Eravamo soli in riva al lago, lontani da tutto, dentro quella tenda per la pesca che doveva essere solo una fuga. Ricciardo, il mio migliore amico da dieci anni, aveva appena passato una notte…

Eravamo soli in riva al lago, lontani da tutto, dentro quella tenda per la pesca che doveva essere solo una fuga. Ricciardo, il mio migliore amico da dieci anni, aveva appena passato una notte...

Il telefono vibrò nel grembiule mentre sistemavo le sedie. Era Riccardo. “Ho bisogno di aria. Andiamo a pescare questo fine settimana.

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Posto isolato, tenda, solo noi due. ”

Sempre lui. Sempre così spontaneo, così imprevedibile. Lo conosco da dieci anni e non mi ha mai fatto smettere di battere il cuore più del previsto.

. . Ho riletto il messaggio più volte. Poi ne è arrivato un secondo: “Ho lasciato Camilla.

Ho davvero bisogno di cambiare aria. ”

Camilla, la ragazza con cui parlava di andare a vivere insieme. La ragazza che diceva essere quella giusta. E ora era finita.

. . Mi sono seduto sullo sgabello, il ristorante ormai silenzioso. Ho cancellato le scuse che stavo scrivendo.

Ho scritto solo: “Ci sto. ”

Perché ho detto di sì? Perché sapevo che se c’era una persona a cui Riccardo chiedeva aiuto, quella ero io. Sempre io.

. Da dieci anni ormai. . .

Dalla quarta liceo, quando si è seduto al mio banco con quella sua aria sfacciata e quel sorriso che spazzava via tutto, abbiamo smesso di essere due persone separate. Lui mi trascinava nel caos delle sue imprese improvvise, io lo riportavo con i piedi per terra quando esagerava. E più passava il tempo, più io affondavo in segreta, silenzioso, senza osare Dire una parola. Perché lui era luce, era energia, era chiaramente etero.

E io? Io ero l’ombra che lo seguiva, mangiata dalla gelosia a ogni sua storia, distogliendo lo sguardo ogni volta che il suo braccio si posava troppo a lungo sulla mia spalla. . .

Ma quella notte al lago, isolati da tutto, solo noi due sotto quella tenda, scoprii che le cose non erano affatto come credevo di aver sempre capito. . . L’estate si era chiusa con il suo pianto sotto la pioggia, la notte in cui aveva bussato alla mia porta fradicio, dicendomi: “Non riesco a vivere senza di te, Valerio.

Ti prego. ” E io lo avevo stretto, e da quella notte la mia vita aveva preso una direzione che non avevo mai osato sperare. Ma anche la sua, ed era una direzione che sua madre e suo padre avevano accolto con urla, lacrime e porte sbattute. Eppure, nonostante tutto, eravamo ancora lì, insieme, a costruire qualcosa di nuovo.

Oggi viviamo in un appartamento con vista sui tetti e una cucina piena di luce. Abbiamo un labrador nero chiamato Brezza. E torniamo in quel lago, ogni volta, mano nella mano, come per ricordare da dove siamo partiti e quanto siamo stati fortunati a non perderci per strada. .

. E va bene così. . .

. Ma quella notte non è cominciata con un lieto fine. Quella notte è cominciata con un fuoco, una fiaschetta di grappa e una domanda che mi ha spaccato il petto: “Tu non te lo sei mai chiesto di noi due se le cose avrebbero potuto essere diverse?