La colla per ceramica ha un odore dolce, quasi di mandorla, ma con un retrogusto chimico che resta appiccicato al naso. Ho passato il pennello lungo il bordo della crepa, una linea sottile, quasi invisibile, ma che sotto il microscopio si allargava come una frattura. È un vaso del X secolo in terracotta, trovato l’anno scorso durante gli scavi a Castello Ursino, e me lo hanno affidato per il restauro tre mesi fa. Il lavoro procede lentamente, ogni frammento va adattato a mano, controllando la trama e l’angolo di inclinazione.

Marta fa capolino nel laboratorio battendo le nocche sullo stipite della porta. “Benia, sono già le sette. Resti? ” Guardo l’orologio: le 7:15.
Da mia madre la cena iniziava alle 7:00 in punto, e l’autobus per via Etnea impiega venti minuti se non c’è traffico. “No, me ne vado. ” Mi tolgo i guanti, metto il pennello a bagno nel solvente. Il vaso resta sul tavolo sotto la lampada, metà incollato e metà in attesa.
Domani continuerò. Alla fermata, di fronte al museo, guardo il sole tramontare dietro l’Etna. Il vulcano è grigio, la cenere dell’ultima eruzione, due settimane fa, si è depositata sui tetti, sulle auto, sui marciapiedi. Catania è sempre nella polvere, vulcanica o normale che sia, non c’è quasi differenza.
L’autobus arriva con venti minuti di ritardo. Mi siedo vicino al finestrino, tiro fuori il telefono: tre chiamate perse da mia madre. Non la richiamo. A che serve, se la vedrò tra poco?
Via Etnea è bloccata, l’ingorgo si estende da Piazza Duomo fino a Villa Bellini. Un camion si è rotto e ostruisce la corsia. L’autista impreca a mezza voce, i passeggeri tacciono. Guardo fuori: facciate di palazzi, vetrine, turisti con le cartine.
Maggio a Catania, la stagione sta iniziando, la città si riempie di gente che viene a vedere il vulcano e a mangiare la granita. Scendo in via Umberto e cammino fino a casa. Mia madre mi aspetta in cucina, con la schiena dritta contro lo schienale della sedia e le mani incrociate sul tavolo. Il profumo del ragù riempie la stanza.
“Sei in ritardo. ” Mi siedo senza rispondere, ma lei non molla. “Oggi ho parlato con tua sorella. ” Non dico nulla, prendo il pane.
“Sa che non puoi avere figli? Lo sapevi che lo sa? ” La voce è calma, quasi gentile. Guardo il piatto, sento il peso delle parole.
“Non è colpa tua, certo, ma devi capire che per una famiglia come la nostra è importante. ” Una pausa. “Non è giusto che Benedetta aspetti ancora per colpa tua. Se non puoi dare un erede a tuo marito, forse dovresti farsi da parte.
”
Il silenzio cade pesante. Guardo la tovaglia, la cucina, le piastrelle. Poi lentamente alzo gli occhi. Mia madre mi guarda con quella stessa espressione tranquilla, come se stesse parlando del tempo.
Non dico nulla. Mi alzo da tavola, prendo la giacca e vado alla porta. “Benia, torna qui! ” Non mi giro.
Esco e chiudo la porta alle mie spalle. Per strada cammino senza sapere dove andare, le orecchie che ronzano. È così che è iniziato tutto? Un piatto di pasta e una frase che non si può riprendere indietro.
Quella notte non dormo. Guardo il soffitto, sento il telefono vibrare, ma non rispondo. La mattina dopo chiamo un avvocato e chiedo un appuntamento. Mi riceve due giorni dopo, un uomo sulla cinquantina, con occhiali spessi e una scrivania piena di fascicoli.
Mi ascolta, prende appunti. Quando finisco, appoggia la penna. “Benedetta Tavoletti è sua sorella? ” Annuisco.
“Ha già contattato altri legali? ” “No. ” “Bene. ” Mi guarda.
“Allora il primo passo è semplice. Le mando una lettera. Dopo, se non risponde, si procede. ”
La lettera arriva due settimane dopo.
Mia madre chiama, urla, piange, dice che sto rovinando la famiglia. Non rispondo. Benedetta risponde con una lettera del suo avvocato, che nega tutto e chiede il ritiro immediato della richiesta. La guerra è dichiarata.
Ma non è ancora finita. Qualche settimana dopo, ricevo una chiamata da un numero sconosciuto. È Marta, una collega del museo. “Benia, sono in ufficio.
È venuta tua madre. Ha chiesto di te. ” Sento il sangue freddo. “Cosa vuole?
” “Non lo so, ma ha parlato con il direttore. ” Riattacco. La sera vado a casa di mia madre. La trovo in cucina, seduta allo stesso tavolo di sempre.
