornerò qui. »
«E ci caccerai via.
»
«Non caccio nessuno. Tua madre ha una sua proprietà. È logico che torni lì. Tu dovrai cercare un altro posto dopo la sentenza.
»
Raul la guardò con occhi torbidi. «Io ti volevo bene. »
«Anch’io. Ma l’amore non è solo sentire.
È rispetto, sostegno, cura. Niente di tutto questo è rimasto. »
«Possiamo aggiustare le cose. Posso cambiare.
La mamma tornerà a casa sua, vivremo solo noi due. »
«No, Raul. È troppo tardi. La decisione è presa.
»
Prese la valigia. Raul cercò di fermarla barcollando. «Non me ne vado per sempre. Tornerò quando il giudice autorizzerà la mia residenza qui durante il processo.
Ora voglio solo evitare altri scontri. »
Raul rimase immobile. Per un istante qualcosa brillò nei suoi occhi. Forse vedeva in lei non una moglie sottomessa, ma una donna ferma.
«Allora vado anch’io. Starò da Benito. Non ha senso stare tutti ammassati. »
«Grazie.
È una decisione ragionevole. »
«E mia madre? »
«Ha una sua proprietà. Prima o poi dovrà tornare.
»
«Ne parlerò con lei. »
Solange annuì. Prese la maniglia. «Addio.
»
«A presto» corresse lui con amarezza. «Ci vedremo in ufficio o in tribunale. »
«A presto. »
Uscì chiudendo dolcemente.
La settimana dopo, arrivò la notifica giudiziaria. La richiesta di residenza nell’appartamento durante il processo era accolta. Raul si era già trasferito. Pia si rifiutava di andarsene.
Venerdì Solange si incontrò con un ufficiale giudiziario. Si diressero all’appartamento. Pia aprì subito, come se li aspettasse. «Sei venuta, vero?
Non avrei mai pensato che saresti arrivata a tanto. »
L’ufficiale parlò con tono professionale. «Sono autorizzato a consegnarle la risoluzione che riconosce il diritto temporaneo di residenza della signora Solange. Deve abbandonare l’immobile entro ventiquattr’ore.
»
«Non me ne andrò. Questo appartamento è di mio figlio. »
«In caso contrario verranno applicate misure di sgombero forzato. Confidiamo che non sarà necessario.
»
Solange osservava in silenzio. «Pia, lei ha una sua proprietà. Perché creare altro conflitto? Raul se n’è già andato, vive con un amico.
»
Pia rimase muta. «Non mi ha detto niente. »
«Si è trasferito sabato. Non l’ha avvisata.
»
«Traditori. Vi siete coalizzati contro una povera anziana. »
«Nessuno si è coalizzato. Le cose sono semplicemente arrivate a questo punto.
Ha tempo fino a domani per fare i bagagli. »
«E se mi rifiuto? »
«Allora lunedì torneremo con la polizia e un ordine di sgombero forzato. Le conviene andarsene volontariamente.
»
Pia lanciò loro uno sguardo pieno d’odio, si voltò e scomparve nella sua stanza. La porta si chiuse con un tonfo. La mattina seguente Solange fu svegliata da un trambusto all’ingresso. Raul caricava valigie.
«Buongiorno. Mi porto via mia madre. Viverà con me finché non sistemiamo il suo appartamento. »
«Con te?
Ma stavi da Benito. »
«Ho affittato un monolocale. Non avrei dormito su un divano altrui per sempre. »
Pia uscì con l’ultima borsa.
Vedendo Solange, girò la faccia. «Andiamo, figlio. Qui non abbiamo niente da fare. »
Raul prese le valigie.
Prima di uscire si voltò. «Hai presentato la domanda? »
«Sì. La prima udienza è lunedì.
»
«Verrò. Addio. »
Pia le passò accanto senza guardarla. La porta si chiuse.
L’appartamento fu avvolto in un silenzio che Solange aveva quasi dimenticato. Percorse le stanze lentamente. Senza le cose di Pia, la stanza degli ospiti sembrava ampia. Senza gli oggetti di Raul sparsi, il salotto respirava luce.
Aprì le finestre. Una fresca folata inondò la casa. Sorrise. Il divorzio fu rapido.
