"Abbiamo deciso che da questo mese i soldi dell’affitto del tuo appartamento andranno a mia madre". Marco rimase sulla soglia della cucina, le braccia incrociate, con quel tono piatto che usava quando considerava la conversazione già chiusa. "Con il tuo stipendio te la cavi benissimo". Anna posò il cucchiaino.

Lo guardò, cercando un segno che stesse scherzando, ma non ne trovò. Marco sembrava aspettarsi quasi gratitudine. "Siamo una famiglia oppure no? " chiese lui.
"Mamma ha già telefonato all’inquilino e si è presentata come la nuova proprietaria". Anna non rispose subito. Dentro di sé sapeva una cosa con certezza: Pietro Conti, l’inquilino, era un avvocato meticoloso, rispettoso delle regole fino all’eccesso. Non avrebbe mai consegnato un assegno a una sconosciuta solo perché quella si era dichiarata proprietaria.
Quando parlò, la voce era calma. "L’appartamento è mio. Sono io a decidere a chi tocca il reddito che produce. Tu e tua madre avevate deciso, non noi".
Marco non replicò. Si limitò a guardarla, forse sorpreso, forse impaurito. Anna non sapeva se avesse capito la gravità di quello che aveva fatto o se si fosse soltanto spaventato all’idea che lei potesse andarsene. Nei giorni successivi, Marco cercò di convincerla che sua madre aveva più bisogno di denaro, che Anna era egoista.
Anna ascoltò senza interrompere. Poi disse: "Che sia tua madre o no, non farà differenza". Prese la cartella con l’atto dell’appartamento, il contratto di locazione, il testamento della nonna. Quando Marco la vide uscire con quei documenti, rimase immobile in mezzo all’ingresso, con un’espressione indecifrabile.
Anna andò dall’avvocato. Spiegò tutto: il tentativo di Teresa di presentarsi come proprietaria, le molestie all’inquilino, ogni condotta illecita. Poi presentò denuncia. Teresa fu convocata.
Quando vide Anna in ufficio con l’avvocato, finse sorpresa. Poi chiese, con un tono gelido: "E lei chi sarebbe? ". Marco, questa volta, rispose al posto di Anna.
"Sta’ zitta, mamma. Basta". Teresa arrancò. "Ma io sono tua madre!
". "No, mamma, non sono affatto soddisfatto" disse Marco. "Però Anna è mia moglie. E questa è una decisione nostra".
Il giorno in cui la polizia spiegò a Teresa che quell’appartamento non le apparteneva, lei urlò. Accusò, fece leva sulla pietà, parlò di ingratitudine. Marco non cedette. Anna rimase ferma accanto a lui, senza bisogno di aggiungere nulla.
Poi un mattino, molto tempo dopo, Anna e Marco erano in cucina. Lui stava versando il caffè e disse: "Con il tempo potrei perdonare, ma dimenticare no". Anna rise. Marco rise a sua volta.
E lei ricordò il giorno in cui lui era entrato in quella stessa cucina e aveva detto quella frase assurda. Ora tutto era diverso. La libertà, pensò Anna, non era arrivata quando la polizia aveva spiegato a Teresa che non c’era alcun diritto. Né quando Marco aveva finalmente detto di no a sua madre.
Era arrivata molto prima: nel preciso istante in cui lei aveva capito che nessuno poteva decidere al posto suo.