Mi guarda, senza alzarsi. “Ho parlato con il tuo direttore. Gli ho raccontato tutto. ” Il silenzio si allunga.
“Che cosa gli hai raccontato? ” Lei sorride, un sorriso stanco. “Che non sei stabile. Che hai bisogno di riposo.
Gli ho detto che ti ho vista piangere, che non dormi, che stai male. ” Mi appoggio al muro. “Perché? ” “Perché devi capire che non puoi vincere.
Se continui con questa storia, perderai tutto. Il lavoro, la casa, tutto. ”
Non rispondo. Mi giro ed esco.
Il giorno dopo vengo convocato dal direttore del museo. Mi siede di fronte, con le mani giunte. “Benia, ho saputo della tua situazione. ” “Quale situazione?
” “Tua madre è molto preoccupata per te. ” Lo guardo, sento il sangue che sale. “Preoccupata? Mi ha appena detto che vuole rubarmi la casa.
” Lui sospira. “Non posso prendere posizione in una questione di famiglia. Ma per il bene del museo, forse è meglio che tu prenda un periodo di riposo. ” Non dico niente.
Mi alzo e vado via. Per la prima volta nella mia vita, non so cosa fare. Passo giornate intere a camminare senza meta, a fissare l’Etna dalla finestra. Un pomeriggio, mia sorella mi chiama.
“Benia, dobbiamo parlare. ” “Non abbiamo niente da dirci. ” “Ti sbagli. ” La sua voce è diversa, stanca.
“Ho saputo della lettera dell’avvocato. Ti prego, ritirala. Mamma ha già abbastanza problemi. ” “Mamma?
E io? Che cosa ho fatto io? ” Silenzio. “Senti, Benia.
Ti do un consiglio da sorella, anche se so che non me lo chiederai. Lascia perdere. Non vincerai mai contro di lei. ” “Non voglio vincere, voglio solo quello che è mio.
” “Non è tuo. ” Riattacco. Decido di andare avanti, non importa il costo. L’avvocato mi dice che la causa può durare anni, che le spese saranno alte, che non ci sono garanzie.
Rispondo che voglio provarci. La prima udienza è fissata per ottobre. Alla vigilia, mia madre mi chiama per l’ultima volta. “Benia, se vai avanti, non ti parlerò mai più.
” Non rispondo. Chiudo il telefono. La mattina dopo vado in tribunale, da sola. La sentenza non arriva subito, il giudice si riserva.
Passano le settimane, poi i mesi. Un giorno, mentre lavoro a un vaso, ricevo una busta. Dentro c’è la decisione. Leggo le prime righe, poi le rileggo.
La casa è mia. Mi appoggio al tavolo, sento il peso che scende dalle spalle. Non sento trionfo, solo stanchezza. Qualche giorno dopo, ricevo una chiamata da Orsola, la zia di mia madre.
“Benia, tua madre sta male. L’hanno portata in ospedale. ” Vado. La trovo in un letto, piccola, il viso scavato, gli occhi semichiusi.
Mi avvicino. “Benia. ” La sua voce è un soffio. “Sei venuta.
” Mi siedo. “Perché hai fatto tutto questo? ” Lei non risponde, chiude gli occhi. Rimango lì, per un’ora, fino a quando un’infermiera mi dice che devo andare.
Mi alzo, vado verso la porta, poi mi fermo. “Mamma. ” Lei apre gli occhi. “Perché non hai mai pensato che anche io avessi bisogno di te?
” Non risponde. Esco. Due settimane dopo, muore. Il funerale è sobrio, poche persone.
Benedetta non viene. Saverio, il mio ex marito, non viene. Solo io, i parenti lontani, e la governante. Quando la bara viene calata, non piango.
Guardo il cielo, sento il silenzio. Poi, un uomo si avvicina, un signore anziano che non conosco. “Signora Benia, sua madre mi ha chiesto di darle questo. ” Mi porge una busta.
La apro in macchina, sulla via del ritorno. Dentro non c’è una lettera, ma una foto. La foto di mia madre e di una bambina, io, a circa cinque anni, sulla spiaggia, che sorridiamo. Sul retro, una scritta: “Questa è la parte che ho perso.
” Guardo la foto a lungo. Nella mente, il ricordo si fa nitido. Quell’estate, a casa dei nonni, avevamo lasciato una finestra aperta e la tempesta aveva portato via tutto. Non la foto, non quella.
Ma la sensazione, il tempo che non si può recuperare. Rimetto la foto nella busta e la chiudo nel cassetto del comodino. Il giorno dopo, vado al museo. Il vaso è ancora sul tavolo, la crepa è lì, visibile.
La guardo e capisco. Non la riempirò più. La lascerò così.
Perché ogni crepa è una storia, e quella è la mia.