Raul non impugnò la ripartizione. Accettò una compensazione economica invece di una parte dell’appartamento. Al lavoro Solange brillò. La carica nelle risorse umane era esattamente ciò che aveva sempre desiderato.
Sei mesi dopo la nominarono vicedirettrice del personale, con un importante aumento. Raul rimase in azienda. Con sorpresa generale la sua condotta cambiò. Non arrivò mai in ritardo, non discusse, rispettò le norme.
A volte si incontravano nei corridoi. Lui la salutava con educazione contenuta. Lei rispondeva con la stessa neutralità. Un giorno, quasi un anno dopo il divorzio, tornando dal lavoro Solange vide una figura conosciuta vicino al portone.
Raul la aspettava. «Ciao. Possiamo parlare? »
Si sedettero su una panchina di fronte all’edificio.
«Volevo chiederti perdono. Per come ti ho trattato. Per mia madre. Per il mio comportamento.
Per non averti valorizzato. »
Solange alzò le sopracciglia. «Non mi aspettavo di sentire qualcosa del genere. Cosa è successo?
»
«Jacopo mi ha costretto ad andare dallo psicologo. Ha detto che avevo rovinato la mia relazione con la migliore donna che avrei potuto conoscere. Aveva ragione. Ho capito molte cose quest’anno.
Su di me, su mia madre, su di noi. Sono stato tossico, ingrato. Non ho saputo valorizzare quello che avevo. »
«Mi fa piacere che tu l’abbia compreso.
»
«Non ti chiedo una seconda opportunità. So che è finita. Volevo solo che tu sapessi che mi sono sbagliato e mi dispiace. »
Solange guardò il cielo del tramonto.
Un anno prima quelle parole forse avrebbero cambiato la sua vita. Ma ora disse: «Le tue scuse significano molto. Mi fa piacere che tu stia lavorando su te stesso. »
«Mi hanno offerto un lavoro.
Nella capitale, una grande azienda edile. Ho deciso di provare qualcosa di nuovo. »
«Congratulazioni. È una grande opportunità.
»
«Anche la mamma si trasferirà. Dice che la grande città le farà bene. Jacopo la aiuterà. »
«Un nuovo inizio per entrambi.
»
Rimasero in silenzio a guardare il cielo che si oscurava. Poi Raul si alzò. «Vado. Grazie per avermi ascoltato.
Buona fortuna. Ti meriti il meglio. »
Solange si alzò. «Anche tu.
Spero che tu trovi la tua felicità. »
Lui tese la mano. Lei la strinse. Gesto cortese, definitivo.
Poi Raul si allontanò verso la fermata dell’autobus. Lei entrò nel portone. Salendo le scale pensò a quanto sia strano il destino. Quante volte confondiamo disprezzo con amore, beffa con scherzo, umiliazione con cura.
E quanto sia importante capire in tempo che meritiamo di più. L’appartamento era caldo, silenzioso. Si tolse il cappotto, andò in cucina. Domani l’aspettava una riunione importante con il direttore.
La presentazione del nuovo programma di politica del personale. Il suo progetto, il suo lavoro, il suo merito. Si avvicinò alla finestra e vide la figura di Raul perdersi per la strada. Non provò odio né rancore.
Solo pace. E una lieve nostalgia per ciò che forse sarebbe stato se lui avesse capito prima. Ma la vita non ammette condizionali. Il telefono suonò.
Era Speranza. «Come va, Solange? Mi hanno detto che domani presenti il nuovo piano. Incrocio le dita per te.
»
«È tutto pronto. Credo che piacerà al direttore. »
«Certo che piacerà. Sei la sua mano destra.
Ti ricordi quanto eri spaventata quel primo giorno? E ora guardati: vicedirettrice. Ho sempre saputo che avresti fatto strada. »
Parlarono a lungo.
Poi Solange preparò il caffè, aprì il portatile e ripassò la presentazione. Le luci del crepuscolo brillavano attraverso il vetro. Quella notte dormì tranquilla. All’alba, mentre si vestiva per l’importante riunione, vide il suo riflesso e sorrise.
Nei suoi occhi non c’era paura né dubbio. Solo la sicurezza di una donna che finalmente aveva scelto se stessa.


